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Foto: maltempo a Messina, vittime per crolli e piene

Maltempo a Messina: vittime per piene e crolli

Almeno 18 persone morte a causa del maltempo nel messinese.
I centri più colpiti dagli effetti delle forti piogge sono quelli della parte sud della provincia. A Giampilieri Superiore e Santo Stefano di Briga, entrambe frazioni del capoluogo, si registra una situazione critica.

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Messina, auto nel fiume: morti madre e due figli. Inchiesta della procura

Maltempo in Piemonte

Tragedia a Terme Vigliatore, nel Messinese: una donna e i suoi due figli sono morti, intrappolati nell’auto sulla quale viaggiavano, precipitata nel torrente Mazzarrà. Le vittime sono Anna Maria Coppolino, 47 anni, Antonella Trifiletti di 14 anni e Rosario di 18. I tre stavano facendo ritorno a casa quando sono finiti nel torrente, in un tratto di strada che era ceduto nelle scorse settimane per il maltempo.
Secondo quanto riferisce la Gazzetta del Sud, prima di cadere nel torrente, i tre avevano trascorso il pomeriggio fuori a fare acquisti per Natale. A lanciare l’allarme e a denunciare la loro scomparsa sono stati i familiari, preoccupati per il mancato rientro a casa. La vettura è stata avvistata da alcuni passanti, che hanno subito avvisato i carabinieri.
Quando è precipitata nel corso d’acqua, la vettura stava percorrendo la statale che porta al litorale di Marchesana. Nelle scorse settimane, dopo il crollo dell’argine del Mazzarrà, un tratto della strada era stato transennato, ma pare che nel punto in cui si è verificato l’incidente non ci sarebbero segnalazioni di pericolo evidenti. Per recuperare le tre salme i vigili del fuoco hanno impiegato diverse ore.
Il sostituto procuratore di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), Domenico Musto, ha aperto un fascicolo di atti relativi per l’incidente di Terme Vigliatore. Il magistrato ha ordinato il sequestro dell’auto e ha fatto eseguire fotografie della zona dove è avvenuto l’incidente. Il pm intende accertare se il cedimento della strada era stato ben segnalato e se il traffico fosse stato interdetto.

Università: la via siciliana alla cattedra facile

Studenti universitari

Quanti diciottenni vorrebbero studiare in un paesino di 3.330 anime sulle Madonie, perso a 1.100 metri d’altezza e abitato per metà da ultracinquantenni? Tanti, si sono risposti gli insigni cattedratici dell’ateneo di Palermo riuniti attorno a un tavolo per decidere dove dislocare nuove sedi. E Petralia Sottana, uno dei posti più suggestivi e ameni dell’isola, sembrò a tutti una scelta azzeccatissima. Ritirati in un convento a qualche chilometro dall’abitato, frotte di neodiplomati avrebbero frequentato la facoltà di Scienze e tecnologie dei beni culturali.
Invece le previsioni si rivelarono inesatte: dopo cinque anni, gli iscritti sono appena 35. Pochi e votati al sacrificio: frequentano i laboratori a Palermo, per specializzarsi dovranno andare ad Agrigento e non sanno ancora quando comincerà quest’anno accademico. Giovani ammirevoli, come gli sforzi economici che il minuscolo comune delle Madonie ha sostenuto per la sua miniuniversità: 141.037 euro, che hanno cospicuamente contribuito al dissesto finanziario dell’amministrazione.
Un’iniziativa tutt’altro che sporadica: i tre atenei statali siciliani, quelli di Palermo, Messina e Catania, hanno 36 sedi distaccate. Non esiste ormai angolo dell’isola in cui la bulimia decentrativa non abbia colpito. Ci sono corsi in città d’arte come Cefalù e Noto. In paesi dell’entroterra come Nicosia e Piazza Armerina. In maleodoranti centri industriali come Priolo e Gela. I risultati sono disastrosi: manipoli di iscritti, enti locali sepolti dai debiti ed eccezionale morìa di facoltà. Con inverosimili casi limite, come quello delle due Petralie.
Considerando insoddisfacente l’offerta formativa a valle, nel 2006 l’Università di Palermo pensò infatti di estendersi a monte: una laurea in Scienze e tecnologie per l’ambiente e il turismo a Petralia Soprana. Un ciclo di studi sperimentale, con un innovativo metodo telematico. Non funzionò: i pochi pretendenti fecero desistere dalle intenzioni. Non andò meglio a Pantelleria, dove si ebbe la stessa idea e uguale scarsità di aspiranti.
Migliore sorte ha avuto invece Valorizzazione della Biodiversità a Castelbuono, 9 mila abitanti: attiva dal 2001, ha una cinquantina di studenti. Che però, assicurano in segreteria, «vengono un po’ da tutto il mondo». Facoltà di nicchia, quelle disseminate sulle Madonie: così tanto da raccogliere lo 0,2 per cento degli iscritti dell’ateneo.
Percentuale non risollevata neppure dalla vicina Termini Imerese, dove vivacchia Scienze geologiche per la protezione civile: 19 iscritti. Dopo attenta riflessione si è deciso, nei mesi scorsi, di non riattivare il primo anno. La laurea forma personale specializzato a intervenire nel caso di frane ed eruzioni vulcaniche. Bandite però le esercitazioni sul territorio, dato che la città è bagnata dal Tirreno.
Più attinente alle risorse locali è quindi l’Università del mare, nata nel 2004 a Campobello di Mazara, paesetto a qualche chilometro dalla costa. Dipende dal polo decentrato di Trapani: è una sede distaccata della sede distaccata. Esempio di devoluzione accademica all’ennesima potenza, piuttosto diffuso nell’isola. Le cose, però, promette il nuovo rettore di Palermo, Roberto Lagalla, dovranno cambiare: «Rivedere il sistema sarà uno dei miei primi atti» assicura «Ci sono modelli buoni, ma altri pessimi, molto costosi e senza alcuna vocazione territoriale».
Proposito di razionalizzazione condiviso anche dal magnifico rettore di Messina, Franco Tomasello, a capo di un ateneo che ha fatto dell’espansione territoriale uno dei suoi marchi distintivi. Perché limitarsi ai confini regionali, si sono chiesti a Messina? È seguito dunque lo sbarco in continente: non solo a Reggio Calabria, ma anche Locri, un centinaio di chilometri a nord dello stretto.
Notevole pure l’attività di colonizzazione a sud, che ha permesso di spingersi fino a Priolo, nel siracusano. In verità, non sono state disdegnate nemmeno le città più vicine, come Barcellona Pozzo di Gotto, che dista 37 chilometri: ha due corsi e circa 200 studenti. Una sede per cui si spese (e spese) nientemeno che il Parlamento, approvando nel 2003 una legge dal seguente titolo: «Interventi per l’espansione dell’università di Messina nelle città di Barcellona Pozzo di Gotto e di Milazzo». Non si trattò di quisquilie, ma di ben 7,5 milioni di euro da spalmare in tre anni. Primo firmatario fu il senatore del Popolo delle Libertà, Domenico Nania. Un aiuto disinteressato? Non proprio: il politico è di Barcellona, dove è sindaco il cugino Candeloro Nania. Unico requisito per avere il finanziamento: creare indirizzi particolarmente innovativi. E l’estro non mancò: nacquero così Mediazione culturale per l’integrazione multietnica e Scienze sociali per la cooperazione e lo sviluppo.
Nei corridoi della bella sede barcellonese una ventina di studenti attende l’inizio delle lezioni in Storia delle Dottrine politiche. Il professore, Dario Caroniti, insegna a Messina. Prima di infilare l’aula, spiega: «Il decentramento selvaggio è una delle cause del crollo delle università: serve solo ad aumentare cattedre e poltrone» sostiene. «Si assumono docenti a contratto: impiegati, assistenti sociali e insegnanti delle superiori. Mentre quelli di ruolo viaggiano malvolentieri: ci sono corsi che non partono per la mancanza di professori».
A Patti, 28 chilometri più a ovest, si rischia la stessa fine. Qui c’è Scienze giuridiche, foraggiata da curia e comune. I professori raccontano di non essere pagati da due anni per le difficoltà finanziarie dell’amministrazione. «Né le spese per le trasferte e nemmeno il costo della supplenza» specifica Emilia Calabrò, che insegna Diritto del lavoro. La raggiunge la collega a cui ha chiesto un passaggio per tornare nel capoluogo: ordinario a Messina, chiede l’anonimato: «Gli enti locali si stanno dissanguando. I sindaci promettono: “Daremo una laurea ai vostri figli! E le università, spinte da manie di grandezza, acconsentono. Ma le sedi distaccate costano». Si sistema i capelli biondi e, sarcastica, chiosa: «Converrebbe affittare due pulmann ogni giorno e portare i ragazzi avanti e indietro da Messina».
Un paradosso, ma solo fino a un certo punto. Sono molti i comuni siciliani che si sono svenati pur di garantire una facoltà sotto casa. Promesse che si sono rivelate onerosissime. Per questo il rettore della Kore di Enna, Salvo Andò, giura e spergiura che non delocalizzerà: «È un sistema che ha prodotto effetti perversi. Ci sono città che si sono indebitate all’inverosimile pur di fregiarsi di un corso» sostiene «Con i loro soldi si fa cassa e vengono banditi posti per docenti. Tutto a discapito della qualità».
Pure il consorzio degli enti locali ennesi che finanzia la Kore è finito però nel tritacarne del dare e avere. L’ateneo di Catania lo ha citato in giudizio, chiedendo 20 milioni di euro di arretrati. Il problema è che il decentramento si paga, e pure tanto. Circa 5 milioni e mezzo di euro sono costate all’università etnea i due corsi di laurea in Scienze dell’amministrazione e quella in Economia aziendale attivate a Modica, nel ragusano. Il comune, che doveva farsi carico della spesa, per adesso ha pagato solo 378 mila euro.
A Comiso, dove tre anni fa è nato un corso in Informatica applicata, le cittadine del circondario si erano impegnate solennemente: i soldi li metteremo noi. E chi li ha visti? Catania ora reclama un milione di euro, e va avanti a decreti ingiuntivi. Ne valeva la pena? Forse no, visti i 113 iscritti. E a Caltagirone è stato fruttifero Progettazione e gestione di aree a verde, parchi e giardini? Inaugurato nel 2002 con la sponsorizzazione di provincia e comune, arranca vistosamente. Ha 74 studenti e 830 mila euro di passivo: 11 mila per ogni potenziale agronomo.
Un’espansione forsennata, guidata con mano ferma dall’ex rettore Ferdinando Latteri, in carica fino al 2006, poi deputato del Partito democratico e, a seguire, del Movimento per l’autonomia. I conti adesso li sta facendo il suo successore, Antonino Recca: «Quest’anno non attiveremo il primo anno in quattro sedi. Il decentramento è servito solo ad accontentare la politica locale e a distogliere fondi. Si sono giocate intere campagne elettorali su queste promesse. Il risultato, per noi, sono 40 milioni di debiti».
A dire il vero, non è l’unico lascito. L’università, negli anni passati, ha bandito decine di cattedre in corsi ora a rischio: 23 docenti di ruolo a Modica, 7 a Piazza Armerina, 5 a Comiso. Tutti professori che potrebbero dover rientrare a Catania.
La spesa per il personale, del resto, in alcuni casi è a dir poco scriteriata. Fortunatissimi, ad esempio, gli studenti di Scienze agrarie tropicali e subtropicali a Ragusa. Oltre a una stupefacente sede su un’altura della città, possono contare su insegnamenti quasi personalizzati. Per dirne una: le lezioni di Protezione delle colture tropicali e subtropicali le seguono in cinque. Non c’è da stupirsi: in tutto ci sono 220 iscritti. E i professori? Tra supplenti, a contratto e di ruolo si arriva a 62: ognuno segue in media 3,5 allievi. Meglio di una classe di recupero.
Insuperabile però la ventura dei 66 iscritti a Economia e gestione delle imprese agroalimentari: hanno 39 docenti che devono occuparsi di meno di due studenti a testa. E dove si trova questo meraviglioso esempio di decentramento a misura di giovane? A Nicosia: 15 mila abitanti, entroterra più profondo dell’isola. Un posto da lupi, eletto nel 2001 a splendido luogo di studio. L’Università di Catania ci ha già rimesso 1,3 milioni di euro. Eppure a questo affaccio accademico sui Nebrodi non riesce a rinunciare.
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Messina, ponte e a capo. Una storia infinita

Il ponte sullo Stretto

di Laura Maragnani
La sede centrale era di alta rappresentanza, a Roma, perfetta per una società di rango internazionale che puntava all’opera più ambiziosa e discussa degli ultimi 30 anni: il ponte sullo Stretto, investimento in project financing da 6 miliardi. E sede dunque adeguata: quattro piani più attico, più seminterrato, più giardino, nella centralissima via Po, al numero 19. In tutto 3.600 metri quadrati (lordi) a 75 mila euro di affitto al mese, puntualmente incassati dalla srl Fosso del ciuccio. L’immobiliare della Cisl.
Dalle stelle alle stalle: in via Po l’Anas manderà ora l’ispettorato di vigilanza sulle concessionarie autostradali, mentre la Stretto di Messina spa (di cui l’Anas controlla l’82 per cento) verrà spostata in piazza dei Cinquecento. Nuovo biglietto da visita del ponte: la stazione Termini, sopra la galleria centrale. Tra viaggiatori, barboni e fumi di hamburger la rappresentanza sarà pochina, il risparmio relativo (l’affitto al metro quadrato sarà infatti più alto), però non mancherà un certo imbarazzo.
Il nuovo padrone di casa è la società Grandi stazioni, tra i cui azionisti c’è la Sintonia del gruppo Benetton. Sintonia controlla Atlantia, ossia Autostrade per l’Italia, che attraverso Igli detiene un terzo di Impregilo.

Ed ecco il punto: la Impregilo è capofila italiana dell’Eurolink, associazione di imprese che con la Stretto di Messina spa ha in corso una dura vertenza per danni. Ogni mese i suoi avvocati recapitano alla società del ponte una richiesta di risarcimento da 3 milioni di euro, per un totale che ha già raggiunto quota 100 milioni. In attesa della liquidazione i Benetton si metteranno in tasca almeno una quota della pigione.
La vicenda, paradossale, ha una data di inizio: a marzo 2006, pochi giorni prima della vittoria di Romano Prodi, contrario alla costruzione, l’amministratore delegato della Sdm, Pietro Ciucci, firmava il contratto da 3,9 miliardi di euro con il general contractor Eurolink (oltre all’Impregilo ne fanno parte la spagnola Sacyr, la giapponese Ishikawajima-Harima e altre imprese italiane). Prima dell’apertura dei cantieri il centrosinistra aveva però dato l’altolà. E su mandato dell’allora ministro alle Infrastrutture, Antonio Di Pietro, Ciucci ha iniziato lo smantellamento della Sdm proprio alla vigilia delle elezioni 2008, vinte da un centrodestra per cui il ponte sarebbe tornato a essere «una priorità».
Ora è tutto da rifare. Secondo il nuovo programma messo a punto da Ciucci, riconfermato in Sdm (ricopre anche le cariche di amministratore delegato, consigliere e direttore generale della controllante Anas), bisogna ripartire coi contratti nel 2009 e aprire i cantieri nel 2010. Inaugurazione ufficiale del ponte prevista entro il 2016. Ma con quali soldi?
Sparito il miliardo e mezzo accantonato dalla Fintecna (è stato assegnato ad altro dal governo Prodi, e il governo Berlusconi l’ha usato per compensare il taglio dell’Ici), di nuovi finanziamenti non c’è ancora traccia. Sei mesi dopo le elezioni le sedi di Villa San Giovanni e Messina sono chiuse, mobili e computer sono stati venduti, il personale tecnico ridotto all’osso; il sito del ponte non è più online. I cantieri rimarranno fermi ancora a lungo.
C’è tutto il tempo per traslocare con calma, e al nuovo indirizzo ricevere le richieste di danni del padrone di casa.

Vacanze salate: 30 euro per tre panini. Turisti in rivolta

paninoUna ragazza mangia un panino

Tutto ha inizio in un bar di Tusa, comune sulla costa nord-orientale della Sicilia. Ora di pranzo: la fame comincia a farsi sentire. Alcuni turisti entrano in un bar: “Tre panini e da bere”, ordinano. Si siedono e mangiano. Poi arriva il momento di pagare. Occhi fuori dalle orbite “Forse c’è un errore” pensano, ma no. Il conto è giusto e il proprietario del bar segna 43 euro, di cui 30 per i soli panini.
Il sandwich resta sullo stomaco e, da parte di due inglesi di origini siciliane, e residenti in Germania e di un torinese, scatta la denuncia alla guardia di Finanza.
Il tam tam corre veloce per l’isola. Il sindaco di Tusa, Angelo Tudisca, corre ai ripari e si scusa: “Prenderò informazioni e farò un atto di censura verso l’esercente prendendo provvedimenti. I prezzi a Tusa non sono per niente alti. Solo un bar vicino al mare e’ un po’ piu’ caro ma un panino non costa certo 10 euro”.
Intanto cresce il fermento e risale rapidamente lo stivale, tanto che la Coldiretti scende in campo e conteggia il costo di un panino. “Non più di un euro” è il verdetto finale “basta sommare i 30 centesimi del panino ai 50 centesimi del prosciutto (20 grammi) e i 20 centesimi del formaggio (20 grammi), con il banale risultato di un solo euro per uno spuntino di tutto rispetto”.

Ma il proprietario del bar di Tusa non ci sta. Resiste fino a metà pomeriggio poi esplode: “Ho sbagliato, dovevano pagare di più” dice Mauro Sambataro. “Se questi signori torneranno chiederò loro altri soldi: non è vero che hanno mangiato tre panini, erano in otto e si sono divisi tre filoni, ognuno dei quali corrisponde a tre porzioni.”
I turisti restano fermi nella loro versione: panini, non filoni. “Ho fatto presente” spiega uno dei turisti “che erano panini con salumi, non certo con caviale o salmone ma avendo notato che si era creato tensione abbiamo deciso di pagare e andare via” .

Adesso toccherà alla Guardia di Finanza di Santo Stefano di Camastra, capire fra pomodoro, mozzarella, pane e prosciutto se qualcuno ha voluto fare il furbo.

Nepotismo accademico: Università di Messina

L’ateneo dello Stretto continua a essere fucina di polemiche. La scorsa estate l’antimafia di Messina ha arrestato tre docenti, tra cui il preside di agraria, Battesimo Macrì, accusato di avere favorito il figlio Francesco in un concorso per associato. Fra gli indagati c’era pure l’allora rettore, Francesco Tomasello.
Università di figli d’arte, quella messinese. A partire proprio dal figlio di Tomasello: Dario, associato a lettere. Il neotitolare della cattedra di procedura penale, a poco più di 30 anni, è invece Stefano Ruggeri, figlio di Antonio e di Lidia Russo, entrambi professori in diritto costituzionale. Mentre a medicina, di generazione in generazione, dominano i Galletti. Tra questi l’otorino Francesco. Bisogna poi ricordare il concorsone del 1988, con cui salì in cattedra una pletora di giovanotti dai cognomi illustri.

Torna a: Nepotismo accademico: se il prof tiene famiglia

Pd siciliano: Latteri rinuncia. Il 14 ottobre sarà corsa tra primi cittadini

L'ex rettore dell'Università di Catania Ferdinando Latteri
Meglio soli che male accompagnati. Più che una competizione aperta, anche quella del nascente Partito democratico siciliano può essere ormai definita una corsa dall’esito scontato. Fino al 9 settembre i candidati al Pd isolano dovevano infatti essere quattro. L’ex rettore dell’Università di Catania Ferdinando Latteri (che aveva già sfidato Rita Borsellino alle primarie per correre da governatore della Sicilia) era stato il primo a presentare la propria candidatura. Erano seguite quelle del sindaco di Messina Francantonio Genovese, del primo cittadino di Caltanissetta Salvatore Messana e di Giuseppe Lumia, Presidente della commissione nazionale antimafia dal 2000 al 2001.
Ma a un mese di distanza dalle primarie sono rimasti soltanto in due. Perché, dopo quello di Lumia, è giunto inaspettato anche il ritiro del rutelliano Latteri, persuaso da una lettera di Enrico Franceschini. L’ex rettore ha fatto così un passo indietro. Per molti, una scelta obbligata: Francantonio Genovese riscontra infatti l’appoggio dei Ds e di buona parte dei Dl. Ma la decisione dell’ex rettore sembra che abbia fatto comunque irritare molti degli esponenti della Margherita, a cominciare da Enzo Bianco e da Franco Piro, in disaccordo con le indicazioni date dal partito di Rutelli. Con la sua decisione, Latteri si sarebbe così garantita la presidenza della commissione che scriverà lo statuto regionale del Pd.
A sfidare Genovese resta solo Salvatore Messana, che può contare sull’appoggio di Enrico Letta. “La mia idea di partito è diversa da molti altri e non fa rima con quella di cooptazione”, dice il sindaco di Caltanissetta.
Più che una dichiarazione d’intenti, una frecciata velenosa alle “scelte siciliane” di Ds e Margherita.

LEGGI ANCHE: Pd regionale, sfida all’ultimo candidato

Sequestro Cucinotta: cronaca di un rapimento vip. Sventato

Maria Grazia Cucinotta
Cronaca di un sequestro (fortunatamente) mai avvenuto. Quello progettato da una gang siciliana ai danni dell’attrice messinese Maria Grazia Cucinotta: un piano di cui neppure l’interessata probabilmente ha mai saputo nulla, se non a indagine concluse.
Ora, per una banda criminale della città dello Stretto, è arrivata la sentenza, nell’ambito del processo “Domino”: la seconda sezione penale del Tribunale di Messina, presieduta da Bruno Finocchiaro, ha deciso tre condanne (tra i 5 e i 7 anni) e sette assoluzioni.
I dieci imputati dovevano rispondere di estorsione, detenzione di armi e sequestro di persona per fatti commessi tra il ‘97 e il ‘99. Tra gli atti del processo ormai pubblici, anche l’intercettazione telefonica in cui alcuni degli imputati progettavano come far soldi facili. Una delle ipotesi, sequestrare un parente dell’attrice siciliana per chiederle il riscatto.

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Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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