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Per la lotta alla mafia occorre l’Esercito in Sicilia? Sinistra divisa

L'esercito presidia il centro di Platì, in Calabria
di Bianca Stancanelli
Per Leoluca Orlando, che fu sindaco della primavera antimafia di Palermo, oggi portavoce dell’Italia dei valori, è “opportuno”. Per Tano Grasso, leader dei commercianti antiracket, è “inutile”. Per Salvatore Crocetta, comunista del Pdci e primo cittadino di Gela, avamposto dell’inedita rivolta contro il pizzo, è il modo per testimoniare la presenza dello Stato. Per Francesco Forgione, comunista di Rifondazione e presidente della commissione parlamentare Antimafia, è “un pannicello caldo”. Per Rita Borsellino, sorella di Paolo, grande magistrato ucciso da Cosa nostra, parlamentare siciliana dell’Unione, può essere “utile”. Per Rosy Bindi, ministro nel governo Prodi, in corsa per la guida del Partito democratico, è una proposta da respingere.
Sull’invio dell’esercito in Sicilia il centrosinistra marcia in ordine sparso. Suggerito ai primi di settembre dalla Confindustria, bocciato seccamente dal ministro della Difesa Arturo Parisi, l’impiego dei militari per proteggere cantieri e ditte di commercianti e imprenditori che si ribellano al racket conta comunque autorevoli sostenitori. E non solo in politica.
Da Caltanissetta il procuratore generale Giuseppe Barcellona rilancia la proposta con accenti accorati: “In Sicilia è un momento unico: c’è un numero di denunce mai visto, una ribellione mai tentata contro la schiavitù del pizzo. Ma lo Stato deve esserci, manifestarsi come presenza rassicurante, altrimenti rischia di sprecare quest’occasione”.
Procuratore aggiunto a Palermo nei primi anni Novanta, quando, dopo le stragi, sbarcarono in Sicilia i 6 mila soldati dell’Operazione Vespri, l’alto magistrato spiega: “Nessuno vuole la militarizzazione dell’isola: né carri armati né mitragliatrici per strada. Ma in territori limitati, in città come Gela, dove ci sono cinque, sei attentati per notte, una presenza dello Stato è necessaria. E non si può pensare che bastino le scarne forze di polizia”.
Nelle stanze del governo quell’appello non sembra trovare udienza. Giovedì 4 ottobre Romano Prodi ha invitato a colazione una delegazione della Confindustria siciliana e nazionale. Si è parlato della scelta dell’organizzazione di cacciare chiunque paghi il pizzo, dell’ondata di attentati (primi fra tutti, quelli contro Andrea Vecchio, capo dei costruttori catanesi) con cui Cosa nostra ha rabbiosamente reagito. Manderemo più magistrati e polizia, ha promesso il capo del governo.
“Vogliono spedire i poliziotti a presidiare i cantieri di chi sfida il racket? Sarebbe uno spreco” contrattacca da Gela il sindaco Crocetta. “Qui abbiamo 70 imprenditori che si sono ribellati, più che in tutta la provincia di Palermo. Hanno decine di cantieri e quasi nessuna tutela. È un’eresia chiedere che venga l’esercito a garantire il presidio fisico e militare delle aziende di chi denuncia?”. Si arrabbia Crocetta: “Per la mia città, che ha 80 mila abitanti, 135 poliziotti e 3 mila mafiosi, ho chiesto una questura speciale. Ci vuole altro, mi hanno risposto. Ora chiedo l’esercito. Serve altro, mi dicono. E mandatemi quest’altro, allora!”.
Commenta Carlo Vizzini, senatore di Forza Italia, appena nominato dall’Ocse rappresentante speciale per il contrasto alla criminalità organizzata transnazionale: “Un esercito di professionisti, come è oggi il nostro, dovrebbe avere una task force da utilizzare per la vigilanza a obiettivi sensibili, così da restituire mobilità a chi fa investigazione. A Palermo, in questo momento, c’è qualche morto che cammina, uno scenario poco rassicurante, con una solida ripresa di rapporti tra Cosa nostra siciliana e americana. Le forze dell’ordine in servizio bastano a gestire la pax, ma se domani altri cento fra commercianti e imprenditori smettono di pagare il pizzo, chi fronteggia la reazione della mafia?”.

Uranio, soldati e missioni: la Difesa paga ma non appaga


Non è il riconoscimento formale delle malattie contratte in servizio ma rappresenta comunque un primo passo. A inizio giugno il ministero della Difesa ha diffuso una circolare (qui il documento in .pdf) in cui si riconosce un contributo spese (pari a 6 mila euro) per i militari in servizio (o a risposo) che abbiano contratto una malattia grave, senza specificare la natura delle patologie. Prestazione che può essere richiesta anche dai militari impegnati in missioni internazionali. E non si tratta di un riconoscimento da poco. La Difesa negli ultimi anni non ha mai voluto riconoscere la causa di servizio ai suoi uomini. Ma dopo il caso dei proiettili all’uranio finalmente si è trovata una soluzione, anche se di compromesso.
Per risolvere il contenzioso, infatti, i rappresentanti dei militari (Cocer) sono riusciti ad ottenere uno stanziamento straordinario. Nella Finanziaria 2007 sono stati inclusi, infatti, 10 milioni di euro per interventi economici a favore dei militari (e delle loro famiglie) con patologie particolarmente gravi. In sostanza dal primo giugno, giorno di emissione della circolare, il militare che si ammala in servizio può ottenere 6mila euro di aiuto economico per affrontare il “primo decorso della malattia”, a prescindere dalle cause e da come sia stata contratta. La direttiva riguarda anche i familiari di primo grado dei soldati che dovessero perdere la vita in missione, anche per le spese sostenute “per il sostegno di natura psicologica”.
E si tratta solo di un primo passo. Le rappresentanze dei militari, infatti, puntano ad ottenere dalla prossima Conferenza Stato-Regioni l’assistenza sanitaria gratuita per i militari che si dovessero ammalare in servizio o, meglio ancora, che le eventuali spese vengano poste a carico del ministero della Difesa.

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