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L’Italia è la patria dei prodotti taroccati. Un giro d’affari di oltre 7 miliardi

Agenti della Polizia municipale durante il blitz contro la vendita di merce contraffatta ai Parioli di Roma
Giovane con un’età che va dai 18 ai 34 anni, prevalentemente donna e nel 62% dei casi non si sente in colpa per l’acquisto. Questo l’identikit di chi compra “taroccato” secondo la ricerca realizzata dall’Istituto Piepoli e da Confcommercio. Tra le motivazioni che spingono ad acquistare i “falsi” la convenienza è sempre al primo posto, ma la piacevolezza estetica è indubbiamente rilevante (31% delle motivazioni espresse).
Nello “shopping”, si acquistano principalmente beni non necessari, superflui, che rappresentano qualcosa in più. Se la scelta cade soprattutto su abbigliamento, accessori, elettronica di consumo, libri e oggettistica, il prodotto di marca è percepito come una cosa speciale. Si compra un prodotto “firmato” perché rappresenta uno status symbol, è alla moda, è difficile sbagliare, è rassicurante in quanto certifica una scelta e si ha la sensazione di conseguire un’identità. Il prodotto contraffatto, spiega la ricerca, non è che un’imitazione di un prodotto di marca e si trova facilmente, per le strade senza bisogno di cercarli e sono per lo più prodotti che rientrano nell’area dell’abbigliamento e degli accessori.
A mettere insieme i numeri e il giro d’affari del mercato dei falsi in Italia si superano i 7 miliardi di euro, di cui 3,3 miliardi nei settori abbigliamento, accessori e prodotti multimediali e informatici che hanno registrato nell’ultimo anno oltre 108 milioni di acquisti.
Tanto che “l’Italia” spiega la ricerca “risulta il primo produttore di beni falsificati a livello europeo e il terzo a livello mondiale”. La produzione di “falsi” in Italia risulta strettamente legata agli stessi distretti industriali che operano nella produzione “legale”. I “centri del falso” italiani, d’altronde, ormai molto spesso si pongono unicamente come centri di mediazione, nel senso che tendono a non produrre più ma semplicemente a rifinire, marcare e smistare le merci. E sono principalmente due i canali attraverso cui i prodotti vengono veicolati: le bancarelle abusive degli extracomunitari e il web.

Il VIDEO servizio:

Altro che No Logo: anche Siracusa si prende il marchio

Il lungo mare di Siracusa | Foto di Peppe Matarazzo
Ce l’ha Amsterdam. E pure New York. Ma anche Oslo, Copenaghen, Londra e Barcellona. O per restare in Italia, Venezia. Che cosa hanno in comune queste grandi città? Tutte hanno un loro marchio. Un simbolo identificativo della comunità. Che va oltre lo stemma araldico o il semplice logo turistico. Uno schizzo che racchiude la città e diventa veicolo di promozione, di conoscenza, di identità.
Il dato visivo di un vero e proprio brand. Anche la città di Siracusa, due anni fa inserita dall’Unesco fra i siti patrimonio dell’Umanità, adesso ha pensato di realizzare il proprio logo. Per diffondere anche graficamente l’immagine, i valori, i segni della città: la millenaria storia di Siracusa, capitale della Magna Grecia. Il Comune, in collaborazione con l’Associazione Italiana Progettazione per la Comunicazione Visiva, ha lanciato un bando di concorso internazionale per la realizzazione del marchio e del logotipo per la città di Siracusa, promuovendolo con eventi, mostre e conferenze.
Al concorso possono partecipare studi di grafica, pubblicità e comunicazione, ma anche singoli designer e architetti. Per presentare le proposte c’è tempo sino al 30 agosto. Poi una commissione di esperti di comunicazione visiva sceglierà il simbolo per Siracusa.

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