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Massimo-Calearo

Vade retro, partito liquido. E viva il partito del radicamento. Che, fino a prova contraria, è il frutto di un lavoro paziente e tenace compiuto dalle nomenklature locali. Così ha detto Walter Veltroni giovedì pomeriggio (alla vigilia del tanto “chiacchierato” primo vertice con il premier Silvio Belrusconi), aprendo la seduta della Direzione del Pd dedicata all’analisi della sconfitta elettorale.
Ottimo proponimento, soprattutto alla luce del grande successo leghista, ottenuto anche grazie alle candidature in massa di giovani e capaci amministratori locali. Peccato però che a pronunciare queste parole sia stato lo stesso segretario che ha preparato le liste elettorali del partito per il voto di aprile. Dove tutto si poteva trovare, tranne il radicamento. Carta (elettorale) canta.
Sulle 27 circoscrizioni nelle quali è divisa l’Italia per l’elezione della Camera, in 14 (quindi in più della metà), in cima alla lista del Pd è stato installato un personaggio che o proveniva da tutt’altra realtà, oppure che nulla aveva avuto a che fare, fino alla graziosa offerta veltroniana, con i faticosi travagli della politica. In Piemonte 2 è stato paracadutato il veneto Luigi Bobba, in Lombardia 3 il sardo Antonello Soro, in Veneto 1 la toscana Rosi Bindi, in Friuli-Venezia Giulia il piemontese Cesare Damiano, il Liguria la romana Giovanna Melandri, in Toscana l’emiliano Dario Franceschini, in Abruzzo la piemontese Livia Turco, in Campania 1 il romano-pugliese Massimo D’Alema, in Sicilia 1 il laziale Giuseppe Fioroni. In altre tre circoscrizioni il capolista è stato pescato tra illustri sconosciuti della politica.
È il caso della prima e seconda circoscrizione del Lazio, regalate rispettivamente alla ricercatrice Marianna Madia e all’ex segretario generale del Csm Donatella Ferrante, e alla Sicilia 2, dove il numero uno è stato il ricercatore di diritto del lavoro Giuseppe Beretta.
In altre due circoscrizioni, Veltroni ha addirittura consegnato la testa di lista a esponenti dell’imprenditoria, che semmai fino a quel momento erano stati controparti sociali rispetto alla base del Pd: a Massimo Calearo in Veneto 1 e a Matteo Colaninno in Lombardia 1.
Adesso, dopo avere umiliato i “radicatori” con liste di questo tipo, dal segretario arriva disinvoltamente il contrordine. Basterà?
(S.B.)

Radicarsi al Nord, ma anche guardare al centro.
Questa la ricetta veltroniana per il futuro del Pd. Rimandato l’incontro con l’Idv di Antonio Di Pietro, scartata l’esortazione di Repubblica (intitolata “Il Nord e il Pd”), a creare un Pd nordico “federato al partito nazionale, con il sindaco di una grande città come segretario”, Walter Veltroni (da Milano) ha annunciato il cambio di rotta: “Se il Pd farà una opposizione in modo intelligente, se costruirà un rapporto con le altre forze politiche, penso all’Udc, sulla base di una forza politica del 33%, c’è la possibilità di far partire una sfida riformista che il Paese non ha mai riconosciuto”, ha detto il segretario, durante la conferenza stampa al termine dell’assemblea dei segretari regionali del partito.
E alla fine della riunione, ha anche annunciato che il Pd ha deciso di organizzare un coordinamento del Nord ed uno del Sud tra i segretari regionali, i sindaci delle città principali e i presidenti delle Regioni e delle Province: “Ci sarà un coordinamento” ha spiegato Veltroni “che promuova le iniziative politiche al nord su temi programmatici”. Proprio al nord, soprattutto nelle metropoli, Veltroni ha parlato di un risultato elettorale positivo da cui partire. “C’è bisogno di strutturarsi meglio, ma non è una questione organizzativa” ha spiegato “non spezzetteremo il partito”.
Insomma, nessun “Pd in salsa leghista”, anche se gli amministratori del Nord continuano a chiedere maggiore attenzione e più autonomia nei loro territori. Da Milano, la “capitale” settentrionale, (scelta “simbolica”, secondo Ermete Realacci) la “questione” è stata uno dei temi caldi sia per l’analisi dei risultati elettorali, sia per le prospettive future del partito. Ma la proposta del sindaco di Bologna, Sergio Cofferati, di un partito federale, basato sulle macroregioni, bocciata dallo stato maggiore del Pd, non ha sfondato. Anche perché nessuno (Cofferati incluso) sarebbe stato disposto ad autocandidarsi alla guida di un’eventuale struttura del partito per il Settentrione. Una formula osteggiata anche da Pierluigi Bersani, che era stato indicato come il suo leader naturale: “Quando un partito è del territorio, è del Nord al Nord, del Centro al Centro e del Sud al Sud” spiega il ministro uscente dello Sviluppo Economico “non c’é bisogno di inventarsi tante altre cose”. E poi, avvertiva Marco Follini, a parlare di Pd del Nord si rischia la “sudditanza culturale verso il leghismo imperante”.
Decentrare può essere utile, ma a patto che non si cada nella “lottizzazione geografica del partito”. Meglio cioè, come suggerisce Massimo Calearo, eletto nel Pd proprio come rappresentante di quella parte del Paese, “ascoltare di più i problemi della gente”, perché, spiega, “dove lo abbiamo fatto il Pd è cresciuto”. Del resto, anche il giovane coordinatore lombardo Maurizio Martina l’ha detto chiaro: “Dobbiamo smetterla di viaggiare una spanna sopra la testa dei cittadini. Non abbiamo bisogno di due partiti ma di un modello federale autentico. Soprattutto, quella del partito del Nord mi pare una lettura superata”.
Quindi? Questione per ora rimandata quella del Nord, per il Pd? Pare di sì, almeno in attesa dell’esito del ballottaggio per il Campidoglio. L’ex sindaco capitolino ha preferito allargarsi al centro e invitare Casini a unire le forze per fare opposizione al Cavaliere, perché se Rutelli dovesse perdere contro Alemanno la posizione del segretario sarebbe estremamente indebolita e questo avrebbe riflessi anche sotto la Madonnina.
Per poter allora vedere un Veltroni formato Bossi per ora bisogna “accontentarsi” della mirabile imitazione che ne ha fatto Crozza su La 7.
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È lo sport preferito dai giornalisti, ma anche dai politici. Che in fondo lo subiscono con un certo sadomasochismo: parliamo del totoministri. Una di quelle discipline semiolimpiche che si svolgono a cavallo tra le elezioni e la formazione del nuovo governo. Una ridda di voci, spesso alimentata dagli stessi che si propongono o che vogliono fare fuori un collega. Facili e immaginifici quelli di chi non vincerà, come Daniela Santanchè che promette una squadra di sole ministre donne e Letizia Moratti come vicepremier. E chissà di questo passo magari anche Marco Ferrando del Pcl potrebbe promettere Antonio Gramsci al ministero della Cultura, a sostituire Francesco Rutelli.
Più realistiche, o quantomeno possibili, le squadre di Berlusconi e Veltroni. Quest’ultimo vorrebbe ardentemente dare la Farnesina al fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. Idea che però non si concilia con la paventata permanenza di Massimo D’Alema. In caso di vittoria verrebbero riconfermati anche Pier Luigi Bersani , Antonio Di Pietro ed Emma Bonino, che però potrebbe essere spostata alle Comunicazioni. Derby tra un capo del sindacato e un ex sindacalista per il dicastero del Lavoro: Guglielmo Epifani e Pietro Ichino. Mentre in pole position per un posto al ministero dell’Ambiente c’è Ermete Realacci. A palazzo Chigi, a fianco a sé come sottosegretari alla Presidenza, Veltroni chiamerebbe il dominus delle strategie elettorali, Goffredo Bettini, e il suo uomo ombra da tanti anni, Walter Verini. A rappresentare il Nord Est, Veltroni vorrebbe Massimo Calearo, che però incontrerà parecchie difficoltà per la sua nomea di falco confindustriale. I più smaliziati nel campo politico poi giurano che in caso di vittoria del Pd i fuochi d’artificio di Veltroni sarebbero luminosissimi: come dare il ministero dello Sport a Luca Pancalli. Scelta che certamente farebbe rimanere male Giovanna Melandri. Ma nel campo femminile una poltrona sicura sarebbe per Anna Finocchiaro, che tutti danno per scontato perderà la corsa siciliana.
Se vincerà il Pdl accanto a Silvio Berlusconi a palazzo Chigi potrebbe esserci Gianni Letta, non come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma stavolta in qualità di vicepremier. Lo scenario prevederebbe Gianfranco Fini sullo scranno più alto di Montecitorio e quindi non ci sarebbe bisogno di dare la poltrona politica di vicepremier ad altri della coalizione. Scontato che all’Economia andrà Giulio Tremonti, agli Esteri il Cavaliere metterebbe il rientrante dall’Europa Franco Frattini, mentre agli Interni le voci danno per favorito Renato Schifani, che lascia la presidenza dei senatori libera per Maurizio Gasparri. Derby nordico tra Ignazio La Russa e Claudio Scajola per il ministero della Difesa. Sempre che le voci di un dirottamento di quest’ultimo alle Attività Produttive non siano vere. Nelle settimane scorse Berlusconi ha più volte detto che Lucio Stanca è sulla via del ritorno per il ministero dell’Innovazione, che nei piani del leader del Pdl dovrà servire per digitalizzare la Pubblica Amministrazione e quindi risparmiare fondi per circa 20 miliardi di euro. Sempre il Cavaliere ha promesso quattro donne in grisaglia ministeriale: e se Mara Carfagna è lanciatissima verso la Famiglia, Adriana Poli Bortone è la favorita per andare a sostituire Emma Bonino alle politiche dell’Europa. Anche l’ex avvocato di Giulio Andreotti, ora deputata di An, Giulia Bongiorno, è considerata uno dei possibili ministri, magari alla Giustizia.
Infine il rebus Sicilia, che se da una parte promette di essere fondamentale nello scacchiere della vittoria del centrodestra, dall’altra rimane un grande problema a livello di poltrone: quali caselle verranno assegnate a Raffaele Lombardo, Gianfranco Miccichè e Stefania Prestigiacomo? I quadri sopra descritti sono però sensibili di un netto mutamento qualora gli scenari di un pareggio divenissero reali. In quel caso sono in molti a scommettere su un governo Letta-Bettini di larghe intese. Un esecutivo che faccia le riforme e porti di nuovo al voto nel giro 18-24 mesi.
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11 marzo: data da ricordare per il Pd. È caduto un “muro”. Anzi due.
Il primo è quello che, secondo il candidato premier del Pd, Walter Veltroni, divideva il Nord-est e il centrosinistra riformista. Muro che ora non c’è più, butta lì speranzoso l’ex sindaco di Roma, che sta tentando di creare dal nulla un rapporto con il popolo delle partite Iva, anche grazie alla candidatura nel Pd di Massimo Calearo.
Il secondo muro si potrebbe definire “psicologico”. Un velo, ma di un certo peso. E anche questo è caduto, tolto. Sempre da Veltroni, che prima a Vicenza poi a Padova ha ufficialmente preso le distanze dal governo Prodi e dalla variegata maggioranza che lo sosteneva. E infatti lo si sente dire: “la colpa” della distanza tra Nord-est e Pd “è del vecchio centrosinistra”. Ora, dice l’ex sindaco di Roma, l’abbattimento di quelle barriere “non so se si tradurrà subito in un risultato elettorale, ma ciò che importa è che sia caduto”.
11 marzo, data simbolo per i democratici italiani: è il giorno della riconciliazione tra la sinistra riformista e gli imprenditori della locomotiva d’Italia. Certo non è come la caduta del Muro di Berlino, ma dal punto di vista della strategia elettorale veltroniana è un punto molto importante. Messo a segno (guarda caso) a soli due giorni dall’addio alla politica annunciato da Romano Prodi.
Come se, con il Professore fuorigioco, Veltroni si trovasse di colpo con le mani e le parole più libere. Come se ormai avesse trovato il coraggio di osare, di non nasconere più le colpe dell’Unione nel fin qui farraginoso dialogo tra il centrosinistra e gli elettori storicamente attratti da Berlusconi e Bossi: “Nel Nord-est c’è delusione verso la destra, perché le cose non sono cambiate anche se hanno governato per cinque anni. Inoltre c’è stato il nostro cambiamento, con una separazione consensuale della sinistra che permette a tutti di non essere più costretti a mediare”.
Una strategia che finora era stata solo abbozzata dal leader democratico. Un’operazione in crescendo, perseguita giorno dopo giorno. Dalla candidature di Matteo Colaninno in avanti, fino a quella di Massimo Calearo (il “falco” di Federmeccanica, secondo la Sinistra Arcobaleno). E se, sui tabelloni pubblicitari che tappezzano le città, le scritte e gli slogan del Pd sono piuttosto evocativi ma senza impegni concreti (invitano gli elettori a “voltare pagina”, a “uscire dal caos”, a “cambiare l’Italia”), da oggi l’operazione di rimozione, nei confronti del governo precedente e dell’Unione prodiana, appare più incisiva. Parla di “colpe” Veltroni, quasi a liberarsi di un peso, di fronte alla platea (numerosa, “nonostante l’orario e il giorno settimanale”, dice orgoglioso il candidato democratico) dell’auditorium vicentino. Che infatti non contesta, semplicemente ascolta. E resta anche fredda di fronte alla stretta di mano tra il proprio rappresentante Calearo e Paolo Nerozzi, sindacalista della Cgil (entrambi in lista per i democratici).
Unici a protestare: i circa cinquanta dissidenti del presidio “No Dal Molin” che attendono il segretario del Pd all’uscita: “Venduto, venduto”, urlano. Ma si sa: i duri che a mesi si oppongono alla costruzione della nuova base militare sono più vicini alla sinistra radicale. Che Veltroni, con il muro ormai caduto, oggi si è lasciato alle spalle.
Lo aspettano per un aperitivo, dove a brindare alla svolta veltroniana, di imprenditori non se ne sono visti tanti.

Dentro la politica, ma fuori dai partiti; nessuna indicazione di voto ma sì al dialogo con le forze in campo. Così parlò il presidente di Confindustria, (almeno fino a maggio), Luca Cordero di Montezemolo.
Domanda: e le candidature di Massimo Calearo e Matteo Colaninno - due pezzi da novanta degli industriali - nel Pd? “Scelte personali, ma è positivo che vadano in Parlamento persone che rappresentano la cultura di impresa. Mi piacerebbe vedere tanti imprenditori candidarsi anche nel Pdl e negli schieramenti che hanno a cuore i valori di impresa”.
Anche perché, ha aggiunto Montezemolo: “Le nostre proposte non sono né di destra né di sinistra, ma vogliono solo essere un qualcosa che possa entrare in un dibattito pre elettorale”.
Già, le proposte. Il presidente di Confindustria ne ha presentate dieci: un vero e proprio decalogo da avanzare agli schieramenti politici in vista delle prossime elezioni. “Mai come oggi”, ha sottolineato Montezemolo, “Non si devono alimentare attese e false speranze che poi vengono delusi, quando, giunti al governo, si fa l’ovvia scoperta che la realtà è ben diversa dai sogni contenuti nelle promesse. La popolazione italiana è perfettamente in grado di capire e sa reagire in modo deciso e impegnarsi come ha dimostrato tante volte nel passato. Non siamo qui per giudicare i programmi dei partiti ma a sottolineare come la prossima legislatura possa rappresentare per l’Italia una grande occasione di cambiamento”.
E dunque eccoli i dieci nodi da affrontare secondo gli industriali italiani:
governabilità, rifome, liberalizzazioni e privatizzazioni, risanamento dei conti pubblici, riduzione delle imposte, lavoro, contratti, salari, produttività, semplificazione burocratica
energia e ambiente, infrastrutture, istruzione, università, ricerca, innovazione, Mezzogiorno.
Il numero uno di Viale dell’Astronomia ha voluto sottolineare proprio il primo punto del decalogo: “Il problema dell’Italia sta nella sua governabilità, nella sua capacità di decidere, precondizioni indispensabili per la crescita”. E a chi gli ha fatto notare che i programmi di Pd e PdL sono simili su alcuni punti, ha replicato: “È un bene che ci sia condivisione su alcuni punti. Infrastrutture, riconoscimento dei meriti, ricerca e innovazione non sono di destra o di sinistra”.

La chiusura delle liste del Partito Democratico è prevista per oggi pomeriggio quando l’esecutivo ratificherà le decisioni ormai prese su tutta la penisola. E Walter Veltroni, a meno di altre sorprese dell’ultim’ora, chiude col botto. Ovvero candidando quel Massimo Calearo, non solo per un posto in Parlamento, ma anche per prendere posto nel futuro esecutivo in caso di vittoria del centrosinistra. Lo stesso Calearo che in passato aveva mostrato accenti proto-leghisti arrivando a giustificare lo sciopero fiscale e che oggi dice: “La mia è una candidatura per il Nord est. Il muro delle ideologie è caduto da un pezzo e, per fortuna, adesso ad accorgersene è anche la politica”.
Nelle ultime due settimane il segretario del Pd ha abituato tutti a coup de théâtre quotidiani (nel gergo giornalistico di palazzo vengono chiamate le veltronate) in cui candida tutto e il suo contrario: Marianna Madia, bella under 30 che si presenta come “straordinariamente inesperta” e poi si scopre che è stata la fidanzata del figlio del capo dello Stato, ma anche la moretta campana, pure lei under 30, candidata al posto del “vecchio” Ciriaco De Mita, segretario Dc ottantenne, di cui però è stata portaborse. La lesbica dai valori pacifisti, ma anche Mauro Del Vecchio, generale ex comandante della missione Isaf in Afghanistan e dei nostri soldati in Kosovo. L’operaio superstite della Thyssen e il capo dei giovani di Confindustria, ma anche Pietro Ichino, giuslavorista che vuole superare l’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. E adesso Calearo.

E proprio queste ultime tre candidature hanno fatto arrabbiare (e tanto) la sinistra. Oltre all’editoriale di fuoco del Manifesto, stamattina Fausto Bertinotti e Franco Giordano hanno attaccato duramente Veltroni. Il presidente della Camera parla di Calearo come di un “falco di Confindustria che porterà il Pd verso la svolta nordamericana” e il segretario di Rifondazione Comunista la considera una candidatura neanche di centro, ma di destra: “ha sempre detto di essere dell’altro campo. Credo che sia importante che Epifani e il sindacato riflettano sul contenuto programmatico che queste candidature esprimono”.
Ermete Realacci, influente membro dell’esecutivo Pd, parlando con Panorama.it prova a spazzare via le critiche: “Oggi pomeriggio avremo il quadro completo di tutte le candidature, ma è già evidente dai nomi che sono stati annunciati in questi giorni che i il Pd vuole tenere fede all’impegno di rispondere alle esigenze di tutti gli italiani. Si tratta di un grande sforzo comune per risolvere i problemi di oggi e sopratutto guardare al futuro”.