
Candele votive davanti alle foto di Amanda Knox e Raffaele Sollecito in una casa di Seattle (AP Photo/Ted S. Warren)
Si attende per oggi la sentenza d’appello ad Amanda Knox e Raffaele Sollecito, gli ex fidanzati che la procura considera autori del delitto del 2 novembre del 2007 quando Meredith Kercher, studentessa inglese arrivata a Perugia per studiare, fu trovata morta in casa.
La superperizia disposta dalla Corte ha giudicato ”non attendibili” gli esami scientifici, che la famiglia di Mez respinge. ”Siamo allibite - dicono Arline e Stephanie, madre e sorella della ragazza uccisa - per la prosecuzione di un tam tam mediatico di assoluzione dei due imputati”. Continua

Amanda Knox, in aula a Perugia il 21 novembre 2009. ANSA/PIETRO CROCCHIONI
“Per come la conosco io, è impossibile che Amanda abbia commesso ciò di cui è accusata”.
Parola di Rocco Girlanda, il parlamentare del Pdl, presidente onorario della Fondazione Italia-Usa, che a ottobre del 2010 ha pubblicato per Piemme “Io vengo con te. Colloqui in carcere con Amanda Knox”. Un libro nato dagli incontri avuti con la giovane americana condannata in primo grado a 26 anni per l’omicidio di Meredith Kercher. Pochi giorni fa, nella sua requisitoria al processo d’appello, la pm Manuela Comodi ha chiesto l’ergastolo. La sentenza è attesa per il prossimo 3 ottobre. Continua

Amanda Knox in aula a Perugia ANSA/ PIETRO CROCCHIONI
Parlano le parti civili, oggi, nel nel processo a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher, in corso davanti alla Corte d’assise d’appello di Perugia. Sabato i magistrati della procura generale avevano chiesto la condanna all’ergastolo per entrambi gli imputati. In particolare il pg Manuela Comodi aveva sottolineato “il gigantesco e incrollabile quadro indiziario” nei confronti dei due imputati”. Continua
- biker
- Lunedì 26 Settembre 2011

Amanda Knox, in aula a Perugia il 21 novembre 2009. ANSA/PIETRO CROCCHIONI
Tornano in aula domani gli esperti della Corte d’assise d’appello di Perugia che hanno eseguito una perizia sulle tracce di Dna sui due reperti al centro del processo a Raffaele Sollecito e ad Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher e che hanno ritenuto non attendibili i risultati ottenuti dalla polizia scientifica. Dopo avere illustrato le loro conclusioni, Carla Vecchiotti e Stefano Conti risponderanno alle domande delle parti e dei loro consulenti. Continua


Amanda Knox, il 26 marzo 2011 in aula a Perugia per il processo d'appello per l'omicidio di Meredith Kercher.ANSA/ PIETRO CROCCHIONI
Il processo d’Appello per l’omicidio di Meredith Kercher entra nel vivo solo ora. Con nuovi elementi che potrebbero addirittura ribaltare la sentenza di primo grado, che ha condannato Amanda Knox e Raffaele Sollecito a 26 e 25 anni di carcere. Le difese dei due ragazzi chiedono infatti l’assoluzione piena, l’accusa, che punta invece all’ergastolo, ribadisce che non sono emerse novità tali da mettere in discussione i risultati del primo processo.
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Amanda Knox, il 26 marzo 2011 in aula a Perugia per il processo d’appello per l’omicidio di Meredith Kercher.ANSA/ PIETRO CROCCHIONI
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Amanda Knox, il 26 marzo 2011 in aula a Perugia per il processo d’appello per l’omicidio di Meredith Kercher.ANSA/ PIETRO CROCCHIONI
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Amanda Knox, il 26 marzo 2011 in aula a Perugia per il processo d’appello per l’omicidio di Meredith Kercher.ANSA/ PIETRO CROCCHIONI
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Amanda Knox, il 26 marzo 2011 in aula a Perugia per il processo d’appello per l’omicidio di Meredith Kercher.ANSA/ PIETRO CROCCHIONI
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Raffaele Sollecito, con un nuovo taglio di capelli, in comoagnia di Giulia Bongiorno 26 marzo 2011, in aula a Perugia per il processo d’appello per l’omicidio di Meredith Kercher.
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Raffaele Sollecito, con un nuovo taglio di capelli, oggi 26 marzo 2011, in aula a Perugia per il processo d’appello per l’omicidio di Meredith Kercher - Ansa
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Il fotomontaggio di Giovanni Paolo II e Amanda Knox che un trentunenne ha cercato di consegnare ai familiari della studentessa in una pausa dell’udienza del processo davanti alla Corte d’assise d’appello, Perugia, 12 marzo 2011. ANSA / CLAUDIO SEBASTIANI
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Le due sorelle degli imputati Amanda Knox e Rafafele Sollecito: Diana Knox (s) e Vanessa Sollecito (D)oggi 26 marzo 2011 al processo d’appello per l’omicidio - Ansa
Continua

Come ogni sabato sera, anche la scorsa settimana Franco Sollecito si è seduto al tavolo della sua cucina con la seconda moglie Mara, il fratello Giuseppe e la cognata Sara Achille. Si dovevano discutere le prime due udienze del processo per la morte di Meredith Kercher, che vede imputato il figlio Raffaele e la sua ex fidanzata, Amanda Knox. I temi del giorno erano: due testimoni che sconfessano l’agente della Polizia postale, l’inquilina della casa del delitto che conferma una telefonata di Amanda.
I Sollecito, però, non si sono limitati all’esegesi del dibattimento. Hanno discusso di perizie, tabulati ed esami del dna: come se si trovassero in un ufficio legale e non nella cucina di un appartamento alle porte di Bisceglie, nel Barese.
Riunioni così si ripetono da quando, il 6 novembre 2007, Raffaele Sollecito è entrato in carcere. Da quel momento i suoi familiari hanno cominciato un’indagine parallela a quella della procura. Obiettivo: far emergere le presunte incongruenze dell’inchiesta ufficiale. Hanno letto ogni carta ed esaminato ore di sopralluoghi. Hanno cercato di mettere assieme indizi a discolpa: intuizioni, investigazioni artigianali e dossier. Materiale usato poi dai loro avvocati e dai consulenti, di cui si discuterà anche nel processo. Un’indole da detective che ha permesso loro di chiarire alcuni punti. Ma che li ha fatti pure scivolare, quasi come nemesi, in un’altra inchiesta parallela: quella della procura di Perugia che ha indagato la famiglia, definendola “un clan”. Avrebbe tentato di ostacolare magistrati e poliziotti, cercando anche di coinvolgere politici. “Un clan”: proprio come vengono definiti i Franzoni, circondati da spasmodico interesse mediatico e avvocati di grido.
Sara Achille, la zia di Raffaele Sollecito, è una volitiva donna di 51 anni con i capelli neri e l’aria informale: “Siamo consapevoli che il muro contro muro con i magistrati ha leso mio nipote” dice seduta nel soggiorno della sua casa di Giovinazzo, a pochi chilometri da Bari, il paese in cui viveva anche lui. “Avremmo dovuto cercare il dialogo, invece che la guerra. Ma ogni giorno uscivano notizie false. Bisognava difendere l’immagine di un bra vo ragazzo, dipinto come un mostro”.
I Sollecito continuano a ripetere che Raffaele è finito in carcere per un errore: un’impronta di scarpa insanguinata trovata nella stanza di Meredith e inizialmente attribuita al giovane. Circostanza su cui batte il padre Franco, 61 anni, urologo a Bari. Dopo il lavoro ha raggiunto la cognata a Giovinazzo. “Guardando la perizia abbiamo visto che qualcosa non andava” ricorda. “La scarpa non sembrava compatibile”.
Bisognava però risalire al modello. Dalla cucina sbuca sorridente la cugina Annamaria, 21 anni, studentessa di architettura. Con un compasso è riuscita a ricostruire: “La suola aveva 11 cerchi, quella di Raffaele solo sette” afferma. “Allora ho ripreso il disegno della pianta, l’ho ricostruito su un lucido e abbiamo cominciato a verificare nei negozi”.
Sara Achille tira fuori uno scatolone: dentro ci sono tutte le prove grafiche servite per ottenere l’impronta. Nelle indagini si è cimentata tutta la famiglia. Il padre ha girato i negozi di Perugia; la cugina ha fatto lo stesso a Bari. Ma è stato lo zio Giuseppe, 51 anni, manager di un’impresa di fitofarmaci, a scovare la Nike giusta in un centro commerciale. “Quando l’abbiamo scoperta, pensavamo che tutto fosse finito” racconta Sara Achille. “Le ragazze piangevano. Mio marito diceva con lo sguardo al cielo: Dio esiste”. “Dopo un nostro consulente” continua Franco Sollecito, mentre i suoi occhi cerulei sfavillano “trovò una scatola di scarpe a casa di Rudy. Il modello coincideva: era stato lui a lasciare quell’impronta, non mio figlio”. Conclusioni finite anche in una perizia di parte firmata dal medico legale Francesco Vinci.
Alle inchieste artigianali sono stati affiancati dettagliati dossier al computer. Negli ultimi mesi la zia di Raffaele Sollecito ne ha preparati quattro, per ricostruire l’omicidio ed evidenziare presunte contaminazioni dei reperti. Prende il suo portatile e comincia a mostrare alcune schermate: le foto del luogo del delitto sono corredate da considerazioni e stralci di atti giudiziari. “Ci ho lavorato giorno e notte” dice. “Mio cognato stendeva il canovaccio, io cercavo immagini e documenti che avvalorassero le nostre intuizioni”. Ricorda quando gli avvocati, dopo aver esaminato il risultato delle indagini casalinghe, le annunciarono che sarebbero stati presentati in dibattimento: “Una soddisfazione. Mi hanno detto che era inutile rivolgersi a dei consulenti. Del resto è vero: nessun esterno potrà mai conoscere così bene l’inchiesta”.
“Il computer” prosegue “prima quasi non lo usavo. Adesso sono diventata un’esperta”. Tutto il materiale è archiviato nei due pc di casa: in decine di cartelle e sottocartelle. “Ma non riesco a trovare sempre tutto, spesso mio cognato mi chiama: ‘Sara, dobbiamo riguardare l’immagine in cui…’. E posso impiegare ore per trovare un fotogramma”.
Il primo lavoro risale al marzo 2008. La famiglia richiede i video dei sopralluoghi della scientifica. Li guarda e li riguarda per giorni. Si convince che molti reperti sarebbero contaminati. Conclusioni sintetizzate in un dossier, dato a una tv locale, Telenorba, che manda in onda anche il filmato della polizia, comprese le immagini del corpo di Meredith. Succede un putiferio: il “clan” viene indagato per violazione della privacy, diffamazione e pubblicazione arbitraria di atti giudiziari. “Aver dato quelle riprese è l’unica cosa di cui mi pento” ammette il padre di Raffaele, seduto nella cucina di casa. Ha gli occhiali calati sul naso, inforcati per leggere la sentenza con cui Rudy Guede è stato condannato a 30 anni. “Le abbiamo utilizzate male, è diventato un boomerang”.
Altre polemiche seguono. Il giorno della chiusura dell’inchiesta, lo scorso giugno, vengono pubblicate le intercettazioni tra i Sollecito. Secondo i magistrati, che riportano colloqui piuttosto coloriti, pensavano di poter far trasferire poliziotti scomodi, organizzare campagne mediatiche e chiedere l’intervento di politici.
Dai brogliacci risultano chiamate a parlamentari e senatori. Ora la famiglia dà la sua versione. In una telefonata tra il padre e Vanessa, sorella di Raffaele, tenente dei carabinieri, si parla del possibile intervento di Nello Formisano, dell’Italia dei valori: “Mia figlia mi disse che il senatore le aveva domandato un favore per un conoscente” spiega lui. “Lei voleva chiedere in cambio di rimanere a Roma. Il fratello non c’entra”.
Il medico si accende un sigaro. Si affaccia al balcone: dà due profonde boccate. “Lei a questa storia è estranea: è stata coinvolta solo per la scelta dei consulenti. Il risultato, però, è che adesso stanno cercando di farla fuori”.

Mentre parla suona il citofono: il fratello e la cognata sono venuti a discutere “cose urgenti”. Prima però si continua a parlare di intercettazioni. Tra le chiamate ne erano spuntate anche alcune con il vicepresidente del Senato, Domenico Nania, interpellato dalla cognata di Sollecito, Sara Achille, dirigente provinciale di An. Amica personale di Giuseppe Tatarella, è stata candidata a sindaco di Giovinazzo nel 2001 e prima alle elezioni regionali.
“Ho fatto parte per sette anni dell’assemblea nazionale del partito: i leader nazionali li conosco tutti” dice lei. “A Natale del 2007 mi telefonò Nania, un caro amico. Con lui mi sfogai, parlandogli di mio nipote. Mi consigliò di rivolgermi all’avvocato Giulia Bongiorno”. Che in effetti, dopo qualche mese, diventò il legale della famiglia. “Lo chiamai altre due volte per ringraziarlo e fargli le congratulazioni dopo le elezioni. Occasioni in cui continuai a esprimergli la mia rabbia. Nient’altro”.
Sara Achille afferma che nello stesso periodo cercò di contattare pure l’allora ministro della Giustizia, Clemente Mastella: “Volevo che esaminasse il dossier che avevamo preparato. Gli mandai un messaggio. Lui mi telefonò chiedendomi chi fossi. Gli risposi: sono la zia di Sollecito. Mio nipote è vittima di un errore e penso che a Perugia non possano garantirci un prosieguo sereno. Potrei mandarle dei documenti: poi, se lo riterrà opportuno, saremo felici di vederla. Il giorno dopo mi chiamò dicendo che era interessato. Rimanemmo intesi che ci saremmo risentiti per la consegna delle carte. Tre giorni dopo fu arrestata la moglie e lui si dimise”.
Il padre di Raffaele nega che si trattasse di perorazioni: “La cosa mi offende” dice con le guance che avvampano. “Ritengo di essere una persona di media intelligenza. I magistrati di tutta Italia, per motivi svariati, ogni giorno rinviano a giudizio politici, compresi quelli che hanno fatto la storia della democrazia, come Giulio Andreotti. E io andavo a chiedere intercessioni?”.
Ogni settimana Franco Sollecito fa la spola in Umbria: a Terni, dove è rinchiuso il figlio, e a Perugia, per il processo. “Lui è preoccupato” riferisce. Il fratello e la cognata si rabbuiano. “Gli diciamo di stare tranquillo, ma lui in carcere è un pesce fuor d’acqua. Non vuole avere rapporti con nesssuno. ‘Non condivido niente con queste persone’ mi dice. ‘Non voglio sentire le loro lamentele’. Si rifiuta perfino di sapere perché sono stati condannati”.
Di Amanda parla poco: “La ritiene immatura” continua Franco Sollecito. Sgombera il tavolo dalle carte processuali e si alza verso il balcone, per dare qualche altra boccata al suo mezzo sigaro. “E comunque più pensa a quella sera, più si convince che sia rimasta con lui tutto il tempo”.
Nella prima udienza Raffaele Sollecito, fino a quel momento sempre spaurito e sommesso, ha chiesto di fare dichiarazioni spontanee: “Sono vittima di un errore giudiziario” ha detto risoluto. I suoi avvocati hanno chiarito che d’ora in poi interverrà su tutto. Qualis pater, talis filius.

From: Amanda Knox To: Anni Fuller Cc: Andrew Seliber ; seguono altri 23 destinatari
Oggetto: Hello from IPE Inviata: Domenica, 4 novembre 2007, 3:24:19 am
Questa è una email indirizzata a tutti, perché ho bisogno di sfogarmi e non voglio dovermi ripetere centinaia di volte, come ho dovuto fare alla centrale di polizia. Alcuni di voi sanno già qualcosa, altri non sanno niente. Ciò che sto per dire non posso dirlo ai giornalisti o ai giornali, perciò chiedo a ciascuno di voi di non divulgare tali informazioni. Questo è il mio racconto di quando ho trovato la mia compagna di appartamento assassinata, la mattina di venerdì 2 novembre. L’ultima volta che ho visto Meredith, inglese, bella, divertente, è stato quando sono tornata a casa dopo aver trascorso la notte con un amico. Era giovedì, il giorno dopo Halloween. Arrivai che lei stava ancora dormendo, ma dopo aver fatto la doccia, mentre gironzolavo per la cucina, è sbucata fuori dalla sua stanza con il sangue della maschera (da vampiro) che le gocciolava dal mento. (…)
Poi lei andò a farsi una doccia e io cominciai a mangiare qualcosa mentre aspettavo l’arrivo del mio amico (Raffaele, il ragazzo a casa del quale avevo trascorso la notte). Arrivò che io avevo appena cominciato a mangiare e si cucinò un po’ di pasta. Mentre stavamo mangiando arrivò Meredith, uscì dalla doccia e afferrò della biancheria, oppure la mise da qualche parte, e tornò nella sua stanza dopo aver salutato Raffaele. Dopo pranzo, cominciai a suonare la chitarra con Raffaele; Meredith uscì dalla camera, andò alla porta, ci salutò e uscì. È stata l’ultima volta che l’ho vista viva (…). La mattina seguente, mi alzai intorno alle 10.30 e dopo avere raccolto le mie poche cose, lasciai l’appartamento di Raffaele per raggiungere casa mia, distante da lì appena 5 minuti a piedi, per farmi di nuovo una doccia e prendere qualcosa per cambiarmi.
Dovevo anche prendere un “mocho”, perché dopo cena Raffaele aveva versato involontariamente parecchia acqua sul pavimento della cucina e non aveva un mocho per raccoglierla. Arrivai quindi a casa e la prima cosa strana che notai fu che la porta era spalancata (…). Fu quando uscii dalla doccia, mettendo i piedi sul tappetino, che mi accorsi che in bagno c’era sangue. C’era del sangue sul tappetino che stavo usando per asciugarmi i piedi e c’erano delle gocce di sangue sul lavandino (….). Supposi che forse Meredith avesse il ciclo e non avesse ancora pulito (…). Dopo essermi vestita, andai nell’altro bagno di casa, quello che usano Filomena e Laura, per asciugarmi i capelli con il loro phon, e quando lo misi a posto notai che nel water c’erano delle feci, cosa che, ne sono certa, nessuna di noi avrebbe mai lasciato. Cominciai ad avere la sensazione che qualcosa non andasse, quindi afferrai il mocho dall’armadietto e uscii di casa, chiudendo a chiave la porta, visto che nessuno era rientrato mentre io stavo facendo la doccia, e tornai a casa di Raffaele. Dopo aver usato il mocho per pulire la cucina, raccontai a Raffaele ciò che avevo visto a casa (a colazione?). Lo strano sangue nel bagno, la porta spalancata, le feci nel water.
Mi suggerì di chiamare una delle mie compagne, così chiamai Filomena (…). Poi chiamai Meredith su entrambi i cellulari (…). Io e Raffaele raccogliemmo le nostre cose e tornammo a casa mia (…). Nel soggiorno Raffaele disse che voleva provare a sfondare la porta di Meredith. Ci provò e la porta si ruppe, ma non riuscimmo ad aprire. Allora decidemmo di chiamare la polizia (…). Sono rimasta in una stanza per sei ore di seguito senza vedere nessun altro e, durante la prima ora, ho risposto alle domande in italiano. Ovviamente mi hanno chiesto di quella mattina, dell’ultima volta che l’avevo vista (…). Dopo un po’ è comparso un altro ragazzo anch’egli portato lì per essere interrogato. Un ragazzo che non mi piace ma che sia io sia Meredith avevamo incontrato in diverse occasioni. Un marocchino del quale so soltanto il soprannome, “Shaky”, usato da noi ragazze (…). La mattina Raffaele mi ha riaccompagnata in auto alla centrale di polizia (…).
A casa mi hanno fatto delle domande molto personali sulla vita di Meredith (…). Mi hanno portato nella casa dei vicini, hanno scassinato la porta per entrare, ma mi hanno detto di far finta di nulla. Le stanze erano tutte aperte. Le camere di Giacomo e Marco erano pulitissime, perché i ragazzi prima di andare in vacanza avevano pulito casa completamente. Tuttavia la stanza di Stefano, beh, il letto era senza lenzuola, il che era strano, e la trapunta che lui usava era stata messa in malo modo in cima al letto ed era sporca di sangue. Ho detto che, effettivamente, il sangue non era normale e che di solito lui rifaceva il letto (…). Quella sera (la sera scorsa) ho parlato con le restanti compagne d’appartamento, ed è stata una tempesta d’emozioni e di stress, ma ne avevamo bisogno (…). Che fregatura, sembra che dobbiamo pagare l’affitto dei prossimi mesi, ma il padrone è tutelato dal contratto. Dopodiché penso di ritornare a lezione lunedì, anche se non so come farò con le persone che mi faranno domande, perché non ho proprio voglia ancora di parlare di quello che è successo. Ne sto parlando troppo ultimamente e sono proprio stanca. Dopo tutto, è come se stessi cercando di ricordare cosa stessi facendo prima che succedesse tutto questo. Ancora devo capire con chi devo parlare e cosa devo fare per continuare a studiare a Perugia, perché questo è quello che voglio.
Comunque, questo è quanto, sto bene, spero anche voi, Amanda.
“Mi ritengo vittima di un errore giudiziario” ha detto Raffaele Sollecito prendendo la parola per una dichiarazione spontanea davanti alla Corte di Assise di Perugia. Il giovane si è proclamato estraneo all’omicidio di Meredith Kercher.
Sono nove i testimoni d’accusa citati per l’udienza di oggi dai pm Manuela Comodi e Giuliano Mignini nel processo a Raffaele Sollecito e Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher ripreso stamani.
Il primo a deporre sarà Filippo Bartolozzi, che all’epoca del delitto dirigeva la polizia postale di Perugia. Dopo di lui compariranno davanti ai giudici l’ispettore e l’assistente intervenuti presso la casa di via della Pergola, dove fu uccisa Mez, il 2 novembre del 2007. Sarà quindi la volta della proprietaria dell’abitazione nel cui giardino vennero abbandonati i due telefoni cellulari della vittima e dei suoi due figli. I pm hanno quindi chiamato in aula per oggi un’amica della coinquilina italiana della Knox e della Kercher e i loro due fidanzati. Anche loro erano presenti nella casa quando venne trovato il corpo.
Sollecito e la giovane americana hanno sempre proclamato la loro estraneità al delitto. Per l’omicidio è gà stato condannato a 30 anni di reclusione, con il rito abbreviato, Rudy Gude. Anche lui si è sempre detto innocente.
Mancano i curiosi ma i familiari degli indagati stanno lentamente prendendo possesso, come era ovvio, del processo dove rischiano l’addio per sempre alla libertà i loro cari. C’è Kurt Knox, padre di Amanda, che nella sua lingua dice di essere “fiducioso della giustizia italiana”. Forse una frase di rito per smorzare gli animi dopo la valanga di accuse e insulti riversati dalla rete e dai giornali di Seattle sul Pm Giuliano Mignini. Kurt poi si fa aiutare dai suoi avvocati italiani per dire che anche “Amanda, seppur in carcere, era tranquilla”. Il padre di Amanda entra in aula e lì trova la figlia. C’è sintonia tra i due: saluti, un mezzo bacio accennato a distanza.
Non c’è il padre di Raffaele Sollecito. Ci sarebbe voluto essere. Ma è stato citato come testimone e quindi per lui l’aula è preclusa. Ma per “Lele” dalla Puglia è arrivato lo zio - fratello del padre - e la nuova moglie del padre. Entrano in aula. Lei sembra più spaventata dall’ambiente, dal clamore che commossa, come qualcuno afferma dalla platea. Raffaele è seduto nella prima fila in mezzo agli avvocati Bongiorno e Maori.
“Sono Raffaele Sollecito” ha detto alzandosi in piedi davanti alla Corte di Assise. “Mi viene difficile descrivere la situazione in cui mi trovo, una situazione irreale. Sono estraneo a tutto questo, non c’entro nulla. Non sono un violento, non ho fatto male mai a nessuno e mi risulta difficile uccidere anche una mosca. Mi riesce difficile capire perché mi trovo in questa situazione”.
Sollecito, con voce commossa ha quindi spiegato di avere conosciuto “appena Meredith, la coinquilina di Amanda”. “Non ho mai conosciuto Rudy Guede - ha proseguito - e con Amanda avevo un rapporto sentimentale appena cominciato. Non c’era una conoscenza tale da far pensare a chissà che. Umilmente chiedo - ha concluso Sollecito rivolgendosi alla Corte - di riesaminare tutto con estrema attenzione per accertare la verita”.