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Una giornata per rimettere in forma i bambini

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Mangiano seduti davanti al televisore, si ingozzano di patatine, merendine, hamburger, sono bombardati ogni giorno da centinaia di messaggi pubblicitari a loro destinati: così i bambini italiani secondo l’International Obesity Task Force e le Coop, che insieme hanno tracciato il disegno dell’obesità infantile nel nostro Paese e delle sue cause. Obesità che colpisce un terzo dei ragazzini italiani, soprattutto nelle regioni del Sud, e che mette in allarme alimentaristi e pediatri. Già, perché se negli anni passati quello del sovrappeso era un problema tipico degli adulti, dalla metà degli anni Novanta si è trasferito sui minorenni. Tanto che per sabato 27 ottobre è stata organizzata la giornata contro l’obesità dei più piccoli, con incontri, banchetti informativi, visite specialistiche gratuite.
Ma quali sono i numeri del sovrappeso - più o meno grave - nei bambini? Secondo il ministero della Salute nel nostro Paese il 24,1 per cento dei bimbi o dei ragazzini di età compresa tra i 6 e i 17 anni è predisposto a diventare (se già non lo fosse) obeso in età adulta. Secondo le stime dell’Iotf, infatti, chi in questa fascia d’età ha problemi alimentari e di peso ha il 70 per cento di possibilità di non riuscire a dimagrire e anzi di aggravare la patologia. Una patologia che secondo questo ente colpisce un terzo dei minorenni italiani: stime al rialzo rispetto a quelle ministeriali e che le arricchiscono di particolari. Se è infatti il sud Italia la zona più colpita dall’obesità, il record spetta alla Calabria, dove il 27,3 per cento dei bambini è sovrappeso. Una percentuale che scende al 20 in Campania e che tocca il suo minimo nazionale in Lombardia, dove i minori obesi sono il 16,1 per cento del totale.
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Dati allarmanti per i medici e per i politici, che adesso cercano di correre ai ripari: “È venuto il momento di attuare una piano d’azione completo e su cui già siamo al lavoro contro questo stato di cose - spiega Anna Serafini, presidente della Commissione bicamerale per l’Infanzia - e mi appello a tutti i membri del governo, alle industrie alimentari alle scuole e ai genitori perché solo insieme si può vincere questa battaglia”. Una battaglia combattuta, sul piano della grande distribuzione, anche dalle Coop, che nelle scorse settimane hanno dato alle stampe una ricerca sul rapporto tra pubblicità e disturbi alimentari. “In bocca al lupo”, questo il nome dello studio, analizza gli spot di prodotti per l’alimentazione andati in onda sulle sei principali reti televisive in una settimana. Bene, il risultato è sbalorditivo: in 252 ore di programmazione pomeridiana, nella fascia protetta per i bambini, le pubblicità che sponsorizzavano merendine, bibite, caramelle e medicinali sono stati 1.256. Un vero e proprio bombardamento subito dai piccoli senza l’accompagnamento dei genitori. Gli unici davvero in grado di poter spegnere il televisore e invertire la rotta del sovrappeso in Italia.

LEGGI ANCHE: L’intervista al nutrizionista Migliaccio - Italiani che mangiano troppo - Speciale obesità nel canale scienze di Panorama.it

Allarme pesticidi nell’acqua. Ma ci si può bere sopra

Fontana 99 cannelle a l'Aquila
In Italia si usano 150.000 tonnellate di pesticidi ogni anno. Residui di questi veleni raggiungono l’acqua. Lo dimostrano i risultati del monitoraggio coordinato dall’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici) tra il 2003 e il 2005. Tra gli oltre 3500 punti di raccolta, (2500 superficiali e circa 1000 sotterranei) dove sono stati fatti i prelievi, sono state trovate tracce di vari tipi di pesticidi, soprattutto diserbanti. Panorama.it ha intervistato Roberto Mezzanotte, capo del Dipartimento dell’Apat che ha svolto il monitoraggio.
A che livello di preoccupazione ci dobbiamo assestare?
Non ci dobbiamo assestare a un livello di preoccupazione, ma di occupazione. Ovvero ce ne dobbiamo occupare. Purtroppo non abbiamo un’idea dell’andamento della presenza di queste sostanze nell’acqua. Questa è la prima fotografia disponibile della situazione perché è il risultato del primo piano di monitoraggio su scala nazionale. Sicuramente bisogna continuare a verificarne la presenza anche in futuro.
Esistono molte differenze tra le varie regioni?
Non tutte hanno la stessa rete di monitoraggio. Ci sono regioni come quelle della pianura padana che ci hanno trasmesso molti dati. Altre meno, di altre ancora , specialmente al Sud, non abbiamo ancora dati disponibili. Ma i dati sono tra loro omogenei. Bisogna evitare il pericolo della lettura distorta. Se troviamo infatti una forte concentrazione di prelievi “critici” lungo l’asse del Po e degli affluenti è solo perché qui sono stati fatti più prelievi.
Quanti pesticidi avete trovato?
Dei 2500 punti di prelievo superficiali (laghi, fiumi e corsi d’acqua) quasi la metà dei campioni ha residui di almeno una sostanza. Il 28% presenta una quantità di uno o più pesticidi che supera il livello di potabilità. Questo non significa che beviamo acqua contaminata, perché per l’acqua potabile esiste una rete di controlli e misure specifiche. Ma è un peccato dover constatare che più di un quarto delle acque superficiali sono di fatto inutilizzabili per questo scopo. Anche circa 1/4 dei campioni provenienti dai circa 1000 punti di campionamento dell’acqua sotterranea presenta qualche residuo.
Quali sostanze avete trovato?
Alcune sostanze sono diffuse ovunque, come la terbutilazina (diserbante usato nella coltivazione del mais). Ma il dato interessante è che, a distanza di quasi 20 anni dal divieto che è stato posto sul suo uso, abbiamo trovato ancora tracce di atrazina: nel 20% dei campioni delle acqua superficiali e nel 15% di quelle sotterranee. In qualche caso si supera addirittura ancora il livello di potabilità.
Che riflessione si può fare, per l’ambiente e per la salute?
Sono sostanze che hanno una notevole persistenza nell’ambiente. Questo ci deve far riflettere, dobbiamo pensare nella prospettiva dei decenni a venire. Oggi il rischio di bere acqua inquinata non c’è. La preoccupazione è di tipo ambientale, e deriva dalla limitazione di una risorsa preziosa a causa della presenza di questi veleni. Dobbiamo considerare l’acqua come un unicum e salvaguardarla in tutti i suoi aspetti, non solo sul fronte della potabilità. Inoltre bisogna pensare che, come i farmaci, anche i pesticidi hanno effetti secondari: al di là degli “organismi bersaglio” incidono anche su altri organismi viventi. Dobbiamo ridurre al minimo questi effetti.
Quali sono le contromisure possibili?
Il rapporto che sarà presto disponibile integralmente sul nostro sito (qui, una sintesi in .pdf), è stato già trasmesso ai ministeri dell’Ambiente e della Salute: a loro spetta il bilancio tra la situazione descritta e i benefici che l’uso di queste sostanze comporta. Potranno arrivare alle conclusioni necessarie. Ma vale la pena fare una considerazione di buon senso: spesso, nell’uso di questi prodotti, si eccede nelle dosi, anche perché il loro prezzo è in calo costante. Bisogna invece fare di questi prodotti l’uso strettamente necessario, nella consapevolezza che si tratta di sostanze nocive per l’ambiente.
L’Italia come si colloca nel quadro europeo?
Per i dati a nostra disposizione, il livello di pesticidi nelle acque italiane è paragonabile a quello di altri Paesi simili al nostro. Ma il fatto di non essere il fanalino di coda dell’Europa non è un dato che deve rincuorarci.

Anziani, tutte le dritte per sopravvivere nelle città vuote e roventi

[i](Credits: Ansa)[/i]
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L’estate astronomica è iniziata solo da pochi giorni ma già si affronta l’emergenza del grande caldo. Soprattutto al sud, dove l’afa ha causato le prime vittime, la chiusura di alcune aziende e i black out di energia. A farne le spese sono soprattutto gli over 65 che insieme ai bambini soffrono più degli altri temperature tropicali, afa e umidità alle stelle. Come tutti gli anni l’Onlus Auser ha messo online uno speciale dedicato all’emergenza caldo per aiutarli a superare una torrida estate in città, quando i figli si allontano per le vacanze e anche le piccole esigenze quotidiane diventano un problema. Possono bastare semplici accorgimenti di stile di vita e alimentazione, come sintetizzato nel decalogo dell’associazione. “Online c’è una guida scaricabile gratuitamente con i suggerimenti per affrontare il caldo; in più abbiamo potenziato il numero verde Filo d’argento 800.99.59.88, senza scatto alla risposta, per combattere la solitudine e offrire servizi fondamentali” spiega Giusy Colmo, portavoce Auser. Sì, perché se alcuni, con i figli in ferie, possono contare su badanti o spesa online (Esselunga, Volendo, Coop, Basko e altri consegnano a domicilio con un sovrapprezzo tra i 5 e gli 8 euro, ma spesso gratis per i disabili e gli anziani), secondo Auser l’identikit di chi corre i rischi maggiori è quello di “una persona anziana che vive sola, in un appartamento piccolo ai piani alti, privo di condizionamento, con un basso livello socio-economico”.
In questi casi con una chiamata al numero verde 800.99.59.88 (attivo tutti i giorni dalle 8 alle 20 e in Lombardia 24 ore su 24) gli anziani rimasti soli in città potranno chiedere la consegna a casa di spesa e medicinali, il trasporto verso strutture sanitarie nel caso di visite o terapie e avere informazioni su iniziative di svago e intrattenimento vicino a loro. Ma anche fare due chiacchiere perché, insieme all’afa, il problema dell’estate si chiama solitudine ed emarginazione. Proprio per questo i volontari Auser monitorano i servizi per gli anziani offerti dai Comuni di tutta Italia, come ad esempio quelli dell’Associazione Nonna Roma nella capitale, e li raggruppano sul sito, aggiornandoli quotidianamente.
Un altro numero da tenere a portata di mano è il 1500, call center del Ministero della Salute attivo tutti i giorni fino al 31 agosto dalle 8 alle 20. Fornisce consulenza telefonica e orientamento ai servizi socio sanitari aperti per ferie; l’estate scorsa le chiamate sono state più di 6.000. Inoltre il Ministero ha messo online una guida per prevenire e limitare i problemi di salute e suggerisce di tenere d’occhio la segnalazione delle ondate di calore a cura della Protezione Civile, che può prevedere l’innalzamento della colonnina di mercurio fino a 72 ore prima in 17 città italiane (Bari, Bologna, Brescia, Cagliari, Campobasso, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Pescara, Roma, Torino, Trieste, Venezia e Verona).
Il 118 resta infine il numero fondamentale da digitare per le emergenze, gli incidenti, la richiesta di ambulanze, il reperimento del Medico della Continuità Assistenziale (la vecchia Guardia Medica) e anche per conoscere le farmacie di turno.

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La violenza sulle giovani donne uccide quanto il cancro

 La violenza contro le donne è un flagello mondiale che una su tre subisce almeno una volta nella vita, e in 192 stati tra quelli che fanno parte delle Nazioni Unite non esistono leggi che puniscano gli uomini protagonisti di tali violenze. Lo afferma un rapporto dell'Onu | Foto Ansa
L’attenzione alla violenza su donne e minori è in genere poca, e spesso influenzata negativamente dai casi di cronaca, come quelli recenti di Marsciano o della scuola di Rignano Flaminio. Persino i ginecologi, in prima linea nel fornire assistenza alle vittime, sono spesso dotati più di buona volontà che di competenza scientifica, anche se occorre dire che non è colpa loro: “In Italia fino al 1996 la legge puniva la violenza sulle donne come reato contro la pubblica morale e non contro la persona. Da allora, è via via cresciuto l’impegno anche dei ginecologi, pur in assenza di nozioni e di corsi sull’argomento, persino nelle scuole di specialità” spiega Giovanni Monni, ginecologo dell’Ospedale Microcitemico di Cagliari e presidente dell’Aogoi, l’associazione che riunisce oltre 5.000 ginecologi ospedalieri e che ha appena pubblicato un manuale per gli specialisti frutto del lavoro di una Commissione Nazionale attiva da 6 anni (ne dà conto la sezione anti-violenza del sito dell’associazione).

“La violenza contro le donne tra i 15 e i 44 anni uccide quanto il cancro” ha scritto il Ministro della Salute Livia Turco nella presentazione del volume. “Il prezzo in termini di salute delle donne supera quello degli incidenti stradali e della malaria messi insieme”. In questo l’Italia - come in generale i paesi occidentali - non è indenne da quella che in alcuni paesi meno sviluppati è una vera piaga: secondo quanto è stato riportato a fine del 2006 dall’allora segretario generale dell’ONU Kofi Annan di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a livello mondiale una donna su tre è stata picchiata o abusata sessualmente, e una su quattro ha subito violenza durante la gravidanza.
Per aggiungere tragedia alla tragedia, infatti, si tratta di un prezzo che le donne spesso pagano nel momento di maggiore vulnerabilità: “La violenza durante gravidanza e puerperio è la seconda causa di mortalità dopo l’emorragia”, spiega Valeria Dubini, ginecologa dell’Ospedale Nuovo San Giovanni di Dio di Firenze e curatrice del manuale dell’AOGOI, intitolato “Violenza contro le donne. Compiti e obblighi del ginecologo” (qui il .pdf). “In alcuni casi la gravidanza è l’occasione di contatto con il ginecologo, che può portare alla luce violenze che vanno avanti da tempo, ma in altre occasioni può acuire una situazione già drammatica, come sembra essere accaduto a Marsciano”.

Il fatto che gli autori delle violenze - sulle donne come pure sui minori - siano familiari più o meno stretti non è un’eccezione, piuttosto una tragica regola ignota ai più. Come sconosciute in molti casi persino ai professionisti sono le priorità da seguire nell’assistenza alle vittime: “La prima accoglienza è importantissima, perché è in sé un atto di cura. In parallelo, occorre adottare tutte le misure per prevenire la gravidanza e le infezioni a trasmissione sessuale. Solo in secondo piano c’è la raccolta delle prove per l’eventualità di una denuncia penale” spiega Valeria Dubini.
Assai spesso è la donna stessa a non voler sporgere denuncia e il ginecologo è tenuto a presentarla d’ufficio solo in caso di violenze continuate, o in presenza di reati congiunti. “Non è compito dei ginecologi incrementare il numero delle denunce” spiega Alessandra Kusterman, ginecologa degli Istituti Clinici di Perfezionamento presso la Clinica Mangiagalli di Milano e responsabile del “Soccorso Violenza Sessuale” aperto nel 1996 nell’ospedale milanese. “Il fatto è che in molti casi la violenza si consuma in assenza di testimoni, e anche nei pochi casi in cui la donna è determinata a procedere contro l’aggressore si scontrano due versioni dei fatti. I segni di violenza sono spesso poco visibili, e anche se la giurisprudenza ha riconosciuto che lo stato psichico della vittima è di per sé significativo, il procedimento penale rischia di essere inutile se non dannoso. La denuncia penale spesso finisce senza la condanna dell’aggressore, quando non addirittura con la condanna per calunnia della donna”.
“In ogni caso non è a quello che devono puntare i medici” conclude la Dubini. “Il loro obiettivo deve essere quello di imparare a cogliere per tempo i sottili segnali, sgradevoli, che tutti preferiremmo ignorare. Devono avere orecchie sensibili, che sono il presupposto migliore per intervenire a evitare il peggio”.

Orecchie e occhi più sensibili e più preparati di quanto siano stati finora: “Lo studio inglese che per primo qualche anno fa ha segnalato l’altissima frequenza di episodi cruenti ai danni delle donne in gravidanza ha anche rilevato un dato che deve fare riflettere: in quattro casi su dieci, le donne uccise avevano in qualche modo chiesto aiuto al medico”.

VEDI ANCHE:
Oltre un quarto degli omicidi compiuti in famiglia - Bracciale antiviolenza. Utile, solo se c’è chi risponde all’allarme - Sito del Telefono Arcobaleno contro la pedofilia - L’elenco online dei Centri antiviolenza in Italia - La campagna di Amnesty International

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