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Rutelli dà l’addio al Pd di Bersani: “Davanti a me un’altra via”

Francesco Rutelli alla presentazione del suo nuovo libro La svolta

Francesco Rutelli alla presentazione del suo nuovo libro La svolta

“Figurarsi se un tema serio come le alleanze e i rapporti con i partiti, come l’Udc, si può liquidare con i giochini che servono a Vespa per lanciare i suoi libri…”. Così il presidente del Copasir Francesco Rutelli, conversando con i suoi collaboratori, commenta in serata le anticipazioni dell’ultimo libro di Bruno Vespa: Donne di cuori - Duemila anni di amore e potere da Cleopatra a Carla Bruni, da Giulio Cesare a Berlusconi, in uscita da Rai Eri Mondadori il 6 novembre prossimo. Continua

Matrimonio senza patrimonio: se la fusione dei partiti non è in comunione di beni

fassino e rutelli

Che fine ha fatto il patrimonio dei partiti della seconda repubblica? Sezioni, cimeli storici, opere, palazzi e persino giornali. In tempi di crisi, insomma, anche la politica mette al sicuro i gioielli di famiglia. I primi a farlo sono stati i Ds. Ora ci sta pensando An. Il Pd e il Pdl hanno unito e semplificato, a sinistra e a destra, la politica italiana, ma con la separazione dei beni.
Fioccano, difatti, le fondazioni, a volte think thank, come “Fare Futuro” di Gianfranco Fini e “Italianieuropei” di Massimo D’Alema, ma spesso vere e proprie casseforti per custodire i beni di due partiti che hanno attraversato il ‘900, come Ds e An. La spiegazione? La dà Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, intervistato due anni fa all’ultima Festa dell’Unità di Reggio Emilia, mentre stava progettando la messa in sicurezza (come disse anche a Panorama) del patrimonio diessino nel futuro Pd. “Chi ha avuto la ventura di celebrare matrimoni civili sa che quando si presentano davanti al sindaco un uomo e una donna che non hanno nulla, e il sindaco gli dice: ‘Fate la comunione dei beni o la separazione dei beni?’, non sanno nemmeno cosa significhi quella domanda. Ma se quei due, quell’uomo e quella donna che si presentano, hanno qualche cosa, sicuramente fanno la separazione dei beni. È così, il 90% è così”. “Questo perché non ci si fida?”, chiedeva l’intervistatore malizioso. “Sono matrimoni d’amore, però con separazione dei beni”, rispose Sposetti. “Non ci si fida l’uno dell’altro…”, continuò il cronsita. “Nooo… è una cosa che… Meglio fare così. Meglio stare all’erta”. I partiti della seconda repubblica, infatti, non si sono fidati.
Sposetti, il cognome un programma, ex sindaco di Bassano in Teverina (Viterbo) per due mandati consecutivi, di matrimoni ne ha celebrati parecchi e quando è stato nominato tesoriere dei Ds ha traghettato l’ingente patrimonio della storia del Pci – Pds -Ds in 50 fondazioni create ad hoc. Un vero e proprio tesoretto da custodire, formato da 2399 immobili per un valore stimato in almeno mezzo miliardo di euro. Senza contare un cospicuo numero di cimeli e donazioni, con oltre quattrocento opere d’ arte, a cominciare dal celebre quadro di Renato Guttuso “I funerali di Togliatti”.
Ma c’è pure chi, dall’unione, ci ha guadagnato. Come la Margherita, che in eredità aveva ben poco: l’unico bene da tutelare era il giornale di partito, Europa, perché tutti gli immobili erano stati presi in locazione, compresa la sede di via San Andrea delle Fratte, diventata poi quartier generale dei Democrats che vantano tre fondazioni di peso, come Fondazione White di Pierluigi Castagnetti, Astrid di Franco Bassanini ed Enrico Letta, e Fondazione Centro per un futuro sostenibile di Francesco Rutelli.
Nell’emiciclo opposto lo scenario non muta. Anche nel Pdl sposarsi è bene, ma separare il patrimonio è meglio. Il coniuge ricco, un po’ a sorpresa in questo caso, è Alleanza Nazionale che, con i suoi 63 anni di storia, è stata la prima a muoversi in anticipo. Chiuso il bilancio 2008 in attivo, ora sta facendo un censimento di tutte le proprietà per circa 300 - 400 milioni di euro: 100 appartamenti, sedi delle federazioni di An. Tra questi, i locali che ospitano la sede del partito e il quotidiano ‘Il Secolo d’Italia’, ora organo vicino al Pdl, in via della Scrofa. Una fondazione, dal nome Fondazione Alleanza Nazionale, gestirà l’intero patrimonio, il simbolo della fiamma tricolore e l’archivio storico nazionale della destra. “La sua sede sarà quella storica di via della Scrofa, al numero civico 39″, spiega Donato La Morte, memoria storica di An e parlamentare di lungo corso. Nessun problema, invece, per Forza Italia, l’altro coniuge del Popolo della libertà, che non ha blindato il patrimonio in fondazioni, perché non ha mai avuto immobili di proprietà. Tutto è sempre stato preso in affitto. A cominciare dalla sede storica di via dell’Umiltà, a Roma, vicino alla Fontana di Trevi. Stesso discorso per palazzo Grazioli, che il Cavaliere ha eletto a residenza -ufficio nella capitale. Per il resto, nel centro destra la maggior parte delle fondazioni sono think thank, come Magna Carta presieduta da Gaetano Quagliariello; Medidea, promossa dall’ex ministro dell’Interno e attuale presidente della Commissione Antimafia, Beppe Pisanu; Nuova Italia, che è presieduta dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno; Res Publica, che ha nel comitato Giulio Tremonti, e la Fondazione Craxi, diretta della figlia Stefania.

Il Pd e i versamenti degli eletti. E la sinistra va in crisi (economica)

Franceschini e Fassino

di Paola Sacchi

Gli ex margheritini Linda Lanzillotta e Pierluigi Mantini, deputati del Pd, di fronte a un’indiscrezione in Transatlantico raccolta, che li mette in una lista di 12 parlamentari sospetti “evasori” del contributo volontario al partito, non si scompongono. Con il sorriso sulla bocca, seccamente smentiscono: “Versiamo il contributo sia al partito nazionale sia a quello territoriale”. Anzi, Mantini, protagonista di una lite su una storia di quattrini tra Ds e Margherita con Piero Fassino, che lo apostrofò con un “Cretino, mi hai rotto i c…” ricorda a Panorama che lui finanzia “una sede del Pd a Cinisello Balsamo e una dell’ex Ulivo a Milano”.
Ma c’è pure chi ammette di non dare parte del proprio stipendio al partito locale. Quasi si inalbera l’ex margheritino Roberto Zaccaria, ex presidente Rai e deputato Pd, a un lapsus del cronista e scandisce: “V-o-l-o-n-t-a-rio! Il nostro contributo non è dovuto. Io certamente lo verso a Roma, non l’ho ancora potuto fare a Milano, dove ho sostenuto una campagna elettorale il cui costo è dell’ordine di 60-65 mila euro, cifra che è nella norma per una città come quella”. Poi precisa: “Tenendo anche conto che, pur essendo alla terza legislatura, sono poco più di tre anni che sto in Parlamento, ho detto al Pd che devo prima rientrare delle spese sostenute per la campagna elettorale”.

Altra motivazione viene data da Furio Colombo, ex direttore dell’Unità. Anche lui dice di versare soldi a Roma, ma non a Milano, il collegio dove è stato eletto. Spiega Colombo: “Li ho subito avvisati che non posso ancora farlo, devo accantonare una certa cifra perché ho cause civili alle quali devo far fronte. Sa, come ex direttore dell’Unità si resta ansiosi, basta solo che ne perda una…”. Colombo dice di averne collezionate abbastanza, tutte intentate “da esponenti della destra”. E c’è da credergli, dal momento che la sua era un’Unità più barricadera di quella oggi guidata da Concita De Gregorio.
“Ah, poveri soldi miei. Ma che siete diventati nostalgici del Msi?” ha scherzato, ma non troppo, l’ex tesoriere dei ds Ugo Sposetti in Transatlantico con i cronisti dell’Unità, sulla cui prima pagina il 17 marzo campeggiavano i saluti romani della destra che si scioglie. Anche questo è un segno dei tempi. Sarebbe stato inimmaginabile nel vecchio Pci che un solo parlamentare non versasse la sua quota.
Tra gli ex ds non mancano sospetti sul fatto che a non pagare siano soprattutto gli ex margheritini. Accusa che nell’ex partito di Francesco Rutelli commentano così: “Noi siamo gente libera, abituata a discutere e a lasciare libertà d’azione. Senza residui di stalinismo”.
Renzo Lusetti ammette: “Io pago la mia quota a Roma, non a Varese, dove sono stato eletto, anche perché da lì nessuno me la chiede. Ma ho già versato 50 mila euro per la campagna elettorale”.

Da una ricostruzione di Panorama emerge che il grosso dei contributi territoriali (1.500 euro al mese che vanno sommati ad altrettanti richiesti a Roma) viene da deputati e senatori delle regioni rosse: Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche. Altra musica al Sud. A Roma è stata sfrattata per morosità la sezione dell’ex Pci di viale Mazzini, quella di Massimo D’Alema. La sede pd che era subentrata ha mantenuto il nome, “Circolo Mazzini”, ma è ospitata nei locali del Pd di via Trionfale. A Milano il Pd ha sollecitato maggiori contributi per la campagna elettorale delle europee e amministrative. Se si dovessero confermare gli ultimi sondaggi che vedono il partito di Dario Franceschini sotto il 25 per cento, gli esiti sarebbero negativi anche sul piano finanziario: meno eletti, meno rimborsi elettorali.
L’ex segretario Walter Veltroni sudò sette camicie per raddrizzare i conti. Impose che i candidati si pagassero la campagna elettorale. E a Montecitorio mise alle calcagna dei deputati, perché pagassero tutti la quota, un cerbero dal pugno di velluto come l’ex parlamentare di Padova Piero Ruzzante, che era sul palco accanto a Enrico Berlinguer. Dice l’ex braccio destro di Veltroni, il senatore Giorgio Tonini: “Non mi risulta che ci siano evasori per le quote al partito nazionale. Per quanto riguarda invece quelle territoriali è un po’ una giungla sulle cui regole stiamo discutendo”. Aggiunge Tonini: “Non credo ci sia gente che i soldi li tiene in tasca per sé. Ci sono due concezioni diverse che non vanno demonizzate. Nella componente ex Ds vige la disciplina di partito, nell’ex Margherita c’è una dimensione più individuale. Magari i parlamentari provenienti da quel partito preferiscono spendere i soldi allestendo un proprio ufficio”.
Una soluzione l’ex presidente della vigilanza Rai Riccardo Villari, margheritino espulso dal Pd, l’avrebbe: il federalismo delle quote: “Si paga sulla base dei rimborsi elettorali che il Pd locale riceve”. Lei la quota la pagava? “Non in modo costante e continuativo a Roma. E mai quella locale”.
Altra musica nella Lega nord: 3 mila euro a testa e non si discute. È l’ultimo “partito comunista” d’Italia.

Giovane e antisistema: Renzi corre da sindaco Pd a Firenze

Matteo Renzi

Trentaquattro anni, laurea in legge, tre figli, volto da bravo ragazzo, parlantina sciolta. Ma soprattutto una ferrea determinazione che ai suoi detrattori pare in raltà una insana ambizione di arrivare. Ecco il profilo del prossimo candidato a sindaco di Firenze. Si chiama Matteo Renzi, è stato il più giovane presidente della provincia (in quella fiorentina è stato eletto alla verdissima età di 29 anni), ha un trascorso da margheritino rutelliano, ed è oggi iscritto al Pd.
Col 40,52% delle preferenze ha battutto gli altri candidati (erano tanti, ben quattro: Lapo Pistelli, Michele Ventura, Daniela Lastri, Eros Cruccolini), incassando, niente meno che i complimenti del segretario democratico Walter Veltroni (che pure non aveva puntato su di lui).
Sembra che da sempre Renzi studi per la politica. Tanto da aver improntato una campagna elettorale sulla sfida e sul cambiamento (uno dei suoi slogan preferiti era “Facce nuove a Palazzo Vecchio). Non è un caso che lui, di siti ne abbia addirittura due: uno, più istituzionale, da “Presidente”, l’altro più frizzante, da candidato. E che proprio stanotte (erano le due) su entrambi scriveva: “Penso che stanotte abbiamo vinto tutti. Insieme. Un pensiero agli altri candidati. E uno a tutti i cittadini che hanno creduto alle primarie. Grazie!”.

Il passato lo racconta come coordinatore del servizio di vendite del quotidiano La Nazione, e prima ancora tra le fila dei boyscout con una parentesi persino in televisione. Correva l’anno 1994 (Renzi aveva iniziato la politica attiva sostenendo i primi comitati a favore di Prodi) e c’era Mike Bongiorno che lo festeggiava come campione della Ruota della Fortuna: “A soli 19 anni già campione”, titola un video su YouTube: 33 milioni di lire vinti in cinque puntate, più il bacio di Paola Barale e l’investitura di Mike Bongiorno (”lui è toscano, conosce bene l’italiano”). Ne ha parlato con bonario compiacimento l’Unità dei giorni scorsi, ricordando come Renzi - ai tempi dotato di occhialoni da secchione, innamorato della propria donna - chiamasse le lettere utilizzando i nomi dei suoi cari e non le città: “Diceva “A di Agnese”, sua moglie”.
Le sue posizioni moderate (”Ma lei è proprio di destra”, ha esclamato Daria Bignardi intervistandolo alle Invasioni barbariche) lo hanno inviso a qualcuno e gli hanno fatto conquistare le simpatie di qualcun altro (si dice di un lungo corteggiamento del coordinatore di Forza Italia Denis Verdini).

Con un certo distacco, e non senza sorpresa, quindi Renzi ha ottenuto la candidatura al primo turno alle primarie del centrosinistra. Anche grazie all’uso ricorrente del web: e infatti qualcuno lo ha già paragonato a Obama. Nei 55 seggi dove ieri hanno votato 37.468 fiorentini (circa 2.000 in più rispetto a quanti votarono per Veltroni), secondo i dati forniti dal sito ufficiale delle primarie, ha raccolto 15.104 voti (pari al 40,52%), contro i 10.031 voti di Lapo Pistelli (che si è fermato al 26,91%, pur avendo il sostegno di Veltroni, dopo aver accompagnato il capo nel pellegrinaggio di quest’estate alla convention di Obama). Ha battuto anche Daniela Lastri che ha portato a casa 5.436 preferenze (14,59%): era ponsorizzata da Livia Turco e “dalle donne, dalle nonne e dalle ragazze”, già assessore all’Istruzione, avrebbe voluto essere”Un sindaco come TE”, ma non ce l’ha fatta; Michele Ventura, deputato, già consigliere regionale ha ottenuto 4.653 (12,48%) nonostante l’appoggio dei big come Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani ed Eros Cruccolini, candidato di Sinistra democratica, uomo di Claudio Fava e dei vendoliani andati via da Rifondazione: si è fermato a 2.047 voti (5,49%).
Renzi, nei primi commenti, ha sottolineato come “Non si tratta di una vittoria di parte ma di partito”, anche se pare netta la voglia dei fiorentini di dare un taglio con il passato, bocciando la componente diessina (che ora litiga per le troppe candidature messe in campo) e ringalluzzendo l’area cattolica della Margherita (in un momento delicato per il Pd, ora che si dibatte di testamento biologico e di collocazione europea del partito).
Questioni spinose, urgenti, tutte politiche. Alle quali lo stesso Renzi preferisce ricordare che c’è molto da lavorare: “Da domani tutti al lavoro per un partito più forte e per arrivare sereni e tranquilli all’appuntamento di giugno”. Perché “la gente chiede di dare risposte concrete su singoli temi”. Il resto si vedrà, elezioni comunali permettendo.

Il VIDEO di Renzi a La Ruota della Fortuna da YouTube:

I paletti di Rutelli: Caro Veltroni, non voglio morire socialista

Rutelli, Veltroni, Madia

di Stefano Brusadelli

“Veltroni ha una grande occasione. Deve cogliere al balzo la palla che ci offre la vittoria di Barack Obama negli Stati Uniti, preludio all’apertura di un nuovo ciclo democratico in tutto il mondo. Ora abbia il coraggio di portare il Pd su un percorso nuovo, iniziando dalla sua collocazione internazionale, che certo non può essere legata né all’Internazionale socialista né al Partito socialista europeo”. Già nell’aprile del 2007, ancor prima della nascita del Pd, Francesco Rutelli giurava a Panorama: mai nel Pse. Adesso, mentre sta per partire la rincorsa verso le elezioni europee di giugno 2009, l’ex capo della Margherita, leader dell’ala più centrista del partitone veltroniano, conferma e rilancia. Con buona pace di Massimo D’Alema e di Piero Fassino, che proprio mentre Rutelli rilascia questa intervista sono in Messico, al consiglio dell’Internazionale socialista, e stanno lavorando a una federazione tra il Pd e il gruppo del Pse all’Europarlamento.
Lei vuole continuare a terremotare il povero Walter Veltroni, che ha già parecchie grane in Italia…
Al contrario, gli propongo un assist vincente. La grande politica è fatta di novità, di scelte coraggiose. E, del resto, perché è nato il Pd se non per rompere i vecchi schemi novecenteschi?
Rimettere in discussione una qualche forma di collegamento con il campo socialista rischia di sfasciare il partito, dividendo gli ex della Quercia dagli ex della Margherita.
Ma non si può non registrare l’enorme novità rappresentata dalla vittoria di Obama anche nel Congresso, che apre una nuova stagione politica all’insegna di valori che non sono certo quelli socialisti. Cosa c’entra Obama con il socialismo, che è una parola impronunciabile negli Stati Uniti?
Così, senza nemmeno passare per un congresso, lei vorrebbe cambiare identità al Pd?
Un partito nuovo non definisce la sua identità come mediazione tra le identità ex. È matura un’iniziativa internazionale per dare una prima risposta sulla nostra identità: siamo una moderna forza riformista che si è liberata dalle zavorre e dalle divisioni del dopoguerra italiano.
Il socialismo è una zavorra?
L’Italia è cambiata. Non è sopravvissuto uno solo dei partiti del dopoguerra. Sono spariti la Dc, il Pci, il Psi. E anche il mondo è cambiato: oggi i partiti guida del campo progressista sono il Democratic party di Obama, l’Indian national congress di Sonia Gandhi e il Partito dei lavoratori di Luiz Inácio Lula in Brasile. Nessuno fa parte della tradizione socialista.
È un no all’ingresso del Pd nell’Internazionale socialista?
Veltroni deve iniziare da subito (un anno è già trascorso) a lavorare per la creazione di un network di forze democratiche, europee e non. Non una Internazionale, formula ormai superata. Ma un’alleanza tra forze che condividano grandi traguardi: clima, ambiente ed energia; riforma coraggiosa delle istituzioni e delle regole economiche e finanziarie; multilateralismo efficace per combattere povertà, fame, terrorismo, violazione dei diritti umani.
In Europa, tuttavia, come ripete Massimo D’Alema, i socialisti sono un riferimento imprescindibile.
Nulla contro una tradizione di grande valore. Ma è una foto di famiglia datata. Il campo socialista è fatto di partiti in grave difficoltà e a rischio di smottamenti verso la sinistra radicale. I laburisti inglesi non sono più classificabili come una forza socialista. In Francia e in Germania i socialisti hanno perso le elezioni. In Spagna José Luis Zapatero è in difficoltà. Persino in Scandinavia la socialdemocrazia è dovunque all’opposizione.
Le elezioni europee incombono: che cosa dovrebbe fare il Pd?
Anche su questo fronte occorre muoversi subito. Ci sono ancora sei-sette mesi prima del voto. Il Pd deve affrettarsi a promuovere un’alleanza di centrosinistra tra le forze riformiste ed europeiste. Con i socialisti e altre forze ambientaliste e autonomiste c’è l’Alde, l’Associazione dei liberali e democratici europei, che ha 100 europarlamentari a Strasburgo e riunisce partiti di 22 paesi Ue. È un ottimo interlocutore, se vogliamo parlare anche a forze riformiste di centro, perché i socialisti da soli sono nettamente in minoranza.
Non sarà un’idea un po’ velleitaria?
E perché mai? Il Pd rappresenta 12 milioni di voti italiani. Avremmo un numero di seggi sufficiente a cambiare in pochi anni il quadro politico continentale. Guardi cosa è riuscito a fare Silvio Berlusconi con i suoi voti: in Europa era un outsider, oggi è uno dei padroni del Ppe.
Sì, ma intanto alle elezioni di giugno il Pd come va? Collegandosi a chi?
Ci va come Pd. Anche se spero ci siano già le condizioni per promuovere un nuovo raggruppamento nel Parlamento europeo.
E la federazione tra Pd e Pse, alla quale sta lavorando la segreteria del Pd? Non sarebbe accettabile, lasciando al Pd un suo spazio di autonomia?
No, sarebbe una finta autonomia. Basta leggere gli atti e i documenti del Pse, dove viene continuamente riproposto l’orgoglio dell’appartenenza socialista.
Il gruppo del Pse sarebbe anche pronto a cambiare denominazione, a diventare il gruppo dei “socialisti e dei democratici”…
Non mi pare una grande novità. E il Pd sarebbe sempre un ospite in casa d’altri. Con un peso elettorale doppio rispetto ai vecchi Ds.
Insomma, Veltroni dovrebbe sconfessare tutta la tradizione politica alla quale appartiene…
Qui parliamo di orizzonti nuovi, non di difendere ex ds o ex Margherita. Di Obama e della crisi socialista ho già detto. Aggiungo un’altra considerazione: abbiamo visto che anche in Italia le elezioni si perdono o si vincono a seconda del pendolarismo degli elettori moderati. Il Pd è nato per attirare anche quei voti. E adesso vogliamo risospingerli a destra dando al Pd una connotazione europea di sinistra?
La sua proposta sarebbe uno smacco per Veltroni.
No. Veltroni è in grado di assumere un ruolo da protagonista anche in Europa. A Strasburgo la scelta del presidente dell’Europarlamento è affare tra Ppe e Pse. Un nome per uno, meglio se di basso profilo, e poi via alla staffetta: mezza legislatura per uno. Il Pd dovrebbe rompere questo schema compromissorio, proponendo a tutto lo schieramento democratico, socialista, liberaldemocratico, ambientalista, il nome di una grande personalità per la presidenza.
Ha qualche idea?
A titolo di esempio, il liberale belga Guy Verhofstadt, la socialista francese Sègoléne Royal, o l’ambientalista tedesco Joschka Fischer. Il Pd potrebbe avviare subito un giro europeo per lanciare l’iniziativa, che con il suo segno di novità e di rottura degli schemi accompagnerebbe nel modo migliore la costruzione del nuovo soggetto nel quale collocare gli europarlamentari del Pd.
E se invece Veltroni la ignora e tira dritto?
Un partito nuovo non si afferma per forza d’inerzia: prevarrebbe la difesa dello status quo. Né per decisioni prese giorno per giorno. I cicli politici ed economici sono accorciati, ma la profondità della crisi richiede ai leader decisioni impegnative. Più di quando io guidavo la Margherita, dove pure convivevano culture politiche molto diverse, da Antonio Maccanico a Rosy Bindi. Abbiamo deciso sempre insieme, fissando traguardi difficili. Fino al più ambizioso, la nascita del Pd.
Nostalgia della Margherita?
Quando abbiamo sciolto la Margherita, se c’era una cosa certa era che non la stavamo sciogliendo per ritrovarci nel Pse.

E Casini prepara la scalata ostile a un pezzo di Pd

Veltroni e Casini
Di Stefano Brusadelli

Altro che alleanza Veltroni-Casini. Il progetto che circola nel partito di Pier Ferdinando Casini è tutt’altro: staccare dal Pd tutta l’ala teodem e qualche esponente ex popolare, in vista delle elezioni europee della primavera 2009. Roberto Rao, deputato del neoscudocrociato vicinissimo a Casini, conferma a Panorama: “Non è impensabile che con qualche esponente dell’ex Margherita si possa arrivare a un percorso comune in vista delle europee, magari anche a candidature nel processo della costituente di centro”.

Il disegno, oltre che dai crescenti mal di pancia dell’ala moderata del Pd per le riaperture veltroniane a socialisti e rifondazionisti, sarebbe facilitato dalla tuttora insoluta questione della collocazione del partito a Strasburgo. Qualunque scelta che portasse il Pd dentro il gruppo Pse, o anche in posizione federata, provocherebbe l’immediata dissociazione dei rutelliani e di molti ex dc. Che a quel punto troverebbero più naturale rientrare, via Udc, nella originaria famiglia del Ppe. Un’alleanza a tutto campo tra Udc e Pd sarebbe in ogni caso impraticabile, anche perché la base e i gruppi dirigenti del partito casiniano restano in larga maggioranza orientati verso il centrodestra.
L’Udc è al governo in cinque regioni (Sicilia, Lombardia, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Molise) e sempre insieme con il Pdl. In Campania il gruppo demitiano (ormai prevalente nell’Udc regionale) è in rotta con il governatore del Pd, Antonio Bassolino. In Puglia c’è incompatibilità con il governatore Nichi Vendola, che difficilmente lascerà il campo. E la stessa situazione esiste in Sardegna verso Renato Soru.

Il Pd nelle correnti. Ed Enrico Letta lancia l’operazione Nord

Enrico Letta

di Stefano Brusadelli 

Come il prezzo del barile, anche il numero delle correnti del Pd sembra destinato a salire senza limiti. Venerdì 27 e sabato 28 giugno a Piacenza l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta (ex Margherita) terrà a battesimo la propria.
Si chiamerà 360, un riferimento al cerchio dell’orizzonte per esprimere il rifiuto di ogni settarismo, e sarà formalmente un’associazione, in ossequio alla virtuosa tendenza (vedi la dalemiana Italianieuropei) a dar veste culturale alle nuove componenti. Cofondatore è l’ex ds Umberto Ranieri, ex presidente della commissione Esteri della Camera, molto vicino a Giorgio Napolitano. Come anticipa Letta a Panorama: “Sarà la prima componente nella quale ex diessini ed ex della Margherita si troveranno mescolati”.
Le altre sette correnti appaiono infatti monocolori: dalla Quercia ne sono già scaturite quattro (Veltroni, D’Alema, Fassino, Turco) e dalla Margherita tre (Marini, Rutelli, Prodi). Rosy Bindi potrebbe presto battezzare la nona.
Il debutto dei lettiani avverrà con un convegno intitolato “Nord terra ostile”, dove con l’aiuto degli studiosi Aldo Bonomi, Beppe Berta, Marco Alfieri e Daniele Marini si discuteranno le ragioni del flop del Pd oltre il Po. Essendo Piacenza la città del ds Pierluigi Bersani, molto legato a Letta, non si esclude che si faccia vedere anche lui.

Addio Festa dell’Unità. Ora è “Democratica” e fa litigare i vertici del Pd

Preparativi per la Festa de L'UnitÃ

Cambiano i tempi e cambiano anche i nomi. Anche se a volte non lasciano affatto indifferenti. Come già si sussurava da diversi mesi, la vecchia e gloriosa “Festa dell’Unità” non ha trovato più posto nel loft del Pd. Va in soffitta, con buona pace dei suoi militanti. Da quest’anno, al suo posto, ci sarà la “Festa democratica”: “c’è un partito nuovo, che mescola varie culture, è giusto che la Festa nazionale tenga conto di un’identità e un’immagine nuova” fanno sapere gli organizzatori della storica kermesse.

Ma la discussione, in casa Pd, non è affatto pacifica. Anzi: rischia di rivangare vecchie scorie e antichi sensi di appartenenza, forse mai sopiti.
A muoversi in difesa della rassegna è stata nei giorni scorsi L’Unità (da poco acquisita dal governatore della Sardegna e fondatore di Tiscali, Renato Soru) con un battagliero editoriale del suo direttore, Antonio Padellaro : “Le feste dell’Unità sono le feste dell’Unità e non basterebbe una intera biblioteca per raccontare, spiegare, esprimere la quantità di sentimenti, di passioni, di valori che questo nome suscita”. Meglio quindi “evitare la cancellazione di qualcosa che resta comunque nel cuore di milioni di persone”.

Passa qualche giorno è a rispondere è un altro quotidiano di partito, sempre del Pd ma di area ex Margherita, Europa. Che pensa bene di pubblicare in prima pagina un articolo dal titolo inequivolcabile: “Feste dell’Unità, storia finita”. “Finalmente” si legge nell’articolo “una buona notizia: non ci sarà più la festa nazionale dell’Unità”. Via dunque a “tutte le liturgie delle precedenti forme organizzative”, via a birre e salsiciotti grigliati all’ascolto di musica e canti nostalgici.
Ma il giornale diretto da Stefano Menichini non si ferma qui. E rincara la dose, ricordando ai giornalisti della testata fondata da Antonio Gramsci che “l’Unità non è più il quotidiano di un partito ma è diventato il quotidiano di un imprenditore impegnato in politica nel Pd” e che quindi “non c’è alcun bisogno di mantenere vivo attraverso le feste dell’Unità quel legame simbolico che attribuisce alla testata un ruolo di organo ufficiale e che da anni non corrisponde alla realtà e di cui forse il Pd non ha più bisogno”.

Nel frattempo, Walter e il suo loft tengono duro. Già fissata la data (23 agosto - 3 settembre), già fissato il luogo dell’incontro principale (Firenze: Fortezza da Basso). Unica concessione, la possibilità di chiamare gli altri incontri che si svolgeranno nelle città d’Italia come meglio si crede (e non è un caso che a Bologna la kermesse continuerà a mantenere il vecchio stampo). Lì, come del resto in altre città, il vecchio nome, sopravviverà. Almeno per quest’anno.

Franceschini: Il Pd punta a superare i vecchi schemi. Come Forza Italia nel ‘94

Dario Franceschini, vicesegretario del Pd | Ansa
“Ormai non è scontato niente. Nemmeno che i futuri capigruppo del Partito democratico vengano uno dall’ex Quercia e l’altro dall’ex Margherita…”.
Lo afferma il numero due del Pd, Dario Franceschini, in un’intervista che apparirà sul numero di Panorama in edicola da venerdì 7 marzo. “Veronesi, Madia, Carofiglio, Boccuzzi, Calearo, Colaninno. E mi fermo, ma potrei andare avanti per un bel pezzo.Cosa sono questi: diessini o diellini? Nel futuro Parlamento la metà dei nostri eletti sarà come loro, senza una passata appartenenza politica. Che senso ha allora continuare a ragionare in termini di partiti di provenienza? E poi sulle presidenze saranno i gruppi a decidere, in autonomia. Potrebbero esserci sorprese”.
Nell’intervista a Panorama, Franceschini risponde anche alla critica di avere presentato liste di candidati troppo diversi tra loro. “Le liste sono così perché esattamente così le volevamo. Intendevamo creare una grande forza nazionale che portasse dentro di sé tutto il Paese, capace di parlare non solo al popolo di centrosinistra, ma a tutti gli italiani. Dopo la crisi della Dc e del Pci, l’Italia ha visto per 15 anni solo tentativi di costruire partiti personali oppure identitari. E qui ci metto anche il Ppi. Ne è uscito un Paese frammentato, fino all’esasperazione.
Ora, finalmente, abbiamo un grande partito che supera tutte le vecchie divisioni. Quello che vorrei spiegare bene è che mettere nella stessa lista imprenditori e sindacalisti, atei e cattolici, ricchi e poveri, significa lavorare perché cadano anche in Italia i muri tra industriali e operai, tra professionisti e impiegati, tra laici e cattolici, tra Nord e Sud”.

Partito (poco) democratico. Veltroni segretario assoluto fino al 2009

Walter Veltroni , sindaco di Roma e leader del Pd| Ansa
Nonostante i pasticci degli ultimi giorni (il decreto sicurezza ritirato, la bocciatura in Campidoglio del registro per le unioni civili), Walter Veltroni mette a segno un altro punto, nella disputa tutta interna alle varie correnti del Partito Democratico.
Il primo congresso del neonato partito dovrebbe svolgersi non prima del 2009. Almeno stando a quanto previsto dalla nuova bozza di Statuto del partito democratico scritta dal professor Salvatore Vassallo, presidente della commissione incaricata di redigere le regole interne al Pd. Il testo è stato inviato ai membri della commissione ed è già stata oggetto di riunioni informali e qualche mugugno. Lo statuto previsto da Vassallo prevede infatti l’elezione del segretario ogni due anni e mezzo con le primarie; i candidati verrebbero selezionati attraverso un congresso vero e proprio che proporrebbe ai cittadini le personalità che hanno superato una determinata soglia di consensi. Quindi, avendo fatto le primarie lo scorso 14 ottobre, il prossimo congresso si dovrebbe tenere nel 2009. In questo biennio, secondo la bozza Vassallo, avrebbe un ruolo anche il premier Romano Prodi: da presidente della Costituente, il Prof. avrà le stesse funzioni del presidente dell’Assemblea nazionale.
Niente da fare dunque per i Ds, i Popolari e gli uomini vicini a Enrico Letta che avevano chiesto di far concludere la fase transitoria entro il 2008, per avviare poi quella congressuale. Gli ex diellini, fedelissimi del presidente del Senato Franco Marini e gli ex diessini, legati al ministro degli Esteri Massimo D’Alema puntavano insomma al congresso del Pd nella primavera del 2008, al fine di riequilibrare lo strapotere del sindaco di Roma. Attualmente, infatti, gli unici organi riconosciuti ufficialmente sono l’assemblea eletta con le primarie, il segretario e il presidente del Partito Democratico. Insomma, ogni decisione viene assunta solamente da Veltroni.
L’irritazione tra le varie anime verrà sicuramente a galla sabato 22 dicembre, quando la commissione statuto del Pd tornerà a riunirsi, e non solo per scambiarsi gli auguri natalizi. Ma più probabilmente per andare alla conta: contro i veltroniani schierati sulla linea del partito leggero (o “liquido”, senza tessere e strutture) si faranno sentire dalemiani, fassiniani e popolari a difesa del partito solido (o “pesante”, dove gli iscritti possano valere). Tutti gli interessati, com’è ovvio, negheranno risolutamente che si tratti di questo, ma certo è che in quella riunione si conteranno i sostenitori e gli oppositori della linea veltroniana in merito a cosa dovrà essere e come dovrà funzionare il partito di cui il sindaco è segretario. Con pieni poteri.

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