Archivio per il tag “Milano”
- Tags: Al-Qaeda, cellule, cronaca, Digos, Dis, Game Mohamed, islamici, Maghreb, Milano, Ministero-Interno, Roberto-Maroni, sicurezza, terrorismo
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Uno dei fermati dalla polizia dopo l'attentato alla caserma Santa Barbara
Caserme e questure, ma anche treni, stazioni, metropolitane, stadi, centri commerciali e ogni altro luogo affollato: sono questi i possibili obiettivi dei nuovi terroristi fai-da-te. Continua

Vanessa Guccio. Alle spalle, i genitori Pietro e Tina
Un tavolo rotondo di legno al centro del soggiorno di una casa popolare di Quarto Oggiaro, periferia di Milano. Comincia qui, una sera di aprile del 2005, la storia di Pietro Guccio, a cui la giustizia ha portato via tre figli. Continua

(Credits: Roberto Ponti/Ag. Sestini)
Il mio burqa è afghano, azzurro, mi copre sia la testa sia il corpo, in verità è a modo suo piuttosto grazioso. All’altezza degli occhi ha una rete con piccoli fori che mi permetterà di vedere senza che gli altri riescano a scorgere invece i miei occhi. Lo infilo dalla testa e la prima sensazione è molto brutta, di panico, mi sembra di soffocare.
Vorrei togliermelo subito e invece lo indosserò per due giorni, a Milano e in provincia (qui il VIDEO), per osservare, poi raccontare, le reazioni della gente. Continua

Un loocale chiuso dalla Guardia di Finanza per non aver emesso lo scontrino
Con un pizzico di creatività, tutta italica, ecco servita la quotidiana evasione fiscale all’italiana.
Che siano bar, ristoranti, take way, ambulanti, artigiani, negozi per la casa, cartolerie… Che siano gestiti da italiani o da stranieri. Continua

Milano: la cronista di Panorama con il burqa su un autobus (foto di Roberto Conti)
Due giorni con il burqa. Afghano, azzurro.
Sotto si nasconde una cronista di Panorama (il reportage è sul numero del settimanale in edicola da venerdì 2 ottobre). Continua
- Tags: adolescenti, bambini, domande, educazione-sessuale, figli, genitori, masturbazione, Milano, minorenni, rapporto-orale, scuola, sesso, sex, termini
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Giochi erotici a 13, 15 e 17 anni, in cambio dell’ultimo modello di iPod (o iPhone o scarpe, vestiti, borse griffate). Succede sempre più spesso nelle scuole milanesi, senza distinzione tra i prestigiosi licei del centro e gli istituti della periferia, tra le scuole pubbliche e quelle private. Ci sono le liste di baby-escort che circolano via internet o sui cellulari dei ragazzi, il ragazzino ne contatta una via sms e le dà appuntamento in un angolo appartato della scuola. Rigorosamente al di fuori dell’intervallo quando l’attenzione di docenti e personale scolastico è più alta.
Questo è l’allarme lanciato dal Comune di Milano, ripreso dal Corriere Milano e da La Stampa, che raccontano di episodi sconcertanti che rivelano le dinamiche della compravendita del corpo, in età adolescenziale. “Stiamo lavorando per creare le condizioni affinché l’uso di internet e di altri dispositivi tecnologici sia più controllato e contro un generale decadimento dei valori”, dice l’assessore Landi di Chiavenna. “Ma lottiamo anche contro l’aumento di malattie a trasmissione sessuale, come mononucleosi ed epatite B”.
Ma l’importante è: “Non far finta di niente, dimenticare la cosa come se riguardasse sempre e solo gli altri”, ammonisce Luca Bernardo, primario della struttura di Pediatria e dell’area adolescenza al Fatebenefratelli, il primo esempio in Italia di osservatorio pubblico sul mondo giovanile. La prima segnalazione si è avuta nel 2008, ma è nel corso di quest’anno che il fenomeno ha assunto una rilevanza preoccupante con 12 segnalazioni giunte dagli adolescenti in cura presso la struttura milanese. “Quasi mai un adolescente viene da noi per denunciare questi episodi” chiarisce il professor Bernardo, “noi abbiamo avuto notizie di questi episodi attraverso alcuni adolescenti che volevano uscire da storie di bullismo e alcol. È molto difficile che a quell’età parlino di sessualità”.
Ecco perché secondo l’assessore Landi i casi segnalati sarebbero solo la punta di un iceberg del fenomeno. Così come, segnala la dottoressa Giuliana Proietti su Donna Moderna.com: “Non vi è ragione di credere che ciò che accade a Milano non accada anche in altre città del nostro Paese: nelle grandi metropoli, così come nei piccoli centri”.
Fenomeno tanto inquietante quanto trasversale: dai casermoni anonimi della periferia ai palazzi dei quartieri “bene”, gli adolescenti - almeno a scuola - finiscono tutti negli stessi bagni, a vendere e comprare piacere senza alcuna inibizione: “Lo fanno per noia, per apparire, per voler essere sempre più oggetto del desiderio” spiega il medico del Fatebenefratelli: “di sicuro non sono storie di degrado. E nessuna scuola può chiamarsi fuori”. Le prestazioni orali vanno per la maggiore e si concedono a orari predefiniti, già dalla fase preliminare: quella della “contrattazione”. Il fenomeno è sotterraneo e difficile da fare emergere.
Finora, dalle testimonianze raccolte tra gli adolescenti, non si sono scoperti episodi di sesso in cambio di denaro, mentre è prassi “ricambiare” la prestazione con oggetti di valore come può essere un lettore mp3. “Si tratta” racconta ancora il professor Bernardo “di uno scambio di atti sessuali tra ragazzi in cambio di oggetti di pregio che una volta sono l’iPod un’altra un capo di abbigliamento firmato. Per ora non ci sono segnali di giri di denaro: stanno molto attenti a non entrare nell’illegalità”.
Il problema è che in alcuni casi i genitori preferiscono chiudere un occhio, fiduciosi che una volta superata l’adolescenza il problema svanisca. “Noi abbiamo parlato con i genitori” spiega ancora il medico “alcune famiglie avevano avvertito qualcosa, ma molte altre non volevano crederci. Noi ci sentiamo solo di dire che quando si hanno delle avvisaglie è fondamentale parlare con i ragazzi e non soprassedere”.
Per dare una mano alle famiglie, all’inizio del nuovo anno scolastico scenderà in campo anche il Comune, con una lettera aperta spedita ai genitori, opuscoli informativi, campagne pubblicitarie sui giornali e specialisti mobilitati nelle farmacie comunali.
- Tags: .Expo-2015, affari, Antimafia, aziende, clan, crisi, Mafia, magistrati, Milano, ndrangheta, pool, società, talpa
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La ‘ndrangheta non va in vacanza, i magistrati anticosche neppure. Lunedì 17 agosto a Reggio Calabria l’aria sfrigolava e il mare dello Stretto era una sirena irresistibile.
Ma il caldo non ha impedito agli inquirenti, fra cui il procuratore capo Giuseppe Pignatone e il suo vice Nicola Gratteri, di riunirsi presso la Direzione distrettuale antimafia per discutere una questione assai delicata: la fuga di notizie riguardante le indagini sui lavori per l’Expo 2015.
Da mesi gli uomini del pool anti ’ndrangheta sorto sull’asse Milano-Reggio Calabria tengono sotto controllo decine, se non centinaia, di presunti mafiosi impegnati nel settore edile e in particolare nel movimento terra, cioè il trasporto di ghiaia e il lavoro di scavo che fanno da indispensabile apripista a tutte le grandi opere. Peccato che in Italia anche i muri delle procure abbiano orecchi.
E che alcuni indagati, saputo dell’inchiesta, abbiano provveduto a bonificare case e uffici dove gli investigatori avevano piazzato le loro microspie. I personaggi in questione, tutti calabresi, sono riconducibili a due società di movimento terra attive in Lombardia. Per quanto risulta a Panorama sarebbero impegnate come subappaltatrici nei lavori di sbancamento necessari alla costruzione di un’importante arteria stradale, inserita tra le opere pubbliche collegate all’Expo 2015.
Della vicenda si sta occupando Ilda Boccassini, coadiuvata dai carabinieri del Ros di Milano e da colleghi calabresi. Il monitoraggio dei magistrati milanesi e reggini sui cantieri dell’Expo non è iniziato oggi, così come non rappresenta una sorpresa lo strapotere esibito dalle ’ndrine nel settore del movimento terra. A essere cambiato, e molto, è il modus operandi degli investigatori. Da qualche mese, invece di indagare sulle ditte o di perdersi a dipanare il groviglio di schermi societari messi a punto dai clan, il pool ha deciso di giocare d’anticipo. Gli inquirenti marcano a vista gli imprenditori in odore di ‘ndrangheta, studiano le loro mosse (come l’ingresso in aziende settentrionali pulite ma in crisi di liquidita, attraverso le quali partecipare alle gare), spiano le loro conversazioni per mesi. Per poterli intercettare hanno iscritto nel registro degli indagati decine di persone. Eppure qualcuno, come dimostra la riunione riservata di lunedi scorso, ha scoperto il gioco e ha messo in atto le contromosse. Bisogna vedere se bastera.
Che le mire calabresi sugli appalti dell’Expo siano robuste lo dimostra un’altra istruttoria condotta dai pm della Dda milanese Mario Venditti e Alessandra Dolci, secondo molti addetti ai lavori la madre di tutte le inchieste sulla ‘ndrangheta lombarda, quella che potrebbe “disarticolare” la cupola malavitoso-affaristica che prospera a Milano. Dall’indagine si evince infatti che recentemente le cosche trapiantate al Nord hanno siglato una pace duratura, dandosi un assetto collegiale come mai erano riuscite a fare nella regione di origine e seppellendo le faide in corso, per dedicarsi agli affari d’oro targati Expo 2015. Piu che una federazione di ‘ndrine, quasi un consorzio di aziende. Un piano di espansione cosi ambizioso da non limitarsi alla spartizione di camion e betoniere o alla promozione dell’imprenditoria criminale “made in Calabria”, ma che ha messo nel mirino l’intera economia lombarda.
Come mostra la recente disavventura della società Lucchini Artoni di Segrate il cui patron, Giancarlo Bianchi, si è aggiudicato l’Ambrogino d’oro. La società, impegnata nella costruzione della linea 5 della metropolitana (uno dei tanti gioielli da inaugurare prima del 2015), ha ricevuto a giugno dalla prefettura l’interdittiva antimafia. Il motivo? Secondo la Dia, 17 delle 22 ditte a cui la Lucchini aveva subappaltato il trasporto di materiale inerte erano collegate, direttamente o indirettamente, a uomini delle cosche di Isola Capo Rizzuto (Crotone).
“I nostri 40 camion erano tutti occupati e ci siamo rivolti a dei padroncini: non e colpa mia se l’80 per cento sono calabresi e, comunque, avevano tutti la certificazione antimafia” ribatte Vincenzo Bianchi, amministratore delegato e figlio del titolare. Nelle scorse settimane l’azienda ha comunque chiuso i rapporti con tutti i collaboratori sospetti e il 4 agosto ha riottenuto la certificazione antimafia. Gli accertamenti della Dia, tuttavia, proseguono per capire come sia stato possibile che un tale afflusso di calabresi di Isola Capo Rizzuto alla Lucchini non destasse sospetti.
Un compito arduo, visto che ormai in Lombardia i calabresi sono monopolisti nel movimento terra, assunzioni comprese. E un settore a bassa specializzazione e poco visibile, ma che per le ‘ndrine “vale più dell’oro”, come spiegava al telefono gia nel maggio 2008 il boss di Platì Domenico Barbaro, fermato due mesi piu tardi dal gip Piero Gamacchio con l’accusa di avere diretto per un lustro abbondante il racket dei cantieri dell’hinterland milanese. Lo schema dei calabresi è ben spiegato nell’ordinanza di custodia cautelare: “Tutti gli imprenditori edili sapevano che, a prescindere da prezzo praticato e qualità del servizio, il trasporto della terra era affare dei calabresi. Che poi raddoppiavano i ricavi stipando gli stessi mezzi e le stesse buche stradali di rifiuti tossici e infine creavano consenso e contaminazione assumendo a chiamata solo manodopera calabrese“.
Il sistema applicato da Barbaro a sud di Milano era stato replicato anche in Brianza (dal clan reggino degli Stellitano) e a Cologno Monzese, dove a marzo il pm Venditti ha fermato il crotonese Marcello Paparo, ritenuto il terminale locale delle cosche Arena e Bubbo: era riuscito a mettere il naso pure nei lucrosi subappalti della Tav ferroviaria e dell’autostrada A4.
C’e un ultimo elemento che accomuna le indagini di ieri e di oggi: in almeno un paio di casi le inchieste hanno rischiato di essere compromesse da fughe di notizie molto sospette, che hanno costretto gli inquirenti ad accelerare i tempi. O a convocare vertici riservati, come e appena accaduto, rinunciando ai bagni ferragostani.
(ha collaborato Gianluca Ferraris)

Silvano Genta è l’ormai ex proprietario della Innse, l’azienda metalmeccanica milanese “salvata” dai quattro operai e un sindacalista che sono rimasti otto giorni sopra una gru per impedire lo smontaggio dei macchinari, la loro vendita e la conseguente chiusura della fabbrica.
Genta è il padrone “cattivo”, quello che secondo la vulgata puntava solo a fare cassa. Alla fine è stato costretto a cedere l’impresa al gruppo Camozzi di Brescia, al padrone buono che già parla di piano industriale e grandi prospettive future. Panorama incontra l’imprenditore, che ha altre aziende attive nel settore delle macchine utensili, nello studio milanese del suo legale, l’avvocato Giambattista Lomartire.
Come sta adesso, signor Genta?
Sono deluso. Solo contro il mondo. Tutti che mi attaccano, però io ho sempre cercato di fare del bene.
Ha letto i giornali? Che sensazioni prova davanti alla beatificazione degli operai?
Che non esiste lo Stato. Le istituzioni non sanno che pesci pigliare e fanno cantare vittoria a cinque signori senza scrupoli imbevuti di ideologia. Sembra di vivere nel Sessantotto.
Fa ancora il cattivo…
Sono usati dalla politica per raggiungere altri obiettivi, finanziari e speculativi.
Sia più chiaro.
Mi chiedo perché non mi abbiano mai dato a prezzo di mercato, come ho chiesto, quell’immobile che ora l’Aedes cede a Camozzi a un prezzo simbolico. Perché?
Perché?
Lo chiedo a voi, all’opinione pubblica, ai politici. Ho tenuto almeno dieci riunioni in comune e mi è sempre stato detto che non si poteva fare nulla. Ora in due giorni si stravolge il polo Rubattino, si fa la variante al piano regolatore sui terreni e si regala tutto a Camozzi.
Forse perché ha un progetto di impresa. Lei, dicono, puntava a chiudere e intascare.
Un piano industriale in soli due giorni? Camozzi non ha ancora visto nulla dal di dentro. Mi viene il dubbio che della situazione aziendale non gliene importi niente. Ha altri scopi. Certamente se gli regalano tutta l’area di Rubattino qualcosa si inventerà. Poi ha detto che farà lavorare subito dieci persone e metterà gli altri in cassa integrazione per due anni.
Perché non ci ha provato lei a trovare una soluzione diversa dallo smantellamento? Non era certo un’azienda decotta.
Ma cosa sta dicendo? L’Innse ha sempre e solo prodotto perdite in presenza di oneri gestionali pesantissimi. Quando l’ho comprata, nel 2006, era in amministrazione controllata. Nell’accordo di programma sottoscritto con le istituzioni era previsto che io assumessi tutti e 53 i lavoratori rimasti in organico e delocalizzassi la produzione nell’arco di tre anni.
Invece che cosa è successo?
La provincia si sarebbe dovuta fare carico della riqualificazione del personale. Di questo quasi la metà sono impiegati. Da scrivania. Li ho pagati anche se non mi servivano e non li potevo far lavorare.
Difficile pensare che qualcuno l’abbia costretta.
Alla Innse i delegati sindacali sono abituati a dettare legge. Non si può mettere una macchina nuova al posto della vecchia. Non si può assumere personale più specializzato e ricollocare chi non è adatto. Mettono il veto su tutto. Anche sul trasloco, che pure era fondamentale, tanto da essere previsto negli accordi iniziali.
Lei in pratica sta dicendo che non era padrone in casa sua.
Ero con le mani legate. Ci ho rimesso un mucchio di soldi. Quando hanno occupato la fabbrica in autogestione, hanno prodotto commesse per 50 mila euro. Io però mi sono trovato addebitate spese per energia, gas e altro per circa 600 mila euro. Ho tirato la carretta per due anni e mezzo rispettando gli impegni.

Poi ha deciso di chiudere.
Cessare l’attività è un diritto garantito dalla Costituzione. Soprattutto quando non sta in piedi. Chiudono aziende con migliaia di persone e non se ne parla.
Anche chi ha un lavoro difende un diritto sancito dalla Carta.
Dei 49 operai rimasti, 26 sarebbero andati in pensione direttamente dalla mobilità. A 14 avevamo trovato un impiego in Lombardia con le stesse mansioni e lo stesso stipendio. Mi hanno detto: noi siamo pagati per stare qui a fare casino. Gli altri nove sarebbero stati ricollocati dalla provincia. Sono quelli che trovate in tutte le grosse proteste di questi ultimi anni, a partire dall’Alfa Romeo fino alla Lancia Desio. Sempre loro. Sempre stabilimenti chiusi.
Forse il trasferimento comporta dei costi, economici e non solo.
No, la verità è che sono accecati dall’ideologia. Seguono il capo carismatico e fanno quello che dice lui.
E chi sarebbe il capo?
Vincenzo Acerenza (uno dei cinque che hanno passato otto giorni sulla piattaforma, ndr).
Prossimo alla pensione, fra l’altro. Quali obiettivi può avere?
Quello che non piace a lui non si fa e basta. Sempre no, sempre contro il padrone. Sembra di vivere in un’altra epoca. Intanto lui e gli altri forse prendono l’Ambrogino d’oro.
E lei, che le piaccia o no, in questa vicenda ha il ruolo del cattivo.
Non sono cattivo. Accetto le condizioni, auguro il meglio a questi signori. Fra due anni ci ritroviamo.
Perché fra due anni?
Vedremo i risultati.
Intanto lei aveva comprato la fabbrica per 700 mila euro e dalla cessione incassa oltre 3 milioni.
Abbiamo investito circa 7 milioni, lasciati sul campo. Adesso ci chiedono macchinari a prezzi in perdita.
Uno se l’è tenuto stretto. Perché?
Un mio cliente ha preso impegni e non può più rinunciarvi.
C’è qualcosa che si rimprovera in tutta questa vicenda?
Col senno di poi avrei dovuto stare dentro fino a che le macchine non fossero state trasferite agli acquirenti. Mi sono fidato delle istituzioni. Ho sempre eseguito le istruzioni, fino all’ultimo giorno. Ci sono state molte parole d’onore non mantenute.
Sta dicendo che lei è una vittima?
Di più. Su quella piattaforma ci sarei dovuto salire io. Spodestato di tutti i diritti. Ho subito danni morali incalcolabili.
In effetti non ne esce bene.
Io sono sereno, ho fatto tutto in buona fede. Non ho mai usato violenza, l’ho sempre evitata, solo subita. Tanta.
Anche là dentro?
Psicologica, fisica… di tutti i colori.
Che uomo è Silvano Genta?
Vengo dalla campagna piemontese. Sono un operaio della Olivetti che ha fatto un percorso senza danneggiare nessuno.
Che fa nel suo tempo libero?
Sto in campagna tra gli animali, con la mia famiglia. Ho una moglie da 40 anni e due figli. Hanno una loro aziendina e mi danno una mano.
Che cosa insegna loro?
Sincerità, trasparenza e lealtà. Senza questi valori non sarebbero miei figli.

Comune che vai, ronda che trovi. A dieci giorni (l’otto agosto scorso) dall’entrata in vigore del regolamento che da il via alle “associazioni di osservatori volontari” per il controllo del territorio (qui il testo del decreto con le indicazioni sull’abbigliamento), le città si stanno muovendo in ordine sparso.
C’è chi non le vuole (Napoli: da dove il coro di noi è stato bipartisan: dal sindaco Rosa Russo Iervolino, ad assessori e deputati del Pdl, come Franco Malvano, Marcello Taglialatela e il capo del centrodestra in Regione Francesco D’Ercole), chi si prepara ad arruolare anche senegalesi (Sanremo), chi ipotizza corsi di formazione svolti dalla polizia locale (Milano), chi attacca manifesti sui muri per cercare adesioni (Cercola, nel napoletano), chi pensa di vietarle di notte (Roma).
Insomma, sul nuovo strumento fortemente voluto dal ministro dell’Interno, Roberto Maroni, le posizioni sono estremamente variegate.
Situazione particolare a Genova. Dove (super)Marta Vincenzi, primo cittadino, ha dovuto ribadire “il no alle ronde”, visto che nel Pd infuriava la polemica per quella che l’europarlamentare Debora Serracchiani e il deputato Gianclaudio Bressa definivano - dopo un’intervista al Giornale - “l’apertura alle ronde da parte del sindaco di Genova”. Ma Vincenzi obietta: “Ho detto e ripeto che nella mia città non esiste la parola ronda. Sono invece soddisfatta che, anche per iniziativa del Capo dello Stato, il decreto attuativo dello schema Maroni sia stato modificato sul modello genovese che contempla la sicurezza partecipata”. Che nelle vie, davanti alle scuole e nei parchi di Genova si concretizza con i “tutor d’area” (evoluzione del nonno vigile) e da settembre con le guardie ecologiche. Questa la situazione in alcune città: ecco la MAPPA:
Visualizza Sicurezza: comune che vai, ronda che trovi in una mappa di dimensioni maggiori
Sempre sotto la Lanterna, c’è anche chi la butta in burla. Da qualche giorno uno dei video più visti su YouTube è “Il tango della ronda”, parodia sferzante delle “ronde leghiste”. Il testo, in italiano con qualche indulgenza allo zeneize, il dialetto genovese, è ironico ed è cantato sulla falsariga del ben più romantico “Tango delle capinere”, polpettone musicale degli anni ‘30.
Il dibattito sulla sicurezza e sui volontari che dovrebbero pattugliare le strade contro la criminalità è caldissimo e lo sberleffo non poteva mancare. E allora: “A mezzanotte va/la ronda della Lega/alla comunità/importa ormai una s… Con quella presunzion di utilità sociale m’ han rotto gia i c…, mi girano le b…“.
Non è difficile riempire i puntini delle strofe di questa canzonicina, realizzata dal cantautore genovese Carlo Besana, che ha fatto il giro della Rete ed è stata ripresa da decine di blog. Il video è girato nei carrugi di notte e ha per protagonisti tre ragazzotti (teste rasate e braghe larghe, pettorina arancio, stile gomma bucata in autostrada) che vagano per le stradine vuote con fare minaccioso. Il gesto che regala loro la prima signora di colore che incontrano non ha bisogno di traduzioni, essendo universalmente noto.
“Il rondarolo fiero/scende tra i vicoli la sera/lo sguardo nobile ed altero/vorrebbe ‘na camicia nera/Quel fior di filibusta/ha una sua idea di libertà/ma non la conta giusta/agli altri vuol sottrarla già“, recita la seconda strofa. La clip, interpretata dallo stesso Besana e da un coro di signori genovesi del quartiere popolare del Cep, sta entrando nella top ten dei video italiani più cliccati su YouTube e anche tra quelli più linkati: molte le associazioni che rimandano al “Tango”. Tra queste, quella che fa capo alla Comunità del Porto di don Gallo e il sito di Beppe Grillo.
La sfida alle ronde leghiste e a chi le ha pensate è lanciata. Spiega infatti la didascalia al video: “per evitare incomprensioni e dubbi precisiamo che il bersaglio del video non sono le ronde realizzate a Genova dagli Alpini o in altre città da corpi dell’esercito (altra faccenda, specificano, quindi “altre considerazioni”) ma delle ronde di cittadini, ‘accreditati’ come cittadini attivi, istituite di recente e propagandate a gran voce dal Governo in carica e dal ministro Maroni“. Quanto si farà attendere la risposta leghista?

A Milano i prezzi salgono, ma meno delle altre metropoli europee: nel 2008 Milano è infatti la settima città meno cara in Europa. Escludendo le città dell’Est, solo Atene, Lisbona e Dusserldorf risultano più economiche. La palma della città più cara va a Oslo, seguita da Londra e da Copenaghen. Milano si posiziona al 26° posto su 32 metropoli europee per il suo livello di prezzi nel 2008.
Sono questi alcuni dati che emergono da una elaborazione della Camera di commercio di Milano, attraverso il Lab Milano, su dati provenienti dall’Economist Intelligence Unit - Economist.
Posto uguale a 100 i prezzi a Milano, le città europee più convenienti del capoluogo lombardo sono Atene (indice: 99), Lisbona (96), Dusserldorf (93), e tre città dell’Est: Bucarest (86), Budapest (78) e Sofia (67). Roma si posiziona al 21° posto (107).
Tra le singole voci, Milano è la città meno cara in assoluto per il costo degli alcolici (prima Oslo con 394), è al 27° posto per il costo delle utilities (prima Vienna con 210; ultima Praga con 63), al 25° per gli articoli per la casa (prima Oslo con 250; ultima Sofia con 63), al 24° per gli alimentari (prima Copenaghen con 155; ultime Budapest e Sofia con 66), al 21° posto per gli affitti (prima Londra con 404; ultima Sofia con 51) e al 21° per la cura personale (prima Copenaghen con 146; ultima Sofia con 55).
Il capoluogo lombardo sale poi tra le 20 città più care per i divertimenti (al 19° posto: prima Oslo con 136; ultima Sofia con 65), per il costo del tabacco (al 16° posto; prima Oslo con 225; ultima Budapest con 51) e per i trasporti (al 15° posto; prima Oslo con 165; ultima Sofia con 61).
Infine Milano è nella top-ten delle città europee più care per quanto riguarda l’abbigliamento: essere la capitale della moda costa e “vale” la quinta posizione nella classifica delle più care in Europa.
Se poi si considera la crescita dei prezzi dall’introduzione dell’euro ad oggi, Milano continua a fare meglio di molte altre realtà. Tra le 32 metropoli europee considerate, Milano è al 14esimo posto. Al primo posto Bucarest, seguita da Francoforte e Bratislava. Al quinto posto si posiziona Roma. Amsterdam è invece la città che presenta l’aumento più contenuto dei prezzi, seguita da Manchester e da Varsavia. al 5° posto assoluto (città più cara Francoforte con 110; città più conveniente Manchester con 41).
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