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«Più che un’ipotesi accusatoria, quella della Procura di Palermo è un castello di carta. Mancano completamente le prove dei reati che mi vengono attribuiti». È amareggiato, e molto, il generale dei carabinieri Mario Mori. Sotto processo per «collusione mafiosa», assieme al colonnello Mauro Obinu, s’è appena visto contestare dai pubblici ministeri Antonio Ingroia e Nino Di Matteo l’aggravante della mancata cattura di Bernardo Provenzano, come fosse il prezzo pagato al boss in cambio dei suoi favori nel corso di una presunta trattativa fra Stato e Cosa nostra, all’inizio degli anni Novanta. Continua

Massimo Ciancimino al processo per favoreggiamento alla mafia a carico del generale dell'Arma Mario Mori
Gli stralci delle conversazioni intercettate 1 - 2
Il Csm avvia un’indagine sul caso nato dalle intercettazioni di Massimo Ciancimino pubblicate da Panorama. Il Comitato di presidenza ha affidato la pratica alla prima commissione di Palazzo dei Marescialli. “Negli uffici della Procura di Palermo io faccio quel che minchia voglio” dice Ciancimino, poi arrestato nell’aprile scorso per calunnia aggravata in due colloqui datati 16 novembre e 1 dicembre 2010. E’ il suo interlocutore, il commercialista Girolamo Strangi, a essere intercettato perché indagato dalla procura di Reggio Calabria. Continua

- Massimo Ciancimino (foto Ansa)
Gli stralci delle conversazioni intercettate 1 - 2
Rideva della sua scorta e anche dei magistrati, Massimo Ciancimino. Il settimanale Panorama, nel numero in edicola da domani, giovedì 8 settembre, pubblica stralci di due intercettazioni ambientali risalenti rispettivamente al 16 novembre e al 1° dicembre 2010: nei nastri era stata registrata la voce dell’ex teste della procura di Palermo, poi arrestato lo scorso 21 aprile con l’accusa di calunnia aggravata. La procura di Reggio Calabria in quel momento teneva sotto controllo Girolamo Strangi, un commercialista indagato perché considerato vicino alla ‘ndrangheta. Continua

Massimo Ciancimino
Zitti zitti, a meno di un mese dall’arresto di Massimo Ciancimino per la calunnia aggravata contro Gianni De Gennaro (accusato dal figlio di Don Vito Ciancimino, con un foglio palesemente falsificato, di essere uno dei 14 misteriosi membri della «cupola» che governerebbe Cosa nostra), i magistrati palermitani hanno sequestrato all’indagato una serie di società romene per un valore complessivo di 300 milioni di euro.
Si chiude così il cerchio dei sospetti. Continua


di Maurizio Tortorella
Lo chiamavano «Trinità». Oppure «Oracolo Massimo». Soltanto cinque mesi fa, nel suo libro Nel labirinto degli dei, il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia di lui aveva scritto che era «quasi un’icona dell’antimafia». Ora, come a volte capita ai falsi idoli, Massimo Ciancimino è caduto. Il figlio minore di Vito Ciancimino, il corleonese che fu sindaco di Palermo e morì nel 2002 con una condanna per mafia sulle spalle, è in cella: accusato di truffa e di calunnia aggravata nei confronti di Gianni De Gennaro, Continua

Massimo Ciancimino (foto Ansa)
La Direzione investigativa antimafia, su ordine della procura di Palermo, sta eseguendo un ordine di arresto per Massimo Ciancimino, l’uomo reso famoso dalle dichiarazioni sui presunti rapporti Stato-mafia negli Anni 90 e sul “papello” che testimonierebbe questo accordo, custodito dal padre Vito. A quanto appreso da Panorama, nei giorni scorsi la polizia avrebbe consegnato alla stessa procura del capoluogo siciliano un rapporto esplosivo sulle manipolazioni di quei documenti da parte dello stesso Ciancimino.
- biker
- Giovedì 21 Aprile 2011

di Pietrangelo Buttafuoco
Eccolo, il siciliano. Ecco il mafioso. È un gatto di marmo, imperturbabile, e però ironico: «Chi è più cretino, il cretino o chi gli corre dietro? È un modo di dire palermitano». E gli corrono dietro tutti a Massimo Ciancimino. Il dichiarante, il testimone privilegiato al processo Mori, a Palermo, dove ogni giorno ne viene fuori una, tipo: la mafia inventa Forza Italia. «Tutti appresso a lui: la procura, la stampa, i politici, la libera opinione pubblica».
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(ANSA/MIKE PALAZZOTTO)
(ANSA) - Vito Ciancimino pensava da politico e, preoccupato del calo di consensi subito nel ‘92 dal suo partito, la Dc, sognava la nascita di un grande movimento in grado di ereditare l’enorme patrimonio elettorale democristiano in cui, per anni, erano confluiti pure i voti della mafia.
Un’ambizione che il vecchio sindaco del sacco edilizio di Palermo avrebbe messo sul piatto della cosiddetta trattativa tra Stato e mafia e che avrebbe avuto nella costituzione di Forza Italia la sua concretizzazione.
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