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Maurizio-Gasparri

Il governo a Palazzo Chigi
Il tavolo dell’incontro a Palazzo Chigi tra governo e parti sociali sul pacchetto anti crisi
Regali di Natale nel segno dell’ironia tra le file della maggioranza. Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliariello, presidente e vice dei senatori del Pdl, regalano dvd agli amici del governo.
A Roberto Maroni (Interno) Il poliziotto super più, con Terence Hill. A Giulio Tremonti (Economia) una doppia scelta: L’avaro, o Harry Potter (il maghetto). A Mariastella Gelmini (Istruzione) Notte prima degli esami. A Mara Carfagna (Pari opportunità) Evita. Ad Altero Matteoli (Infrastrutture) Quel treno per Yuma. A Stefania Prestigiacomo (Ambiente) A piedi nudi nel parco. A Sandro Bondi (Cultura) Una notte al museo. Per il paladino dell’ippica Alessandro Zaia (Politiche agricole) Febbre da cavallo; per il nuclearista Roberto Scajola (Attività produttive) Il dottor Stranamore; e per Umberto Bossi (Riforme), ovviamente, Braveheart.
Strenna di lama anche per Ignazio La Russa (Difesa): L’ultimo samurai. A Maurizio Sacconi (Welfare), che tribola con la sanità, Il medico della mutua; a Renato Brunetta (Pubblica amministrazione), che invece scova i fannulloni, Il malato immaginario; a Franco Frattini (Esteri), con l’augurio d’incontrare il Dalai Lama, Sette anni in Tibet. Ad Angelo Alfano (Giustizia) Accadde al penitenziario; ad Andrea Ronchi (Politiche comunitarie) Amici miei. E al sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta? Alta fedeltà.
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, della Lega Nord
Altolà del Carroccio sul voto agli immigrati: “Non credo che questa iniziativa andrà avanti” ha dichiarato il ministro dell’Interno Roberto Maroni, sottolineando che questa proposta “non è nel programma di governo”. Dopo l’apertura del presidente della Camera Gianfranco Fini, dunque, una battuta d’arresto. E nel Pdl si accendono le reazioni: “Il voto agli immigrati è un tema in discussione da molto tempo, ma ritengo che in questa legislatura non ci siano numeri e condizioni per questa svolta che sarebbe un errore” dice Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl. Sulla stessa linea anche il ministro per le Politiche agricole, Luca Zaia: “Con gli immigrati bisogna parlare di lavoro, di rispetto delle leggi e sicuramente non di voto” ripete il ministro, sottolineando che “questa è una posizione mia personale. Oggi abbiamo altre priorità che parlare di voto agli immigrati”. Già stamane il leghista Roberto Castelli aveva chiarito la linea politica del Carroccio in un’intervista al quotidiano La Stampa: “La Lega è stata precisa, chiara e netta: non se ne parla neanche” ha chiarito l’ex-Guardasigilli, sottolineando: “Non si capirebbe perché, nel momento in cui il governo è al massimo del consenso, dobbiamo andarci a complicare la vita con Veltroni che è un perdente”.
Nel tardo pomeriggio di oggi è arrivato anche l’intervento di Silvio Berlusconi. “Fini ha espresso un suo parere ma questo tema non è nel nostro programma e non c’è all’ordine del giorno alcuna iniziativa di legge su questa tema”, ha dichiarato il premier.
La discussione era nata ieri durante la Festa del Pd a Firenze dopo l’apertura di Gianfranco Fini, presidente della Camera, al voto per gli immigrati: “Se si riconosce il diritto di voto ad alcune categorie di stranieri residenti in Italia, bisogna essere estremamente equilibrati a chiedere i doveri. Diritti e doveri devono stare insieme. Come non è criminale chiedere il diritto di voto agli immigrati, non è criminale l’obbligo di identità per i minori”. Il leader del Pd, Walter Veltroni, in una lettera aveva infatti comunicato alla terza carica dello Stato l’intenzione del suo partito di presentare una proposta di legge costituzionale in modo da garantire la possibilità di partecipare alle urne per gli immigrati residenti da anni in Italia, chiedendogli di “adoperarsi per consentire la più ampia discussione a Montecitorio e di accelerarne il più possibile l’iter”.
IL FORUM
Nessuna “sconfessione”, nessuna “scomunica” dal Vaticano. Anche perché Famiglia Cristiana, “non solo non ha mai preteso di ‘esprimere la linea’ politica della Santa Sede e della Cei, che hanno entrambe i loro giornali”, ma rivendica la propria autonomia di giudizio. Cerca così di chiudere le polemiche con il mondo politico (anzi, con la maggioranza di governo) e sulla precisazione del Vaticano (che aveva preso le distanze dall’attacco del settimanale al governo per le politiche per la sicurezza e sui timori di un ritorno del fascismo) il settimanale diretto da don Antonio Sciortino, con un editoriale sul prossimo numero di mercoledì 20, dal titolo Autonomia di giudizio ma sempre fedeli alla Chiesa.
Non abbiamo “mai preteso di ‘esprimere la linea politica della Santa Sede e della Cei”, puntualizza il settimanale dei Paolini. Ma “abbiamo ritenuto di non poter tacere la nostra opposizione e accettare l’invito a restare super partes“.
Nell’editoriale, Famiglia Cristiana spiega come la linea seguita dalla direzione sia stata quella “di conformarsi al detto in certis oboedientia, in dubiis libertas, confermato dal Vaticano II: totale, appassionata fedeltà alla dottrina della Chiesa, libertà di giudizio sulle vicende politiche e sociali fin dove non toccano i principi e i valori ‘irrinunciabili’ che discendono dal Vangelo”.
“Bastino” si ricorda nell’editoriale “due esempi tra tanti: i progetti avanzati dal governo di Romano Prodi circa la legittimazione delle coppie di fatto e la proposta dell’attuale ministro Maroni di rilevare le impronte digitali ai bambini rom. In entrambi i casi abbiamo ritenuto di non poter tacere la nostra opposizione e accettare l’invito a restare super partes, che di tanto in tanto ci viene rivolto anche da un certo numero di nostri lettori”.
Chiusa (più o meno) la querelle politica, il settimanale cattolico ne apre (involontariamente) una nuova, con i giornali e i media. “Nel giornalismo” sottolinea il giornale “super partes è poco più di un modo di dire, applicabile molto raramente, se non ci si vuole rassegnare al silenzio. A meno che, cent’anni dopo, non si voglia ripristinare per i cattolici il non expedit. La democrazia è esattamente il contrario: esprimere in piena libertà i propri giudizi critici, in base a principi e valori, nel nostro caso quelli cristiani, condivisi da molti cittadini”.
“La stampa cattolica” continua l’editoriale “ha in più qualcosa che la differenzia da quasi tutto il resto dei media: non ha alle spalle nessun conflitto di interesse, pubblico o privato, non ha legami, né economici né politici, con nessun gruppo egemonico nella società civile. È più vicina ai poveri che ai ricchi. Adesso che i cattolici, politicamente divisi, contano sempre meno a destra e a sinistra, è una linea non facile da mantenere”.
Linea da trovare dunque, e mantenere, anche districandosi nel vespaio della politica, dove, conclude l’editoriale: “Nessun argomento dev’essere tabù”. Le opinioni possono essere dibattute, confrontate, chiarite, disapprovate, ma sempre in termini di rispetto. Tutti devono poter intervenire, tutti devono esporsi sul giornale. La politica del coprirsi e del coprire non serve a nulla”.
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Non a nome della Santa Sede, né a nome della Cei. Il settimanale Famiglia Cristiana parla per sé: la sua linea non è quella dei vertici cattolici italiani.
Così il Vaticano misura la distanza dal settimanale dei Paolini e dai suoi numerosi scontri con il governo di Silvio Berlusconi. A scaricare il periodico cattolico è il direttore della sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, ha precisato stamani che il settimanale dei Paolini “non ha titolo per esprimere né la linea della Santa Sede né quella della Conferenza episcopale italiana“.
Certo, precisa padre Lonbardi: si sta parlando di una “testata importante della realtà cattolica”, ma “le sue posizioni sono esclusivamente responsabilità della sua direzione”.
L’ultimo duro intervento di Famiglia Cristiana contro le scelte dell’esecutivo è di ieri, quando è stato anticipato l’editoriale di Beppe Del Colle in cui si augura che “non sia vero il sospetto” che in Italia sta rinascendo il fascismo “sotto altre forme”. Un corsivo che ha scatenato la polemica.
D’accordo con il Vaticano si dice il senatore a vita, Francesco Cossiga, che ha giudicato “chiara ed esemplare” la dichiarazione resa da padre Lombardi. La prende invece come un invito alla riflessione e all’esame di coscienza Pierluigi Castagnetti (area teodem del Pd), presidente della Giunta per le autorizzazioni della Camera: “Diciamoci la verità, cari amici cattolici del centrodestra e del centrosinistra, il bersaglio nemmeno tanto implicito di Famiglia Cristiana siamo noi. È inutile polemizzare su una parola, una immagine o una citazione degli editorialisti della rivista che, da tempo per la verità, ha deciso di essere coscienza critica del potere. Forse perché più pochi ancora lo sono”. Lo afferma . “Può darsi” prosegue Castagnetti “che la colpa, come dice Tremonti, sia del dilagante pensiero unico ’mercatista’, oppure della paura di parte del ceto politico di pronunciare parole e giudizi anticonformisti, sta di fatto che la cultura cristiana in questo paese sta rivelandosi sempre più come la cultura dell’alterità e della difesa dell’uomo. Altro che cattocomunismo”.
Ma non tutti tra i democratici la pensano così: “L’attacco concentrico a Famiglia Cristiana di alcuni esponenti della destra non risolve i problemi che sta attraversando il governo. Non passa attraverso l’accusa di comunisti a tutti quelli che contestano l’azione del governo la soluzione alle difficoltà crescenti denunciate dalle famiglie italiane. Semmai, Gasparri, Bondi e Giovanardi prendano atto che anche nel mondo cattolico c’è un forte pluralismo politico. E chi non la pensa come la destra non è necessariamente un cripto o un proto comunista”, affermae il parlamentare del Pd Giorgio Merlo.
Più che sui contenuti, invece, la critica del ministro dei Beni Culturali è sul tono “che non si addice al settimanale cattolico” e quanto alla sostanza sostiene che i paolini hanno preso “lucciole per lanterne”. Sandro Bondi in un’intervista a Repubblica attacca il settimanale cattolico che “continua ad esprimere opinioni su questioni politiche e sociali che riflettono una cultura che sbrigativamente viene definita catto-comunista. Non capisco perché il suo direttore neghi scandalizzato questa accusa”. “Il filo conduttore - rilancia Bondi - è sempre quello: la simpatia per i cattolici adulti (primo fra tutti Prodi, ndr) e l’antipatia viscerale per Berlusconi”. Famiglia Cristiana, inoltre, si esprime con un linguaggio da “intellettuali che hanno perso il rapporto con il loro popolo, credenti e parrocchie, ma anche lontani dalle esigenze concrete dei cittadini”.
Editoriale dopo editoriale, in realtà, è da mesi che il periodico diretto da Don Antonio Sciortino non lesina attacchi e tirate d’orecchio nei confronti della maggioranza. Prima contro la norma sulle impronte ai bambini rom (”una trovata indecente”, quella del ministro Maroni), poi la “finta emergenza sicurezza” e la querelle “sui cassonetti” contro il sindaco di Roma Alemanno. Senza dimenticare la dichiarazione durissima contro Berlusconi che, secondo il settimanale dei Paolini, sarebbe ossessionato dai giudici.
Mica si tira indietro Famiglia Cristiana. Al polverone sollevato dopo l’ennesimo “numero anti governativo”, alle accuse di “cattocomunismo” lanciate da esponenti del centrodestra, il periodico dei Paolini risponde citando un rapporto dell’organizzazione Esprit, si augura che “non sia vero il sospetto” che in Italia stia rinascendo il fascismo “sotto altre forme”.
In un editoriale firmato da Beppe del Colle, il settimanale cattolico torna a criticare aspramente le misure varate dal governo italiano in tema di sicurezza, soprattutto “la sciocca e inutile trovata di rilevare le impronte digitali ai bambini rom” e ricorda come in Europa sia tornata alla mente, “come un simbolo”, la foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss.
Tutto questo a meno di 24 ore dalla prima sassaiola partita da Famiglia Cristiana, che ha definito “gioco con i soldatini, neanche fossimo in Angola” le misure sulla sicurezza prese dalla maggioranza del “presidente spazzino”. “Ora basta”, si legge nell’editoriale sul numero in edicola di questa settimana che replica soprattutto al sottosegretario alla Famiglia Carlo Giovanardi. Giovanardi, scrive Famiglia Cristiana, “non ha nessun titolo per giudicarci dal punto di vista teologico-dottrinale. Nessuna autorità religiosa” puntualizza il settimanale “ci ha rimproverato nulla del genere. Siamo stati, siamo e saremo sempre in prima linea su tutti i temi ‘eticamente irrinunciabili’: divorzio, aborto, procreazione assistita, eutanasia, dico, diritti della famiglia; abbiamo condannato l’inserimento dei radicali nelle liste del Pd. E ora basta”. “Non siamo mai cambiati” aggiunge del Colle “nel modo di affrontare le realtà del mondo con spirito di cristiani. Eppure, di tanto in tanto arrivano lettere: siete cattocomunisti. Perché? Perché critichiamo l’attuale Governo, come abbiamo fatto con tutti i Governi, anche democristiani, quando ci sembrava giusto e cristiano farlo”.
Nell’editoriale, Famiglia Cristiana ribadisce tutte le sue critiche alla “sciocca e inutile trovata di rilevare le impronte digitali ai bambini rom, aggiungendo violenza alla loro esistenza già piena di violenze anche da parte dei genitori”. “Se ne sono accorti in tutta Europa, dove resta vivo l’orrore della discriminazione sociale delle minoranze: quella foto del bimbo ebreo nel ghetto di Varsavia con le mani alzate davanti alle Ss è venuta” ricorda Del Colle “alla memoria come un simbolo. Per questo il Parlamento di Strasburgo e il Consiglio europeo hanno protestato. Esprit ha scritto: ‘Gli italiani sono incredibilmente duri contro i romeni e gli zingari’. Sarà ‘incredibile’, ma è vero. Speriamo” conclude Famiglia Cristiana “che non si riveli mai vero il suo sospetto che stia rinascendo da noi sotto altre forme il fascismo”.
E la polemica torna a montare, i toni tornano ad alzarsi. Maurizio Gasparri, capogruppo del Pdl al Senato, che aveva tacciato Famiglia Cristiana di criptocomunismo, ha già annunciato querela al direttore del settimanale Don Antonio Sciortino per le espressioni ingiuriose usate nei suoi confronti. Un attacco che il capogruppo del Pdl definisce una “caduta di stile di una persona travolta da un crollo di vendite, oggi documentato anche dal Sole 24 Ore“. Il quotidiano diretto da Ferruccio De Bortoli, infatti, pubblica oggi un’inchiesta che mette in luce la “crisi in edicola” per il settimanale dei Paolini. Per Gasparri inoltre nel settimanale “c’è una ridicola voglia di protagonismo da parte di chi dirige male un giornale che non rappresenta le gerarchie della Chiesa”.
La replica del direttore Sciortino è che il settimanale non ha come bersaglio preferito il governo Berlusconi, a cui, sostiene il direttore siciliano, “pure abbiamo dato credito, tant’è che ho definito l’illustrazione del premier alle Camere un discorso da statista”. Semplicemente la rivista si schiera, come recita il nome, al fianco delle famiglie (cristiane). Quelle che non arrivano a fine mese, quelle che “vanno nelle mense della Caritas anche alla metà del mese per mangiare”, si legge nell’intervista rilasciata La Stampa. Una crociata dunque non politica ma ideologica. Nel senso cristiano del termine. “Le nostre posizioni sono perfettamente allineate a quelle del cardinale Martino” si è difeso il direttore del settimanale. “Il quale invita a combattere la povertà, non i poveri che rovistano nei cassonetti”.
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L’epoca di Gianfranco Fini alla guida di An è finita. Vent’anni guidando la destra, 14 guidando la trasformazione dell’Msi in Pdl. E infatti rivendica la scleta e la lungimiranza: “Non siamo più figli di un dio minore. Abbiamo visto giusto. E abbiamo davvero vinto”. Può dirlo Gianfranco Fini, ora che è ciò che nessun uomo di destra è mai stato: terza carica dello Stato, presidente della Camera.
“Alleanza nazionale, nata nel ‘94, altro non è che il Pdl del 2008″ si spinge a dire orgoglioso, con una rivendicazione doppia: interna alla destra e rivolta agli alleati. A Berlusconi e Bossi il leader di An riconosce infatti, “con serena consapevolezza, di aver avuto grande capacità e lungimiranza politica, di aver capito che era il momento di dar vita al Pdl per offrire un’opportunità all’Italia”.
Quando si avvicina al microfono per il suo ultimo intervento da presidente, Fini ha davanti a se tutto il suo popolo. Tutta la sua gente. Colonnelli, assessori, deputati, senatori, ministri e un sindaco di Roma. “Questa è la mia ultima relazione da presidente del partito. Lo dico con emozione non solo personale per i risultati elettorali e per quello che il partito si accinge a fare nei prossimi mesi”.
Dopo 21 anni, Fini dunque passa la mano al “reggente” Ignazio La Russa che affiancato dall’ufficio politico e da un nuovo esecutivo, dovrà traghettare An nel Pdl. Per il leader di An viene da lontano il progetto politico che ha portato lui e il partito a occupare le posizioni più importanti nel governo del Paese. La ricchezza di oggi viene da Fiuggi, dall’energia spesa nell’abbattere steccati intorno al recinto della destra. Una determinazione non sempre compresa dal partito. “E oggi” si sfoga il leader di An “c’è un unico sassolino che mi tolgo dalle scarpe, un’unica puntura di spillo, un unico piccolo lusso che mi prendo: dire che la nostra gente ha capito la grande sfida del Pdl ben prima di una classe politica che ha compreso l’importanza del nuovo partito solo dopo aver avuto la certezza di un posto in lista o di un ruolo al governo”.
Ma Fini non vuole guastare un giorno di festa. Quello che conta è che la destra abbia “vinto davvero”. Che l’ultimo segretario missino sieda nel più alto scranno di Montecitorio. “E questo non significa solo che è finito il dopoguerra” rivendica “significa soprattutto che abbiamo ricomposto una frattura, superato un fossato. Abbiamo riportato la destra al centro del dibattito politico e delle istituzioni”.
Tutto questo Fini offre alla memoria di chi non può partecipare alla gioia di oggi: Giorgio Almirante (nel ventennale della sua scomparsa), Pinuccio Tatarella e gli altri amici scomparsi nel tempo, che sono nel cuore di tutti.
Tocca a Ignazio La Russa (ministro della Difesa) raccogliere il testimone, guidare da reggente (primus inter pares) la transizione nel Popolo della libertà, affiancato dall’ufficio politico e da un nuovo esecutivo. “Non saremo liquidatori, ma levatrici di un partito nuovo e non saremo ospiti in casa d’altri. È bene che tutti se lo mettano in testa”.
La fusione definitiva con gli azzurri di Silvio Berlusconi è a un passo. Fini fissa l’obiettivo dell’ultimo congresso di An entro i primi mesi del 2009 al massimo. Poi le porte vetrate dell’hotel si aprono al suo passaggio. Se ne va commosso, in silenzio. Da leader, non prima di aver spronato i suoi a “non fermarsi in corso d’opera nella costruzione del Pdl”.
“Sono convinto che le condizioni per la nascita del nuovo partito ci siano tutte. Chiedo a voi di lavorare con convinzione” prosegue Fini “perché il Pdl è il compimento della strategia di Fiuggi. Quello di oggi per noi è l’ultimo atto e dobbiamo camminare perché, attraverso la nascita del Pdl, si compia l’ultimo tratto di strada e si crei un grande punto di riferimento nel Paese maggioritario e fondato sui nostri valori. La nascita del Pdl non può essere una fusione a freddo, come è stato per il Pd”.

“Fare il presidente del gruppo Pdl significa guidare il centrodestra verso il partito unico. È meglio che fare il ministro”, sono le parole del neo presidente del gruppo dei senatori del Popolo della Libertà al Senato, Maurizio Gasparri. Dovrà governare (il suo vice è Gaetano Quagliariello) 147 senatori. A margine della seconda seduta del Senato, che ha eletto i vicepresidenti, i questori e i segretari, parla con Panorama.it nei corridoi del Transatlantico di palazzo Madama.
Presidente Gasparri, il Pdl ha costituito il gruppo unico al Senato. Che significa dal punto di vista politico?
È il primo passo verso il grande partito unitario del centrodestra. Una direzione che io, insieme a tanti altri, ho indicato come traguardo anche della destra. Da palazzo Madama mi sento in prima linea in questa che è la prima fase della costruzione della grande casa unitaria del centrodestra italiano.
Presidente dei senatori. Non è che altri hanno o avranno ruoli più importanti?
Non direi: questo è un ruolo di primo piano. Quando mi è stato prospettato ho accettato con grande onore e riconoscenza. Lo considero molto più importante di un ruolo di governo, che tra l’altro ho già ricoperto come sottosegretario all’Interno e ministro delle Comunicazioni. Un ruolo di questa natura, con 147 senatori da guidare e con la nascita del nuovo partito unico del centrodestra credo sia il ruolo migliore che si potesse avere. Avrò una grande responsabilità politica.
Intanto Alleanza Nazionale va verso lo scioglimento. Domenica Gianfranco Fini ha annunciato le sue dimissioni da presidente di An.
Ci sarà Ignazio La Russa come reggente e un comitato di reggenza formato da coloro che erano nell’ufficio politico di An. Si dovrà lavorare per sei mesi, un anno, per creare sul territorio e portare alla nascita del partito unitario.
Si va verso una legislatura costituente?
Dobbiamo certamente affrontare i problemi delle riforme costituzionali. Ma non sono la priorità.
Cosa viene prima?
La sicurezza, la famiglia, le infrastrutture, la riduzione della tasse che gravano sul lavoro. È quello che si aspettano da noi gli italiani. Per le riforme ci sarà modo e tempo per trovare una via di ragionamento e di condivisione.
I nodi sul governo?
Berlusconi, che sarà incaricato nelle prossime ore, ha tutti gli elementi per costituire il governo, noi abbiamo fatto le nostre proposte.
Si mormora di problemi tra Forza Italia e Alleanza Nazionale.
Sono problemi fisiologici, direi non superiori alla norma. L’importante è far partire il governo da cui gli italiani si aspettano molto.
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È lo sport preferito dai giornalisti, ma anche dai politici. Che in fondo lo subiscono con un certo sadomasochismo: parliamo del totoministri. Una di quelle discipline semiolimpiche che si svolgono a cavallo tra le elezioni e la formazione del nuovo governo. Una ridda di voci, spesso alimentata dagli stessi che si propongono o che vogliono fare fuori un collega. Facili e immaginifici quelli di chi non vincerà, come Daniela Santanchè che promette una squadra di sole ministre donne e Letizia Moratti come vicepremier. E chissà di questo passo magari anche Marco Ferrando del Pcl potrebbe promettere Antonio Gramsci al ministero della Cultura, a sostituire Francesco Rutelli.
Più realistiche, o quantomeno possibili, le squadre di Berlusconi e Veltroni. Quest’ultimo vorrebbe ardentemente dare la Farnesina al fondatore della comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. Idea che però non si concilia con la paventata permanenza di Massimo D’Alema. In caso di vittoria verrebbero riconfermati anche Pier Luigi Bersani , Antonio Di Pietro ed Emma Bonino, che però potrebbe essere spostata alle Comunicazioni. Derby tra un capo del sindacato e un ex sindacalista per il dicastero del Lavoro: Guglielmo Epifani e Pietro Ichino. Mentre in pole position per un posto al ministero dell’Ambiente c’è Ermete Realacci. A palazzo Chigi, a fianco a sé come sottosegretari alla Presidenza, Veltroni chiamerebbe il dominus delle strategie elettorali, Goffredo Bettini, e il suo uomo ombra da tanti anni, Walter Verini. A rappresentare il Nord Est, Veltroni vorrebbe Massimo Calearo, che però incontrerà parecchie difficoltà per la sua nomea di falco confindustriale. I più smaliziati nel campo politico poi giurano che in caso di vittoria del Pd i fuochi d’artificio di Veltroni sarebbero luminosissimi: come dare il ministero dello Sport a Luca Pancalli. Scelta che certamente farebbe rimanere male Giovanna Melandri. Ma nel campo femminile una poltrona sicura sarebbe per Anna Finocchiaro, che tutti danno per scontato perderà la corsa siciliana.
Se vincerà il Pdl accanto a Silvio Berlusconi a palazzo Chigi potrebbe esserci Gianni Letta, non come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma stavolta in qualità di vicepremier. Lo scenario prevederebbe Gianfranco Fini sullo scranno più alto di Montecitorio e quindi non ci sarebbe bisogno di dare la poltrona politica di vicepremier ad altri della coalizione. Scontato che all’Economia andrà Giulio Tremonti, agli Esteri il Cavaliere metterebbe il rientrante dall’Europa Franco Frattini, mentre agli Interni le voci danno per favorito Renato Schifani, che lascia la presidenza dei senatori libera per Maurizio Gasparri. Derby nordico tra Ignazio La Russa e Claudio Scajola per il ministero della Difesa. Sempre che le voci di un dirottamento di quest’ultimo alle Attività Produttive non siano vere. Nelle settimane scorse Berlusconi ha più volte detto che Lucio Stanca è sulla via del ritorno per il ministero dell’Innovazione, che nei piani del leader del Pdl dovrà servire per digitalizzare la Pubblica Amministrazione e quindi risparmiare fondi per circa 20 miliardi di euro. Sempre il Cavaliere ha promesso quattro donne in grisaglia ministeriale: e se Mara Carfagna è lanciatissima verso la Famiglia, Adriana Poli Bortone è la favorita per andare a sostituire Emma Bonino alle politiche dell’Europa. Anche l’ex avvocato di Giulio Andreotti, ora deputata di An, Giulia Bongiorno, è considerata uno dei possibili ministri, magari alla Giustizia.
Infine il rebus Sicilia, che se da una parte promette di essere fondamentale nello scacchiere della vittoria del centrodestra, dall’altra rimane un grande problema a livello di poltrone: quali caselle verranno assegnate a Raffaele Lombardo, Gianfranco Miccichè e Stefania Prestigiacomo? I quadri sopra descritti sono però sensibili di un netto mutamento qualora gli scenari di un pareggio divenissero reali. In quel caso sono in molti a scommettere su un governo Letta-Bettini di larghe intese. Un esecutivo che faccia le riforme e porti di nuovo al voto nel giro 18-24 mesi.
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