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Mezzogiorno


Un momento della protesta contro il governo a Dublino, il 21 novembre (AFP PHOTO / Peter Muhly)
Fino a non molti mesi fa l’Irlanda era per tutti gli europei la tigre celtica. Negli ultimi vent’anni era riuscita a salire dai bassi piani dei paesi più poveri dell’Unione agli alti piani di quelli più ricchi. Il suo Pil pro capite pre - crisi era superiore a quello della Svezia. Continua

Vivono nel Mezzogiorno, sono famiglie di quattro persone con due figli, nuclei familiari con a capo un lavoratore autonomo e persone al di sotto dei 45 anni. Ecco le principali vittime della povertà secondo la fotografia scattata dall’Istat (qui il testo integrale in .pdf) e relativa al 2008: 1.126.000 famiglie, otto milioni e 78 mila gli individui poveri, di cui due milioni e 893mila (pari al 4,9 per cento dell’intera popolazione) in condizioni di povertà assoluta. Cioè ci sono quasi 5 italiani su 100 che possono essere considerati “i poveri tra i poveri” dal momento che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile).
A peggiorare sensibilmente la situazione nel Sud, dove la “povertà assoluta” ha raggiunto il 7,9%, in aumento di 2 punti percentuali rispetto allo scorso anno. Migliora, invece, la situazione delle famiglie con occupati e ritirati dal lavoro, con i dati in calo dal 3,1% del 2007 al 2% del 2008, dice il rapporto Istat, presentato questa mattina a Roma.
La percentuale di famiglie relativamente povere riferisce l’Istat, è comunque sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni e immutati sono i profili della famiglie povere. Il fenomeno è stabile rispetto al 2007 a causa del peggioramento osservato tra le tipologie familiari che tradizionalmente presentano un’elevata diffusione della povertà e del miglioramento della condizione delle famiglie di anziani.
Per quanto riguarda la povertà assoluta, oltre al Mezzogiorno peggiora anche la condizione delle famiglie composte da quattro membri, che hanno raggiunto una percentuale sopra la media, il 5,2%, i nuclei familiari con un componente in cerca di occupazione (14,5%), quelli con a capo un lavoratore autonomo (passano dall’1,8% al 4,5%), quelli con la persona di riferimento con meno di 45 anni (4,6%) e quelli con a capo una persona con licenza media inferiore, che superano la media attestandosi al 5,2%.
Anche il fenomeno della povertà relativa, la cui soglia, per una famiglia di due componenti, è pari alla spesa media procapite nel paese - 999,67 euro al mese nel 2008 - è rimasto sostanzialmente stabile, pur facendo registrare un aumento nelle famiglie numerose (dal 14,2% al 16,7% per quelle con quattro membri), in quelle con monogenitore (arrivate al 13,9%), in quelle con la persona di riferimento in cerca di occupazione (dal 27,5% al 33,9%) e in quelle con a capo un lavoratore autonomo (dal 7,9% all’11,2%).

Commentando i dati diffusi dall’Istat, il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi ha rilevato come sia “opportuno sviluppare la strada aperta con la Carta Acquisti in favore di famiglie con anziani o minori indigenti. L’esperimento, che ora dovrà essere completato, impiegando le risorse residue, ha avviato un canale di comunicazione tra le istituzioni, i donatori privati e i beneficiari, così come, per la prima volta, ha consentito una prima identificazione dei soggetti bisognosi”.
Visualizza Istat povertà 2008: 8 milioni di italiani, soffre il Sud in una mappa di dimensioni maggiori
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“La questione meridionale sarà una spina nel fianco della politica italiana”. Gianfranco Viesti, assessore tecnico alla regione Puglia della giunta di Nichi Vendola con delega al Sud, non ha dubbi. Nato a Bari 51 anni fa e formatosi alla Bocconi di Milano, Viesti è professore associato di Politiche economiche all’Università di Bari, collaboratore della voce.info. Quest’anno ha pubblicato il libro Mezzogiorno a tradimento. Il Nord, il Sud e la politica che non c’è (Laterza). La sua convinzione? Un paese che vuole crescere non può abbandonare le aree più svantaggiate. Una preoccupazione di molti politici di spicco del Mezzogiorno. Come il governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo (leader autonomista dell’Mpa), che ha proposto la nascita di un Partito del Sud alle amministrative del 2010. Un’idea, quella di Lombardo, che trova un consenso bipartisan, da Marcello Dell’Utri e Gianfranco Micciché, nel Pdl, fino ad Antonio Bassolino (governatore della Campania) e Agazio Loiero (presidente della Calabria), nel Pd.
Assessore, di leghe del Sud ne sono sorte a bizzeffe (ultima in ordine di tempo: “Io Sud”, micro partito della senatrice Adriana Poli Bortone che da qualche settimana ha lasciato il gruppo di An per approdare nel misto e collocarsi in semi opposizione al governo e ha debuttato alle recenti elezioni amministrative). Mai nessuna, però, è riuscita ad arrivare a Roma, fatta eccezione del Movimento per l’autonomia di Lombardo, se si può annoverare in tali movimenti. Non è forse destinato al fallimento un progetto del genere?
Invertirei l’ordine del ragionamento: prima occorre individuare i problemi e poi gli strumenti adatti per risolverli. L’Italia è un paese che funziona male, un paese che non cresce, con un basso tasso di occupazione, una rete welfare che tutela solo i maschi capifamiglia. Affrontare questi problemi è indispensabile e farlo vuol dire, soprattutto, affrontare il Sud, che ha gli stessi problemi delle altre regioni italiane, ma con un’intensità maggiore.
Qual è, allora, la differenza maggiore tra il Nord e il Sud del Paese?
La differenza più evidente è che nel Mezzogiorno si hanno peggiori servizi per i cittadini a fronte di un’alta pressione fiscale.
Ma il Sud è veramente dimenticato?
Parliamo di atti concreti: il Governo ha finanziato interventi strutturali in tutto il Paese togliendo 20 miliardi dai fondi che erano destinati allo sviluppo del Mezzogiorno. La vivacità di questa discussione sul Partito del Sud nasce, secondo me, come reazione a questa linea politica del Governo che ha penalizzato un’area in maniera netta. Ma questo non vuol dire che bisogna proporre una politica speculare: oggi si toglie al Sud per dare al Nord, ma è sbagliato anche il contrario.
Le regioni meridionali si sono rette grazie a sostanziosi finanziamenti da Roma. Su cosa potranno contare, se entrerà in vigore il federalismo fiscale chiesto dalla Lega?
Dipende da come sarà scritta la legge sul federalismo nei dettagli. Per come è scritta ora può essere tutto e il suo contrario, ossia può portare a un aspetto positivo del federalismo, più equo e con una maggiore responsabilizzazione dei cittadini delle varie regioni, ma anche a una versione bottegaia del federalismo, attenta più alla distribuzione delle risorse che all’efficienza del sistema. La Lega è il partito della spesa pubblica per i propri territori. Questa linea è sbagliata: una contrapposizione politica basata univocamente sulla contrapposizione tra territori. Ma i grandi paesi, come l’Italia, non crescono se non condividono obiettivi comuni che si raggiungono anche attraverso lo sviluppo di tutte le proprie aree.
Quindi anche lei è contro una maggiore autonomia fiscale delle regioni?
L’autonomia fiscale è già elevata. Accentuarla porterebbe a una maggiore responsabilizzazione sugli utilizzi delle risorse nel Sud, ma c’è anche il rischio di far sorgere forti contrapposizioni all’interno dell’Italia.
Insomma, una Baviera al Nord e una Bulgaria al Sud…
C’è questo rischio. Per questo la proposta del Partito del Sud, da parte di esponenti di spicco del Pdl, mi sembra una reazione di tipo sindacale all’azione del Governo. E anche io come italiano, per esempio, trovo indegno per i cittadini del Centro Nord che la maggior parte della spesa per il terremoto in Abruzzo gravi in gran parte sui cittadini del Sud.
Il partito del Sud piace anche a Bassolino e Loiero. C’è una fronda meridionalista anche nel Pd?
Entrambi gli schieramenti non possono non affrontare i problemi del Sud. Nel Pdl la situazione è più seria perché è il partito di Governo e trovo che la sua azione sia sinceramente antimeridionale. Ma anche nel Pd il problema del Mezzogiorno è stato trascurato per troppo tempo e non potrà essere mai una grande partito nazionale, se non affronterà queste tematiche.
Partito del Sud trasversale, quindi. Un’ulteriore spina nel fianco del Pd?
È il tema stesso e non il partito a essere una spina nel fianco della politica italiana. Il Pd non ha ancora una linea comune su come risolvere i problemi del Sud e fino ad oggi non ho visto sforzi in questa direzione.
Il problema degli investimenti: il Sud è la parte d’Italia che attira meno capitali. Infrastrutture carenti, una burocrazia bizantina e la mafia che strangola gli appalti e chiede il pizzo. Si potrà uscire da questo tunnel?
È il grande tema del Sud e sono ottimista: creare tutte quelle condizioni e le infrastrutture per rendere le imprese competitive e attirare i capitali. Questo non si risolve in due anni, ci vogliono almeno due legislature. E per farlo bisogna anche puntare sulla ricerca, sulla scuola, sul welfare.
Quale potrà essere la ricetta per il rilancio del Mezzogiorno, mantenendo lo schema degli attuali partiti?
Non è essenziale creare dal nulla un nuovo partito per rilanciare il Sud. Serve piuttosto tornare a fare una politica che abbia al centro le istanze meridionaliste e pensare al futuro dell’Italia intera, a come sarà fra vent’anni. Lo si faceva negli anni cinquanta e sessanta, mentre oggi si fa una politica a breve termine.
- Tags: costituzione, crisi, discorso, Europa, federalismo, Giorgio Napolitano, giustizia, messaggio, Mezzogiorno, presidente-della-Repubblica, QUirinale, riforme, saluto, temi, Vaticano
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Lo sguardo al presente, proiettato nell’immediato futuro. Dalla crisi economica e finanziaria globale che ci deve vedere marciare uniti assieme al resto dell’Europa; alle riforme di casa nostra, in primis giustizia e federalismo, da realizzare auspicabilmente con procedure unitarie e obiettivi condivisi. Il “menu” del messaggio di fine anno agli italiani viene messo a punto in questi giorni dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ma il discorso - che sarà come da tradizione trasmesso a reti tv unificate all’ora di cena - ha avuto corpose anticipazioni nel ricco “carnet” di interventi che hanno segnato il calendario del Capo dello Stato nella settimana che ha preceduto il Natale.
Gli argomenti affrontati e le soluzioni indicate o auspicate in quel corollario di appuntamenti costituiscono con ogni probabilità i cardini sui quali si incentrerà il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica. Al di là di questioni più particolari e di incombenze dell’ultim’ora, quindi, ecco i principali temi su cui potrebbe vertere il discorso presidenziale. A partire proprio dalla questione delle riforme e delle possibili modifiche all’impianto costituzionale, che “a 60 anni è ancora giovanissima” ha già ricordato Napolitano, con una battuta, “come del resto lo sono a 60 anni anche le persone. Fatti salvi i principi fondamentali che sono fuori discussione e che nessuno può pensare di modificare o alterare, si può comunque procedere nel formulare essenziali e ben determinate proposte di riforma dell’ordinamento repubblicano”.
Condizione essenziale, però, è che “venga ripreso in un clima di costruttivo confronto e nella ricerca della più ampia condivisione, come sempre si conviene” ha ammonito parlando alle alte cariche “quando si tratti di modificare la Costituzione, che non può considerarsi un tutto intoccabile”. Avanti dunque con federalismo e, più in là , col presidenzialismo, ma nel rispetto di soluzioni equilibriate e bipartisan.
Centrale dovrebbe essere il tema dell’etica in politica e dei rapporti di questa con la giustizia, considerate le recenti “bufere” che hanno scosso gli amministratori di mezza Italia. “Si pongono con urgenza problemi di equilibrio istituzionale, nei rapporti tra politica e magistratura”, ha affermato Napolitano, mentre le misure da adottare dovranno rispettare “il più corretto assolvimento dei compiti assegnati al Csm” oltre a considerare la necessità di “serenità , riservatezza ed equilibrio, nel rigoroso rispetto delle regole, senza missioni improprie e smanie di protagonismo personale”.
Ancor più concreto apparirà probabilmente agli occhi degli italiani il tema della crisi economica e finanziaria, viste le ripercussioni sui processi di produzione e sul lavoro, nonché nei portafogli della gente: sempre più numeroso il novero delle famiglie italiane che fa davvero fatica ad arrivare a fine mese. Napolitano, finora, non l’ha mai negato: “La crisi desta nuove, profonde e legittime preoccupazioni tra i cittadini”, emergono perciò “esigenze ineludibili di dare risposte in grado di favorire la crescita e di migliorare la trasparenza dei mercati. Si tratta, infatti, di una crisi globale di eccezionale portata e gravità , che obbliga anche il nostro Paese a fare i conti con se stesso. Guai a “sottovalutarne l’impatto”. Ma tutto ciò, per il Presidente, “non giustifica reazioni di paura, di scoramento o di rassegnazione”. Specie al Mezzogiorno, altra questione che sta molto a cuore all’inquilino del Quirinale.
Infine non dovrebbe mancare un accenno alla “stagnazione” in cui ancora versa il processo unitario della Ue, alle prese con la ratifica del Trattato di Lisbona, che fa le veci di quel testo costituzionale bocciato nelle urne referendarie dell’Europa a 27. Lo sguardo alle vicende internazionali sarà completato con l’appello alla pace e al dialogo in Medio Oriente, dopo l’escalation militare di queste ore, come con l’augurio di una rafforzata partnership con la nuova amministrazione Obama in procinto di insediarsi alla Casa Bianca.
E, a cavallo fra politica estera e interna, si inserirà il saluto e l’augurio di buon anno tradizionalmente rivolto dal Quirinale al Papa e prontamente ricambiato dal Vaticano. Il messaggio dello scorso Capodanno conteneva l’indicazione che “per consolidare i fermenti positivi, per mettere a frutto le potenzialità su cui l’Italia può contare, è indispensabile che si crei un nuovo, più costruttivo clima politico, fondato su una effettiva legittimazione reciproca: mi sono speso a tal fine sin dall’inizio del mio mandato e insisterò nelle mie sollecitazioni e nei miei appelli”. Una ‘promessa’ mantenuta, fino al recentissimo discorso alle alte cariche in cui Napolitano ha lamentato “un clima politico italiano dominato da troppe tensioni” dove si rischia di “perdere il senso della misura e del limite” fra le opposte “fazioni”. Facile che un monito molto simile sia rilanciato, nel messaggio che apre, sempre con speranza, al nuovo anno.