Walter Veltroni? Impatanato. Rosy Bindi? Incavolata. Enrico Letta? Silenzioso. Mario Adinolfi? Irriverente. Piergiorgio Gawronski? Dipietrista. Un anno dopo le primarie democratiche, i cinque protagonisti che si contesero la leadership del nascituro Pd, vivono condizioni diverse e per alcuni addirittura opposte rispetto a quei giorni in cui tre milioni di persone andarono ai gazebo per incoronare l’allora sindaco di Roma. Che, per molti, è il più mal messo della compagnia.
Veltroni, infatti, è passato dai trionfi del 14 ottobre 2007 ai dubbi per la manifestazione del prossimo 25 ottobre, di cui ha dovuto cambiare piattaforma e linea di settimana in settimana. Rispetto all’anno scorso non c’è più neanche il loft, simbolo dell’ascesa veltroniana e della sua idea di partito “liquido e senza pareti”, sostituito dalla più ordinaria e tranquillizzante sede della ex Margherita in via sant’Andrea delle Fratte.
Un anno dopo le primarie, appare impatanato nelle sue contraddizioni, isolato nel partito e incalzato dall’eterna concorrenza (televisiva e non) di Massimo D’Alema, con sullo sfondo l’appuntamento delle elezioni Europee dove, tra otto mesi, tutti collocano la resa dei conti all’interno del Pd.
La doppia colossale sconfitta di aprile (elezioni politiche e Campidoglio) ha ristretto gli spazi di praticabilità politica all’ex primo cittadino della Capitale, lasciandolo solo con un manipolo di fedelissimi tra cui spiccano Giorgio Tonini e Stefano Ceccanti.
Persino il simbolo del veltronismo, l’eterea Marianna Madia, che fu piazzata capolista alla Camera a Roma, è andata di corsa ad iscriversi alla dalemiana Red, che in questo momento sembra puntare su un altro dei competitor del 14 ottobre. Ovvero Enrico Letta. Il nipote del braccio destro del Cavaliere, oggi ministro ombra del Welfare, parlando con Panorama.it rivendica “la positività di quell’esperienza di partecipazione”. E quanto all’oggi, aggiunge: “Il grande rischio è quello di deludere l’ansia di partecipazione che ci fu in quei milioni di cittadini che si recarono ai gazebo”. Per i boatos di palazzo è proprio il giovane Enrico il cavallo su cui punterebbe D’Alema per la sua vendetta contro Veltroni se le Europee andassero davvero male per il Pd.
Rosy Bindi, intanto, dalla posizione di vicepresidente della Camera, resta la più incavolata con il segretario, punta di diamante nel partito del risentimento prodian-parisiano. Come il Professore, la pasionaria bianca non accetta l’analisi veltroniana secondo cui la responsabilità di tutte le sconfitte di aprile risiede nella disastrosa esperienza del governo Prodi. La Bindi teorizza un recupero dei rapporti a sinistra e pensa all’Ulivo del 1996, simbolo di un’alleanza vincente che comprendeva Pd e Rifondazione, come approdo. L’ex ministro della Famiglia del governo Prodi dice la sua a Panorama.it: “Le primarie del 14 ottobre sono state una straordinaria prova di partecipazione e democrazia. Il Pd è nato all’insegna di una grande innovazione che va rilanciata e rafforzata”. Ma non per questo Rosy ‘la combattiva’ considera concluso il suo lavoro: “Siamo impegnati a costruire un partito davvero democratico e plurale. L’esperienza del 14 ottobre non va archiviata e il modo migliore per festeggiare l’anniversario è quello assumere l’impegno di fare primarie vere di coalizione, in vista delle prossime amministrative, nelle quale il Pd partecipa con più candidati”.
Intanto la linea veltroniana dell’autosufficienza del Pd è ormai finita in soffitta e il segretario è ogni costretto anche a subire l’offensiva dipietrista. E a proposito di Di Pietro, uno dei cinque candidati di un anno fa, Piergiorgio Gawronski, ultimo classificato per la verità con appena tremila voti, è stato visto sabato scorso sul palco di piazza Navona con il leader dell’Italia dei Valori, verso cui è pronto a migrare armi e bagagli.
E Mario Adinolfi? L’outsider della gara alla leadership di un anno fa è stato punito per la sua irriverenza verso il segretario, con Veltroni che l’ha lasciato primo dei non eletti optando per la circoscrizione dove il blogger sarebbe stato recuperato come deputato. Adesso attende un subentro possibile dopo le elezioni Europee: “L’esperienza di un anno fa è stata esaltante”, ricorda a Panorama.it: “Pur con gli infiniti limiti e contraddizioni, con gli errori che sono seguiti, con le sconfitte che abbiamo subito, con gli arroccamenti che vediamo ancora oggi, il 14 ottobre è una giornata che ha scritto la storia di questo Paese e di cui dobbiamo andare orgogliosi. Non dimentichiamolo. Per uscire dalla crisi, il Pd ha però bisogno di rifondare la sua classe dirigente, serve un radicale change over: i professionisti della politica che non hanno mai fatto altro nella vita, ora devono farsi da parte. Mi battevo un anno fa per questo, continuo a battermi”. Adinolfi dice che è questo il suo modo di “amare il Pd: di lavorare per trasformarlo in un’esperienza politica vincente”. E proprio queste sue scelte ‘irriverenti’ sarebbero la causa di una sua ‘marginalizzazione’ all’’interno del partito. “Ma senza lagne” aggiunge il blogger. “Continuo a rompere le scatole in direzione nazionale e in tutti gli spazi che, per via dei diritti acquisiti alle primarie, mi sono conquistato. Prima o poi, però, la spunterò io: e già oggi, se potessero rivotare, i tre milioni delle primarie del 14 ottobre voterebbero molto diversamente. E, probabilmente, questo Veltroni lo sa. Le cose cambiano” conclude Adinolfi “anche solo in un anno”.
- Martedì 14 Ottobre 2008

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