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- Tags: Associazione degli ospedali privati, classifica, degenti, Lombardia, malato, medici, ospedali, panorama in edicola, pronto-soccorso, salute, sanità, sistemi sanitari
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Un intervento in ospedale
La Lombardia è in testa. Al suo fianco Emilia-Romagna e Toscana sono sul podio. Al vertice opposto invece Sicilia, Sardegna e Calabria. È questa l’ultima classifica della qualità della sanità regionale italiana (vedere il grafico a fondo pagina).
A stilare la graduatoria è stato Gabriele Pelissero, presidente per la Lombardia dell’Aiop, l’Associazione italiana dell’ospedalità privata. Continua

Basta con i magistrati che scrivono le sentenze a casa. Giustizia e università saranno i prossimi fronti del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta. Che, pur riponendo la clava nel cassetto e usando toni suadenti, non molla di un centimetro: attraverso la trasparenza assoluta vuole efficienza e organizzazione in tutti i settori dello Stato.
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Visualizza abusivismo odontoiatrico in una mappa di dimensioni maggiori
Quando è scattato l’ennesimo blitz e i carabinieri del Nas di Bari sono entrati all’interno di un ambulatorio di San Ferdinando di Puglia il paziente era immobile sul riunito, la poltrona del dentista. Aveva la bocca aperta e un molare anestetizzato in attesa di un’otturazione. Intorno a lui nessuno. Era completamente solo con un tavolo, un armadio, un lavandino e diverse confezioni di medicinali scaduti.
Il falso professionista, che fino a pochi attimi prima gli stava trapanando il dente, si era appena dato alla fuga; si era accorto dell’arrivo dei militari da un monitor che trasmetteva le immagini di una telecamera a circuito chiuso che lui stesso aveva posizionato nella sala d’attesa. Così, come in una scena di un film, attraverso l’armadietto che nascondeva una porta, aveva deciso di nascondersi in una stanza adiacente: un garage che solitamente utilizzava per riparare le dentiere e costruire protesi. Da anni infatti si faceva chiamare dottore ma in realtà era solo un bravo odontotecnico con un fiuto per gli affari. Nel “suo studio dentistico” praticava prezzi decisamente concorrenziali; per un’otturazione, un impianto e per una pulizia dei denti si poteva risparmiare dal 30 al 70 per cento.
In Italia fenomeno dell’abusivismo odontoiatrico è in preoccupante crescita. Da Nord a Sud.
Nel 2008, i carabinieri dei Nas hanno sequestrato 170 laboratori per un valore di oltre 55 milioni di euro e denunciato 556 falsi odontoiatri, 80 in più rispetto all’anno precedente.
Solo nelle provincie di Bari e Foggia nei primi sette mesi di quest’anno ne sono stati scovati ventidue, di cui poco meno della metà proprio a San Ferdinando di Puglia. La crisi, si sa, aguzza l’ingegno ma in questo paesino in provincia di Foggia tutti sembrano aver avuto la stessa idea per poter arrotondare a fine mese. E tutti con ottimi risultati: centinaia di pazienti e un “fatturato” da capogiro.
In meno di trenta giorni i militari ne hanno scoperti e denunciati nove per esercizio abusivo della professione e per irregolarità nella licenza: “I falsi dentisti che abbiamo denunciato sono per la maggior parte odontotecnici che hanno deciso di ‘improvvisarsi’ odontoiatri per aumentare il reddito a fine mese” afferma il capitano Antonio Citarella, comandante del Nas di Bari e Foggia “lavorano abusivamente all’interno di ambulatori che non hanno i requisiti sanitari, in condizioni igieniche precarie e spesso con medicinali scaduti“.
All’interno degli studi dentistici sequestrati dalla magistratura, i militari dell’Arma, hanno trovato centinaia di confezioni di antibiotici e anestetici ormai scaduti da anni. E non solo in Puglia. Anche a Padova, Cagliari e Viterbo dove durante le perquisizioni sono spuntati anche medicinali rubati dagli scaffali degli ospedali pubblici. “Non tutti i pazienti che abbiamo sorpreso nelle sale d’attesa sono consapevoli di rivolgersi ad un falso dentista ma vengono attratti dai costi decisamente più contenuti” prosegue il capitano Citarella “altri invece pur essendo a conoscenza che si tratta solo di un tecnico e non di un medico, accettano di sottoporsi anche a delicati interventi chirurgici pur di risparmiare”.
Ma si moltiplicano anche i casi di medici odontoiatri, regolarmente iscritti all’Albo, titolari di studi dentistici che non esercitano la professione ma affidano i propri pazienti agli odontotecnici; Citarella conclude: “Stiamo ricevendo numerose denunce da parte di pazienti che hanno riportato gravi lesioni al cavo orale ma anche da parte dell’Ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri di Foggia che devono intervenire su pazienti che hanno subito danni”.

- Tags: Camera, ddl, denuncia, Gianfranco Fini, immigrazione, Lega, medici, ministro, pdl, presidente, presidi, Roberto Maroni, scuola, sicurezza
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Una lettera di due pagine al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, inviata alla vigilia del ponte del primo maggio. Mittente: il presidente della Camera Gianfranco Fini. Che il 30 aprile si è rivolto al titolare del Viminale per segnalare eventuali “problemi di costituzionalità” di una norma, contenuta nel disegno di legge sulla sicurezza che di fatto impedirebbe l’iscrizione alla scuola dell’obbligo dei bambini stranieri, se figli di genitori clandestini.
Da sottolineare la tempistica: è alla vigilia del dibattito parlamentare sul ddl (che entrerà nel vivo a Montecitorio martedì 5 maggio con un esito tutt’altro che scontato visto che, sempre martedì, un vertice di maggioranza dovrà decidere se mettere o no la fiducia) che il presidente Fini torna sul tema a lui molto caro dell’immigrazione e dell’integrazione degli stranieri in Italia.
Dopo gli interventi contro i cosiddetti “medici spia”, poi stralciati dal provvedimento, la seconda carica dello Stato chiede insomma chiarimenti sui “presidi spia”. A rendere noto il contenuto della lettera è stato lo stesso Fini, partecipando a un incontro sulla Costituzione e sul ruolo del Parlamento con alcuni studenti. “Nel disegno legge sulla sicurezza” ha detto Fini, rispondendo alla domanda di un ragazzo “c’è una norma per la quale ogni volta che ci si vuole interfacciare con la pubblica amministrazione occorre presentare un documento di identità, ma per un cittadino straniero occorre il permesso di soggiorno”. E poiché un clandestino non ha alcun tipo di documento di riconoscimento valido in Italia, Fini ragiona: “Se la norma è interpretata in un certo modo, arriviamo all’estremo che un bambino non potrebbe nemmeno frequentare la scuola dell’obbligo se i genitori non hanno il permesso di soggiorno”. “Per questo” ha rivelato Fini “ho chiesto un chiarimento a Maroni”.
Chiarimento chiesto per iscritto: “A prescindere dal giudizio su tale eventualità (a mio avviso negativo) che appartiene al dibattito politico, ti faccio presente” si legge nella lettera inviata da fini a Maroni “che si porrebbero problemi di costituzionalità e che da un attento esame della principale legislazione europea in materia di istruzione degli stranieri, non si evince alcuna normativa volta a discriminare l’esercizio del diritto allo studio da parte di minori stranieri”.
L’articolo cui Fini si riferisce nella sua lettera è quello che introduce il concetto secondo il quale lo straniero, per avere diritto a qualsiasi tipo di prestazione pubblica, compresa l’iscrizione a scuola, dovrà presentare il permesso di soggiorno. In caso contrario, scatta l’obbligo di denuncia perchè la clandestinità, con questo ddl, diventa reato. E, secondo il codice penale vigente, se non si denuncia un reato lo si commette a propria volta.
Secondo Fini, quindi, la disposizione - subordinando la fruizione di pubblici servizi alla presentazione di “documenti inerenti al soggiorno” presso gli uffici della nostra amministrazione - “impedisce che di questi servizi possano godere gli stranieri privi dei predetti documenti. Ciò fa sorgere, soprattutto a livello applicativo un problema di compatibilità” con altre norme. “Un solo esempio delle conseguenze - spiega Fini - che ne deriverebbero: ai minori stranieri verrebbe negata l’iscrizione alla scuola dell’obbligo ed il conseguente diritto all’istruzione che è attualmente tutelato, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani”.

Dal decreto al disegno di legge. Le ronde cittadine rispuntano nei piani del governo. Così come era stato deciso nel vertice di maggioranza, la misura, cara alla Lega, è tornata in pista dopo essere stata bocciata alla Camera e al Senato. Stessa sorte per la permanenza degli immigrati fino ai 6 mesi nei Cie, altra norma che era stata stralciata. il governo ha presentato nelle commissione Affari costituzionali e Giustizia della Camera due emendamenti, che riproducono in maniera eguale la norma sulle ”associazioni dei volontari per la sicurezza”, che era stata stralciata dal decreto dopo le proteste delle opposizioni, e anche, con qualche lieve modifica, la norma sui Cie (centri di identificazione e espulsione), bocciata in Parlamento nel corso della prima lettura e una volta alla Camera, con voto segreto.
La permanenza nei Cie sarà prevista per 30 giorni, rinnovabile per altri 30: i successivi due prolungamenti di 60 giorni l’uno, come precisa Carolina Lussana, deputata della Lega Nord, dovranno essere autorizzati dal giudice di pace. Sembra invece destinata a sparire l’idea della denuncia dei clandestini da parte dei medici, che aveva suscitato le proteste anche di 101 deputati del Pdl: un emendamento che la abolisce è stato presentato dai relatori di maggioranza del provvedimento, Jole Santelli e Francesco Sisto.
Identica sorte dovrebbe subire l’emendamento D’Alia che ha scatenato le ire degli internauti e che prevedeva la possibilità di oscurare i siti in cui singoli utenti commettessero l’incitazione a delinquere o apologia di reato.La norma prevedeva che ”in caso di accertata apologia o di incitamento, il ministro dell’Interno dispone con proprio decreto l’interruzione dell’attività indicata, ordinando ai fornitori di servizi di connettivita’ alla rete Internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine, ampliando sanzioni pecuniarie per gli inadempienti”.
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Guai a chiamarli eroi. Dicono che hanno fatto solo il loro dovere. Ma due cose vanno dette. La prima è che tutti i medici e gli infermieri dell’ospedale Nuovo hanno vissuto la terribile scossa occupandosi subito di se stessi, dei propri cari, degli amici del piano di sotto; la seconda è che, senza alcuna chiamata, si sono riversati sul proprio posto di lavoro.
Storie di gente che ha visto morire il figlio e subito dopo è andata a salvare un anonimo ragazzo, con i camici chiusi con il cerotto, con il filo di sutura che non c’era più, con le garze esaurite. Le barelle sistemate sull’asfalto, e dai a ridurre una frattura, a praticare un massaggio cardiaco, a tamponare una ferita che sembrava una fontana. La vita contro la morte: un pediatra ha perso moglie e due figlie, un medico di base e sua moglie ematologa hanno visto andarsene Filippo, il loro ragazzo di 16 anni, un cardiologo non ha più né moglie né figlia, un anestesista ha perso la moglie e il figlio è in rianimazione. Ma tutti, prima ancora di capire e di piangere, sono tornati lì dove forse qualcosa, forse moltissimo, si poteva ancora fare.
Guido Liris è un giovane di 29 anni, specializzando in igiene: “Dormivo, con i miei genitori e i miei fratelli. La nostra casa, seppur lesionata, ha retto ma quella dello zio Armando, che è accanto alla nostra, è implosa, tutto crollato. Ho preso le medicine che potevano servire, adrenalina, ossigeno, filo di sutura, e ci siamo messi a scavare con le mani o con una pala. Era una lotta impossibile. Lì sotto c’erano lo zio e mia cugina Barbara di 35 anni. Noi abitiamo a Pianola, un piccolo centro vicino all’Aquila, e stavamo tutti lì a scavare. Barbara l’abbiamo tirata fuori abbastanza presto, stava bene, un armadio le era crollato addosso e così i calcinacci non l’avevano seppellita. Ma dello zio nessuna notizia. Dopo un’ora e mezzo dalla scossa un amico mi urla: “Corri Guido, c’è lo zio, è vivo, è caldo”. Sono arrivato con tutto quello che poteva servire. Lo vedo con gli occhi chiusi ma caldo, effettivamente. Vicino a lui una maschera per l’ossigeno che usava per un problema respiratorio. L’ossigeno deve avergli allungato un po’ la vita ma poi non ce l’ha fatta. Fossimo arrivati poco prima…”.
Estratto il corpo dello zio e assicuratosi che tutto era in sicurezza, Liris è montato in macchina ed è corso in ospedale. Lui è delegato sindacale dei 450 specializzandi, una specie di sindacalista di destra, visto che fino allo scioglimento di An è stato il coordinatore provinciale di Azione giovani. “La prima immagine è stata la grande nuvola di polvere scura sopra il centro storico della mia città. Era ancora buio, ma si vedeva questa cappa nera sopra i miei campanili medioevali. Arrivo in ospedale e quello che vedo non si può raccontare. Altro che Er, altro che i film apocalittici. C’erano già quasi tutti i malati portati fuori, i feriti che arrivavano in continuazione, ma non potevamo metterli dentro perché dentro era tutto sfasciato. Primari e infermieri, specializzandi e portantini, tutti insieme. Un caos pazzesco, poco coordinamento, come è logico, ma una grande pagina di solidarietà. La cosa bella in questi momenti è che si muove uno e si muovono tutti. Decidiamo di tirare fuori i malati dell’ultimo reparto: rianimazione. Li abbiamo portati fuori con le flebo e i respiratori attaccati, intanto i nostri primari chiamavano i loro colleghi di altri ospedali: “Ho uno in coma oncologico, te lo puoi prendere? L’ambulanza è già pronta”. Poi è successo il peggio: arrivavano, scaricati da macchine, centinaia di feriti e lì riconoscevi l’amico, il figlio del barista, il lontano parente. E più passava il tempo, più i morti erano superiori ai vivi”.
Va bene, niente eroi, però dopo aver lavorato 18 ore consecutive andando a prendere nei reparti lesionati e abbandonati garze, pinze e filo di sutura il nostro Guido è tornato a Pianola e con un’infermiera amica sua ha messo su in quattro e quattr’otto un presidio medico nel campo sportivo del paese: “Rifacciamo le medicazioni fatte in tutta fretta quella notte, diamo pasti caldi a 300 persone. Ho staccato solo mezz’ora e purtroppo quando riaccendo il cellulare è quasi sempre qualcuno che mi dice: “Hai saputo di Tizio? È morto”.
L’ospedale da fuori sembra pure bello e nuovo, come il suo nome. Ci sono voluti 26 anni per costruirlo e consegnarlo in pompa magna appena nove anni fa. Cemento armato e struttura antisismica, tanti reparti uno separato dall’altro come un aeroporto con tanti terminal. Ma ha retto solo il cemento armato, mentre i tramezzi, i controsoffitti, i cornicioni e molte pareti laterali si sono sfarinati sotto le scosse.
“Siamo in zona sismica ma non abbiamo mai fatto alcuna esercitazione” dice il primario di neurologia, così tutti i 500 malati sono stati evacuati in tempi record grazie al lavoro del personale e della Protezione civile. Ora è stato allestito nel prato dietro questo monumento all’inutilità un ospedale da campo. C’è naturalmente la tenda del pronto soccorso, quella per il deposito dei medicinali, quella per la pediatria, quella per le prescrizioni dei farmaci, quella per l’ostetricia. Sandra Moro è un altro dei tanti medici non eroi: “Vivo a Paganica, uno dei paesi più colpiti. Noi tutti bene, mio marito e i miei due figli. Dopo le prime ore sono scesa quaggiù a vedere cosa c’era da fare. Non immaginavo di trovare l’inferno. Sono ginecologa e la prima cosa è stata mettere in sicurezza le nostre pazienti. Una donna era arrivata alla massima dilatazione e ha partorito in ambulanza. Ma poi c’erano da curare i feriti, cucire, fasciare, rianimare. Ho detto: io so far nascere i bambini ma voi utilizzatemi per qualsiasi cosa. No, non c’era tempo per pregare”.
Oppure Vincenzo Corridore, otorino: “Ovvio, prima abbiamo scavato per tirare fuori i nostri vicini di casa e poi in ospedale. Sono arrivato alle 6 e ho visto cose che non avrei mai pensato di vedere. “Trovatemi un paio di forbici” diceva uno, e io a correre in un reparto a prendere dagli armadietti tutto quello che poteva servire”.
Per carità, nessun eroe, hanno solo fatto il proprio dovere. Mariapia Lepidi è una giovane infermiera oncologica: era qui di turno e dopo aver trascinato insieme a una collega i 14 suoi malati si è messa a disinfettare e pulire, a fare iniezioni e prelievi per altre 18 ore, senza mangiare e bevendo solo 12 ore dopo, quando è arrivata un po’ d’acqua. O ti raccontano di quanto è stata brava Benita Capannolo, anestesista che si è fatta in 12 per alleviare le sofferenze dei moribondi che transitavano nel pronto soccorso all’aperto. O di Marina Tobia, primaria di ginecologia ospedaliera che sembrava la più giovane delle infermiere per quanta forza e umiltà metteva nel suo soccorrere chiunque. “Felice il Paese che non ha bisogno di eroi” fa dire Bertold Brecht al suo Galileo Galilei. Vero, però che consolazione il Paese che ogni tanto trova tanta gente che sa fare così bene il proprio dovere.
- Tags: Alessandra-Mussolini, clandestini, ddl, denuncia, deputati, fiducia, immigrati, Lega, legge, lettera, medici, norma, pdl, sicurezza
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Sono più di cento, sono onorevoli (del Pdl, nessuno della Lega Nord) e vogliono far sentire la propria voce. Per esempio, scrivendo al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, una lettera per chiedergli di non porre la fiducia sul disegno di legge sulla sicurezza perché le norme riguardanti la denuncia dei clandestini da parte dei medici (ma, secondo i firmatari anche da parte degli insegnanti) sono “inaccettabili e necessitano di indispensabili correzioni. Siamo certi che ne converrai anche tu, quando potrai renderti conto di come questo dettato legislativo vada contro i più elementari diritti umani e in particolare dell’infanzia e della maternità”. E ancora: “Tutto questo va contro la nostra e crediamo la tua coscienza. Porre la fiducia mantenendo queste gravissime disposizioni sarebbe un errore imperdonabile”.
Capitanati da Alessandra Mussolini (”Sono convinta di poter contare sull’appoggio del presidente Fini”) i parlamentari firmatari aggiungono d’esser certi che il premier si renderà conto di “come questo dettato legislativo vada contro i più elementari diritti umani e in particolare dell’infanzia e della maternità”.
Nella lettera si respinge l’interpretazione secondo cui il provvedimento non obblighi i medici alla denuncia dei clandestini che si presentano in ospedale o nei centri di vaccinazione: “Non è così. Anzi, l’obbligo di denuncia potrà riguardare anche gli insegnanti e chiunque eserciti incarichi pubblici”. E ciò proprio a causa dell’introduzione in sede penale del reato di clandestinità: in caso di mancata denuncia, infatti, medici e insegnanti violerebbero gli art. 361 e 362 c.p., cioè “il reato di omessa denuncia da parte del pubblico ufficiale o di incaricato di pubblico servizio”. Sarebbe, sottolineano i firmatari della lettera, “una vera e propria trappola per bambini, da attirare con l’obbligo dell’istruzione, così da individuarli e colpirli proprio con la mano del medico o dell’educatore”. Il risultato sarebbe escludere bambini e donne in gravidanza dai livelli educativi e sanitari, con rischi per tutti e un “regresso spaventoso in fatto di civiltà”. Solo se non sarà posta la fiducia, concludono, sarà possibile porre rimedio a quello che altrimenti sarebbe un “errore imperdonabile”.
A firmare, oltre alla Mussolini, sono tra gli altri Souad Sbai, Valentina Aprea, Mario Landolfi, Beatrice Lorenzin, Fiamma Nirenstein ed Enrico Costa, capogruppo in commissione Giustizia, Antonio Martino, Manuela Di Centa.Nel primo pomeriggio è arrivata, poi, la firma di Gaetano Pecorella. “Siamo la carica dei 101″ ha esultato la Mussolini citando il famoso cartone Disney. “Hanno sottoscritto quest’appello cento deputati, ai quali nell’ultima ora si è aggiunto anche l’onorevole Pecorella”. Ai quali va aggiunto l’ok del segretario del Pri Francesco Nucara (solitamente molto vicino al premier) e del sottosegretario con delega alle politiche per la famiglia Carlo Giovanardi, leader della pattuglia dei Popolari Liberali.
E pare non abbia intaccato l’entusiasmo della Mussolini, la risposta del presidente dei deputati del PdL, Fabrizio Cicchitto, e il vicepresidente Italo Bocchino: “La lettera dell’onorevole Mussolini sul decreto sicurezza non è condivisa dal gruppo del Pdl. Per altro verso, sul merito del decreto è ancora in corso il dibattito in Commissione”. “Ho parlato con il presidente Fini anche dopo le dichiarazioni di Cicchitto e Bocchino” aggiunge Mussolini “e lui mi ha ribadito che condivide la mia posizione”. Poi prosegue: “C’è un asse istituzionale tra me, come presidente della commissione Infanzia, il presidente della Camera e il Quirinale. Con Napolitano infatti” assicura la parlamentare “ho parlato nei giorni scorsi e lui ha dimostrato di essere sensibile al tema, alla necessità cioè di non penalizzare donne e bambini”.
Il VIDEO servizio:

Non arriveranno a scioperare (almeno sperano non ce ne sia bisogno) ma useranno tutti gli strumenti legali: fino “alla Corte di giustizia europea passando per la Corte costituzionale“. È questa la posizione delle diverse sigle sindacali dei medici (Anaao assomed, Cimo asmd, Aaroi, Fp cgil medici, Fvm, Federazione cisl medici, Fassid, Fesmed, Federazione medici uil fpl), nel caso in cui dovesse passare la norma, contenuta nel Ddl sicurezza, sull’obbligatorietà di denunciare gli immigrati clandestini.
Alzano la voce, insomma, rivendicano il loro ruolo professionale, si appellano al buonsenso dei politici ma, in attesa di segnali, lanciano l’allarme: “Non siamo spie, bisogna bloccare subito l’emendamento della Lega Nord che elimina il principio di non segnalazione degli immigrati clandestini da parte degli operatori del Servizio Sanitario Nazionale. Se diventa legge, il camice bianco avrà l’obbligo, e non la possibilità, di segnalare un clandestino che si rivolge per le cure a una struttura sanitaria pubblica, in quanto pubblico ufficiale incaricato di pubblico servizio”.
A lanciare l’appello intersindacale (qui il testo in .pdf) sono i rappresentanti della dirigenza medica e veterinaria del Ssn, riuniti oggi a Roma proprio per spingere il governo a tornare sui propri passi e bocciare la norma anti-clandestini: “Il medico dipendente da enti pubblici o da enti convenzionati con il Ssn”, spiega il segretario nazionale Fp Cgil medici, Massimo Cozza “riveste contemporaneamente, secondo il costante orientamento della giurisprudenza, la qualifica di pubblico ufficiale o di pubblico servizio. I medici del servizio sanitario nazionale, in quanto pubblici ufficiali, saranno quindi obbligati a denunciare per iscritto quando avranno notizia della clandestinità, diventato reato perseguibile di ufficio. Chi omette o ritarda di denunciare sarà punito con la multa da 30 a 516 euro. E non va dimenticato che l’obbligatorietà della denuncia non è solo a carico dei medici, ma anche degli infermieri e di tutto il personale della sanità pubblica quando è nell’esercizio delle sue funzioni”.
Dello stesso avviso anche il presidente dell’Anaao Assomed, Carlo Lusenti, che aggiunge: “Se il provvedimento diventasse legge si creerebbe una situazione senza via d’uscita. Il medico che decidesse di non applicare la norma, commetterebbe un reato perseguibile d’ufficio”. Un vicolo cieco, dal momento che non sarebbe nemmeno ipotizzabile un ricorso all’obiezione di coscienza. “In linea generale - spiega Lusenti - non è possibile per i medici sollevare obiezione di coscienza, in quanto si può ricorrere a questa prerogativa solo nei casi in cui è espressamente prevista dalla legge, come ad esempio nel caso dell’interruzione volontaria di gravidanza”.
Per i sindacati, la norma in questione presenta inoltre “un evidente profilo di incostituzionalità”, per contrasto con l’articolo 32 della Costituzione, in base al quale la “Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”. Le sigle sindacali elencano quindi i rischi che potrebbero sorgere nel caso l’emendamento dovesse avere il via libera anche della Camera: operare senza tranquillità, dovendo ogni volta scegliere tra seguire il codice deontologico o la legge, la nascita di una sanità parallela (ambulatori clandestini) e il pericolo di un accesso in ritardo in ambulatorio cosa che preoccupa per la salute pubblica e che comporterebbe il ritorno di malattie scomparse (come focolai di tubercolosi, già 4.400 casi nel 2005), un aumento dei costi per curare malattie che normalmente costerebbero meno (il Ssn spende lo 0, 5% per immigrati), e nondimeno un’ulteriore ricaduta sull’organizzazione del lavoro (perdita di almeno un’ora e mezza per una denuncia).
E come non prevedere, spiegano ancora i camici bianchi: “che a fronte del rischio concreto di essere denunciati alle autorità giudiziarie, si determinerebbe la marginalizzazione di gran parte dei cittadini extracomunitari i quali sarebbero costretti, in caso di necessità, a ricorrere a un ’sistema sanitario parallelo’ privo di regole e controlli, generando situazioni di pericolo per la salute collettiva, basti pensare al mancato monitoraggio delle malattie infettive. Senza contare l’ulteriore aggravio che le rigorose modalità di adempimento dell’obbligo di denuncia comporterebbero per il carico di lavoro del medico”.