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L’Ue spegne il caso dell’Iva sulle pay tv, ma non gli spot Sky

 Cartelli pubblicitari di Sky

Adesso la Commissione Ue sceglie di mettere tutto nero su bianco. L’ufficialità per tacere ogni polemica. “Se le autorità italiane dovessero insistere nel non cambiare le aliquote Iva sulla tv a pagamento, la commissione Ue dovrà aprire una procedura di infrazione”. Lo ha detto la portavoce Ue per il Fisco, Maria Assimakopoulou, sottolineando che le aliquote non possono essere diverse.

La portavoce ha confermato che nell’aprile 2007 è stato presentato un reclamo. In Italia, secondo la portavoce, “venivano applicati due tassi Iva per la tv pay per view” spiegando che “per alcuni erano del 10 per cento e per altri del 20 per cento”. “Abbiamo analizzato la situazione e in base alla direttiva gli Stati membri possono applicare un tasso Iva basso ma deve essere mantenuta la neutralità fiscale”, ha aggiunto la portavoce, precisando che “la Commissione non prende posizione sul fatto che il tasso sia del 10 o del 20 per cento, ma non è possibile applicare due tassi diversi”. “A questo punto il caso è chiuso” ha proseguito la portavoce. “Nel momento in cui le autorità ammettono che c’è un problema e informano che hanno preso una decisione per porvi rimedio il caso è chiuso”.
Ma non per Sky. La tv di Murdoch non si arrende e prosegue la sua battaglia a colpi di spot contro la decisione del governo Berlusconi di aumentare l’Iva dal 10 al 20%. Da questa mattina un nuovo promo informativo viene diffuso sui canali Sky con l’invito agli abbonati a scrivere una mail di protesta: nel mirino stavolta non più Palazzo Chigi ma il ministero dell’Economia. Il video, in due versioni, della durata di 30 e di 15 secondi, si apre con una serie di scritte che vanno a sovrapporsi. È una lista di prodotti che godono dell’Iva agevolata al 10%. Tra gli altri, francobolli, marionette, uova di struzzo, prodotti petroliferi, manifestazioni sportive, libri, tabacchi grezzi.
Il video ricostruisce anche brevemente la vicenda dell’Iva agevolata applicata alla pay tv, confutando la tesi di esponenti del Governo che sia stata introdotta dalla sinistra per favorire Sky, e si chiude con l’invito: “Se credete che la decisione di raddoppiare l’Iva sul vostro abbonamento Sky sia sbagliata scrivete una mail a  portavoce at tesoro.it”. “Molti prodotti in Italia” è il testo del video “godono dell’Iva agevolata al 10% tra cui uova di struzzo, francobolli da collezione e tabacchi grezzi. Inoltre tutti i prodotti editoriali su carta stampata e il canone Rai godono di un’aliquota ancora più bassa. In Italia l’Iva agevolata al 10% per i servizi televisivi è stata introdotta nel 1995 dal governo Dini, ben otto anni prima che nascesse Sky”.

E pensare che anche l’ex premier Romano Prodi (tirato in ballo dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti) ha ricordato che, sul caso dell’Iva per Sky, “le sollecitazioni dell’Ue perché fosse risolta l’asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere” spiega in un’intervista confermando le dichiarazione del ministro Tremonti, “ma poi non entrammo mai nel merito”.

Il VIDEO con il nuovo spot di Sky contro il governo:

Il VIDEO servizio:

Bufera Sky, il governo tira dritto: Inevitabile, Prodi si era impegnato con l’Ue

GiulioTremonti con Silvio Berlusconi

Inizialmente Silvio Berlusconi aveva “gelato” i cronisti spiegando che lì, a Tirana, avrebbe parlato solo di “cose albanesi”. Poi però quando nella conferenza stampa con il suo omologo Sali Berisha, ha fatto irruzione il tema Iva-Sky, il presidente del Consiglio ha subito risposto. Attaccando “la sinistra che difende i ricchi”.
Eppure, il premier si era anche detto pronto alla marcia indietro: “Se la sinistra insiste perché si cambi questa norma, io la prendo in parola e sono assolutamente d’accordo, purché si rispettino le normative europee”. E con una nota sibillina aveva concluso: “La sinistra perderà la faccia perché aspetto di vedere cosa farà quando Tremonti spiegherà le azioni del suo agire”. E proprio il ministro dell’Economia, rivela: “Il rialzo? Non c’erano alternative, ce lo impone la Ue. C’è un carteggio tra la commissione Ue e il governo Prodi che prevede l’impegno del governo ad allineare le aliquote. L’impegno scadeva in questi giorni”.

Da Tirana Berlusconi è tornato così sulla polemica innescata dalla decisione del governo di aumentare l’Iva dal 10 al 20% per le pay-tv. Ovvero per Sky. Una decisione che ha fatto gridare Pd e Idv al conflitto di interessi e che ha scatenato una raffica di spot anti-governo sulle reti di Murdoch.

È lo stesso premier alla fine a precisa la posizione del governo sul caso Sky e a chiudere ad ogni ipotesi di revisione della norma inserita nellla manovra anti-crisi. Nessun dietrofront dunque e nessuna apertura alle proposte del Pd come invece era sembrato dalle dichiarazioni precedenti del premier. “Io ho detto testualmente” ha spiegato Berlusconi tornando sulle parole pronunciate in mattinata “che se la sinistra fosse seria dovrebbe insistere, per ottenere che per Sky si ritorni alla condizione di privilegio precedente, passare cioè dal 20% al 10% dell’Iva”. Ma “l’alternativa” ha proseguito “era di riportare l’Iva di tutti gli audiovisivi, Mediaset compresa, al 10%: quindi Tremonti ha rimediato a un privilegio indebito nei confronti di Sky. Io non c’entravo niente e la sinistra si è appalesata per quella che è”.
Dunque indietro non si torna, ribadisce Berlusconi: “Se poi la sinistra insiste è chiaro che siccome io” ha rilevato ironicamente “sono quello del conflitto d’interessi, faccio festa perchè tutte le tv private, provinciali e regionali, e tutti gli audiovisivi, quindi anche Mediaset avranno una riduzione dell’Iva che è quella che ha avuto indebitamente Sky in tutti questi anni”.

A stretto giro interviene anche proprio Tremonti. Per il ministro dell’Economia “non c’erano alternative” all’aumento dell’Iva su Sky poiché incombe una procedura da parte della Commissione Europea. Tremonti ha sottolineato come la “differenziazione delle aliquote per lo stesso servizio era al di fuori dell’ordinamento della Commissione” e come la questione sia stata fatta oggetto di una procedura d’infrazione da parte della Commissione Ue secondo cui “se hai un servizio, devi avere un’aliquota unica”. “È stata avviata quindi una procedura sul criterio che se il servizio è uno l’aliquota non può essere diversa”, ha proseguito Tremonti, aggiungendo: “Il termine per evitare le infrazioni scadeva in questi giorni e noi abbiamo dovuto rispettare l’impegno di allineare le aliquote”. “La Commissione ha ritenuto questa asimmetria fuori dal suo ordinamento e il Governo Prodi si era già impegnato ad eliminarla”, ha aggiunto il ministro, spiegando che invece di allineare tutto al 10% “noi abbiamo scelto di allineare tutti al 20%”. Tremonti ha osservato di non capire le critiche secondo cui “3 euro sulla carta acquisti sono un’elemosina mentre aggiungere 2 euro all’abbonamento Sky è una rapina”. A chi gli chiedeva perché non trovare una aliquota intermedia tra il 10 e il 20%, Tremonti ha risposto: “Non è che si fa la mediazione”, aggiungendo: “Se il Parlamento chiede di portare tutto al 10% ne discuteremo ma io preferisco dare i soldi a chi ne ha davvero bisogno”. “A me sembrava più giusto mettere tutto al 20%, ma se non ci fosse stata l’Europa io il provvedimento non l’avrei fatto perché ho altro a cui pensare”, ha concluso il ministro.
Che, dopo aver parlato con i giornalisti, ha consegnato loro un dossier contenente tutta la documentazione relativa al carteggio intercorso nei mesi scorsi tra il Governo e la Commissione europea. La questione nascerebbe, in base alle carte, il 18 ottobre 2007, quando la Commissione invia una missiva alla rappresentanza permanente dell’Italia a Bruxelles, chiedendo spiegazioni sul perché l’Iva ridotta al 10% venga applicata ai servizi di trasmissione televisiva forniti agli abbonati via cavo e via satellite e non anche alle trasmissioni pay-per-view, reputando il trattamento difforme non in linea con l’ordinamento comunitario. Con due diverse lettere di risposta, il ministero dell’Economia (il 25 gennaio 2008) e la Presidenza del Consiglio dei ministri (il 29 gennaio 2008) si impegnano ad allineare la normativa italiana con quella europea. L’amministrazione finanziaria, si legge nella seconda missiva, “rappresenta che, al più presto allineerà con legge l’ordinamento nazionale a quello comunitario, applicando la medesima aliquota per tutti i servizi, sia quelli fruibili attraverso canoni di abbonamento, sia quelli cosiddetti pay-per-view. Dell’avvenuto adeguamento verrà data tempestiva comunicazione alla Commissione”.

In serata Berlusconi, rientrato a Roma, rincara la dose e attacca ancora il Pd: “La sinistra deve andare a casa”, dice. Ma l’arrabbiatura del premier arriva anche sui media: nel mirino i direttori di Stampa e Corriere della Sera. ”Che vergogna… questi sono i personaggi della sinistra con cui abbiamo a che fare. Io Sky la capisco, ha avuto un privilegio, ma non capisco i giornali che invece di chiedersi come mai c’era un rapporto privilegiato nei confronti di Sky attaccano me, che vergogna! Direttori e politici dovrebbero tutti cambiare mestiere, andarsene a casa, Politici e direttori di questi giornali, come La Stampa e il Corriere dovrebbero cambiare mestiere”: così dice il premier parlando con i cronisti. ”Altro che conflitto di interesse e Berlusconi…”.

Il FORUM dei lettori: “Sky e Berlusconi: conflitto d’aritmetica

L’idea di Romani: “Canone Rai legato a bollette. Ma tutti devono pagare”

Cavallo Rai

Dall’abbassamento del canone Rai al rialzo graduale dell’Iva sulle pay tv. Passano da qui le mosse di governo e maggioranza sulle telecomunicazioni.
Del primo punto ha parlato il sottosegretario allo Sviluppo economico con delega alle Comunicazioni, Paolo Romani, intervenuto questa mattinaRadio 24. Il governo, ha detto Romani, sta pensando alla possibilità di abbassare il canone Rai e nello stesso tempo combattere l’evasione magari legandolo alla bolletta elettrica: “L’evasione media dal canone Rai è del 27% e purtroppo è un fenomeno molto più presente al Sud, con punte del 45% in alcune regioni, che al Nord. Di fatto il canone rischia di diventare una tassa regionale. Ho sottoposto perciò al presidente del Consiglio” ha annunciato il sottosegretario “l’ipotesi di studiare un meccanismo che ci consenta di abbassare, e di parecchio, il canone e di farlo pagare a tutti nella stessa misura”.
Una delle possibilità è appunto “l’abbinamento del canone alla bolletta elettrica: a quel punto” ha detto Romani “sta all’utente dimostrare che non ha la tv. Ma è possibile immaginare anche altri meccanismi per renderlo una tassa equa e pagata da tutti”.
Al dibattito su Radio 24 è intervenuto anche il senatore del Pd Marco Follini: “Non possiamo colpire la Rai” ha ammonito il responsabile del Pd per le politiche dell informazione, “cambiando le regole di punto in bianco. Si può discutere del canone, ma nell’ambito di una revisione generale delle fonti di finanziamento e degli indici di affollamento pubblicitario. Altrimenti rischia di rispuntare il conflitto di interessi se si colpisce la principale azienda che fa concorrenza a quelle del presidente del Consiglio”.
Poi Follini ha detto la sua anche sulla questione dell’Iva alle pay tv: “La norma contro Sky è assolutamente iniqua e dovremmo batterci con forza in Parlamento per cancellarla. Detto questo la campagna di Sky per se stessa mi è parsa sopra le righe”. E ancora: “Tradurre la potenza di fuoco della televisione in forza politica sta diventando un’abitudine del nostro Paese -conclude Follini- Resto convinto che questa cattiva abitudine non fa crescere una buona democrazia”.
Su questo fronte, intanto, da quanto si apprende, la maggioranza sta lavorando a un punto di mediazione sulla controversa partita dell’aumento dell’Iva. All’interno del Pdl e nel governo si sta infatti valutando l’ipotesi di scaglionare in tre anni l’aumento dell’aliquota. Secondo questa ipotesi, il decreto anti-crisi dovrebbe prevedere il passaggio dell’Iva dal 10 al 13% nel 2009, quindi al 17% nel 2010 per raggiungere il 20% nel 2011. Sarebbe questo il senso della gradualità degli aumenti cui ha fatto riferimento il vicepresidente del Senato, Domenico Nania: “Vorrei precisare che si tratta di un allineamento e di una riduzione di un privilegio fiscale di cui godevano le pay tv. In ogni caso in parlamento si può cercare di trovare una soluzione condivisa, magari procedendo gradualmente all’allineamento dell’Iva al 20%, scaglionandola nel tempo, invece che introdurla in un solo colpo”.

Un cartone e una fiction per gli ottant’anni dell’Opus Dei

Il cardinale Jorge Maris Mejia

Una fiction e un cartone animato sulla vita del fondatore, José Maria Escriva de Balaguer: così l’Opus Dei celebra gli ottant’anni dalla fondazione. E progetta ulteriori espansioni verso l’Est europeo, la Russia e persino la Cina. Studiati quasi come delle contro mosse al grande successo di pubblico (un po’ meno di critica), del Codice da Vinci di Dan Brown - libro e film - che ha costruito la figura di un monaco dell’Opus Dei nella parte del “cattivo”.

Ma nell’Opera non esistono monaci. Il cartone animato sulla vita di Escrivà de Balaguer, proclamato santo da Giovanni Paolo II, è il primo dei due “prodotti” mediatici che vedremo sul piccolo schermo.

Proprio in questi giorni, l’Opus Dei ha firmato con Mediaset per la messa in onda del cartone prodotto da Mondo Tv, rivolto al pubblico dei più piccoli e su cui l’Opus Dei, ricordano dalla sede centrale di Viale Bruno Buozzi a Roma, ha offerto solo “la consulenza”. La produzione internazionale è della Lux Video di Ettore Bernabei. Insomma, il Codice da Vinci sembra quasi aver fatto bene all’Opus Dei che ha visto crescere nell’ultimo periodo il numero dei membri. E nelle università americane si studia la strategia con cui ha trasformato un danno di immagine in un punto di forza.

Nell’ultimo anno sono almeno sette i titoli usciti in libreria e dedicati all’associazione religiosa: Opus Dei, un’inchiesta di Giovanni Minoli e Stefano Rizzoli, Josèmaria Escrivà di Massimo Bettetini, Il finanziere di Dio di Franco Stefanoni, In fuga dall’Opus Dei di Duborgel Véronique, Un lavoro soprannaturale di Pippo Corigliano, Opus Dei, tutta la verità di Patrice de Plukett, I ragazzi di via Sandri di Pierluigi Bartolomei

Processo Mediaset, uno dei pm: “Il lodo Alfano è incostituzionale”

Angelino Alfano
“Il lodo Alfano è incostituzionale”. È questa la posizione del pm milanese Fabio De Pasquale al processo che vede imputato, fra gli altri, il premier Silvio Berlusconi per presunte irregolarità nella compravendita dei diritti televisivi da parte di Mediaset. Il pm ha cheisto quindi ai giudici di mandare gli atti alla Corte costituzionale per dichiarare la nullità della norma entrata in vigore il 26 luglio scorso per tutelare la alte cariche dello Stato. Lo stesso pm chiede ai giudici di dichiarare la sospensione del processo solo per l’imputato Berlusconi e di procedere oltre per gli altri 11 imputati.

Secondo il pm il lodo Alfano è costituzionalmente illegittimo sotto svariati profili. Per il rappresentante dell’accusa, tra le altre cose rimarrebbero irrisolti svariati problemi che la Corte Costituzionale pose nel 2004 quando dichiarò illegittimo in parte il cosidetto lodo Schifani-Maccanico sempre riguardante la sospensione del processo per le più alte cariche dello stato. Nel lodo Alfano, tra le altre cose, non vi sarebbe “una definizione del concetto di alte cariche nel corpo della legge”, il riferimento è invece solo nel titolo.
Sempre stando al pm il lodo Alfano contrasta con la Costituzione in relazione al articolo 3, uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Il riferimento è alla irragionevolezza perché il lodo sospende i processi per tutti i reati e automaticamente senza considerare la fase in cui si trovano i procedimenti. Un altro riferimento del pm è al trattamento diverso tra il presidente del Consiglio e i ministri e al trattamento sempre diverso tra i presidenti delle Camere da una parte e deputati e senatori dall’altra. Infine il rappresentante dell’accusa ha ricordato che al lodo Alfano si è arrivati con una legge ordinaria e non con una legge di revisione costituzionale.

È toccato a Niccolò Ghedini, difensore di Silvio Berlusconi, replicare all’eccezione di incostituzionalità presentata da De Pasquale, spiegando che il Lodo rispetta la Costituzione e citando anche le dichiarazioni che il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, fece all’indomani della sua approvazione, il 28 luglio scorso.
L’avvocato del premier ha ricordato che in quella occasione il capo dello Stato spiegò che nel promulgare la norma aveva tenuto in considerazione come “unico punto di riferimento” la sentenza della consulta del gennaio 2004, lasciando “ogni altra valutazione alla polizia”. Proprio la conformità del lodo Alfano rispetto ai rilievi mossi dalla Corte Costituzionale, che nel gennaio 2004 bocciò il lodo Schifani-Maccanico, è stata al centro degli interventi di Ghedini e Piero Longo. Longo ha concluso chiedendo ai giudici della prima sezione penale di ritenere “infondata e non rilevante” l’obiezione di costituzionalità del pubblico ministero.

I giudici della prima sezione del tribunale si sono riuniti in camera di consiglio per decidere sull’eccezione di costituzionalità del lodo Alfano. I giudici dovranno anche decidere, qualora non accogliessero l’eccezione e decidessero di applicare il lodo Alfano, su una richiesta di stralcio della posizione di Berlusconi da quella degli altri imputati. Il presidente della prima sezione, Edoardo D’Avossa, non è stato in grado di dare dei tempi per la decisione.

Il piano Di Pietro: via 2 reti Mediaset

Antonio Di Pietro, leader dell'Idv | Ansa
“Una sola televisione pubblica senza pubblicità, pagata dal canone e sottratta all’influenza dei partiti; esecuzione sentenza europea su Europa 7 e spostamento di Rete 4 sul satellite; limite di una sola rete per i concessionari privati (come Mediaset); abolizione dei finanziamenti pubblici all’editoria”.
È la proposta dell’Italia dei valori per il settore dell’informazione. Lo spiega Antonio Di Pietro sul suo blog, partendo dalla vicenda di Enzo Biagi. “Silvio Berlusconi, in una recente intervista a Gianni Riotta ha parlato di Biagi. Ha rivelato di aver voluto trattenere Biagi in Rai e che il giornalista declinò la sua offerta per poter ottenere una ricca liquidazione. Riotta, che dirige il più importante telegiornale pubblico, non si è sentito in dovere di replicare. Lo stesso Riotta aveva dichiarato di avere Biagi come modello”, scrive il leader dell’Italia dei valori. “La verità è che Berlusconi, con il famoso editto bulgaro, ha cacciato dalla Rai Enzo Biagi per la sua indipendenza, insieme a Michele Santoro e a Daniele Luttazzi”, prosegue Di Pietro.
A questo punto la domanda sorge spontanea e la pone Maurizio Gasparri (An), estensore dell’ultima legge di riordino del sistema radio-televisivo: “Ma la proposta sul nuovo assetto del sistema delle comunicazioni in Italia Di Pietro la fa a titolo personale? E Veltroni, con il quale si è alleato, la condivide e la metterà nel programma del Pd”?
Al quesito di Gasparri dà una risposta indiretta Fabrizio Cicchitto, vice coordinatore di Forza Italia: “Siamo stati facili profeti. Walter Veltroni usa un buonismo di facciata e utilizza il suo braccio armato, rappresentato da Antonio Di Pietro, per colpire l’avversario politico ed annunciare un programma, con conseguenti iniziative di legge, che punta a distruggere Mediaset, cioè la prima azienda televisiva del Paese, con inevitabili e disastrosi effetti sull’occupazione, solo perché di proprietà del leader del Pdl”.

L’Ue boccia i due poli tv. E riaccende la polemica tra i poli a Palazzo

[i](Foto: Ansa)[/i]
Tra i primi problemi del futuro governo (ma c’è chi ipotizza un forcing dell’esecutivo uscente, anche se resta da capire quale) ci sarà la questione delle frequenze televisive. E potrebbe accadere che, se vincerà il centrodestra, Silvio Berlusconi dovrà spedire sul satellite Retequattro e il suo direttore, Emilio Fede. È una delle possibili conseguenze, del tutto ipotetiche ovviamente, della sentenza della Corte di giustizia europea che ha giudicato “contrario al diritto comunitario” il sistema italiano di assegnazione delle frequenze, in particolare di quelle analogiche (cioè in chiaro).
In pratica la Corte ha accolto il ricorso Centro Europa 7, un’azienda proprietaria dell’omonimo network, che nel ‘99 ottenne dal governo l’autorizzazione a trasmettere in chiaro; ma successivamente non ebbe mai l’assegnazione delle frequenze stesse. Sulle quali trasmetteva appunto Retequattro, dopo che Mediaset le aveva regolarmente pagate.
Europa 7 fece ricorso al Tar, chiedendo di accertare i criteri di assegnazione e reclamando un risarcimento danni. Non ottenendo soddisfazione si rivolse al Consiglio di Stato che ha chiesto a sua volta l’opinione della corte Ue.
La quale ha emesso un giudizio molto estensivo, che potrebbe appunto ripercuotersi ben al di là del caso Europa 7-Retequattro, per mettere in discussione (come in effetti fa) l’intero sistema radiotelevisivo basato sulla legge Gasparri. Per la Corte di giustizia infatti il regime italiano “non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”. Le leggi succedutesi, è la tesi dei giudici europei, “hanno perpetuato un regime transitorio, con l’effetto di non liberare le frequenze destinate ad essere assegnate ai titolari di concessioni in tecnica analogica e di impedire ad altri operatori di partecipare alla sperimentazione della televisione digitale”.
Tutto ciò “ha avuto l’effetto di impedire l’accesso al mercato degli operatori privi di radiofrequenze”. Questo effetto restrittivo “è stato consolidato dall’autorizzazione generale, a favore delle sole reti esistenti, ad operare sul mercato dei servizi radiotrasmessi, cristallizzando le strutture del mercato nazionale e proteggendo la posizione degli operatori nazionali già attivi su detto mercato”.
Il limite al numero degli operatori sul territorio nazionale, potrebbe essere giustificato da obiettivi d’interesse generale, ma “dovrebbe essere organizzato sulla base di criteri obiettivi, trasparenti, non discriminatori e proporzionati”. Conclusione: “L’assegnazione in esclusiva e senza limiti di tempo delle frequenze ad un numero limitato di operatori esistenti, senza tener conto dei criteri citati, è contraria ai principi del Trattato sulla libera prestazione dei servizi”.
Già, ma gli effetti pratici? Mediaset afferma che la sentenza “non può comportare alcuna conseguenza sull’utilizzo delle frequenze nella disponibilita’ delle nostre reti, inclusa ovviamente Retequattro”. Aggiunge l’azienda di Berlusconi: “Il giudizio cui la sentenza si riferisce riguarda infatti esclusivamente una domanda di risarcimento danni proposta da Europa 7 contro lo Stato italiano e non puo’ concludersi in alcun modo con pronunce relative al futuro uso delle frequenze. Quanto all’insinuazione che Retequattro occuperebbe indebitamente spazi trasmissivi a danno di Europa 7, Mediaset ribadisce che la rete è pienamente legittimata all’utilizzo delle frequenze su cui opera. Quindi nessun rischio per Retequattro”.
In sostanza, sembra dire Cologno Monzese, noi le frequenze le abbiamo pagate, colpa dello Stato se ne è nato un pasticcio; ed è lo Stato a dover risarcire Europa 7. Ma anche Mediaset si riserva ulteriori altri commenti quando la sentenza sarà nota in tutti i suoi dettagli.
Fin da ora però sembra di capire che i giudici europei non si limitano ad occuparsi del caso Europa 7-Retequattro, ma intervengono più in generale contro il duopolio televisivo italiano. Ecco perché, in prospettiva, in area rischio non c’è solo la rete di Emilio Fede, ma anche la Rai.
Da anni si discute se inviare sul satellite una rete Mediaset e RaiTre. La legge firmata da Maurizio Gasparri tentò di aggirare il problema accelerando i temi del digitale terrestre, che con la moltiplicazione delle frequenze disponibili avrebbe di fatto reso il mercato accessibile a tutti.
La Corte europea però sostiene che negare l’accesso alle frequenze analogiche impedisce anche la sperimentazione del digitale. E dunque c’è materia per alimentare un nuova polemica politica. Che nelle prime battute sembra circoscritta all’interno della sinistra: “Il Partito democratico non vuole capire”, sostiene il Pdci, attaccando non solo il progetto di riforma Gentiloni, ma soprattutto le aperture di Walter Veltroni a Berlusconi.
Il seguito? Alle prossime puntate. Su quale rete, è da capire.

Il VIDEO servizio:

Raisetgate: uno scandalo o un polverone?

L'ingresso della sede Rai di Roma in un'immagine di archivio
In tutta sincerità nel cosiddetto Raisetgate (lo scambio di informazioni tra dirigenti e direttori di viale Mazzini e del Biscione) si riesce ad intravvedere un solo episodio di qualche rilievo: il tentativo (fallito) di ritardare la messa in onda della sconfitta del centrodestra alle regionali 2005 per dar modo ai capi della Cdl di inventarsi una spiegazione adeguata. Va aggiunto peraltro che mentre Tg1 e Tg5 studiavano la cosa, sia i dati del Viminale sia i talk show sulle reti pubbliche e private andavano tranquillamente, e giustamente, avanti.

Questa opinione sarebbe ovviamente la stessa se il sito sul quale scriviamo non facesse capo a un’azienda, la Mondadori, che ha come azionista di maggioranza la Fininvest, che controlla Mediaset. E sarebbe la stessa per tre motivi molto semplici.

Primo: è abitudine invalsa da anni tra i direttori dei maggiori quotidiani di consultarsi sulle prime pagine. Non è un buon costume, ma è così. Pare che negli ultimi tempi lo scambio di telefonate e fax si sia ridotto: sarebbe meglio se si interrompesse del tutto. Comunque serve a dare l’idea del terreno nel quale ci muoviamo, con o senza (o contro) lo zampino di Silvio Berlusconi.

Secondo motivo. Che dirigenti di canali televisivi anche concorrenti si scambino notizie su una faccenda quale i funerali del Papa che scandalo desta? Si tratta di eventi controllati non da loro: gli inviati e i direttori dei network stranieri fanno la stessa cosa quando agiscono da “embedded”, quando cioè coprono qualche guerra al seguito di qualche esercito. Sono gli altri a dettare le regole se si vuole andare al fronte con i soldati. Naturalmente questo non impedisce di svolgere indagini indipendenti, come ha fatto Panorama - scusate la citazione - sui comportamenti dei militari italiani in Somalia e sull’uso degli aiuti per il Kosovo.

Punto tre, che poi è il più importante. La Rai è controllata dalla politica, anzi dal governo. La riforma Gasparri che attribuisce al Parlamento il diritto di scelta dei consiglieri si è rivelata un colabrodo nel momento in cui il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, ha tentato di esautorare un consigliere in quota al Tesoro (dunque formalmente indipendente) per mettere al suo posto Fabiano Fabiani, manager di Stato gradito a Romano Prodi e Walter Veltroni. Perfino il Parlamento a maggioranza centrosinistra aveva censurato questo comportamento, non trovando però di meglio che imporre alla Rai di bloccare tutte le nomine. Con ciò confermando quel che voleva smentire: che l’indipendenza della Rai è una pura finzione. Finché il Tar ha bloccato tutto gettando l’azienda nell’ennesima paralisi decisionale.

Così, quando al governo c’è Romano Prodi e la sinistra, tutte le nomine sono prodiane o diessine (anzi, democratiche). Quando c’è stato Berlusconi le nomine sono state berlusconiane. Con la solita “riserva” di RaiTre e Tg3 garantita da sempre alla sinistra.

Per ovviare a questo problema, che esiste da quando esiste la Rai, si può agire in due modi. Con una legge seria sul conflitto d’interessi, che riguarderebbe principalmente Berlusconi, ma a questo punto non solo lui: che dire degli intrecci tra palazzo Chigi, partito democratico ed i maggiori banchieri italiani? Oppure dell’idea di mettere a capo di un nuovo partito alleato del Pd il presidente della Confindustria?
Il secondo modo di intervenire è sulla Rai: staccandola davvero dal padrinato dei partiti. Le proposte, in questi decenni, non sono mancate: privatizzazione, fondazione, eccetera. Peccato che siano rimaste tutte lettera morta.

Una riforma vera della Rai risolverebbe un problema generale e probabilmente farebbe risparmiare un bel po’ di soldi ai contribuenti. Una legge sul conflitto d’interessi risolverebbe un problema particolare, ma di non minore importanza. L’ideale, va da sé, è di agire su entrambi i fronti.

Ma naturalmente le forze politiche se ne guardano bene. Si discute invece, e torna di attualità proprio grazie al Raisetgate, di riforma del sistema radiotelevisivo. Riforma che a seconda delle legislature diventa un abito su misura o per il centrodestra o per il centrosinistra. Le cose serie (indipendenza della Rai, conflitto d’interessi) meglio tenerle nel cassetto come una pistola da tirar fuori quando si avvicina una campagna elettorale. E in questa situazione c’è chi descrive come una Spectre il fatto che due direttori si telefonassero e che qualche dirigente fosse preoccupato delle inquadrature dedicate al Cavaliere.

Ps. dal caso Unipol in poi, non era stato stabilito che le intercettazioni e le soffiate giudiziarie su fatti e personaggi collaterali a qualche inchiesta non andavano pubblicati? Che mai più si sarebbero avute lesioni della privacy? Beh, qui l’indagine riguarda il fallimento di una società di sondaggi, la Hdc di Luigi Crespi. Se c’è un reato a carico della Rai, o di Mediaset, il magistrato indaghi. Altrimenti il tutto sa di polverone.

Il VIDEO servizio:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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