- Tags: case, cemento, città, costruttori, crollo, denunce, Enea, indagini, LAquila, mappa, ricostruzione, sisma, studenti, terremoto in Abruzzo, università
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Anche i piemontesi hanno avuto la loro dose di paura quando, domenica 19 aprile, un terremoto di magnitudo 3,9 ha colpito la provincia di Cuneo. La scossa è stata avvertita chiaramente fino a Torino. Per fortuna non ci sono stati danni, ma le immagini del dramma abruzzese sono ormai negli occhi di tutti. E per un attimo il panico ha vinto tutti. Nelle periferie di Torino molti cittadini sono scesi per la strada, innumerevoli le telefonate ai vigili urbani. Poi, passati il pericolo e la paura, sono sorti dubbi, perplessità e tante, tante domande.
Eh sì, perché nella mappa della pericolosità sismica, disegnata dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (pubblicata più sotto), al Piemonte è stato assegnato un colore che dovrebbe ispirare serenità. È quasi bianco che contrasta con l’inquietante rosso fiamma di altre regioni, come l’Abruzzo, la Campania, la Calabria.
Grande è stata, dunque, la sorpresa. E molti i dubbi. A cominciare da quelli che riguardano l’attendibilità di questa mappa sismica. Ci dobbiamo credere? Non ci dobbiamo credere? Quale rischio corriamo davvero?
“Intanto chiariamo una cosa” dice a Panorama uno degli autori materiali di questo lavoro, Carlo Meletti: “la mappa indica la pericolosità e non il rischio sismico, cioè chiarisce che tipo di terremoto potrebbe avvenire, e con quale probabilità, nelle diverse zone d’Italia. Il rischio riguarda invece le conseguenze possibili di un sisma, cioè se ci potranno essere danni economici, materiali, feriti, morti o altro. Questo nella mappa non è previsto che ci sia”.
Ma appurato che il rischio è un’altra cosa, alla pericolosità che significato dobbiamo dare? Un italiano che vive in una zona a colore grigio-bianco può stare tranquillo di non incappare mai in un terremoto? La risposta è una sola, inequivocabile: no.
Nessuno può sentirsi al sicuro. E non perché la mappa sia sbagliata. Più semplicemente, come è chiarito nei documenti che accompagnano il disegno con i vari colori che indicano la pericolosità delle varie regioni, bisogna partire dal presupposto che tutta l’Italia è considerata zona sismica. Anzi, la zona più sismica d’Europa, come ha ricordato subito dopo il terremoto in Piemonte Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia: “In Italia ogni anno si registrano 8 mila scosse di questa grandezza. Fa parte della realtà del Paese”.
Le aree più tranquille sono censite, dunque, come territori “a bassa pericolosità” sismica. Ma questa è una categoria che nel linguaggio degli esperti significa ben altra cosa da quello che pensano i comuni mortali. La traduzione per tutti, che è bene tenere a mente, è la seguente: in quei territori vi possono essere terremoti fino a magnitudo 5, ma con una probabilità molto bassa. Nel caso del Piemonte, come ha chiarito lo stesso Boschi, “anche nel passato ci sono state sequenze sismiche di bassa magnitudo. Complessivamente è una regione a bassa pericolosità, ovvero non ci sono terremoti forti”.
Come dire: non bisogna cadere negli equivoci quando si legge la mappa sismica, tracciata nel 2004 e validata anche da un gruppo di esperti internazionali. Spiega Meletti: “Le stime vengono effettuate sulla base delle conoscenze scientifiche disponibili oggi, dalle faglie attive ai dati del catalogo dei terremoti. Sono stime di tipo probabilistico, non c’è la certezza. Si considerano delle serie temporali di terremoti e si fa una stima, lo ripeto, di tipo probabilistico. Noi diciamo quale può essere un terremoto probabile in un certo periodo di tempo. È un documento che guarda in avanti. Serve nel medio e nel lungo periodo, più che sul breve termine. Ed è stato fatto soprattutto per individuare le normative antisismiche”.

Traduzione brutale, ma concreta: dato che una casa in muratura dura più di 100 anni, la mappa serve tra l’altro a capire quante probabilità ci siano di incappare, in quella zona, in un terremoto forte, tale da rendere necessarie tecniche di costruzione straordinarie. E quando si parla di zona si indica uno dei 16 mila punti in cui è divisa la mappa, ciascuno distante dall’altro circa 5 chilometri.
Per avere indicazioni più ristrette non ci si deve rivolgere più all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, bensì agli enti locali e alle regioni, che possono disegnare una cosiddetta microzonazione sismica in base alle linee guida stabilite appena poche settimane or sono in un accordo tra la Protezione civile e le regioni italiane.
Il Lazio, per esempio, ha appena svolto in collaborazione con l’Enea uno studio particolareggiato in base al quale alcuni quartieri della capitale, per esempio quelli più vicini ai Colli Albani, hanno un grado di pericolosità sismica ben diverso da altre zone di Roma.
Insomma, tutti gli italiani sono avvertiti: anche se la zona dove abitano risulta fuori dalle aree di maggior pericolo, nulla garantisce, neppure il colore rassicurante usato nelle mappe sismiche, che non possano prima o poi incappare in un terremoto.
- Lunedì 27 Aprile 2009
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