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In principio era l’indulto. Poi la legge elettorale e il pubblico ministero di Catanzaro Luigi De Magistris. Così, da quando il ministro Clemente Mastella occupa il piano più alto della giustizia italiana, esattamente 608 giorni dal giuramento al Quirinale, le notti insonni del leader dell’Udeur non si contano.
Dopo un lungo braccio di ferro tra le forze politiche, il 29 luglio 2006, il Parlamento italiano ha approvato la legge sull’indulto. E dal quel giorno, per Mastella, non c’è stata pace. Il nemico numero uno è il collega ministro Antonio Di Pietro. Responsabile delle Infrastrutture ed ex pm di Milano. Tra loro il braccio di ferro è serrato (anche a colpi di blog). Uno, Mastella, sostiene che il collega voglia solo rubargli il posto, l’altro, Di Pietro, lo accusa di favorire i delinquenti e di incompetenza in materia di giustizia. Di fatto ancora oggi il Guardasigilli deve difendere con le unghie la sua legge sull’indulto.
Poi, più o meno un anno fa, senza contare le solite tensioni pre Finanziaria di dicembre, è stata la volta dei Dico. Mastella fa tremare Prodi e tutto il governo. Il suo è un no secco alle coppie di fatto. La crisi sembra oramai alle porte. Il Guardasigilli vota contro ma il testo in Consiglio dei ministri passa lo stesso. In piazza lo fischiano (ma i colleghi non lo difendono) e lui sbatte la porta anche al giornalista tv Michele Santoro, abbandonando gli studi televisivi di Annozero dopo un intervento del vignettista Vauro. Ma per Mastella le spine nel fianco non finiscono qui.
A settembre dello scorso anno (in tempi di Finanziaria e soprattutto di tagli alle spese) il vicepremier Rutelli e il Guardasigilli si sono fatti beccare su un aereo di stato, con il figlio di Mastella e altri ospiti, mentre andavano ad assistere al gran premio di Formula uno di Monza. Una gaffe che al ministro della Giustizia è costata quasi il posto.
Ma i veri guai per il ministro di Ceppaloni sono cominciati quando si è diffusa la notizia che era stato iscritto nel registro degli indagati nell’inchiesta “Why not” del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. Inbuona compagnia, s’intende (è indagato anche il premier Romano Prodi). Nel mirino, in particolare, le intercettazioni dei colloqui telefonici che il ministro della Giustizia avrebbe avuto con Antonio Saladino, figura chiave dell’indagine. Tra repliche e smentite, resta il fatto che nel frattempo il Guardasigilli, il 21 settembre, chiede al Csm di disporre il trasferimento cautelare d’ufficio nei confronti del pm.
Lo scorso 11 gennaio, è cominciato davanti alla sezione disciplinare del Csm il processo a carico di De Magistris. Al magistrato viene contestato di aver emesso provvedimenti abnormi o per lo meno anomali ma anche di essere responsabile delle ”incontrollate fughe di notizie” sulle sue indagini, e di aver diffuso ‘’sospetti” senza prove nei confronti di superiori e colleghi.
Infine la cronaca degli ultimi giorni. Mastella che apre alle modifiche sulla legge sull’aborto e lo scontro con la maggioranza per le legge elettorale che, secondo la bozza Bianco, prevede un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5 per cento. Anche in questo caso Mastella si è opposto e in una telefonata a Prodi ha minacciato di dare le dimissioni.
Fin dall’inizio della sua carriera il giovane giornalista Clemente Mastella, classe 1947, ebbe parecchie gatte da pelare. Agli inizi degli anni 70’ l’assunzione di Mastella in Rai si narra che i suoi colleghi proclamarono ben tre giorni di sciopero contro la sua nomina…
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Sono pirati della strada, pali o spacciatori assoldati dalla mafia, bulli passati dalle marachelle a scuola allo stupro di gruppo. Hanno per lo più tra i 14 e i 16 anni, in nove casi su dieci sono maschi. E se è vero che a partire dagli anni Novanta c’è stata l’impennata del numero degli stranieri, negli ultimi tempi gli italiani hanno recuperato terreno: sono poco meno della metà dei minorenni in carcere, ma il 70 per cento di quelli denunciati alle procure. Chi sono, da che famiglie vengono, che delitti compiono, che fine fanno i baby criminali di casa nostra?
Per capirlo, partiamo dagli arresti, dai rapporti di polizia e carabinieri. A Roma e Milano non passa giornata in cui non ci sia tra i fermati un ragazzo con meno di 18 anni. “I minorenni stranieri”, spiega Chiara Giacomantonio, responsabile della sezione minori della Direzione centrale anticrimine della polizia, “sono responsabili nella maggior parte dei casi di furti, rapine e spaccio. Mentre gli italiani compiono quelli che prima si potevano chiamare fenomeni di bullismo, ma che ora sono degenerati in atti molto più gravi: violenza privata, lesioni, aggressioni, stupri di gruppo. Un’evoluzione in peggio” continua Giacomantonio “che ha origine nel fatto che i ragazzi sono spesso lasciati soli e trovano nella ‘banda’ la forza di affermarsi, proprio attraverso un atto criminoso. Parliamo infatti per lo più di adolescenti cosiddetti normali, che provengono da famiglie regolari e non necessariamente povere”. Ragazzini della porta accanto, insomma, che scelgono come vittime i loro coetanei più deboli, ragazze, compagni isolati, disabili. “Quello che più inquieta quando li ascoltiamo”, spiega ancora Chiara Giacomantonio, “è che non si rendono conto del valore negativo di quello che hanno fatto e non si sentono responsabili. Le frasi più ricorrenti sono: ‘Era solo uno scherzo’ oppure ‘mi servivano i soldi per le scarpe firmate’”.
I dati del Dipartimento giustizia minorile del Ministero della giustizia confermano le impressioni di chi lavora sul campo. Nel 2006 la presenza media negli Istituti penali per minorenni (Ipm) è stata di 417,6 persone (il 12% in meno rispetto al 2005 per effetto dell’indulto). Di questi, il 54 per cento erano stranieri (per lo più romeni, marocchini, serbi) e il 46 per cento italiani, l’89 per cento maschi e l’11 per cento femmine. Al Nord e al Centro gli stranieri sono più numerosi, al Sud lo sono gli italiani. Su un totale di 18 Ipm, in 11 i secondi superano i primi. L’età prevalente è 16-17 anni (nel 51% dei casi) e la maggioranza (il 63%) era in attesa del primo giudizio. Al 31 dicembre 2006 erano detenuti per reati legati alla droga 20 italiani e 38 stranieri, per furto 24 e 50, per rapina 63 e 53, per lesioni 19 e 19, per omicidio 17 e 6, per stupro 2 e 6. In generale, analizza il Dipartimento, i reati contro il patrimonio (furti e rapine) sono più frequenti tra gli stranieri, quelli contro la persona e quelli legati alla droga tra gli italiani. Un altro dato importante: molti minori che entrano in contatto con la giustizia minorile fanno uso di droghe, occasionalmente o abitualmente, per lo più di cannabinoidi e cocaina. Il 70 per cento di questi sono italiani.

L’Ipm di Milano “Cesare Beccaria”
L’aumento dei detenuti italiani va letto sotto una lente particolare. Rispetto ai coetanei stranieri infatti, gli italiani finiscono meno spesso in carcere, perché chi ha una famiglia alle spalle e nessun problema di clandestinità ha più possibilità di rocorrere a misure alternative. Di andare nei centri di prima accoglienza o in comunità, di essere affidato ai servizi sociali oppure di scontare la pena ai domiciliari. Il 56 per cento dei ragazzi in comunità è italiano e in queste strutture dal ‘98 al 2006 gli ingressi sono aumentati del 128 per cento. Nel 2004 (ultimo dato fornito dal Ministero) sono stati denunciati alle Procure presso il Tribunale dei minori 41.529 giovani con meno di 18 anni. Il numero comprende anche i minori di 14 anni, cioè non imputabili, che sono quasi il 30 per cento. Sul totale, gli italiani erano il 71 per cento.
“Fare il ragazzo oggi è un bel casino”, dice don Gino Rigoldi, al suo 36esimo anno da cappellano dell’Ipm “Beccaria” di Milano. Il parroco ne ha visti molti, molti ne ha ospitati in casa e nella sua Comunità Nuova e oggi sono proprio gli italiani a richiamare la sua attenzione. “Il loro aumento mi ha sorpreso. Mi sembra di essere tornato indietro di 35 anni”, spiega. “Vedo arrivare ragazzi dalle periferie difficili, con un’educazione povera e famiglie disattente. Ma oggi i giovani hanno qualcosa in meno di allora: gli manca una visione positiva del futuro. Hanno uno sguardo depresso, spento. Non vedono uno sbocco per la propria vita. Nel deserto dei quartieri quello che conta è ciò che devono assolutamente possedere e il furto o la rapina diventano il modo per diventare protagonisti di qualcosa”. Gli adolescenti sono lasciati soli, secondo don Gino, anche quando non entrano in contatto con la droga e col carcere: “Milano è una città piena di orfani”.
Adolescenti che proprio dietro la porta blindata di una cella o nel campetto da calcetto dell’istituto spesso cercano quello che “fuori” non hanno trovato. “Un adulto che li responsabilizzi, che sappia dire di no e che insegni loro a fare delle scelte”, dice Elvira Narducci, operatrice al “Beccaria” da 15 anni e da gennaio vicedirettore. “Parliamo di persone che stanno crescendo”, continua, “e che soprattutto trascorreranno ancora la maggior parte della loro vita fuori dalla prigione. Quello che riusciamo a trasmettergli qui è fondamentale”. Per questo tanta attenzione alle attività di orientamento, da quelle professionali, a quelle sportive e scolastiche a quelle creative di cui Paola Prandini è responsabile da otto anni. “Quando escono devono avere qualche strumento in più per affrontare la vita, una competenza lavorativa e una maggiore consapevolezza”, spiega. “Qui puntiamo soprattutto sull’integrazione tra le varie etnie, i gruppi di attività sono misti, anche tra maschi e femmine”.
“Il rischio di recidiva è alto con i minorenni”, avverte Elvira Narducci, “proprio perché si tratta di persone in evoluzione. Per questo il loro percorso non è lineare. Ma proprio per questo con loro una caduta non è mai definitiva e fino all’ultimo c’è una possibilità di recupero. Sempre che si voglia scommettere sulle loro incredibili risorse. Ultimamente le richieste che ci arrivano dall’esterno sono nella direzione del controllo, della sicurezza, della repressione. E i mezzi impiegati per il reinserimento costruttivo passano in secondo piano”. “Con evidente svantaggio per tutti”, conclude Prandini. “Questo vale sia in prigione sia fuori. Che fine fa un 14enne rom che ha rubato al supermercato e che non trova una rete sociale che lo sostenga?”. Per alcuni ragazzi il carcere è il male minore.
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Ha vinto lui, il pm di Catanzaro Luigi De Magistris? Ha vinto la piazza (quella vera e quella mediatica) che lo difende e lo venera come un eroe? Di sicuro non ha vinto il Guardasigilli, Clemente Mastella: la sua richiesta urgente di trasferimento cautelare d’ufficio del pm di Catanzaro Luigi De Magistris e del suo capo Mariano Lombardi può aspettare.
Il Csm deciderà solo il 17 dicembre, perché il ministro della Giustizia ha aggiunto solo nelle ultime ore altre carte alle carte d’accusa. Nella delibera si legge che “il tribunale dei giudici” del Csm ha rinviato la decisione preso atto che “dopo aver richiesto il 20 settembre scorso il provvedimento cautelare il Guardasigilli ha fatto pervenire ulteriore documentazione e in data 4 ottobre ha comunicato di avere esercitato l’azione disciplinare per nuovi fatti; preso atto della richiesta di rinvio avanzata sia dalla procura generale che dalle difese, rilevato a seguito della originaria richiesta ministeriale, prima di ogni decisione sull’acquisizione di ulteriore documentazione delle contestazioni per le quali ha chiesto il trasferimento, è indispensabile attendere le determinazioni della Procura generale”. A premere perchè il rinvio non fosse solo di qualche giorno (la difesa di De Magistris, in particolare, aveva chiesto 5 giorni di tempo) è stato fin dalle prime battute dell’udienza proprio il rappresentante dell’accusa, il sostituto pg della Cassazione Vito D’Ambrosio: gli atti sono tanti e vanno esaminati con attenzione, il caso è delicato, in ballo c’è la richiesta di un provvedimento cautelare, il trasferimento d’ufficio urgente, ha fatto presente. Richiesta accolta.
Il fatto è che quando Clemente Mastella ha iniziato l’azione disciplinare il 20 settembre, chiedendo un provvedimento cautelare di allontanamento, ha documentato le sue accuse facendo riferimento solo alla gestione dell’inchiesta sulle “toghe lucane” di De Magistris, mentre il 4 ottombre ha comunicato di aver esercitato l’azione disciplinare per “nuovi fatti” che riguardano altre due inchieste iniziate dal pm: la “Poseidone” (che poi gli è stata sottratta da Lombardi) e la “Why Not”, nella quale è indagato il premier Romano Prodi e il cui principale indagato. Le nuove carte arrivate dalla prima Commissione del Csm (dove sono in corso già altri procedimenti su De Magistris) sono tante: 6 grossi faldoni, circa 5mila pagine: una valanga di nuove accuse, proprio nel bel mezzo delle polemiche sulla rovente trasmissione Annozero di Michele Santoro, che hanno già fatto parlare di un possibile rinvio. Certo, non si prevedevano 2 mesi e mezzo di attesa, ma al Csm si sostiene che il 17 dicembre è la “prima data utile”. Ma la decisione di oggi lascia impregiudicato il possibile sbocco della vicenda. Studiati a fondo i documenti, il 17 dicembre il rappresentante dell’accusa si presenterà in udienza chiedendo di confermare o meno la richiesta di trasferimento d’ufficio urgente, oppure di rifiutare quest’ultima ma di procedere con l’esame nel merito dell’azione disciplinare vera e propria.
Intanto, De Magistris continuerà a lavorare “alacremente” alle sue inchieste, forte del sostegno dei cittadini: fuori dal Csm, il magistrato è stato accolto dagli applausi di alcuni giovani giunti dalla Calabria per sostenerlo.
Il VIDEO servizio:
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”Ho letto i resoconti sulla trasmissione Anno Zero. Mi sembra che non vi si possa riscontrare nulla della serietà, della professionalità e dell’appropriatezza che dovrebbe avere una trasmissione che riguarda la giustizia”. Lo afferma il presidente del Consiglio, Romano Prodi, a proposito della puntata dedicata alla vicenda De Magistris. Fin qui l’Ansa. Che dire? Quanto meno che appare singolare come ci si possa sbilanciare in giudizi tanto severi, impegnativi e definitivi sulla base di “resoconti”. Tanto più da parte di chi ha la responsabilità del governo.
Forse se Prodi avesse visto la puntata del programma di Michele Santoro - ma soprattutto se avesse ascoltato dal vivo le testimonianze di Luigi De Magistris e Clementina Forleo - oggi qualche dubbio in più ce l’avrebbe. O forse quei dubbi se li terrebbe paludandoli egualmente di certezze pro-Mastella. Perché il problema è tutto qui: non la professionalità o l’imparzialità (non è quella la caratteristica di Santoro) di un programma televisivo, non la situazione della giustizia, ma la questione Mastella.
Il Guardasigilli è da tempo finito nel tritatutto mediatico-televisivo. Forse, anzi probabilmente, senza troppe colpe dirette. Magari ha peccato di ingenuità per essersi prestato al gioco, ma neppure questo è il punto. Il punto è che Mastella è decisivo per la sopravvivenza del governo, e dunque Prodi lo difende a priori. Così come, sempre a priori, rassicura Antonio Di Pietro che vorrebbe far fuori Vincenzo Visco, o Lamberto Dini che farebbe a fette l’estrema sinistra e i sindacati. Salvo poi ripetere lo stesso copione, con le battute al rovescio, con Visco, sindacati ed estrema sinistra.

Non con i magistrati, però. Quelli sembrano improvvisamente diventati figli di nessuno. Non stanno a cuore al governo e alla maggioranza di sinistra, dal momento che indagano su alcuni pezzi grossi dell’Unione , così come fino a poco tempo fa si erano dedicati al centrodestra. E infatti i De Magistis e le Forleo, non stanno a cuore neppure all’opposizione, in nome del garantismo. Perfino il Csm, organo lottizzato di autogoverno della magistratura, sembra non sapere più che pesci prendere: lunedì dovrebbe decidere se togliere o meno a De Magistris l’indagine sulle collusioni tra toghe, politici e business in Basilicata e Calabria. Ma il Csm guidato da Nicola Mancino, ex maggiorente della Dc, ha già detto che magari dovrà prendersi un rinvio.
Non si può certamente stabilire ora se De Magistris stia facendo il suo lavoro o se si sia anche lui ammalato di protagonismo come altri suoi colleghi. Così come è evidente che nei programmi di Santoro c’è un sovrappiù di partigianeria e antipolitica, a cominciare dalle lettere di Marco Travaglio. Ma in quest’ultimo caso siamo nel campo delle opinioni, discutibili quanto si vuole; nel primo caso - i magistrati - siamo invece nel minatissimo campo della separazione dei poteri. Ed è singolare che appena la Forleo approfondisce l’indagine sull’Unipol la Camera alzi le barricate intorno a Massimo D’Alema, mentre appena De Magistis sfiora Prodi e Mastella piombino gli ispettori.
Non vogliamo che la magistratura torni ed essere arbitra della politica e del Paese, come negli anni Novanta? Si desidera combattere il grillismo e il populismo? Il modo migliore sarebbe lasciar fare ai magistrati il loro lavoro, e lasciare che i politici eventualmente coinvolti si difendano nelle sedi proprie: non gli mancano certo mezzi e strumenti. Diversamente non sapremo mai se De Magistris è una vittima o un mitomane. Soprattutto non sapremo se i D’Alema, i Mastella, i Prodi, i Fassino, come ieri i Berlusconi ed i Previti, si sono davvero macchiati di qualche reato, oppure sono esposti ad una indebita “gogna mediatica”. “Comportamento illegittimo ma non illecito” ha del resto stabilito la Procura di Roma a proposito di Visco nell’affaire del generale Speciale. Bel modo di fare chiarezza e rispondere all’opinione pubblica.
Questo, preso da YouTube, è l’intervento di Clementina Forleo a Anno Zero:

di Roberto Ormanni
La giustizia funziona quando riesce a fare a meno di giudici e tribunali. Lo dimostrano i dati sulle conciliazioni e gli arbitrati, le procedure volontarie extragiudiziarie per la soluzione delle controversie. La sigla è Adr (Alternative dispute resolution) e negli ultimi dieci anni sono passate da poco più di 100 a quasi 10 mila, con una percentuale di successi di circa l’80 per cento.
Tempi di decisione? In media 40 giorni per una conciliazione e un centinaio per un arbitrato, invece degli oltre otto anni di un giudizio ordinario.
Diverse leggi, dal 1993 al decreto Bersani del 2006, hanno autorizzato società di professionisti e studi legali a gestire le conciliazioni un tempo riservate alle camere di commercio e agli uffici del lavoro. E a gennaio il ministero della Giustizia ha istituito l’albo dei conciliatori: l’autorizzazione numero 1 è della Adr center spa, una società di professionisti con sede a Roma che dal 1998 punta sulla giustizia fuori dalle aule di tribunale. Per un arbitrato in una causa di valore tra 5 e 10 mila euro, la società prende 258 euro, che diventano 2 mila per 50 mila euro di valore.
Potenziare la giustizia alternativa è fra gli obiettivi del ministro Clemente Mastella, che il 28 e il 29 settembre era alla Conferenza internazionale sulle Adr a Roma. Un evento organizzato dalla Commissione europea e un modo per incentivare anche i professionisti italiani: fino a oggi soltanto 9 società private hanno chiesto di essere iscritte al registro e solo 5 sono state già autorizzate.
Alla Adr Network, al numero 2 del registro con sede a Roma e 20 studi collegati, seguono Il conciliatore bancario, l’Istituto di conciliazione ad Ascoli Piceno e la Resolutia a Perugia, che esplora anche il settore delle conciliazioni online. L’Adr Center, leader italiano, in 9 anni ha gestito un migliaio di liti, contro le 8 mila di cui si sono occupati nel 2006 i conciliatori delle 95 camere di commercio. La parte del leone la fanno fondi d’investimento, intermediazioni e gestione del risparmio. Basta far vidimare il verbale di conciliazione dal presidente del tribunale e vale come una sentenza.
La giustizia alternativa funziona anche nei rapporti con imprese, agenzie di viaggio, contratti telefonici e servizi di fornitura come luce e gas. In alcuni casi l’accordo è come un normale contratto: se una delle parti fa marcia indietro ci si rivolge al tribunale.
Uno dei servizi in crescita è il negoziato professionale agevolato: i litiganti chiedono la nomina di un mediatore che studia la questione e propone soluzioni; si paga solo se l’accordo viene raggiunto e la mediazione può essere anche preventiva.
Un esempio viene dalla Us Navy, che alcuni anni fa, dopo aver affidato alla società italiana di costruzioni Pizzarotti l’appalto per la costruzione di un villaggio in Sicilia, si è rivolta all’Adr Center. Il mediatore ha analizzato gli aspetti critici individuando in anticipo le soluzioni. L’opera, del valore di oltre 30 milioni di dollari, è stata portata a termine nei tempi previsti con il budget stabilito. Grazie a un accordo raggiunto in due giorni, senza rinvii, eccezioni e opposizioni.

di Roberto Ormanni
Un tesoro di oltre 2 miliardi di euro è nascosto negli uffici giudiziari. Qualcosa come 200 mila sentenze di condanna al pagamento di multe, ammende e spese processuali emesse negli ultimi dieci anni. Ma, quando va bene, lo Stato riesce a riscuoterne solo il 4-5 per cento. Si tratta di ingiunzioni, pignoramenti, sequestri a imputati che non hanno nulla da perdere o sono irreperibili. O di condanne fino a 3 mesi di carcere convertite in denaro, o di reati fiscali, ambientali, relativi alla sicurezza sul lavoro: il condannato evita la galera in cambio di 38 euro al giorno. Per sbloccare l’ingranaggio il ministro della Giustizia Clemente Mastella si è affidato a una commissione presieduta da Francesco Greco, uno dei pm del pool della procura di Milano. È stato proprio Greco a suggerire al ministro la caccia al tesoro e la commissione, istituita a maggio scorso, a fine ottobre dovrebbe presentare le proposte.
“Il primo passo è stabilire quanti siano i crediti esigibili” sottolinea Giuseppe Cascini, pm di Roma, tra i componenti della commissione. La soluzione sarebbe affidarsi alla Equitalia, società pubblico-privata che si occupa anche della riscossione delle tasse, “ma prima sarebbe inutile” ammette Cascini “tentare di incassare da chi risulta senza reddito, è latitante o è clandestino”.
La commissione ha chiesto al ministero di far confluire tutte le sentenze in un ufficio centrale in modo da selezionare le procedure. “Senza questo sforzo organizzativo” dice Cascini “non si va da nessuna parte”. Con i primi incassi la società di riscossione potrebbe anche autofinanziarsi.
La commissione sta studiando anche come introdurre una cauzione per chi vuole impugnare sentenze e ordinanze: 500 euro per fare appello, anche al tribunale della libertà, e 1.000 per ricorrere in Cassazione. Una legge sulla quale sta lavorando Piercamillo Davigo, pm di Milano anche lui in commissione. Un modo per scoraggiare ricorsi inutili e per garantire in futuro il pagamento delle spese processuali.
Se il ricorso è respinto e l’imputato condannato alle spese, la giustizia trattiene la cauzione. In caso di accoglimento le somme vengono restituite. Un’idea che non piace però a quattro dei cinque professori universitari in commissione. “La cauzione a garanzia delle spese, prevista in passato nel processo civile, è stata dichiarata incostituzionale nel 1960. A maggior ragione non c’è spazio nel processo penale, dove la tutela del ricorso alla giurisdizione è fondamentale”. Resta un mese per sciogliere i nodi.

Il Paese è spaccato in due. Da una parte ci sono gli intercettati, dall’altra ci sono quelli che, attraverso i giornali “ascoltano” le loro conversazioni telefoniche. Ma una cosa accomuna tutti: la bolletta da pagare.
Le intercettazioni telefoniche sono la voce più consistente tra le spese sostenute dal Ministero della Giustizia. Secondo i dati forniti da via Arenula, nel 2006 il “controllo degli indagati” è costato poco meno di 224 milioni di euro. Nell’anno precedente la spesa era stata anche maggiore: quasi 287 milioni. La riduzione è forse dovuta alle misure adottate per contenere i costi, ad esempio, del noleggio delle apparecchiature, passato da 70 a 20 euro al giorno.
Una ricerca elaborata dall’Eurispes rileva che in soli cinque anni, dal 2000 al 2004, le intercettazioni telefoniche sono aumentate del 128 per cento. Ipotizzando che per ogni utenza controllata siano coinvolte un centinaio di persone diverse (familiari, amici, colleghi), nel decennio 1995-2004 si arrivano a contare 30 milioni di italiani ascoltati dal “grande orecchio”. Significa che tre persone su quattro nella fascia d’età tra i 15 e i 70 anni sono state, o continuano a essere, intercettate.
Dai dati del Ministero si può ricavare anche una classifica dei distretti giudiziari che più ricorrono a questo tipo di monitoraggio. Nel 2006 quelli in cui è stato emesso il maggior numero di autorizzazioni alle intercettazioni telefoniche sono stati: Roma (8.461), Milano (7.440), Napoli (6.498), Bologna (5.072) e Palermo (3.754).