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Sorpresa a Napoli: ora Romeo assume

Alfredo Romeo

A pensarci bene poteva capitare solo a Napoli, città del genio partenopeo e capitale delle nostrane contraddizioni. In piena recessione qualcuno risale il fiume della crisi e con un certo coraggio assume decine, centinaia di persone. Che ciò accada proprio ora e a Napoli è già un mezzo miracolo. Ma la notizia è che ad assumere è Alfredo Romeo, finito in carcere per un paio di mesi nell’inchiesta sugli appalti per la gestione del patrimonio immobiliare pubblico e la manutenzione delle strade. Questo sebbene le sue aziende, che si occupano di servizi e della valorizzazione degli immobili, con 160 milioni di fatturato e 25 di utili, siano in amministrazione giudiziaria. A comandare sono cioè i giudici del tribunale di Napoli che hanno nominato tre amministratori per traghettare le aziende durante la doppia tempesta, economica e giudiziaria.
“Abbiamo trovato una realtà produttiva ben organizzata e strutturata” conferma Lucio Spanò, amministratore giudiziario, “con processi organizzativi e sistemi di controllo efficaci ed efficienti. Questi riscontri positivi emergono chiaramente anche dalla bozza di bilancio 2008, di prossima approvazione, e dal bilancio preventivo 2009, i cui dati evidenziano risultati con la tendenza degli ultimi 5 anni e in continuo aumento; un dato particolarmente soddisfacente se lo si colloca nella attuale situazione di crisi economica”.
In calendario, quindi, nuove assunzioni: “Il gruppo ha attualmente 356 dipendenti, con una percentuale del 78 per cento di laureati o in possesso di abilitazioni e un’età media di 34 anni; per il 30 per cento sono donne. Di questi, 136 sono stati assunti negli ultimi 12 mesi. Anche questo un dato anomalo, considerato il periodo di crisi che ha visto un aumento del 900 per cento di ricorso alla cassa integrazione”. Più di un terzo dei dipendenti è stato quindi preso a contratto in piena inchiesta Global service.
I nuovi assunti vengono impiegati soprattutto nel ramo ospitalità, che è in sviluppo. La Romeo Alberghi entro fine anno dovrà raddoppiare i dipendenti, senza considerare che nuove convenzioni, come quelle con la Consip sanità, determineranno altre selezioni del personale.
Non è l’unica singolarità del pianeta Romeo. Molti suoi concorrenti non scommettevano un centesimo sulla tenuta del gruppo, convinti che il castello del “re” di Napoli crollasse con l’immobiliarista rinchiuso a Poggioreale. Invece i delegati della magistratura si sono ritrovati un’azienda dai conti in regola e dalle prospettive interessanti. “Non ci risulta in alcun modo in discussione l’efficienza operativa delle società” prosegue Spanò. “In questi mesi abbiamo mantenuto vivi e costanti i rapporti con le pubbliche amministrazioni committenti, ricevendo riscontri sicuramente positivi. Basti pensare che dal ministero dell’Economia ci è pervenuta una lettera di apprezzamento e ringraziamento per le attività di servizio svolte durante il G7-G8 Finance ministers meetings 2009 che si è tenuto a Roma il 13 e 14 febbraio scorsi”.
Quanto accade in azienda e per le assunzioni segue un po’ la legge del contrappasso. A Napoli il lavoro è sacro e ben remunerato. Negli anni di Tangentopoli per essere assunti in un’azienda pubblica c’era un preciso tariffario che bisognava seguire per l’ambito posto. Oggi, ritiene la procura di Napoli, le cose sono cambiate.
Romeo è andato in carcere, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla turbativa d’asta e alla corruzione, proprio perché secondo l’accusa in comune e provincia venivano aggiustati i bandi delle gare secondo i suoi desiderata in cambio della promessa di posti di lavoro.
I pubblici ministeri Raffaello Falcone, Vincenzo D’Onofrio e Pierpaolo Filippelli, che proprio in questi giorni stanno concludendo la requisitoria nel processo che si celebra con rito abbreviato, nei singoli capi d’imputazione indicano come “parte” dell’accordo criminoso “la promessa di ricevere (…) altre utilità consistite nell’assunzione di manodopera da lui segnalata”. Ma se si vanno a confrontare i nominativi dei raccomandati con quelli in pianta organica delle aziende, non se ne trova nemmeno uno. In altre parole: Romeo magari al telefono assicurava, prometteva, garantiva pur di rendere più incisiva un’asfissiante attività di lobbying, ma poi, a conti fatti, il direttore del personale Stefano Petrucelli valutava i curricula in autonomia. E respingeva. A eccezione del padre di Annalisa Durante, la ragazzina di 14 anni uccisa nel 2004 dalla camorra.
Non è certo questo un elemento che ridimensioni la sostanza dei fatti, sui quali si pronunceranno i giudici, ma di certo a Napoli si assiste sulla vicenda Romeo a una singolare rincorsa. Da una parte la procura sta cercando di portare nuovi elementi (è annunciata un’ulteriore informativa su fatti inediti), dall’altra tra giudizi di riesame e Cassazione i pubblici ministeri stanno perdendo pezzi rilevanti del loro quadro accusatorio. La suprema corte, per esempio, qualche mese fa ha escluso il reato di turbativa d’asta per il capo d’imputazione che coinvolge Mario Mautone.
I giudici hanno annullato l’accusa perché non ci possono essere accordi criminosi su un’asta per la quale mai è stato pubblicato il bando. Una linea di diritto che si riflette non solo sugli altri indagati, ma soprattutto sugli altri episodi di presunti accordi su gare mai eseguite. A iniziare da quella sulla manutenzione e la refezione nelle scuole per 20 milioni di euro.
Invece sull’appalto per la manutenzione della rete stradale della provincia di Napoli un’ipoteca potrebbe essere costituita dal fatto che le aziende di Romeo nemmeno potevano partecipare alla gara.
“La contestazione è chiaramente smentita” sostiene l’avvocato Stefano Cianci, difensore di Romeo, “dalla circostanza che le società riconducibili al mio assistito non avevano i requisiti per partecipare alla gara né vi hanno partecipato, trattandosi nella sostanza di appalti di lavori e non di servizi”.
Traballa anche l’accusa di turbativa d’asta per l’affidamento della manutenzione degli impianti termici, esclusa prima dal gip poi dal riesame.
L’altro filone è quello della corruzione, ma anche qui sembra mancare la prova decisiva: la classica tangente. L’unico passaggio di denaro è quello di 18 mila euro dalle società di Romeo al conto corrente della fondazione ’A voce de’ criature del parroco anticamorra don Luigi Merola. Ma condannare qualcuno per beneficenza, in Italia, non si è mai visto. Almeno finora.
gianluigi.nuzzi at mondadori.it)

Autostrade siciliane: chilometri di sprechi

Autostrada Palermo-Messina

Per l’affitto di quattro zolle di terreno incolto, ad Avola, il Consorzio per le autostrade siciliane (Cas) ha speso la bellezza di 26 mila euro in 5 anni. Non avrebbe pagato così tanto neanche se quel dischetto di terra, 40 centimetri di diametro, su cui hanno poggiato un palo per le trasmissioni, si fosse trovato anziché nel mezzo della campagna siracusana in piazza di Spagna a Roma. E poco è mancato che le autostrade isolane decidessero di spendere ancora di più. Considerato che nessuno aveva avanzato obiezioni e i soldi arrivavano puliti, il proprietario di quel pezzetto di terra più piccolo di un tavolino da bar aveva pensato che forse poteva ottenere dell’altro. Non un po’, il doppio: 10.400 euro l’anno. Non ha avuto quel che voleva per un soffio, perché nel frattempo alle autostrade è cambiato il presidente e quello nuovo, Patrizia Valenti, per niente propensa a scialare denaro pubblico, ha bloccato tutto.
Quando si è trovata la pratica sul tavolo, dapprima ha pensato che gli uffici avessero sbagliato, ma dopo essersi resa conto che non c’erano errori formali, che la faccenda era tutta vera, si è rifiutata di firmare. Poi per raccapezzarsi meglio ha ordinato un’indagine, voleva sapere quanto valesse il terreno da quelle parti, e ha scoperto che per comprare, non per affittare, 1 ettaro del miglior seminativo, e non un fazzolettino incolto, il prezzo giusto era al massimo 10 mila euro.
La storia delle autostrade siciliane è piena di spese assurde come quella del pezzetto di terra e del palo. Il fiume di regalie ha lasciato il segno nelle casse del Consorzio, che se da una parte spendeva e spandeva con poco criterio, dall’altra non trovava le risorse per fare un minimo di manutenzione. In sette anni, dal 2000 al 2007, la differenza tra ciò che le autostrade siciliane avrebbero dovuto investire a norma di legge (almeno il 35 per cento dei pedaggi) e ciò che effettivamente hanno investito è pari a 84 milioni di euro.
Le rare volte che le imprese sono state chiamate a eseguire i lavori poi hanno dovuto soffrire per essere pagate. Molte non hanno visto un euro, come l’azienda che ha asfaltato un lotto della Messina-Palermo inaugurato cinque anni fa. Il bilancio del 2007 non è stato ancora approvato perché ballano 12 milioni di euro, soldi trattenuti dalle banche a causa di un contenzioso con il Consorzio risalente a 3 anni prima.
L’incuria ha lasciato il segno. I 182 chilometri della Messina-Palermo, i 77 della Messina-Catania e i circa 40 del primo tratto della Siracusa-Gela, cioè le autostrade su cui dovrebbe passare il traffico del futuro ponte sullo Stretto, sono tra le più malmesse d’Italia. I 13 chilometri tra Noto e Rosolini, invocati per anni dalla gente del posto e inaugurati 1 anno fa, sono stati chiusi in tutta fretta perché il manto cedeva ed era rovinato da avvallamenti. Dopo alcuni mesi sono stati riaperti, però la magistratura indaga per capire cosa sia successo.
Il tunnel Tracoccia, vicino a Messina, è impraticabile da 9 anni e la galleria Langenìa sulla Messina-Palermo, devastata da un camion scoppiato con le bombole del gas che trasportava, è stata chiusa per oltre 2 anni in attesa che qualcuno provvedesse.
A Fuiano, nei pressi di Sant’Agata di Militello, per 4 anni nessuno ha pensato a rimuovere le sei porte dei caselli che un tempo segnavano la fine dell’autostrada, diventate non solo inutili ma dannose da quando la Messina-Palermo nel 2004 è diventata un tratto unico. Su quei 2 chilometri di strettoia dopo una galleria si sono incolonnate a lungo code chilometriche, soprattutto d’estate, mentre l’unico aiuto che il Cas si sentiva in dovere di fornire agli automobilisti era un cartello che sembrava una presa in giro: “Attenzione rallentamenti”.
Le autostrade siciliane si trovano in uno stato così desolante che l’Anas le ha escluse all’inizio del 2008 dalla lista di quelle con le credenziali per chiedere e ottenere un aumento medio dei pedaggi del 2,5 per cento. L’azienda pubblica delle strade ha ritenuto che in quelle condizioni far pagare di più gli automobilisti sarebbe stata una pretesa assurda e che il consorzio isolano non avesse i requisiti minimi per pretendere alcunché.
Dal 2004 la carica di direttore generale è vacante e in nemmeno 10 anni alla guida del consorzio si sono avvicendati cinque tra commissari e presidenti. Il più longevo è stato Benedetto Dragotta, che ha regnato per 8 anni, ma dopo di lui si sono dati il cambio in quattro durando pochi mesi a testa. Nessuno ha saputo, potuto, voluto o comunque ha avuto il tempo di mettere un freno agli sprechi.
Per esempio, per le rare trasferte a Roma dei presidenti, le autostrade siciliane hanno addirittura acquistato un alloggio di rappresentanza dalle parti di Fontana di Trevi, sei vani più i servizi, vuoti per quasi tutto l’anno, anche se piantonati da una segretaria, ovviamente pagata. Benché serva a poco o a niente, l’appartamento è stato ristrutturato con una spesa di altri 45.850 euro.
A disposizione dei presidenti fino a un anno fa c’era anche un’auto blu per spostarsi da un palazzo all’altro del potere romano; una macchina quasi sempre ferma ma ovviamente custodita in parcheggio e tenuta in tiro con una spesa di 1.500 euro al mese.
Neppure per i legali le autostrade siciliane hanno lesinato sulle spese, anzi sono state così prodighe che qualcuno, giocando sull’acronimo della società, dice che Cas sta per “Consorzio avvocati siciliani”. I legali dell’isola dalle autostrade hanno avuto tutto il lavoro che volevano, al punto che ora nessuno sa quante siano le cause in corso. Quando il nuovo presidente ha chiesto l’elenco, gli uffici hanno risposto che non c’era. Nel bilancio 2008 alla voce spese legali è stata segnata la bella cifra di 2,7 milioni, ma non è detto che bastino.
Il fatto è che al Cas qualsiasi faccenda che riguarda il personale, si tratti di un semplice passaggio di qualifica o di uno spostamento, finisce davanti a un giudice. Il 90 per cento dei circa 512 dipendenti ha un contenzioso aperto con l’azienda. Per esempio, l’applicazione della legge 104 che consente a un lavoratore lo spostamento vicino a casa per accudire un parente malato in qualsiasi luogo si risolve per via amministrativa, al Cas invece si va in tribunale.
Anche con i casellanti il consorzio siciliano è stato di manica larga. Sulle autostrade normali c’è un esattore ogni 650 transiti, su quelle siciliane uno ogni 450. Per di più fanno lo straordinario e appena possono si fanno trasferire negli uffici, poi magari muovono causa per essere inquadrati al livello superiore. Così d’estate ai caselli ci vogliono i rinforzi, 150 stagionali per 3 mesi. Il costo del lavoro è pari al 45 per cento degli incassi, 10 punti percentuali in più rispetto a qualsiasi altra autostrada italiana.
Tra uno spreco e l’altro il consorzio è riuscito a costruire solo un terzo dei 140 chilometri della Siracusa-Gela iniziata nel 1974. Gli altri possono aspettare.

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