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La riammissione della Dc di Giuseppe Pizza, decisa ieri dal Consiglio di Stato, potrebbe comportare un rinvio della data delle elezioni. Lo ha detto stamattina il ministro dell’Interno Giuliano Amato. “A noi stamane viene comunicata una decisione cautelare che potrebbe essere modificata dal giudizio di merito per la riammissione di un simbolo e quindi la presentazione di una lista” ha spiegato Amato “questa è una procedura non prevista dalla legge elettorale che può avere tempi indefiniti, alla quale tuttavia bisogna conformarsi, e quindi al momento non posso escludere che essa comporti un rinvio della data delle elezioni”.
Il ministro ha precisato che la decisione “spetta a chi ha fissato la data delle elezioni, quindi a Governo e Capo dello Stato”. Il ministro ha spiegato ancora che, dopo il via libera del Consiglio di Stato, “la decisione finale di merito deve essere ancora espressa dal Tar Lazio. Poi è possibile che su questo si innesti un regolamento di giurisdizione da parte della Cassazione per valutare se i tribunali amministrativi sono o no competenti a intervenire nel procedimento elettorale”.
Insomma, ha ribadito Amato, “se la cosa rimane su questi binari, io non escludo che il risultato a cui porti sia intanto il rinvio delle elezioni”.

I tempi per la fissazione dell’udienza potrebbero in realtà essere lunghi, dal momento che il ricorso in questione è stato proposto secondo le modalità ordinarie che non prevedono i tempi brevi per la fissazione dell’udienza propri dei ricorsi elettorali. Nel frattempo sono in programma nei prossimi giorni, davanti alla seconda sezione bis del Tar Lazio, altri ricorsi elettorali. Si inizia domani con i ricorsi di La Sinistra l’Arcobaleno (che chiede l’esclusione della lista Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo dalle consultazioni per il Senato) e di Forza Nuova (che contesta l’esclusione della lista dalle votazioni per la Camera nel collegio Lombardia 1).

Era già notevolmente affollata la scheda elettorale del 13 aprile. Eppure si dovrà trovare altro spazio per fare posto a un ulteriore simbolo: la Dc di Giuseppe Pizza. Che una decisione a sorpresa del Consiglio di Stato ha riammesso nella competizione elettorale. Il simbolo era stato inizialmente escluso dal Viminale (lo scorso 4 marzo) perché giudicato troppo simile, con lo scudocrociato in campo blu invece che in campo bianco, a quello di un altro piccolo partito della galassia democristiana, la Dc di Angelo Sandri.
Poche righe quelle del Consiglio di Stato, ma dal contenuto fondamentale: le controversie relative alla fase antecedente le elezioni “devono ritenersi rientranti nella giurisdizione del giudice amministrativo”, mentre la cosiddetta giurisdizione domestica, di cui sono competenti le Camere, riguarda solo la verifica dei titoli di ammissione dei componenti.
E ora, al di là dell’angolino da ricavare sul lenzuolo elettorale, che cosa accadrà ? Il segretario Pizza, non ha dubbi: “Adesso, spetta al governo ed al ministro Amato rimetterci in condizione di svolgere la campagna elettorale, al pari di tutti gli altri partiti. Restiamo convinti” ha aggiunto Pizza “che molto non funzioni nel sistema politico-istituzionale”.
Già , perché per effetto dell’ordinanza dei giudici di Palazzo Spada, la Dc di Pizza pur riammessa, avrà tuttavia meno di 15 giorni (contro i 30 previsti per legge) per fare campagna elettorale con i suoi candidati al Senato in 15 Regioni e le schede elettorali già pronte per la stampa. Senza contare che lo scudocrociato si aggiunge alla nutrita schiera di simboli disposti in linee orizzontali (senza distinzione tra forze di destra e di sinistra ma secondo l’ordine dettato dai sorteggi) e con i loghi dei partiti collegati che vengono inglobati in un unico contenitore: è il modo in cui si presentano le schede per le elezioni di Camera e Senato del 13 e 14 aprile. Un “lay out” già visto nel 2006 (da allora la legge elettorale è rimasta la stessa) ma che è finita al centro di polemiche.
A bocciare per la prima volta era stato l’ufficio elettorale del Viminale il simbolo della Democrazia Cristiana di Giuseppe Pizza, insieme a quello della Dc di Sandri. Tutti e due presentavano ricorso in cassazione, e l’8 marzo all’ufficio centrale elettorale, presieduto da Giovanni Pristipino, li respingeva entrambi. Pizza si è allora rivolto al Tar, sostenendo la illegittimità dell’esclusione. Il tribunale Amministrativo, però, a sua volta respingeva il ricorso. Quindi il ricorso al consiglio di Stato e la conseguente decisione.

Un nodo, quella del simbolo della Democrazia Cristiana, che si trascina da tempo (anche in sede legale), e non solo tra Pizza e Sandri, ma anche contro l’Udc di Casini, visto che lo stesso Piazza, la settimana scorsa ha chiesto agli ufficiali giudiziari di sequestrare il simbolo dello scudo crociato utilizzato dall’Udc.
Grande questione tra piccoli partiti, dunque, che ora però potrebbe rimettere in gioco addirittura la data del voto: alla faccia di chi pensava che non sarebbero più stati determinanti.

Non si poteva chiudere in modo peggiore l’anno orribile del calcio italiano. La notizia della morte del tifoso della Lazio, Gabriele Sandri, ha fatto riavvolgere il nastro della memoria a quasi 10 mesi fa (era il 2 febbraio) quando a Catania perse la vita l’ispettore capo della Polizia, Filippo Raciti, ucciso negli scontri del dopo gara tra i tifosi della squadra di casa e quelli del Palermo. Da allora gli interrogativi sulla violenza sono aumentati, anche se il decreto si è trasformato in legge. Ma alla luce di quanto accaduto ad Arezzo (dove è avvenuto il fatto) è facile immaginare che molto resti ancora da fare. Soprattutto per un motivo assai semplice. È vero che dentro agli stadi qualcosa è migliorato, grazie all’installazione di tornelli, telecamere a circuito chiuso e anche grazie all’istituzione dei famosi stuart. Ma la violenza ha spostato il suo obiettivo. Ora è fuori dagli stadi, dove le regole sono facilmente violabili e dove la dispersività dei luoghi nasconde meglio chi vuole colpire e generare violenza e non essere riconosciuto.
Un argine a questa escalation è stato messo dalle Questure che, in molti casi (ultimo in ordine di tempo lo stop ai tifosi del Napoli per la gara di Palermo di sabato sera) hanno impedito agli ultrà di seguire le proprie squadre in trasferta, proprio per bloccare il dilagare di scontri tra tifoserie considerate nemiche, anche seguendo le indicazioni precise che arrivano ogni settimana dell’Osservatorio per le manifestazioni sportive. A Roma, per Roma-Napoli si è andati anche oltre, lasciando entrare allo stadio Olimpico i soli abbonati. Una cosa è certa: la violenza non si ferma e, come 10 mesi fa, siamo al punto di partenza.
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“Mi rendo conto che a molti possa sembrare sorprendente che io abbia accettato la carica di presidente di due società Impregilo. La stessa sorpresa di quando scesi in campo nel 2006. Ma di questa politica autoreferenziale e tanto distante dalla gente non ne potevo più”. Bruno Ferrante, ex prefetto di Milano, ed ex candidato sindaco per l’Unione nella città meneghina, si è lasciato alle spalle le istituzioni. Gli piace sorprendere, pare. Almeno quanto accettare nuove sfide.
È così, prefetto?
Sì, mi piace mettermi alla prova: poter mettere in campo le mie capacità e le mie risorse al servizio degli altri. Questo è sempre stato il tratto distintivo delle mie scelte professionali, sia quando sono passato dalle istituzioni alla politica, sia adesso che dal pubblico sono passato al privato.
Perché nel 2006 scelse la carriera politica?
Perché avevo compreso e capito che il mio percorso nei corridoi dello Stato era ormai giunto al termine. Per me, dopo sei anni da prefetto di Milano, non c’erano più prospettive e porte aperte. E allora, per continuare a servire l’interesse pubblico ho scelto la strada della politica. Mi sono messo a disposizione dell’Unione che ha creduto di potermi portare alla poltrona di sindaco. A governare una città che conoscevo da tempo, che ho amato e in cui riconoscevo le mie radici, familiari e professionali.
Un’esperienza intensa ma molto breve: giugno 2006 - gennaio 2007. Poi ha preferito eclissarsi nel meno visibile Commissariato per la lotta alla corruzione…
Sì, perché nel frattempo non si era sopita la voglia della sfida. Da tempo si era manifestata un’attenzione del settore privato nei miei confronti e nei confronti del mio curriculum di “manager pubblico”, dopo decenni passati affrontando anche situazioni difficili. E ora sono a Impregilo e anche qui gli stimoli non mancano…
Cosa le ha lasciato in eredità la politica?
Molto. Sono uscito da quel mondo più ricco. A dire il vero ogni esperienza professionale mi ha dato tanto. Ma quella politica, diciamo, mi ha come maturato.
Addirittura…
Mi ha messo in contatto con la gente, con le sue storie, le sue risorse e i suoi problemi. Anche la campagna elettorale a Milano l’ho voluta giocare accanto agli uomini e alle donne della città . La nostra lista è nata proprio per questo, in nome della municipalità e della civitas e per ridurre quell’enorme distanza tra il Palazzo e la strada. Un invito più volte ripetuto anche dal presidente della Repubblica, ma puntualmente disatteso.
Tema di grande attualità .
Già . Io ho sempre creduto che il dovere delle istituzioni fosse quello della trasparenza. Che fossero pubbliche e politiche, le istituzioni devono più di ogni altra cosa rendere conto ai cittadini delle loro scelte, delle spese, dei comportamenti amministrativi. È scontato che sia così. Prendiamo il capitolo tasse, per esempio. I cittadini non protestano tanto perché le devono pagare, quanto perché non hanno ben chiaro dove vanno a finire i soldi che lo Stato chiede loro. Altro esempio?
Dica.
Perché gli inglesi possono sapere, con una certa facilità , quanto spende in un anno la regina e invece i bilanci dell’amministrazione italiana sono scritti per non essere capiti?
Non mi dica che si è dimesso per questo…
Non solo. Nel senso che sono rimasto molto deluso dal non poter dare il mio contributo: il mio apporto non riusciva a essere incisivo. E non parlo della frustrazione da capo della minoranza in consiglio comunale che per numeri e proposte, di fatto, non conta. Piuttosto dell’involuzione che la politica ha subìto in questi anni. Un pericoloso ripiegamento su se stessa fino all’autoreferenzialità . Oggi il sistema politico, e chi ci sta dentro, ha smesso di fare sintesi tra i problemi e le risorse della gente, ma continua a parlarsi addosso, a risolvere i propri problemi.
Che panorama fosco!
Però uno spiraglio c’è.
A destra o sinistra?
In entrambi gli schieramenti trovo personalità capaci di andare sul concreto e decise a far proprie le aspettative della cittadinanza. Veltroni, a sinistra, è una di queste.
Visto che le due società che va a dirigere sono finite sotto inchiesta per la gestione dei rifiuti, si sente il “guido Rossi” di Impregilo (la definizione è di un consigliere della sua Lista a Milano)?
Il paragone mi lusinga e ringrazio Impregilo per la fiducia che ha voluto darmi, affidandomi la direzione di due sue importanti società . So che c’è molto da fare qui. E non mancheranno le difficoltà . Ma vediamola così: metterò al servizio delle società e della gente della Campania la mia esperienza.
Beh, in effetti, i protagonisti del caso rifiuti a Napoli li conosce bene.
Ho già incontrato il prefetto Pansa, che conosco da quando ero vicecapo della polizia, e so che lavoreremo bene insieme. Anche con il sindaco Iervolino (che conosco invece da quand’ero Capo di Gabinetto al Viminale e lei era ministro) ci sarà un’ottima collaborazione.
Parole semplici e chiare per dire, a chi non l’avesse capito, che del prefetto che ha scalato (quasi) tutti i gradini del Viminale e ha avuto un contatto rapido ma intenso con la politica, sentiremo ancora parlare.
LEGGI ANCHE: La vita da mediano del prefetto Ferrante, con due inversioni a U - Milano, la lista dei senza Ferrante in cerca d’identitÃ

La maggior parte degli italiani non sapeva chi fosse fino a che, nel 2006, non ha scelto di sfidare Letizia Moratti nella corsa a sindaco di Milano. Eppure, ha giocato per oltre 30 anni un ruolo di punta nelle istituzioni. Un prefetto di ferro che, incarico dopo incarico, ha scalato le vette del Ministero degli Interni. Poi, in meno di due anni, Bruno Ferrante ha impresso una svolta decisa alla sua vita. Anzi, più d’una.
Ma che fine ha fatto il più votato alle prime primarie del centrosinistra a Milano? Se qualcuno lo immagina deluso su una sedia dell’opposizione al consiglio comunale di Palazzo Marino, o lo pensa comunque tra i consiglieri dell’Unione in materia di sicurezza, si sbaglia di grosso (basta leggere l’intervista che ci ha rilasciato). Dall’elezione mancata nel maggio 2006, Ferrante ha compiuto altri incredibili salti nella sua carriera. Prima ha mestamente abbandonato la politica, per tornare nelle più familiari stanze degli alti uffici del Viminale, anche se con un incarico che per visibilità e prestigio non aveva nulla a che fare con quelli ricoperti in precedenza. Ma la più clamorosa inversione a U è recentissima: dal 13 luglio scorso Ferrante è diventato presidente di Fibe SpA e Fibe Campania SpA, due società controllate da Impregilo, sotto inchiesta a Napoli per illeciti nel trattamento dei rifiuti. E così da una decina di giorni ci sono due prefetti a occuparsi dell’emergenza in Campania. Lui appunto, e quello di Napoli: Alessandro Pansa, nominato da Romano Prodi commissario straordinario, in sostituzione Guido Bertolaso.
Non c’è dubbio che per Impregilo sia stata una mossa di grande effetto, se non altro dal punto di vista dell’immagine: per fare pulizia, chiarezza e ordine ha scelto un uomo col passato al di sopra di ogni sospetto, fedele servitore delle istituzioni, dal curriculum prestigioso, immacolato. E con la valigia sempre pronta.
Perché quella di Ferrante, nato a Lecce 60 anni fa, è una carriera da civil servant piena di viaggi e incarichi, tutti di alto livello: funzionario del ministero dell’Interno già nel ‘73, commissario straordinario del Comune di Monza nel ‘92, vice commissario del Comune di Milano l’anno dopo, nominato prefetto di prima classe nel ‘94 è stato Vice capo della polizia fino al ‘96 quando, mentre molti - lui compreso - si aspettavano la sua promozione a capo della polizia, viene nominato Capo di Gabinetto del Viminale (carica tenuta per quattro anni e con diversi ministri del centrosinistra: Giorgio Napolitano, Rosa Russo Iervolino e Enzo Bianco). Sarebbe stato un comunque un possibile trampolino se, nel 2000, a comandare la polizia il Consiglio dei Ministri non avesse chiamato Gianni De Gennaro. E così, a Ferrante non è rimasto che rifare le valigie e accettare l’incarico di prefetto di Milano.
Per questo, dopo sei anni passati a gestire l’ordine e la sicurezza nel capoluogo meneghino, ha sorpreso tutti quando ha accolto la proposta del centrosinistra milanese (non erano in pochi ad ascriverlo, piuttosto, tra i simpatizzanti della destra) che, a corto di progetti e nomi in grado di riconquistare Palazzo Marino (che manca alla sinistra dal ‘93) lo ha messo in gara contro Letizia Moratti. Per quanto poco amato dall’ala radicale della coalizione, che lo ribattezza “il candidato questurino”, Ferrante ha stravinto le primarie nel gennaio 2006 con il 67,85 per cento dei consensi, davanti a nomi di tutto rispetto e dal più certo imprinting “rosso”: Dario Fo (il Nobel sostenuto da Rifondazione comunista), la pasionaria verde Milly Moratti e il manager Davide Corritore, già consigliere economico del governo D’Alema.
Ma contro le armate di donna Letizia, il 31 maggio 2006 Ferrante perde. Lamentando che qualcuno abbia remato contro, non arriva nemmeno al ballottaggio, si ferma al 47 per cento. La sua “Lista Ferrante”, ottiene però un ottimo risultato: il 7,5% dei consensi e ben cinque consiglieri comunali (ora ridotti a tre). Un’esperienza forse intensa, ma di certo breve e bruscamente interrotta all’inizio di quest’anno. Non soddisfatto del suo ruolo di capo dell’opposizione, Ferrante si rimette a disposizione dello Stato, lasciando, sedotti e abbandonati, la politica, la sua squadra, i propri elettori, il centrosinistra milanese che gli si era affidato. Il premier Prodi, il 19 gennaio, lo parcheggia infatti a dirigere l’Alto Commissario per la prevenzione e il contrasto della corruzione. Un bell’ufficio ottocentesco con affaccio in via del Corso a Roma, non c’è che dire, ma lontanissimo dalle stanze che contano. Eppure, nel suo stile, lui non fiata, obbedisce e fa la sua parte: in tutte le occasioni ufficiali a cui è chiamato, non manca di promettere che porterà “trasparenza, efficienza e semplificazione nella pubblica amministrazione”. Nelle “linee guida” (qui il testo integrale in .pdf) rese note due giorni dopo la sua nomina tranquillizza: “Non è compito del Commissario scoprire singoli casi di corruzione, ma capire le cause del fenomeno. Tutto questo con la Pubblica Amministrazione e non contro di essa”.
Anche questo un idillio di breve durata. Il il 16 luglio uno strano scherzo del destino porta un altro perfetto, Achille Serra - che come lui ha a lungo aspirato alla poltrona di capo della polizia e che come lui a Milano, da questore, aveva tentato il salto in politica (con il centrodestra) - a sostituirlo al vertice del Commissariato anti corruzione. E Ferrante? Si è dimesso, ufficialmente “per motivi strettamente personali”.
Ovvero, la più eclatante giravolta della sua vita: perché se fino a ora le due carreggiate seguite da Ferrante (quella prefettizia, prima e quella politica, poi) erano comunque parte di un percorso interno al settore pubblico, oggi correndo a sedersi sulla poltrona offerta da Impregilo, il colosso italiano delle opere pubbliche (che ha nel board nomi illustri della finanza italiana: Autostrade, Ligresti, Gavio), il prefetto ha scelto di marciare sotto le insegne del privato.
Cosa ha portato un uomo dello Stato, con un passato di lotte al malaffare e alla corruzione, a scegliere di condurre le stesse battaglie, ma dall’altra parte della barricata? Domande e dubbi legittimi, riassunti nell’interpellanza di alcuni deputati radicali che chiedono “se il ‘caso Ferrante’ non rappresenti un caso classico di ‘controllore’ che diventa, senza soluzione di continuità , ‘controllato’; se il ‘caso Ferrante’ non suggerisca la necessità e l’urgenza di un congruo intervallo fra le dimissioni dalla suddetta carica e l’assunzione di incarichi di responsabilità nel settore pubblico e privato”.
