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La disputa irresponsabile sui ministeri (al Nord)

Esterno di Villa Reale a Monza, dove ci sono i nuovi uffici ministeriali (ANSA/FABRIZIO RADAELLI)

Esterno di Villa Reale a Monza, dove ci sono i nuovi uffici ministeriali (ANSA/FABRIZIO RADAELLI)

Gli speculatori finanziari sono ancora lì, pronti a colpire un giorno sì e l’altro no i titoli di stato italiani. La borsa,  dicono gli addetti ai lavori, viaggia sulle montagne russe: oggi in rialzo, domani in forte ribasso bruciando miliardi di euro che poi finiscono dritti dritti nel conto che ci toccherà pagare. Ecco, mentre accade tutto questo, la classe politica - dal sindaco di Monza alle più alte cariche istituzionali - continua ad accapigliarsi su tre uffici ministeriali in Lombardia. Continua

Palazzo Chigi a Mastella: squadra che vince non si cambia

Clemente Mastella, leader Udeur e ministro della Giustizia
In questo momento la squadra di governo va bene così. La priorità ora è la Finanziaria.
Fonti di Palazzo Chigi hanno così risposto a Clemente Mastella sull’ipotesi di un rimpasto o di una riduzione del numero di ministri che il Guardasigilli aveva avanzato, parlando a Totte Annunziata (NA) con i giornalisti: “La finanziaria intanto va approvata per evitare l’esercizio provvisorio. Il problema del governo viene dopo e secondo me a gennaio è giusto rivedersi per vedere che cosa fare”. “Io snellirei il governo” ha aggiunto il ministro della Giustizia “e metterei condizioni diverse. Capita anche in Germania e Francia, dove ogni tanto cambiano ministri. E magari si cambia anche il titolare di Grazia e Giustizia. Io non ho difficoltà in questo senso, ma credo anche che sia giusto dopo due anni vedere come e se ci sono le condizioni per proseguire”.
E invece da fonti governative è arrivato lo stop. Con un’interpretazione, tutta in politichese, delle opinioni del ministro Udeur: a Palazzo Chigi non sembra che Mastella abbia parlato di rimpasto, piuttosto del fatto che, dopo la Finanziaria, c’è bisogno di un chiarimento. E ciò, sempre secondo la lettura dele fonti vicine al governo, non significa rimpasto o altro, significa che in questo momento la squadra va bene così. Lo stesso Mastella, si fa notare, ha segnalato che ora si è concentrati sulla manovra. Quando la Finanziaria sarà approvata e col nuovo anno comincerà a mostrare tutto il suo valore, si sottolinea, si potranno eventualmente affrontare altre questioni.
Insomma: squadra che vince non si cambia. Ma che la squadra di Prodi non stia inanellando una vittoria dietro l’altra sono in tanti a crederlo. Il premier, alla prima assemblea del Pd, ha aperto il suo discorso (che scaldato più volte i 2.853 delegati con una grinta insolita) elencando tutte le cose riuscite in questo anno e mezzo di governo.
Tuttavia, andando indietro di una sola settimana, il Prof ha vissuto momenti di vera passione (sabato 20 la manifestazione della sinistra radicale; martedì 23 il chiarimento in consiglio dei Ministri per la le liti tra Mastella e Di Pietro e la sfiducia al presidente Rai; giovedì 25, i sette schiaffi che hanno fatto barcollare la maggioranza in Senato), culminati con un disperato ultimatum ai suoi: “Esigo che si rispettino gli impegni”.
Tanto è vero che lo stesso Walter Veltroni, nel discorso di chiusura alla kermesse che lo ha incoronato segretario del Pd, ha detto di voler puntare a cambiamenti istituzionali che diano più poteri al premier, tra i quali quelli di revoca dei ministri. E comunque, subito dopo la tregua della festa alla Fiera di Milano, le fibrillazioni all’interno del centrosinistra sono riprese da dove erano finite con la diserzione dei diniani, del’Idv e di Bordon della riunione sulla Finanziaria tra la maggioranza e il governo. E però: squadra che vince non si cambia, dicono da Palazzo Chigi.
Per continuare a usare una metafora calcistica, pare che dalle parti del governo preferiscano perdere tutti insieme, ammesso che “mister” Prodi riesca a mangiare il panettone

Il VIDEO servizio:

Resistere, resistere, resistere: il motto di Prodi tra Mastella e Di Pietro

Il vuoto tra Clemente Mastella e Antonio Di Pietro seduti tra i banchi del governo alla Camera
Dopo giorni di freddo, e soprattutto di nuvole nere sul governo, un tiepidissimo sole ieri splendeva sulla Capitale e sui palazzi della politica: “il solito fattore c… del Professore”, commentavano alcuni deputati in Transatlantico già da metà mattinata, mentre scommettevano che anche stavolta Prodi ce l’avrebbe fatta. E per fugare ogni dubbio, prima del Cdm fissato per le 16, il premier, insieme con la moglie Flavia, scendeva per andare a prendere un caffè. In realtà per rassicurare la folla di cronisti che stanziava sotto le sue finestre: “Ma quale crisi! Sono tranquillissimo”. Stessa linea per il ministro dei Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti: “Passerà anche questa…”. E nonostante gli scogli di un Cdm in cui il ciclone Clemente Mastella annunciava battaglia per via dell’affaire De Magistris e un voto al Senato sul filo di lana entrambi previsti per il pomeriggio, l’aria che si respirava prima del Cdm sotto palazzo Chigi era quella dello scampato pericolo. Ma per quanto ancora?
Visto che in serata il presidente della Camera, Fausto Bertinotti parlava di “governo per le riforme se cade Prodi”, una sortita che suonava come un de profundis per l’amico Romano.
Ma sempre nel lungo pomeriggio romano Prodi, pur di tirare a campare piuttosto che tirare le cuoia (motto andreottiano), apriva il Cdm dando al ministro della Giustizia il chiarimento politico che aveva chiesto. A questo punto, come spiegano i bene informati di palazzo Chigi, un Mastella finalmente soddisfatto, perché gli era stato ribadito che nell’esecutivo “c’è uno solo che decide sulla giustizia”, poteva infierire e scontrarsi contro il suo acerrimo nemico interno alla squadra di governo, Antonio Di Pietro: il ministro delle Infrastrutture, reo di aver cercato una mediazione “Vorrei con Clemente un punto d’incontro”, era stato nettamente respinto dal leader dell’Udeur: “Non voglio più avere nulla a che fare con te”.
A quel punto un Prodi pompiere, rinfrancato dall’aver appena scampato il pericolo crisi, ma costretto a battere in ritirata sul pacchetto sicurezza (la discussione è stata rinviata all’inizio della prossima settimana), sedava la rissa e lasciava libero Mastella di scappare al Senato a fare il bis per salvare il governo: stavolta come senatore per votare diligentemente con tutta la maggioranza canuta di palazzo Madama respingendo due pregiudiziali dell’opposizione sul collegato alla Finanziaria, prima con due voti di maggioranza (158 a 156) e poi con uno solo (157 a 156, pare per un errore tecnico).
Il tentativo di pacificazione provato da Di Pietro è confermato a Panorama.it da uno dei più stretti collaboratori del leader dell’Italia dei Valori, il suo capo della segreteria politica, il deputato Stefano Pedica: “Di Pietro ha tirato indietro la gamba perché non resta certo con il cerino della caduta del governo in mano”. Poi Pedica, che di Mastella è stato compagno di partito negli Anni ‘90 e che quindi lo conosce bene, svela i piani per un riavvicinamento tra i due ministri più sanguigni - alcuni li hanno definiti i Tom e Jerry dell’esecutivo - del centrosinistra: “Sto lavorando ad una cena di riappacificazione: una tavola imbandita da prodotti locali del Molise e del Sannio”.
Tanto che c’è chi giura che tra qualche mese o tra qualche anno i due potrebbero addirittura stare in una medesima formazione: “D’altra parte”, conclude Pedica, “si tratta degli unici due ministri del territorio del centrosinistra”.

Il VIDEO servizio:

Tagliare i ministri? Quasi impossibile. Eppure circola una black list

Nella foto Romano Prodi circondato da alcuni suoi ministri (Bersani, Letta, Bianchi, Nicolais, Pecoraro Scanio, Melandri, Bindi, Lanzillotta e D'Alema)
Come anticipato da Panorama.it, Piero Fassino dovrebbe trasferirsi nel governo, come vicepremier unico, subito dopo le primarie del Partito democratico, il 14 ottobre.

È indubbiamente la soluzione più indolore per trovare una sistemazione al segretario Ds che rischia di restare disoccupato dopo la nascita del nuovo partito e dopo “una vita da mediano”. In realtà Fassino aveva chiesto a Romano Prodi un segnale, un “cambio di passo” nella faraonica compagine ministeriale anche per rispondere all’antipolitica dilagante. Insomma, una riduzione del 50 per cento del numeo di ministri e sottosegretari. Qualcosa che Prodi teme come la peste: “Se togli un mattone crolla tutto”. È così, il rimpasto è sempre pericoloso, figuriamoci il taglio tout court dei ministri. Eppure esiste una black list che circola tra palazzo Chigi e vertici del Pd, di titolari di poltrone dei quali si farebbe volentieri a meno. Sia delle poltrone, sia soprattutto di chi le occupa.

Vediamola questa lista. Il nome più illustre è Tommaso Padoa-Schioppa, superministro dell’Economia, entrato in rotta di collisione con Ds e Margherita, e in special modo con il suo vice alle Finanze, Vincenzo Visco. Il problema sono le tasse: TPS è restio a tagliarle se non si riducono le spese, i partiti vogliono invece dare un “massaggio forte” (leggi elettorale) ai contribuenti. Non solo. Il ministro ha un fronte aperto con sindaci e amministratori locali, ai quali ha soffiato 4 miliardi di fondi inutilizzati, e che ora sollecita a nuovi sacrifici. Se si riducessero i ministeri e si “reimpacchettassero” alcune cariche spacchettate, TPS perderebbe il posto a favore di Visco. Ma neppure quest’ultimo gode di grande popolarità: quindi ecco affacciarsi l’ipotesi di Pier Luigi Bersani, l’uomo che per il Pd si è sacrificato a favore di Veltroni. Ma silurare TPS è difficilissimo, Prodi continua a difenderlo, e lo appoggia pure l’estrema sinistra per antipatia verso il Partito democratico. L’unica soluzione è “promuoverlo” ad una carica internazionale: ma sia il Fondo monetario sia la Banca mondiale sono, al momento, al completo. Resta la commissione europea, dove l’Italia è rappresentata solo da Franco Frattini, dopo la rinuncia di Rocco Buttiglione.

Nella lista nera c’è un altro ministro di peso, Cesare Damiano del Welfare. Damiano ha l’handicap di essere fassiniano, e se il suo leader entrasse nel governo (soprattutto con la rinuncia di D’Alema e Rutelli alle cariche di vicepremier) rischierebbe seriamente di trovarsi in sovrannumero. Non solo. Se il referendum su lavoro e pensioni producesse un “no” la sua posizione si farebbe ancora più difficile, specie per tenere buona l’estrema sinistra. Del resto anche la poltrona di Damiano potrebbe essere reimpacchettata; con quella di Paolo Ferrero (Rifondazione) delle Politiche sociali.

L’elenco prosegue con Alessandro Bianchi, ministro dei Trasporti come indipendente, in realtà in quota Pdci. Anche il suo dicastero sarebbe da ricongiungere con le Infrastrutture, senonché qui c’è Antonio di Pietro, che nessun vuol far crescere di potere. E nel mirino c’è pure Alfonso Pecoraro Scanio, le cui sparate all’Ambiente non sono per nulla gradite all’ala riformista dell’Unione (soprattutto a Bersani). Ma è l’unico ministero che hanno i Verdi, e Pecoraro ci piazzerebbe comunque un fedelissimo.

Si è fatta critica anche la posizione di Linda Lanzillotta (Affari regionali), osteggiata anche lei dalla lobby degli amministratori locali e dall’estrema sinistra. Linda è difesa da Rutelli e potrebbe saltare solo se quest’ultimo, rinunciando alla medaglia di vicepremier, ottenesse una poltrona più pesante da aggiungere (o da sostituire) ai Beni culturali. Poi c’è un elenco di ministeri considerati inutili al di là di chi li occupa: Giovani e Sport (Giovanna Melandri), Famiglia (però c’è Rosy Bindi, impensabile declassarla dopo la probabile sconfitta nel Pd), e soprattutto l’Attuazione del programma, in mano al prodiano Giulio Santagata.
Come ha suggerito qualcuno, per verificare se il programma è attuato oppure no non serve un ministro, basta una segretaria.

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In caso di rimpasto del governo Prodi, secondo voi, quale ministro rischia la poltrona
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Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
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Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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