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Tribunali: intercettazioni sospese per debiti

Intercettazioni

Prima la procura di Palermo, poi quella di Catania, adesso anche Agrigento: sono state tutte messe in mora dalle società che noleggiano le attrezzature per le intercettazioni telefoniche e ambientali. Il motivo è sempre lo stesso: nessun tribunale paga per le microspie e le società specializzate traballano. La messa in mora è il primo passo: sette giorni per saldare poi ci si avvicina ai pignoramenti. Inevitabile.
Il debito cresce a dismisura. «Mi devono 558 mila euro dell’ultimo anno» calcola Oscar Roje della Seta, titolare di un’azienda del settore.«È un disastro, qualche collega pensa persino di chiudere bottega». A rischio le inchieste più delicate che implicano l’utilizzo di intercettazioni telefoniche e ambientali: caccia ai latitanti, anzitutto, ma anche terrorismo e corruzione. Roje è il lampeggiante di una situazione al collasso.
Una stima prudenziale indica in almeno 350 milioni di euro i debiti che il centinaio di aziende del settore vanta nei confronti del ministero della Giustizia tra il 2007 e il 2008. Il guardasigilli Angelino Alfano corre in qualche modo ai ripari, ma la situazione pare ingestibile. Venerdì 31 ottobre Alfano ha incontrato i rappresentanti delle prime tre aziende del settore, Research, Area e Sio, dopo un articolo denuncia del Corriere della sera, il sasso nello stagno.
Le tre società coprono il 60 per cento del mercato e vantano un credito di 140 milioni di euro. «Non ci sono soldi» è stata la replica del ministro «entro fine anno dovrei trovare 20 milioni di euro… magari troviamo una transazione». Durante l’incontro a porte chiuse qualcuno ha proposto persino la cartolarizzazione dei beni del dicastero. Come dire: girateci qualche pretura in disuso pur di saldare il debito. Potrebbe essere un’idea, ma a quanto ammonta davvero il debito?
Alfano non lo sa. Al ministero nessun dirigente sa indicargli una cifra. In realtà nessuno in Italia può quantificare con esattezza questo debito. Perché le spese delle consulenze per giustizia sono un labirinto. Innervosito per la situazione, venerdì 31 il ministro ha mandato un fax urgente a tutte le procure d’Italia per sapere quanto devono ai loro fornitori, le società di intercettazione appunto, intimando di rispondere «entro le ore 10 del 3 novembre».
Le procure sono cascate dalle nuvole. Nemmeno loro conoscono i debiti imputati al cosiddetto modello 12 che raccoglie le spese per i servizi esterni, dalle intercettazioni alle consulenze. In nome dell’autonomia del pubblico ministero solo al procuratore capo è affidata la funzione di controllo. E si tratta di una verifica formale. Così nessuno conosce i debiti reali vista la finanza caotica dei tribunali. Magari si conosce l’elenco delle fatture iscritte nel registro di liquidazione, però non di quelle che si trovano negli uffici dei singoli magistrati o disperse in qualche altro armadio. Le stesse procure non avendo un dato aggiornato si sono dovute rivolgere ai fornitori. Con una pioggia di fax che in questi giorni sta investendo le aziende delle microspie: «Scusate, mi dite quanti soldi vi devo che non lo so?».
Alle società di intercettazioni la richiesta è suonata come una beffa. E si stanno studiando le contromisure: 34 imprese si sono consorziate per una linea comune, durante un’assemblea segnata dalla rabbia al Melas hotel di Merate, in Brianza. «È impossibile garantire la continuità delle attività in essere» si legge nel verbale dell’incontro «e la realizzazione di nuovi servizi a partire da dicembre, senza una decisiva e immediata soluzione economica». In breve: tre settimane e il grande orecchio diventa sordo. A Palermo invece 16 aziende, dalla Nexia alla Grifocom, hanno già presentato una mozione al procuratore capo: «Abbiamo dato mandato all’avvocato Maria Clelia Amico di presentare un esposto in tribunale».
Rimane da chiedersi se è proprio necessario che lo Stato spenda ogni anno 224 milioni di euro (stime del 2007) per il noleggio degli apparati presso le procure e le intercettazioni. Non è meglio acquistare questi macchinari? Oppure creare una centrale unica d’ascolto? Il dibattito è aperto da tempo e periodicamente si vivacizza. L’idea ventilata da più parti è di affidare tutto al gruppo Finmeccanica, che però, almeno per il momento, è digiuno di conoscenze specifiche.
Intanto nei tribunali si trova di tutto. Ci sono le procure bulimiche di nastri e brogliacci (Potenza rappresentò un caso emblematico) e altre come quella di Bolzano che conquista la palma per la spesa più contenuta: appena 321 mila euro all’anno con la dieta voluta dal procuratore capo Cuno Tarfusser, che ha imposto una razionalizzazione delle spese su tutto il bilancio. Bolzano spende infatti un terzo di qualsiasi altro distretto di piccole dimensioni. Per capirsi: meno di un quattordicesimo della vicina Trento, attestata su 4,721 milioni di euro.
Il settore rimane così una palude. La discrezione necessaria, vista la delicatezza dell’attività svolta, viene talvolta sfruttata per comportamenti non proprio regolari. Non esiste un’associazione di categoria che regolamenti l’accesso. Alcune imprese offrono scivolosi doppi servizi: per le procure piazzano le microspie persino nei cimiteri e nelle case durante le veglie funebri; ai privati assicurano le bonifiche. Non dovrebbe esserci incompatibilità? A garanzia le imprese dovrebbero avere in tasca il Nos, il nullaosta di sicurezza che certifica la serietà dell’azienda.
Non basta. Le storie strane, oscure si replicano. Come nel 2004, quando il ministero indisse una gara per i nuovi Gprs, ovvero gli apparecchi che installati sulle auto dei sospettati permettono alle forze dell’ordine di localizzarli. Vinse un’azienda con prezzi da discount ma si scoprì che era una società quasi fantasma: non aveva pronti nemmeno i prototipi. La gara venne sospesa e ripetuta.
In questi momenti di finanziamenti difficili, comunque, prosperano le società che abbattono i listini con qualsiasi mezzo. Offrono i tradizionali navigatori satellitari modificati spacciandoli per localizzatori che spesso, però, sono imprecisi; forniscono macchine per intercettazioni telefoniche ma l’ascolto si interrompe all’improvviso, compromettendo le indagini, magari perché non hanno pagato le bollette. Casi limite, come in un’inchiesta del pm dell’antimafia di Milano, Laura Barbaini. La prova regina su un traffico di stupefacenti era un video girato da una microcamera piazzata all’interno di un bar. Registrò il passaggio dei contanti tra un narcotrafficante e il boss a processo. Peccato che quando qualche pignolo avvocato volle rivedere il filmato si scoprì che era stato alterato: al momento cruciale qualcuno ci aveva registrato sopra i balletti delle veline di Striscia la notizia e una pubblicità. ( gianluigi.nuzzi at mondadori.it) l

Consultazioni lampo: Berlusconi verso l’incarico. La squadra è quasi pronta

Il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, al Quirinale | Ansa
Sono iniziate ieri, e termineranno oggi pomeriggio, le consultazioni lampo al Quirinale per la formazione del nuovo governo. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha iniziato i suoi incontri ricevendo nello studio alla Vetrata il presidente del Senato, Renato Schifani. Quindi è stata la volta dell’inquilino di Montecitorio, Gianfranco Fini. I due neo presidenti non hanno rilasciato, come da prassi, alcuna dichiarazione al termine dei loro colloqui con il capo dello Stato. Poi Napolitano ha ricevuto i rappresentanti del gruppo Misto, delle Autonomie e delle minoranze linguistiche. Oggi giornata clou con tutti i maggiori gruppi parlamentari e gli ex presidenti della Repubblica.
Dal Quirinale filtra l’indiscrezione secondo cui non c’è, e non c’è mai stato, alcun veto affinché Roberto Calderoli possa vestire la grisaglia ministeriale, tanto che lo stesso esponente leghista ieri alla Camera aveva esclamato “l’accordo è stato raggiunto, la Lega avrà quattro ministri” e per lui ci sarà un “dicastero a sorpresa”, che dovrebbe essere una specie di ministero della delegificazione (per tagliare le leggi e semplificare la Pubblica Amministrazione).
La salita a sorpresa al Quirinale di Berlusconi (la telefonata di richiesta per salire al Colle è arrivata nella mattinata di ieri) è servita al Cavaliere per farsi forte con gli alleati di aver quasi chiuso la lista dei ministri di fronte al capo dello Stato. Berlusconi avrebbe inoltre rivelato alle persone più fidate “entro mercoledì mattina ogni casella sarà al suo posto”.
Le ultime ore saranno quelle decisive per sciogliere gli ultimi nodi sulla squadra di governo.

Di certo An non ha gradito le parole di Umberto Bossi, convinto del fatto che a Lega e An debba spettare lo stesso numero di ministeri. E allora, oltre a Ignazio La Russa alla Difesa e Altero Matteoli alle Infrastrutture, An sembra definitivamente orientata a mollare il Welfare. I due ministeri senza portafoglio spetterebbero invece a Giorgia Meloni (Politiche Giovanili) e Andrea Ronchi. Il quale, però, non disdegnerebbe un incarico da viceministrro degli Esteri. Fuori resterebbe un nome dato per certo da settimane, quello di Adriana Poli Bortone, la quale fra l’altro chiederebbe una poltrona da ministro per arrivare alle prossime elezioni regionali in Puglia con il massimo della visibilità. Della squadra pidiellina di An posto anche a tre viceministri, i nomi sono quelli di Alfredo Mantovano agli Interni e Adolfo Urso al Commercio Estero. Il terzo potrebbe essere quello di Mario Landolfi: An spinge per averlo alle Comunicazioni, in modo da superare le resistenze di chi in FI aveva lanciato la candidatura di Paolo Romani.
Tornando alla conversazione tra Berlusconi e Napolitano, è probabile che il premier in pectore abbia disegnato a Napolitano l’ormai pronta (salvo la casella della Giustizia) squadra di governo.
Dal Quirinale spiegano che l’incontro è servito per uno scambio di valutazioni sulla formazione del governo. Napolitano sarebbe orientato a dare l’incarico al Cavaliere in maniera veloce: addirittura nella serata di mercoledì 7 maggio, al termine delle consultazioni.
Nel pomeriggio di ieri si sono rincorse le voci secondo cui Napolitano avrebbe consigliato a Berlusconi di non mettere qualcuno di Forza Italia alla Giustizia. Più consono allo stile quirinalizio di Napolitano potrebbe esserci stato il consiglio a far ricoprire l’importante casella di Guardasigilli ad una persona esperta.
Nel colloquio tra Napolitano e Berlusconi si sarebbe affrontato anche il tema del cosiddetto spacchettamento dei ministeri. Un punto fermo per il Quirinale è il giuramento dei 12 ministri con portafoglio, più alcuni senza portafoglio. Dunque se Berlusconi vorrà affidare ulteriori cariche ministeriali non previste dalla legge Bassanini (che impone i dodici ministri con portafoglio) dovrà, attraverso un apposito decreto legge nel primo Cdm, spacchettare i ministeri e ripartire le deleghe.
Infine, sui tempi della risalita al Colle di Berlusconi per andare a sciogliere la riserva e accettare l’incarico c’è da tenere a mente che l’agenda del Quirinale prevede due impegni già fissati per Napolitano: giovedì mattina sarà a Torino alla Fiera del Libro e venerdì mattina sarà alle celebrazioni per la giornata in ricordo delle vittime del terrorismo (ricorre l’anniversario della morte di Aldo Moro).

Il VIDEO servizio:

Why not, Mastella esce dall’inchiesta: il Gip di Catanzaro archivia

Il senatore e ministro della Giustizia Clemente Mastella
Clemente Mastella non doveva essere indagato nell’inchiesta Why not, su presunti illeciti nell’uso di fondi pubblici, perché “mancavano assolutamente i presupposti”. La posizione dell’ex ministro della Giustizia viene archiviata dal gip di Catanzaro, Tiziana Macrì, che si allinea alla richiesta fatta il 4 marzo dalla Procura generale del capoluogo calabrese.
Mastella è infuriato e chiede i danni, appellandosi al capo dello Stato Giorgio Napolitano, che presiede anche il Csm. Secondo i suoi colleghi, il pm Luigi De Magistris ha sbagliato a iscriverlo nel registro degli indagati per abuso d’ufficio, nell’autunno, per i suoi presunti rapporti con Antonio Saladino, ex presidente della Compagnia delle opere della Calabria e principale indagato. Motivi concreti non ce n’erano allora, né “successivamente sono sopravvenuti elementi nuovi”, spiega il Pg Enzo Jannelli.
A giudizio del segretario dell’Udeur, se è vero che mancavano i presupposti per l’iscrizione tra gli indagati “si tratta di un fatto gravissimo”, visto che si è trattato, dice ancora Mastella, di un “vero e proprio attentato a libertà e prerogative costituzionalmente riconosciute”. Per questo motivo Mastella ha annunciato di avere dato mandato ai suoi legali di valutare “tutte le possibili azioni giudiziarie e amministrative a tutela della mia persona e per chiedere il risarcimento dei danni a chi ha lavorato (sul piano giudiziario, sul piano mediatico e su quello politico) per la mia eliminazione politica”. Mastella giudica quindi “irreparabile” il danno che gli è stato arrecato, invitando “i responsabili” a “vergognarsi moralmente avendo costruito un vero e proprio linciaggio su un fatto che non c’è mai stato e che loro sapevano che non c’era”.

Tra Prodi e Mastella è questione di fiducia. Anzi, di referendum

Romano Prodi e Clemente Mastella
“Il referendum è la madre di tutte le battaglie. Noi l’avevamo detto da tempo che la legge elettorale avrebbe sconvolto il quadro politico”, queste parole di Adolfo Urso di Alleanza Nazionale a Panorama.it, prima dell’intervento di Prodi, la dicono lunga sulla crisi innescata da Clemente Mastella.

Altro che giustizia. Altro che Pd che non ha dato la giusta solidarietà al Guardasigilli: il problema sta tutto nel referendum che è stato ammesso la settimana scorsa dalla Corte Costituzionale. E che, se votato in primavera, farebbe scomparire tanti nanetti. Tra cui l’Udeur di Mastella.
E allora si comprende facilmente come il caso Lonardo, con tutto quello che ne è seguito, è stato per Mastella uno splendido appiglio per rompere. Per passare da carnefice a vittima. E magari, proprio sul tema giustizia, avvicinarsi al Cavaliere.

E già, perché per il centrosinistra il fattore B. è stato fondamentale per far divampare la crisi. Sempre nell’affollatissimo Transatlantico del mattino, un autorevole esponente del Pd (che preferisce restare anonimo) rivela le proprie paure per un passaggio di campo di Mastella: “Sono mesi che trattano. Non mi stupirei di vederlo di là a breve”.

Un salto della quaglia che per uno che è ben conosce il Cavaliere come il leader del Partito Repubblicano, Francesco Nucara, è praticamente un dato di fatto: “Credo sia ovvio” spiega a Panorama.it “che Mastella verrà nel centrodestra”. Anche perché con Berlusconi salda l’alleanza anti-toghe. Anche se per Nucara il governo non è in crisi per via di Mastella, ma per un diktat del Vaticano: “Prodi lo ha fatto cadere Bagnasco”.

Intanto il premier è riuscito, ancora una volta, a stupire tutti: dimissioni? Macché. Parlamentarizza la crisi, chiede la fiducia e sfida Mastella a dirgli di no in aula. Entrando alla Camera prima del suo intervento sfida anche i giornalisti: “Ce la farò anche questa volta”. Ed effettivamente Prodi l’Highlander, ne ha passate molte. Nel suo discorso prova ancora a lisciare il pelo a Mastella (“Non lo abbiamo mai lasciato solo”). E poi conferma l’analisi per cui il problema è la legge elettorale. Chiede alla sua maggioranza di assumersi le sue responsabilità e sollecita: “Se entrano in modo opaco preoccupazioni di altro genere come la riforma elettorale, è bene che vengano fuori”.

Insomma, Prodi non si sente affatto fuorigioco. Cosa che crea ulteriori attriti con il leader del Pd. Tanto che non sono in pochi a definire a rischio, qualora si andasse a votare, la leadership di Veltroni. Ipotesi confermata dalle parole del leader di An, Gianfranco Fini, poco dopo la relazione del premier: “Si sente il candidato del centrosinistra alle prossime, imminenti, elezioni. Infatti, visto che ha rivendicato quello che a suo avviso il governo ha fatto e che al Senato non ha i numeri, significa che ha aperto la campagna elettorale. Il suo non era il discorso di chi getta la spugna”.

Mastella a Prodi: C’eravamo tanto amati. Ma insieme a te non ci sto più

Il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia
Prima o poi la fine arriva. In questo caso, prima. Anzi, subito.
E la fine riguarda l’esperienza dell’Udeur nella maggioranza di centrosinistra. Che non significhi necessariamnete anche la fine del governo, si vedrà presto.
Intanto, il leader del Campanile ed ex Guardasigilli Clemente Mastella, la mette così: “Viene un momento in cui dire basta è una scelta senza alternative”.
E lo annuncia davanti alla stampa: “Da uomo di centro che ha guardato a sinistra secondo la lezione degasperiana; da ministro della Giustizia che ha operato laicamente per la riconciliazione e il rispetto della separazione dei poteri costituzionali, dell’autonomia della politica e dell’ordine giudiziario; da quella persona schietta e sincera che spero di essere riuscito ad essere, dico basta”.

Ma chi pensa che a pesare sulla sua decisione di Mastella sia stata “solo” l’inchiesta che ha portato la moglie agli arresti domiciliari e che ha visto lui indagato, si sbaglia. A dirlo è lo stesso ex ministro: la scelta non riguarda “i dettagli per quanto dolorosi e avvilenti” di “un’inchiesta giudiziaria faziosa e pregiudiziale, condotta con abuso di regole inquisitoriali, a partire dal ruolo inaudito e patologico delle intercettazioni. Un’inchiesta che si è presto trasformata in gogna mediatica, privazione della libertà personale di una mia familiare incensurata e sempre a disposizione dell’autorità penale”. Mastella anzi punta il dito sulla “mancata solidarietà di amici e alleati, timorosi di subire anch’essi la gogna mediatica, l’attacco strumentale e fazioso di ministri che dovrebbero guardare il loro passato e riflettere più che aggredire il presente e il futuro dei loro compagni di banco”.

Cosa significhi tutto ciò, Mastella lo spiega a chiare lettere: “Se ci sarà da votare la fiducia al governo, voteremo contro”. “Ringrazio Romano Prodi per lo splendido e prestigioso incarico di ministro, anche se è stato drammatico”, ha ribadito Mastella. “Il rapporto umano con lui rimane e rimarrà sempre, ma l’esperienza politica del centrosinistra è chiusa”. Insomma, parafrasando: c’eravamo tanto amati…
Ma ora che l’Udeur è di fatto passato con l’opposizone? “Prodi, se vuole, può andare a cercare una maggioranza. Noi siamo per le elezioni, anche se questa è una prerogativa del capo dello Stato. Ma dal punto di vista politico per noi è meglio andare a nuove elezioni”. Con tanto di frecciatina al sindaco di Roma: “La scelta di Veltroni è quella di correre da solo. Ora questa opportunità ce l’ha, la colga al volo…”.
Gli appuntamenti per smarcarsi l’Udeur li avrà già dai prossimi giorni. Pur considerando poco probabile che l’ex Guardasigilli voti contro la sua stessa relazione sulla Giustizia (al voto martedì 22 gennaio), la vera prova del fuoco per l’esecutivo Prodi sarà mercoledì 23, quando al Senato lo attendono le forche caudine della mozione anti-Pecoraro. Un voto dell’Udeur a favore del Governo, che solo ieri non pareva scontato, da oggi è un miraggio. Soprattutto considerando queste parole: “Pecoraro? Ognuno ha il suo stile, io sono della Campania interna…”, ha detto Mastella. Che ha chiosato così: “Ora” risponde Mastella “dipende dal presidente del Consiglio. Se vuole, chieda la fiducia in aula. Ma questa maggioranza è finita, non c’è più. Io non negozio”.

E senza i negoziati, soprattutto al Senato, per Prodi i numeri sono pochi: dichiarando la fine del centrosinistra, Mastella sembra voler togliere la spina all’agonizzante esecutivo del Prof.

Il VIDEO servizio:

Prodi: ecco perché prendo l’interim alla Giustizia

”L’azione del governo deve proseguire senza interruzioni e senza perdite di velocità”. Il premier Romano Prodi si è presentato nell’aula della Camera per illustrare la soluzione della crisi provocata dalle dimissioni di Mastella e poche ore dopo ha inviato lo stesso testo al Senato.
L’interim del ministero della Giustizia, ha spiegato il presidente del Consiglio, ha il valore di ”una scelta limitata nel tempo” ed è anche ”il segnale di un’attesa”. Prodi spera infatti che la vicenda che ha coinvolto Mastella, sua moglie e molti esponenti dell’Udeur campano, si sciolga ”nei tempi più brevi possibili” con ”un chiarimento forte che consenta al ministro della Giustizia di riprendere il suo posto con ritrovata e piena autorità”.
Il presidente del Consiglio ha rinnovato la solidarietà ”piena e affettuosa” a Mastella, una solidarietà data ”come politico e come amico” e che Prodi ha esteso alla moglie e al partito dell’Udeur ‘’sul cui appoggio il governo ha contato in passato e continuerà a contare nel futuro”.
Prodi non è entrato nel merito del duro attacco di Mastella ai giudici. Ma è sembrato considerarlo uno sfogo da scusare quando ha detto che l’ex ministro ”non ha esitato a far prevalere le ragioni dell’onore e della dignità sua personale e della sua famiglia su tutte le altre motivazioni che avrebbero potuto, come politico, suggerirgli comportamenti diversi”.
Mastella, ha detto Prodi, ha presentato le sue dimissioni in Parlamento ”dimostrando una sensibilità istituzionale che si va facendo sempre più rara”. La ‘’sincerità dei suoi sentimenti” , ha aggiunto, è stata riconosciuta da tutti e ha determinato la ”coralità” della reazione dell’aula, al di là degli steccati politici.
Prodi ha garantito che l’interim assicurerà al governo ”un’intatta capacità di conduzione politica giudiziaria”.
Ugualmente la soluzione della crisi innescata dalle dimissioni di Mastella assicurerà al governo ”la solidità e la continuità dell’appoggio politico della propria maggioranza”.
Prodi ha concluso il suo breve intervento promettendo che come ministro della Giustizia proseguirà ”la politica di trasparenza, di rispetto dell’indipendenza della magistratura e della tutela dei diritti delle persone, a partire dalla presunzione di innocenza del cittadino indagato che ha caratterizzato l’attività di questi primi venti mesi di governo”. E il dibattito sulla Giustizia, che ieri avrebbe dovuto svolgersi in aula, si svolgerà a partire dalla relazione scritta consegnata ieri da Mastella alla Camera, suo ultimo atto da ministro.

Mastella innesca le crisi gemelle di Bassolino e Prodi

[i](©Photo by Massimo Di Vita)[/i]
Roma – Napoli solo andata. Il treno della crisi di governo, invocata e finora sempre scongiurata dal centrosinistra, corre lungo questa tratta, e vede Romano Prodi e Antonio Bassolino mediatori all’ultima stazione.
La situazione del governatore campano è più chiara di quella del Premier: c’è una data, il 25 gennaio, per la quale è fissata la mozione di sfiducia dell’opposizione, e ci sono due dimissionari di fatto perché coinvolti nell’inchiesta, l’assessore alla Legalità Andrea Abbamonte e quello all’Ambiente Luigi Nocera. Bassolino ha deciso di tenere per sé le due deleghe: l’equilibro politico è così precario da far correre il rischio di una crisi della giunta regionale, con un Udeur sempre più irritato e sul piede di guerra.
Quanto a Sandra Lonardo, se gli arresti non verranno revocati, sarà sospesa dalle sue funzioni. Con il rischio di una beffa. La prima dei non eletti, dunque destinata alla sostituirla, è Stefania Cascone, ovvero la rappresentante dell’Italia dei Valori nel listone Bassolino. Il partito di quel Di Pietro, ex pm e ministro delle Infrastrutture, che fino a ieri sul suo blog ha sparato a zero su “la casta” e su Mastella: Bassolino non si troverebbe in una situazione facile, rischiando di far implodere la sua maggioranza.

Se Sparta piange, Atene non ride. Romano Prodi, se vogliamo, è in una crisi ancora più delicata. L’Udeur di Clemente Mastella una degli aghi della bilancia di questa maggioranza: le sue dimissioni dal governo (”Ho sentito Prodi e confermo le dimissioni per la mia dignità, per la mia onorabilità, perché non voglio sentirmi della ‘casta”, ha detto oggi a Benevento) potrebbero diventare le campane a morto per l’attuale esecutivo. Anche se Mastella ha tuonato: ”È la crisi del sistema, non del governo”.

Non è un caso che Prodi gli avesse chiesto inizialmente di restare, nonostante nel suo discorso alla Camera il ministro della Giustizia abbia attaccato certe “frange estremiste della magistratura”. Parole che non sono affatto piaciute al premier e che, secondo alcuni dei suoi uomini più vicini, “sono troppo simili alle cose che pensa il centrodestra” .
Le “24 ore di tempo per pensarci”, che Prodi avrebbe inizialmente proposto al leader Udeur, sono state così l’ultimo tentativo di rinviare una crisi e prendere tempo. Tentativo però caduto nel vuoto. Dopo aver saputo di essere finito un’altra volta nel registro degli indagati, Clemente Mastella ha deciso di passare la mano, consegnando le deleghe sulla giustizia a Romano Prodi.
A tal proposito, le dichiarazioni, rilasciate nella conferenza stampa a Benevento, non hanno certo facilitato il compito a chi assumerà il posto di Mastella in via Arenula: “Vorrei dire agli italiani fidatevi della magistratura, della magistratura seria, ma non fidatevi di Gip particolari. Di quei Gip che per ragioni di incompetenza territoriale, prima arrestano, e poi dichiarano la propria incompetenza…”.
Ora, la soluzione che si prospetta è il tentativo (insperato) di una ricucitura interna alla maggioranza, attraverso la nomina di un tecnico, (magari gradito all’ex Guardasigilli). Resta il problema delle frasi di fuoco del leader Udeur che oggi ha rilanciato: “Se in questo Paese un gruppo di magistrati vuole mandare a casa un governo può farlo”. Per quanto riguarda il suo partito, poi, Mastella è chiaro: per il momento al Governo, in cui “non abbiamo più ministri daremo appoggio esterno”. E poi si chiede: “‘Per una nomina fatta che riguarda una persona illustre io sono accusato di concussione, ma allora perché non sono accusati anche gli altri partiti che in Campania hanno fatto nomine?” . Difficile immaginare come si potrà garantire adesso la compatibilità dell’Udeur con questa maggioranza. Il quadro non può essere più complicato.

Nel pomeriggio, Romano Prodi sarà prima alla Camera, poi al Senato: dovrà trovare una soluzione da riferire al Parlamento. Con simili premesse, nonostante la sua arcinota duttilità, la stabilità del suo esecutivo (così come quello di Bassolino) sembra essere un miracolo, se non addirittura un miraggio.

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DOCUMENTI: Gli atti dell’inchiesta pubblicati dal quotidiano online Casertace.it - La diretta VIDEO della seduta alla Camera

Mastella non ci sta: dimissioni confermate e interim a Prodi

Romano Prodi e Clemente Mastella
Clemente Mastella è pronto a confermare le sue dimissioni da ministro della Giustizia e il premier Romano Prodi si prepara ad assumere l’interim.

Manca ancora l’annuncio ufficiale che dovrebbe arrivare nel primo pomeriggio quando il presidente del Consiglio riferirà prima alla Camera (alle 14.30), poi al Senato (alle 17). Il premier è riunito a Palazzo Chigi con i suoi più stretti collaboratori per definire i termini del suo discorso.

Ma dopo la solidarietà quasi unanime tributata ieri a Mastella dal Parlamento, Prodi vorrà probabilmente ascoltare quali parole l’ormai ex guardasigilli userà a Benevento nella conferenza stampa che ha annunciato per mezzogiorno. Anche per valutare come risanare la frattura aperta ieri dal “Mastella furioso” tra il ministero di via Arenula e la magistratura.
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DOCUMENTI: Gli atti dell’inchiesta pubblicati dal quotidiano online Casertace.it

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