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Mario-Draghi

C’era una volta quella lettera della Bce

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, con il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet (ANSA/CLAUDIO ONORATI)

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, con il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet (ANSA/CLAUDIO ONORATI)

Il governatore di Bankitalia Mario Draghi, che a novembre lascerà Palazzo Koch per andare a sostituire Trichet alla guida della Bce, ha detto che “l’Italia deve salvarsi da sola” senza aiuti esterni: “Una nostra tentazione atavica, ricordata da Alessandro Manzoni, è di attendere che un esercito d’ Oltralpe risolva i nostri problemi” Continua

Come al solito, ci salverà la patrimoniale?

Un sito web che ha iniziato il conto alla rovescia in vista di un default italiano previsto l'11 novembre 2011

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L’Italia e la Grecia sono in una situazione molto fragile. Una frase che sarebbe scappata alla cancelliera Angela Merkel nei giorni scorsi, come riporta l’agenzia Reuters, in un incontro a porte chiuse con i parlamentari del suo partito, la Cdu, e che da molti è stata interpretata così: l’Italia è come la Grecia. Continua

La lettera di Trichet: un giallo all’italiana

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, con il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet (ANSA/CLAUDIO ONORATI)

Il governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, con il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet (ANSA/CLAUDIO ONORATI)

Che c’è scritto nella lettera inviata la scorsa settimana al governo e firmata dal presidente della Bce Jean - Claude Trichet e dal suo successore Mario Draghi? Continua

La crisi economica è finita? Sì, no, forse. Il dibattito tra banchieri ed economisti

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“La crisi sta finendo, un anno se ne va”. Non fosse un tema serio e serioso si potrebbe dirla così, l’attuale congiuntura economica, parafrasando i Righeira, icone pop dell’Italia anni ‘80.
Il problema è che sulla crisi - se sia passata o no; se sia alle spalle o ci si debba aspettare un colpo di coda - le opinioni di esperti, economisti e politici si sprecano. E cozzano, le une contro le altre. E basta dare uno sguardo alla stampa (cartacea e digitale) di questi ultimi 10 giorni, per rendersene conto.

Ad Axel Weber, presidente della Bundesbank e consigliere della Bce, che sostiene in un’intervista a Sueddeutsche Zeitung, come - alla luce dei dati sul Pil tedesco in ripresa - sia troppo presto per dire che la crisi è finita (”Voglio mettere in guardia dalle affermazioni secondo le quali la crisi è finita. Sono affermazioni ora premature” ha detto Weber), fanno da contraltare proprio le ottimistiche previsioni dell’ultimo bollettino della solitamente abbottonatissima Banca centrale europea, che parla di “punto di svolta della recessione”, di una contrazione dell’economia che sta “chiaramente diminuendo”, lasciando intravvedere “tassi di crescita trimestrali di segno positivo” già a partire dal prossimo anno.

È il linguaggio della speranza ritrovata. Lo stesso usato una decina di giorni fa da Barack Obama quando parlava di “inizio della fine” della crisi e poi ripreso dal riconfermato numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke: “Dopo la pesante contrazione degli ultimi anni, l’attività economica sembra migliorare, sia negli Stati Uniti sia all’estero; e le prospettive di un ritorno alla crescita nel breve termine sono buone”. Parole che hanno impresso una robusta spinta ai mercati finanziari, in particolare a Wall Street, che ha toccato i record del 2009. Anche se il recupero non sarà rapido, spiegava Bernanke davanti al “gotha” dei banchieri centrali, economisti e uomini di mercato riuniti nel simposio organizzato dalla Fed di Kansas City, e coordinato dal governatore di Bankitalia Mario Draghi. Anzi, nella fase iniziale sarà “relativamente lento, con un tasso di disoccupazione che calerà solo gradualmente rispetto ai livelli attuali”.

Già Mario Draghi, governatore di Bakitalia. Lui al Meeting di Rimini mercoledì 26 ha sfoggiato il suo ottimismo sulla ripresa che verrà (già nel 2010); mentre Nouriel Roubini - l’economista che, per primo e “in solitaria” aveva previsto la crisi economica globale - invece teme la cosiddetta “W”, ovvero un nuovo avvitamento dell’economia, malgrado i timidi segnali positivi all’orizzonte. Per l’economista dell’Università di New York, come riportato da un articolo del Financila Times, il mondo è spaccato in due: in Australia, Francia, Germania, Giappone, Cina, Brasile, India e in altri paesi asiatici e dell’America latina, “la ripresa è già iniziata”. In altri, quali Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna e Italia e nei paesi emergenti dell’Europa è di là da venire. Per Roubini si prospetta un periodo di crescita globale “anemica”, il rimbalzo del Pil in alcuni paesi è in gran parte legato “alla ricostituzione delle scorte” che erano scese a livelli minimi a causa della caduta della produzione industriale. Ma è difficile immaginare una ripresa duratura in presenza “del calo dell’occupazione, una cattiva notizia per la domanda”.
Oggi le previsioni di questo studioso sono naturalmente analizzate al microscopio, ed è per questo che il suo ultimo intervento non è passato inosservato: “Una volta superato l’effetto benefico innescato dai piani di rilamcio”, sostiene Roubini, “i governi non avranno altra scelta che indebolire la ripresa, tagliando le spese, oppure lasciando crescere il debito pubblico”. Roubini prevede inoltre una fiammata del prezzo del petrolio che taglierà le gambe ad ogni attività e quindi “la caduta”, dice, “sarà inevitabile”.

Anche per il governatore Draghi, c’è ancora qualche rischio da superare. Ma la crisi economica e finanziaria che ha colpito l’economia mondiale negli scorsi due anni “sta gradualmente rientrando, ma sulla tenuta dei segnali congiunturali pesano tuttavia ancora forti incertezze”. Secondo il numero uno di via Nazionale quindi “i rischi di implosione del sistema finanziario mondiale sono scongiurati e la sensazione prevalente a livello internazionale è che il peggio sia passato”. Per Draghi “Secondo stime largamente condivise, nella media del 2009 la caduta del pil rispetto all’anno precedente, risulterà in Italia intorno al 5%. Nel prossimo anno, il graduale recupero della domanda mondiale potrebbe consentire all’economia italiana di tornare a crescere sia pure di poco” analizza Draghi nel suo intervento al convegno “Una strada per l’Italia” organizzato al meeting di Comunione e Liberazione. Draghi ha poi osservato come “a frenare la recessione in Italia hanno contribuito, oltre che l’intonazione fortemente espansiva della politica monetaria e le altre misure apportate dalla Bce, gli interventi del governo in favore delle imprese e dei lavoratori. Sono state sbloccate e meglio allocate risorse per circa 25 miliardi nel 2009-2011“.

Lavoratori occupati che invece, per Pier Carlo Padoan, economista e vicesegretario generale dell’Ocse di Parigi, intervistato da L’Unità, continueranno a diminuire di numero. L’ultimo rapporto Ocse sul nostro Paese risale a un paio di mesi fa: molte le ombre, ma anche qualche luce. Per esempio la possibilità di uscire dal tunnel grazie a un sistema bancario più al riparo degli altri dal grande tsunami dei subprime. Eppure “Siamo preoccupati per l’Italia, come per tutti i Paesi dell’area Ocse, del fatto che gli effetti negativi della crisi sulla disoccupazione si debbano ancora manifestare in pieno“, dice Padoan, perché “L’esperienza storica dimostra che, quando ci sono delle recessioni, anche se il reddito riprende a crescere, la disoccupazione continua ad aumentare. È un dato costante. Per questo ci aspettiamo un aumento della disoccupazione l’anno prossimo”.

Appunto, l’anno prossimo. È la data a cui si aggrappa Jean-Paul Fitoussi, il più noto economista di Francia, presidente dell’Osservatorio francese delle Congiunture economiche. Al Messaggero dice di sperare nel 2010, ma non per annunciare la ripresa, bensì per poter approcciare una prima analisi su “questa crisi, che è la peggiore che abbiamo mai conosciuto. Non mi vergogno ad affermare che probabilmente ci capiremo davvero qualcosa tra una decina d’anni. Attenzione dunque a non abbassare la guardia troppo presto”.

Game over del centrosinistra. E ora si giochi la partita per l’Italia


Game over. Il tentativo di Franco Marini si infrange sui numeri (quelli del Parlamento, non quelli dati purtroppo durante le consultazioni allargate) e il gioco dell’oca messo in piedi a Palazzo Giustiniani finisce come previsto nel nulla.

Il presidente della Repubblica probabilmente scioglierà le Camere mercoledì, la data più gettonata per le elezioni è quella del 13 aprile. Giorgio Napolitano spiegherà al Paese come si è arrivati a quello che lui ha sempre definito “un atto grave” e quali sono le emergenze che dovranno affrontare le forze politiche nella prossima legislatura: le riforme e la difficile situazione economica.

Un quadro politico troppo deteriorato non ha consentito al presidente del Senato di centrare un obiettivo che fin dal principio sembrava da “mandato impossibile”. Marini avrebbe potuto mettere insieme un governo dalla vita incerta, la spia di questa opzione è nella sua frase “non ho riscontrato l’esistenza di una significativa maggioranza”. In questo caso, la parola “significativa” va letta come “maggioranza politica” che, evidentemente, in questo valzer di colloqui non ha mai fatto capolino e ha consigliato a Marini di rimettere l’incarico nelle mani di un Napolitano più che mai preoccupato.

Non a caso sul Colle è salito il governatore di Bankitalia. Mario Draghi ha illustrato al Quirinale lo scenario economico. È quello dipinto recentemente durante il Forex: “Gli indicatori congiunturali segnalano oggi un rallentamento per l’economia italiana: la dinamica del prodotto si attenua considerevolmente; per quest’anno e per il successivo, tornerebbe al di sotto della crescita potenziale, a sua volta bassa nel confronto internazionale. I forti rincari del petrolio e di alcuni beni alimentari pesano sul reddito disponibile delle famiglie e deprimono i loro consumi. L’apprezzamento dell’euro peggiora, in presenza di un basso tasso di crescita della produttività, la competitività di prezzo delle nostre merci; frena le esportazioni; incoraggia l’acquisto di prodotti importati. Il divario di crescita nei confronti degli altri paesi dell’area dell’euro torna ad aumentare. Al di là delle fluttuazioni cicliche, continua a mancare lo scatto strutturale della produttività. Ne soffre non solo il confronto competitivo, ma anche il potere d’acquisto dei lavoratori e delle famiglie; quindi, i consumi”.

È questa l’eredità del governo Prodi. Certamente influenzata dalla congiuntura economica globale, ma anche e soprattutto da scelte di politica fiscale e di sviluppo che si sono rivelate eccessive per il contribuente e recessive per il sistema.

La quindicesima legislatura, cominciata il 28 aprile del 2006 si chiude nel peggiore dei modi per il centrosinistra: diviso al suo interno, con una formazione politica – il Partito Democratico – ancora allo stato nascente, un programma da reinventare e un leader – Walter Veltroni – la cui tenuta sul piano nazionale è tutta da provare.

Il centrodestra ha davanti a sé la possibilità di provarci ancora. Tornare a Palazzo Chigi è una sfida, soprattutto per Silvio Berlusconi che per la quinta volta consecutiva sarà candidato premier. È un’occasione per fare tesoro degli errori commessi nella scorsa legislatura, mettere alla prova la bontà delle proprie ricette per far ripartire il Paese, trovare soluzioni efficaci e innovative per i problemi aperti dalla contemporaneità, problemi connessi e in real time che esigono rapidità, coraggio e fantasia.
Berlusconi e con lui i leader della Casa delle Libertà dovranno spiegare agli elettori che non si corre per vincere le elezioni ma per vincere la sfida del governo.

LEGGI ANCHE: Il dossier sulla crisi di Governo

La crisi si tinge di giallo: perché Napolitano ha ricevuto Amato e Draghi?

Il governatore di Bankitalia, Mario Draghi | Ansa
Caduto il tentativo di Marini, resta in piedi un giallo. E riguarda la visita fatta oggi dal Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e dal ministro dell’Interno uscente, Giuliano Amato, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. A darne notizia solo due scarni comunicati del Quirinale, diramati proprio mentre Marini incontrava le delegazioni di An, Forza Italia e Partito Democratico. Sul perché della visita e sul contenuto degli incontri, mistero.
Un mistero che, data la delicatezza del momento, ha alimentato, ora dopo ora, una ridda di interpretazioni nei Palazzi della politica. Mentre tutti sembrano infatti rassegnati o entusiasti (a seconda dei punti di vista) dell’ormai improcrastinabile scioglimento delle Camere e dell’imminente ritorno alle urne, non sono pochi quelli che si stanno chiedendo cosa sia successo al colle più alto di Roma.
Manovre del Pd per evitare di andare al voto con Prodi ancora a Palazzo Chigi? Si chiede la Cdl. Se sì, come? L’obiettivo sarebbe quello di un esecutivo del Presidente, che possa ritentare l’obiettivo non colto da Franco Marini e che, anche se fosse bocciato dalle Camere, porti il Paese al voto. Togliendo così l’imbarazzo a Prodi, e al centrosinistra, di fare campagna elettorale nelle vesti di leader di una coalizione sconfitta.
Tutto vero? O fantapolitica? Peones e leader si interrogano. Anche se dal Pd smentiscono categoricamente questa ricostruzione. Almeno per il leader del Pd è chiaro che a questo punto sarà il Professore a portare l’Italia al voto. E la visita di Draghi e Amato al Colle viene spiegata come una normale consultazione pre-elettorale.
Al numero uno di Palazzo Koch Napolitano avrebbe chiesto quale sarebbe l’impatto delle elezioni sull’economia nazionale. Con il responsabile del Viminale, invece, il Capo dello Stato avrebbe parlato dell’organizzazione della macchina elettorale (compresa la data del voto: tra il 30-31 marzo, il 6-7 aprile e il 13-14 aprile), da mettere in moto per scrievre la parola fine alla seconda legislatura più breve della storia della Repubblica (648 giorni, contro 633 della XI, spazzata via dalla bufera di Tangentopoli nell’inverno del 1993).
Stando alle dichiarazioni ufficiali - spiegano alcune fonti dal loft del Pd - lo stesso segretario Veltroni non intende avallare e neanche sponsorizzare soluzioni “pasticciate”, che, tra l’altro, non verrebbero capite dall’opinione pubblica. Ma il giallo continua.
E chissà se basta a la dichiarazione, rilasciata dalla capogruppo del Pd al Senato Anna Finocchiaro, a mettere la parola fine alle voci impazzite: “È chiaro che sarà Romano Prodi a portare il Paese alle elezioni”.

Detti e contraddetti: Veltroni, un uomo per sei stagioni

Walter Veltroni, sindaco di Roma, e neo segretario del Pd. I consensi alle primarie del 14 ottobre, attraverso le tre liste, sono stati 2.666.750 (75,81%).
“La critica che gli viene mossa più comunemente è un’apparente mancanza di sincerità”. Così, venerdì 12 ottobre, parla di Walter Veltroni il Financial Times, quotidiano britannico che non si può considerare uno strumento di propaganda di Silvio Berlusconi. Il giornale della City è moderatamente ben disposto verso il leader del Partito democratico, ma spicca quell’inciso. Veltroni bugiardo? Magari portato a promettere tutto e il suo contrario. Per dirla con una penna acuminata della sinistra, Barbara Spinelli: “Le più svariate identità sono a disposizione, come in un menù. Scegli questa o quella, secondo la platea, le convenienze ma anche i sognanti stati d’animo”. Veltroni reagisce alla sua maniera, da buonista ma legandosela al dito: “Accetto i giudizi, non i pregiudizi”. Non resta che esaminare nel merito il manifesto esposto al Lingotto il 27 giugno, e le successive e precedenti esternazioni.

Tasse. Veltroni sa che sono il punto debole della sinistra (”per troppi anni si è accomodata nella logica del tassa e spendi”) e stila tanto di decalogo con “preciso impegno a ridurre le tasse di almeno due punti di Pil rispetto al 2006″.
Chiama a conforto il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e il presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo. Però parte con una non piccola bugia: “Chi ha governato per cinque anni ha lasciato la pressione fiscale di quasi un punto più alta rispetto al 2001″. Se il leader del Pd leggesse l’ultima relazione della Banca d’Italia, alle pagine 131 e 132, vedrebbe che nel 2001 la pressione era al 41,2 per cento, e a fine 2005 al 40,5. Nel 2006 è schizzata al 42,3, ma a opera di chi? Per lo 0,3 per cento del decreto estivo Bersani-Visco; per un altro 0,5 di un aggiustamento a settembre e per un ulteriore 0,7 per la correzione a dicembre. Totale, più 1,5 a opera del governo Prodi. Questo afferma Draghi.
Ma prendiamo per buone le intenzioni di Veltroni: come ridurrebbe le tasse? “Serve una terapia choc per abbattere il debito pubblico, risparmiando sugli interessi”. Idea ispirata da Francesco Giavazzi e Tito Boeri, economisti di riferimento. In concreto? “Ricorrendo per il patrimonio pubblico a finanziamenti attrattivi per capitali privati: o lo si gestisce meglio ricavandone risorse per pagare quote di interessi, o lo si aliena parzialmente”.
Nessuno scandalo: ma che risultati ha prodotto questa cura a Roma, dove pure il sindaco ha dato smalto alla capitale e fatto crescere l’economia? In cinque anni il debito del Campidoglio è passato da 6 a 6,5 miliardi di euro, costringendo la giunta ad aumentare dello 0,3 per cento l’addizionale Irpef, mentre quella regionale cresceva dello 0,5. Un salasso non certo compensato dalla riduzione dello 0,2 dell’ici.

Veltronomics. Il neoleader ha una ricetta per il lavoro. Ma anche qui cade in qualche confusione. Veltroni al Lingotto: “È la lotta alla precarietà la grande frontiera. La vita non può essere saltuaria. La vita non può essere part-time. Un imprenditore può assumere così all’inizio, ma poi spetta alla comunità rendere certo l’incerto”. A Milano il 18 settembre: “L’idea di contratto unico a tutele decrescenti, anche superando lo statuto dei lavoratori, è suggestiva”. Di che si tratta? Della proposta, lanciata da Tiziano Treu e Boeri, di licenziare senza giusta causa nei primi tre anni. “Parliamone” dice tranquillo Walter.

Sicurezza: sì, no, forse. Quando ad agosto il sindaco ds di Firenze Leonardo Domenici approva l’ordinanza antilavavetri, Veltroni si dissocia: “A Roma siamo per l’accoglienza”. Prende le distanze anche da Sergio Cofferati: il sindaco di Bologna chiede poteri di polizia contro la microcriminalità, rompendo con Rifondazione che è in giunta pure in Campidoglio. “Non servono sindaci sceriffi” predica Veltroni. Poi però l’argomento sicurezza scala i sondaggi d’opinione. E dunque l’11 ottobre, in visita a Bologna, Veltroni sterza: “Sergio ha posto la questione con forza. Le cose gli daranno ragione”.

“Non mi occupo di Rai”. Il 9 settembre il governo nomina nel consiglio d’amministrazione Rai Fabiano Fabiani, manager pubblico di lunghissimo corso, uomo di fiducia di Veltroni. Ad agosto Walter giurava: “Il Paese vuole aria fresca, dalle asl alla Rai staremo lontani dalle poltrone”. Ora, di fronte al culmine dell’antipolitica, e forse con un po’ di coda di paglia, il 16 settembre s’ingegna: “Alla Rai azzeriamo il cda, chiedo un manager amministratore unico”.
Sembra di tornare al 1996. Nel novembre, da vicepremier di Prodi, dopo 131 nomine uliviste a viale Mazzini, aveva garantito alla Stampa: “La Rai? Non me ne occupo da anni”. Quattro mesi prima lo scomparso Enzo Siciliano, un sodalizio lungo una vita, era stato nominato presidente dell’azienda.

Tra Francia e Spagna. La riforma elettorale scalda i politici tanto quanto non interessa alla gente. Sarà anche per questo che Veltroni ne parla in modo ondivago. È sponsor del referendum, inviso ai piccoli partiti: ma non firma: “Non posso, creerei difficoltà al governo”. Un paradosso: ministri vicini a Prodi come Arturo Parisi e Giulio Santagata hanno firmato. Veltroni si spende per il sistema elettorale francese, poi per quello spagnolo, poi nuovamente si infatua per la Francia: “Visto Sarkozy? Tre giorni per fare il governo, pochi ministri…”. Lancia la sua riforma costituzionale: “Perché abbiamo 1.000 parlamentari? Perché una legge deve passare dalla Camera e poi dal Senato? Perché il capo del governo non ha potere di nomina e revoca dei ministri?”. Di senatori “ne basterebbero 100, quanti negli Usa”. Sono le stesse cose previste dalla riforma del centrodestra bocciata da un referendum nel giugno 2006.
E chi era tra i promotori del referendum? Veltroni. Presidente del comitato? Oscar Luigi Scalfaro: un anno dopo capo del comitato elettorale di Veltroni. Il quale spiega: “Alcune cose del centrodestra erano giuste. Per esempio, la riforma costituzionale bocciata dal referendum”.

Io e Silvio. “Chiunque sia l’avversario non lo considererò un nemico” dice. “Non si formino più schieramenti contro qualcuno, ma per qualcosa. La sinistra non può continuare a identificarsi nell’antiberlusconismo. Mi è stato dato atto di non aver mai partecipato a questa degenerazione”. Ma è lo stesso Veltroni che nel 1989, al teatro Eliseo di Roma, lancia contro gli spot delle tv Fininvest lo slogan “Non si interrompe un’emozione”? Quello che nel 1998, con la commissione Bicamerale a un passo dal successo, chiede di stralciare la questione giustizia, all’insaputa di Massimo D’Alema che la presiede, “per non fare un regalo a Berlusconi”? Ancora il Veltroni che nel 2002 benedice i girotondi di Nanni Moretti, Pancho Pardi, Paolo Flores d’Arcais, Furio Colombo? “Vediamo accendersi nuove speranze e nuove possibilità per un Ulivo che può avere confini più larghi” diceva allora.

Alla sesta reincarnazione (dopo dirigente del Pci, direttore dell’Unità, vicepremier, segretario ds, sindaco di Roma), Walter scopre, appunto, una nuova stagione. Il massimo dell’incoerenza? O del realismo?

Prodi, una settimana di passione mentre la maggioranza dà i numeri

Il premier Romano Prodi
“Ci vuole un fisico bestiale” per riuscire a sopportare una settimana di passione come quella che sta vivendo il presidente del Consiglio Romano Prodi. E non solo per questioni giudiziarie. Ma soprattutto per le (solite) fibrillazioni interne a governo e maggioranza.
Già, perché sul fronte pensioni rimane il rischio, per il Professore, di giocarsi la poltrona. A tirare il premier per la giacca ci si sono messi in tanti, in questi giorni: la Ue con i suoi richiami, Bankitalia con il governatore Mario Draghi, i sindacati, i senatori contrari alla condotta del Governo (vedi Lamberto Dini) il vicepremier Rutelli che ha preso le distanze dai rissosi alleati di Prc. Prodi deve fare i conti soprattutto con questi ultimi e con la loro volontà di non perdere la partita con l’ala moderata della compagine di Governo.

Moderati che da parte loro hanno alzato il tiro: martedì 17 Emma Bonino ha “sventolato” le sue dimissioni. Per ricucire lo strappo del suo ministro, Prodi le ha ribadito la fiducia e ha buttato giù l’ormai famosa ipotesi a “quota 96″. Cioè quella che dovrebbe permettere, a partire dal 1 gennaio del 2008, di andare in pensione a 58 anni invece che a 60 come previsto dalla legge Maroni. Dal 2010 invece potranno andare in pensione quelle persone che raggiungeranno “quota 96″ con la somma dell’età anagrafica e degli anni di contributi pagati (ad esempio: 58 anni di età e 38 anni di contributi o 59 anni di età e 37 anni di contributi).
Ipotesi percorribile? Sembrava. Invece, mercoledì 18 (il giorno nero del fallimento della gara del Tesoro per Alitalia) è arrivato l’affondo di Rifondazione, a cui la quota 96 proprio non va giù (in realtà anche i sindacati spingono per una soluzione più soft: quota 95 nel 2010 da far crescere a 96 nel 2011 o 2012). E pensare che il meccanismo delle quote è invece giudicato dal ministro Padoa-Schioppa ancora poco. Per il titolare di via XX settembre, dopo Alitalia, perdere terreno anche sul fronte della previdenza sarebbe davvero un brutto colpo. A regime, cioè nel 2016, la nuova riforma dovrà garantire all’Inps gli stessi risultati finanziari che garantirebbe la Maroni qualora rimanesse in vigore (circa 9,8 miliardi di euro all’anno), tuona da tempo Tps. Che vorrebbe inoltre accorciare la lista dei cosiddetti “lavori usuranti” esonerati dall’aumento dell’età pensionabile (ad oggi interesserebbe circa un milione e mezzo di persone) lanciata martedì 17 dal leader della Uil Luigi Angeletti.
In tutto questo caos, l’unica certezza è che giovedì 19, a poche ore dalla presentazione del piano (e mentre il governo è alle prese col voto di fiducia sulla destinazione del tesoretto proveniente dall’extragettito) le cose sono ancora in alto mare. E non è ancora finita.

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