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Ministero-Interno

Effetto Maroni: i clandestini non sbarcano più


Un gommone con decine di migranti nel porto di Lampedusa nel 2009 dopo essere stato intercettato da una motovedetta della Guardia Costiera (Ansa/Elio Desiderio)

Un gommone con decine di migranti nel porto di Lampedusa nel 2009 dopo essere stato intercettato da una motovedetta della Guardia Costiera (Ansa/Elio Desiderio)

Il controllo dei flussi migratori verso le coste italiane non va affrontato solo con i numeri. È un problema complesso, delicato e ci vuole il bisturi. Però, c’è sempre un però. E in questo caso i numeri parlano da soli.

Dal ministero dell’Interno: 170 immigrati clandestini sbarcati dal primo gennaio al 4 di aprile contro i 4.573 sbarcati nello stesso periodo del 2009, -96 per cento. Il risultato è dovuto in gran parte a Roberto Maroni, che ha scommesso sulla linea dura, e anche agli accordi con la Libia, che non piacciono però al Vaticano. Continua

Gli jihadisti della porta accanto: come e dove vivono i nuovi terroristi fai-da-te

Uno dei fermati dalla polizia dopo l'attentato alla caserma Santa Barbara

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Caserme e questure, ma anche treni, stazioni, metropolitane, stadi, centri commerciali e ogni altro luogo affollato: sono questi i possibili obiettivi dei nuovi terroristi fai-da-te. Continua

Maroni: “La ‘Ndrangheta fa business per 45 miliardi all’anno”

Il leghista Roberto Maroni

“Quarantacinque miliardi di euro: è questo il fatturato annuo della ’ndrangheta Spa. Quasi tre punti di Pil”. È il dato fornito dal ministro dell’Interno Roberto Maroni, intervenendo al convegno su sviluppo e sicurezza promosso a Catanzaro da Confindustria. Una fotografia del business della criminalità organizzata impietosa, quella che fa il ministro.
Questo è, ha aggiunto Maroni: “Il contesto in cui si muovono le forze dell’ordine: una straordinaria potenza economica che investe, fa innovazione, condiziona i mercati e che può contare anche su una componente militare di controllo del territorio, intimidazione. Ma non è solo questo, la ’ndrangheta è diversa dalle altre perché ci sono le ’ndranghete e per questo l’attacco deve essere attuato in modo diverso da quello che si porta avanti contro le altre consorterie. Credo che nell’ambito delle forze dell’ordine e della magistratura tutti sappiano fare bene il loro mestiere. In Calabria proprio di recente sono stati messi a segno colpi molto forti con arresti di latitanti e smantellamento di situazioni criminose con connessioni anche nel mondo delle amministrazioni”.
L’attacco vero alla criminalità organizzata “che può segnare la svolta” è l’attacco ai patrimoni, dice Maroni. “È l’insegnamento di Falcone ed è quello che abbiamo iniziato a fare con il pacchetto sicurezza che prevede norme più rapide ed efficaci per la confisca e la messa a disposizione dei beni”.
L’iniziativa di Confindustria Sicilia di espellere chi non denuncia il pizzo “è la strada giusta…”, il ministro dell’Interno non ha dubbi sul ruolo che possono giocare le imprese e loro associazioni. “Dobbiamo coinvolgere le imprese” ha aggiunto il ministro Maroni “per respingere l’attacco della criminalità. Chi denuncia il pizzo non lotta solo per non pagare, ma combatte una criminalità che vuol far passare l’idea che è in grado di garantire la sicurezza. Così non è”.
Il ministro punta poi dito sul porto di Gioia Tauro, la porta d’ingresso della droga utilizzata dalla ’ndrangheta “scelta come referente dai cartelli colombiani per il traffico di stupefacenti. Sui 45 miliardi di euro di fatturato della criminalità organizzata” ha specificato Maroni “il 60% viene dal narcotraffico”. Al riguardo Maroni ha rivolto un invito al presidente della Regione, Agazio Loiero, e a quello di Confindustria Calabria, Umberto De Rose, a “fare una riflessione insieme per focalizzare quali iniziative sono da prendere sul Gioia Tauro”.

G8, disordini nell’Unione: Di Pietro e Mastella bocciano la Commissione

Un'immagine d'archivio degli scontri che hanno preceduto di pochi minuti la morte di Carlo Giuliani in piazza Alimonda a Genova
Nuovi disordini nella maggioranza per la mancata attuazione di uno dei punti del programma elettorale dell’Unione: la creazione di una commissione parlamentare d’inchiesta per accertare le responsabilità istituzionali nei fatti del G8 di Genova.
Protagonisti, manco a dirlo, l’Udeur e l’Italia dei Valori (alias Clemente Mastella e Antonio Di Pietro). I due ministri, che non mancano di darsele di santa ragione sulla questione giustizia, sono neanche troppo stranamente coalizzati nel tenere sulla corda Prodi e nel dar fastidio allo strapotere del Pd all’interno del governo (com’era successo la settimana scorsa per il collegato alla Finanziaria e per la sfiducia al presidente Rai).
Cosa è successo martedì 30 ottobre in Aula? Semplice: l’idea di istituire una commissione d’inchiesta monocamerale per indagare sul G8 di Genova, sulla gestione dell’ordine pubblico e sulle “dinamiche innescate che hanno provocato azioni violentemente repressive nei confronti dei manifestanti”, spacca la maggioranza e viene bocciata alla Camera.
La commissione Affari Costituzionali presieduta da Luciano Violante non è infatti riuscita a dare il mandato al relatore Gianclaudio Bressa (Ulivo) a riferire in Aula. Su 44 votanti, 22 votano contro e 22 a favore. E siccome, in caso di parità, una proposta di legge non passa, il mandato al relatore non può essere conferito e anche se il provvedimento dovesse essere inserito comunque all’ordine del giorno dell’Aula, ci arriverebbe con il parere negativo della commissione.
La Cdl, accorsa in massa all’ultimo minuto per il voto, esulta, applaudendo a lungo il risultato, mentre l’Unione riesce a spaccarsi anche a Montecitorio: Udeur e Idv dicono ‘no’, il presidente della Commissione non vota (”Io non voto mai”, spiega alla fine della seduta), anche se il suo voto in realtà avrebbe potuto fare la differenza e la Rosa nel Pugno non si presenta.
Il presidente della Camera Fausto Bertinotti, per quanto deluso, non si sbilancia e spiega che non è difficile immaginare cosa pensi del “no” di oggi, mentre il capogruppo del Prc Gennaro Migliore chiede l’intervento di Prodi perché il fatto è”di una gravità assoluta”.
Il ministro di Pietro preferisce affidare al suo blog le spiegazioni del voto contrario (qui il video): “Siamo favorevoli ad una Commissione d’inchiesta su questo tema ma a condizione che si indaghi su tutti i fatti. Le questioni sono due: i comportamenti dei manifestanti e quelli della Polizia”.
Luciano Violante, presidente Commissione Affari Costituzionali della Camera
Ma ormai la frittata è fatta e il centrodestra riesce a far breccia anche a Montecitorio, dove grazie l’Unione di solito ha numeri più che sicuri. Esulta la Cdl non tanto per il no a una commissione che il capogruppo di An, Ignazio La Russa, non ha esitato a definire “ignobile” e che il leader Gianfranco Fini ha bocciato così: “Una cambiale che si pagava agli amici dei black bloc: alla sinistra più radicale”. Piuttosto perché: “La bocciatura” dice Maurizio Ronconi (Udc) “apre anche alla Camera una voragine nel centrosinistra. Con il voto contrario dell’Udeur e dell’Idv viene certificata la crisi della maggioranza, contraddicendo un punto importante del programma dell’Ulivo. Una maggioranza che sino ad oggi si puntellava con i voti della Camera frana clamorosamente, aprendo una crisi politica obiettiva e definitiva”. Che neanche l’ultimatum del premier Romano Prodi ai suoi sembra più riuscire a frenare.

Tra Calabria e Sicilia il naufragio dei dannati

[i]29 ottobre 2007[/i] - Il bilancio degli ultimi due sbarchi sulle coste siciliane e calabresi è pesante: 16 morti e numerosi dispersi. Dalle prime luci dell'alba si effettuano nuove ricerche.<br /> [b]Nella foto[/b]: gli inquirenti sulle coste di Roccella Jonica.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Tentavano di raggiungere le coste italiane, ma il loro sogno si è infranto a poche centinaia di metri dalla riva. È la storia di una ventina di clandestini che la notte scorsa hanno perso la vita dopo un lungo viaggio su due carrette del mare. Nell’arco di poche ore, uno sgangherato peschereccio è naufragato davanti alle coste della Calabria - a Roccella Jonica - mentre un gommone si è arenato davanti alle coste protette di Vendicari, nel Siracusano.

Erano circa 130 i cittadini palestinesi a bordo di un motopeschereccio in legno salpato da un porto egiziano alla volta della Calabria. Un viaggio da incubo conclusosi a pochi metri dalla riva. Presumibilmente per una secca, la nave si è incagliata spezzandosi in varie parti a circa 200 metri dalle coste calabresi. Gli immigrati, sbalzati in acqua, hanno raggiunto a nuoto la spiaggia di Roccella Jonica, ma per otto di loro non c’è stata speranza. Sono annegati a causa del mare agitato, che ha poi sospinto i corpi senza vita anche a decine di chilometri di distanza. Questo ha reso difficile le operazioni dei soccorritori che ieri hanno perlustrato a lungo la zona di mare in cui è avvenuto il naufragio. Per questo i carabinieri e la Guardia Costiera sono cauti nel definire definitivo il conto delle vittime.
Non sono stati di grande aiuto le dichiarazioni discordanti dei superstiti. Questi, accolti in una palestra di Roccella, hanno fornito diverse versioni sul numero di passeggeri partiti dall’Egitto dopo aver lasciato la Palestina a bordo di un tir.

Sono 11, invece, le vittime dello sbarco avvenuto la notte scorsa sulle coste siciliane di Vindicari di Porto Palo. Erano in 24, secondo le prime testimonianze, i clandestini che a bordo di un gommone hanno cercato di raggiungere le coste siciliane. Sette sono stati fermati nella notte dai carabinieri, che hanno così iniziato le ricerche del resto del gruppo. Nell’arco di alcune ore la perlustrazione ha portato al ritrovamento di 9 cadaveri, alcuni dei quali alla deriva. Fra questi vi sarebbe anche un giovane dall’apparente età di 15 anni.
Non si sa ancora nulla della sorte di altri otto occupanti del gommone che risultano dispersi. Nessuna certezza sulla loro sorte, ma i carabinieri ipotizzano che possano essere fuggiti subito dopo lo sbarco.
[i]29 ottobre 2007[/i] - Il bilancio degli ultimi due sbarchi sulle coste siciliane e calabresi è pesante: 16 morti e numerosi dispersi. Dalle prime luci dell'alba si effettuano nuove ricerche.<br /> [b]Nella foto[/b]: I resti dell'imbarcazione sulla quale viaggiavano gli immigrati giunti la notte scorsa sulle coste della calabria, nei pressi di Roccella Jonica. La barca, lunga una ventina di metri, si è spezzata in tre parti nel momento in cui è stata fatta arenare sulla battigia.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]
Che sia finita l’estate non si direbbe, visti gli sbarchi continui sulle coste italiane: dopo la tragedia tra sabato e domenica, altri tre arrivi nel sud est della Sicilia, con ben 41 immigrati fermati. Il numero degli approdi, tuttavia, è in leggero calo; sono i morti a essere aumentati: è questo il drammatico quadro sull’immigrazione clandestina che interessa l’Italia. Secondo i dati del Viminale (qui il .pdf), nei primi otto mesi dell’anno sono approdati nel nostro Paese 12.419 immigrati irregolari contro i 14.511 dello stesso periodo del 2006.

Il rapporto Fortress Europe, che monitorizza mensilmente gli arrivi nel Mediterraneo, ha stimato che nel 2007 in Sicilia sono già morti 500 migranti, contro i 302 dell’intero 2006. Nel complesso, secondo il rapporto Fortress, quest’anno sono state stimate 1.096 vittime nei viaggi verso le coste europee: 99 nel solo mese di settembre. Nel dettaglio, 43 vittime alle Canarie, 19 al largo di Mayotte, 11 tra Algeria e Andalusia, 13 nel Canale di Sicilia e 10 in Grecia. Tre bambine cecene, inoltre, sono rimaste assiderate mentre attraversano con la madre la frontiera Ucraina-Polonia a piedi. Ma agosto è considerato il mese peggiore, visto che le vittime accertate nel Mediterraneo sono state 243: ben 161 di esse solo nello stretto di Sicilia.
Una strage favorita, secondo l’associazione, anche da alcuni cambiamenti in atto nel business dell’immigrazione clandestina: barche più piccole e meno sicure, la mancanza di scafisti per lasciare a viaggiatori inesperti ogni responsabilità, rotte più lunghe. Dal 1998 si contano 10mila immigrati morti per raggiungere l’Europa. Un terzo di questi è disperso. Nel canale di Sicilia - sempre secondo il rapporto europeo - tra la Libia, l’Egitto, la Tunisia, Malta e l’Italia sono 2.260 gli immigrati deceduti; di questi, oltre la metà (1.365) quelli di cui non si sono recuperati i corpi. Altri 64 sono morti navigando dall’Africa verso la Sardegna. Nelle tratte che vanno verso la Spagna da Marocco e Algeria, passando dalle Canarie o attraverso lo stretto di Gibilterra, si contano 3.196 immigrati deceduti. Nel mar Egeo, tra la Turchia e la Grecia, sono 696 gli immigrati morti. Infine, gli immigrati affogati nel mare Adriatico risultano 553, di cui la metà dispersi.

Il VIDEO servizio:

De Gennaro, Colucci e le testimonianze: il processo alla polizia ha troppi spifferi

Il capo della Polizia Gianni de Gennaro in una immagine d'archivio
Il capo della polizia Gianni De Gennaro è stato scaricato dal governo Prodi e quasi contemporaneamente è stato indagato dalla procura di Genova per istigazione alla falsa testimonianza per i fatti della scuola Diaz durante il G8 del 2001.
Avrebbe costretto l’ex questore di Genova Francesco Colucci a cambiare versione, soprattutto su un particolare: la decisione di inviare alla Diaz il capo delle relazioni esterne Roberto Sgalla. Per la procura questa sarebbe la prova dell’intento da parte del capo della polizia di gestire mediaticamente gli errori di quella violenta perquisizione.
Maurizio Mascia, il legale di Colucci, ha molti dubbi su questa lettura della vicenda.
Perché avvocato Mascia?
Semplice: il mio assistito ha cambiato versione su una cosa irrilevante a livello penale e l’ha fatto a ragion veduta. Dopo aver riletto i tabulati telefonici di quella notte. Che sono depositati agli atti. Inizialmente Colucci ha detto di aver inviato Sgalla dopo una chiamata di De Gennaro, poi, si è accorto di aver sbagliato. È Colucci che ha telefonato al capo della polizia, alle 22,01, un’ora e mezza prima dell’inizio della perquisizione. De Gennaro, quella notte, non lo ha più richiamato.
E chi ha deciso di mandare Sgalla alla Diaz?
Quella dell’ex questore è stata una segnalazione: verso le 23,40 ha telefonato a Sgalla e gli ha detto che prima di andare a dormire conveniva che passasse alla Diaz, visto che era in corso un’operazione importante.
E quella era una “segnalazione” che poteva fare autonomamente?
Certo. Sgalla era a Genova per gestire i rapporti con i giornalisti e quella era un’occasione che lo richiedeva.
Colucci, per parlare con De gennaro, non potrebbe aver utilizzato altri telefoni?
Le chiamate dal suo telefono in questura partivano e arrivavano a getto continuo e sono stati controllati anche i tabulati del cellulare di Colucci. E poi se in questura avessero avuto qualcosa da nascondere non avrebbero pensato a una conferenza stampa.
Dunque Colucci esclude che De Gennaro gli abbia detto di mandare Sgalla alla Diaz?
No. Ha ricordi vaghi di quella notte. Per esempio era convinto di aver ricevuto una chiamata di De Gennaro che i tabulati smentiscono. Certo, nella telefonata delle 22,01, potrebbero essersi detti anche quello.
Dunque nelle dichiarazioni del suo assistito lei non ravvisa contraddizioni tali da motivare l’accusa di falsa testimonianza?
Assoltamente no. Tanto che abbiamo chiesto di produrre i verbali delle precedenti due testimonianze, ma il pm, finora, si è opposto. E non ne abbiamo capito i motivi.
Un'immagine d'archivio dell'ex questore di Genova Francesco Colucci che, dopo le dichiarazioni rese come teste il 3 maggio scorso nel corso del processo per la sanguinosa irruzione della polizia nella scuola Diaz, venne indagato dalla Procura per falsa testimonianz
L’ex vicecapo della poliza Ansoino Andreassi, nella testimonianza del 23 maggio, ha fatto gravi accuse: ha detto che quel giorno era cambiata l’aria, che le operazioni non erano più sotto il suo controllo, ma sotto quello del del prefetto Arnaldo La Barbera e Servizio centrale operativo di Francesco Gratteri. E che dietro a questo mutamento di linea ci sarebbe De Gennaro.
Andreassi ha detto una cosa più grave. Come si legge sul Corriere della sera di oggi (purtroppo alcune cose noi difensori le scopriamo dai giornali) il 23 maggio, in aula, “si lasciò scappare un riferimento alla nuova inchiesta durante l’audizione come teste”. Ma il mio assistito ha ricevuto l’avviso di garanzia in busta chiusa quella stessa mattina e io ne ho conosciuto il contenuto solo dopo la deposizione di Andreassi. Chi lo aveva informato? E perché?
Me lo dica lei…
Secondo me ci sono solo due possibilità: o in tribunale ci sono pericolosi spifferi oppure Andreassi era stato interrogato sull’argomento. E allora il pm avrebbe dovuto depositare i verbali prima dell’udienza del 23 maggio… Due ipotesi ugualmente preoccupanti.
Ma si tratta di due procedimenti diversi…
C’è un problema di corretezza nei confronti della difesa, ma anche verso il tribunale: se ci sono dei fatti nuovi è giusto che il giudice che se ne sta occupando sia informato. Evidentemente l’accusa non è dello stesso avviso.

Polizia, G8 e non solo: la manina che dopo il macello fa il pasticcio

Blitz della polizia alla scuola Diaz
Macelleria messicana o pasticceria italiana? Il giorno dopo la testimonianza del vicequestore Michelangelo Fournier al processo per l’irruzione alla scuola Diaz di Genova al G8 del 2001 («Fu un intervento alla cieca e quello che vidi sembrava una macelleria messicana») negli uffici stile prefabbricato della procura di Genova i magistrati della pubblica accusa non esultano, anzi. Le loro non sono parole ufficiali, non è il caso, visto il clima. Ma permettono di capire lo stato d’animo e la posta in gioco. Ascoltiamo attentamente e proviamo a parafrasare. Una lunga riflessione che è quasi un’offerta di armistizio, dopo sei anni in trincea.
Per i pm giornali e tv, oggi, hanno sbagliato il bersaglio, concentrandosi sulle parole di Fournier. Il cuore del problema non è se alla Diaz ci siano state delle violenze da parte della polizia: ci sono state, è innegabile, lo dimostrano i referti medici di 82 feriti e il sangue che ha macchiato le pareti della scuola. La questione è un’altra: perché a sei anni dai fatti (un raid lampo, durato circa 8 minuti) i pm sono ancora costretti a fare accertamenti e dalla pubblica amministrazione (polizia, ministero dell’Interno) non sono mai arrivate scuse, o almeno ammissioni, per un evidente incidente di percorso?

La risposta la pubblica accusa c’è l’ha: il problema è che non si può pretendere sempre di appuntarsi medaglie, l’uomo è grande perché sbaglia. Niente. La scelta è quella del muro contro muro. Il processo va avanti, le difese cercano di dare letture politiche all’azione dei magistrati. Ma i fatti, per i pm, sono chiari: verso le 23,30 del 21 luglio 2001 la polizia entra nella scuola alla ricerca di black bloc, alcuni uomini esagerano e picchiano all’impazzata. È vero, magari sono esasperati da due giorni di battaglia, magari hanno la pelle bruciata dai lacrimogeni. Tutto vero. Ma esagerano. I dirigenti capiscono che qualcosa non ha funzionato. È a questo punto che per i magistrati succede la cosa più grave. Più grave delle botte, più grave del sangue.
Quattordici funzionari firmano un verbale di perquisizione che dice che sono state trovate due molotov che nella scuola in realtà non c’erano, un poliziotto finge di essere stato accoltellato, altri dicono di essere stati colpiti da un fitto lancio di oggetti contundenti (che le telecamere appostate all’esterno della Diaz non riprendono) e di essere stati affrontati con mazze spaccapietre. Un alto funzionario della polizia, nelle settimane successive al blitz, sottolinea in parlamento: «Le perquisizioni non si fanno con i guanti bianchi». Insomma niente scuse, ma 93 arresti per giustificare una perquisizione andata male.
Però entrare nel circuito giudiziario comporta dei rischi. E a poco a poco viene fuori la Verità processuale. Sorprendente. Scene come quelle descritte da Fournier: per esempio quella di un poliziotto che simula un coito davanti al volto di una ragazza sanguinante. Ma per i magistrati genovesi la cosa più inquietante è che dei servitori dello Stato, dopo essersi accorti dell’errore, e dell’orrore, abbiano deciso di occultare, nascondere, omettere.
Il blitz della polizia alla scuola Diaz
Ormai sono sempre di più i casi dove una “manina” mette a posto le cose, confindando nella complicità della magistratura. E in procura citano alcuni degli ultimi casi: da Unabomber, all’ispettore Raciti, alla morte del ragazzo nella questura di Ferrara. Perché succede? Purtroppo certe carriere non ammettono
intoppi, incidenti di percorso. E così i processi durano anni. Ma in procura sono stanchi, Non vogliono essere chiamati a riscrivere la storia del G8. «Bisogna limitarsi ai fatti: 14 persone hanno firmato un verbale di perquisizione che diceva il falso? Bisogna punirli per quel reato. Basterebbe a dimostrare che nella notte della Diaz qualcuno ha
sbagliato, a dimostrare che anche dei bravi poliziotti possono fare un errore». Perché purtroppo l’Italia più che a una macelleria assomiglia a una “premiata” pasticceria.

Qui il VIDEO servizio

Qui il blitz del 21 luglio 2001, in un video di YouTube

Calcio, l’altra classifica di fine campionato: i danni degli ultrà a treni e stazioni

Poliziotti scortano gli Ultrà sul treno
Quello alla stazione di Terno d’Isola (BG) è l’ultimo scontro tra “tifosi” in un campionato di calcio che sta per concludersi, segnato da gravi episodi di violenza ma anche dal decreto Amato sugli stadi che avrebbe dovuto mettere un freno ai tifosi più esagitati. Ieri il bilancio è stato lieve: “solo” un poliziotto colpito a una gamba e tre passanti contusi. Seriamente danneggiate, invece, e in parte bruciate da una torcia due carrozze.
Trenitalia ha fatto sapere che citerà per danni i responsabili degli atti vandalici: “Saremo duri, niente sconti” dice, esasperato, Franco Fiumara, responsabile della Protezione Aziendale delle Ferrovie. “Non ne possiamo più di essere vittime della violenza ultrà, che è stupida e cieca di per sé. Ma che lo maggiormente quando distrugge anche i mezzi di trasporto pubblico”.
Via alla tolleranza zero?
Il termine è paradossale, chiediamo il semplice rispetto delle regole: chi sbaglia paga. E se da un punto di vista penale pagare significa essere messi dentro, dal nostro punto di vista significa sborsare i soldi per i danni arrecati.
Prima non era così?
No, solo dal 16 marzo 2007 il nuovo management del Gruppo Ferrovie dello Stato ha adottato la linea del rispetto delle regole per chi utilizza il treno, sulla scorta della legge Amato sulla sicurezza degli stadi. Sono stati diminuiti i treni dedicati alle tifoserie (charter: dai 104 del campionato 2005/06 agli 85 del 2006/07, ndr). Insomma, i tifosi, per raggiungere lo stadio, devono pagare la tariffa intera prevista per la tratta da percorrere. Su un normale treno di linea.
Com’è successo ieri per il regionale Milano-Bergamo…
Esatto: avevamo messo a disposizione quattro carrozze per 200 supporter interisti che hanno acquistato un regolare biglietto andata-ritorno.
A quanto ammontano i danni ai treni nel campionato 2006/2007?
A 100 mila euro. Ma il valore è approssimato per difetto visto che non è considerata la stima dei danni indotti come il costo del fermo di un convoglio per manutenzione e il suo mancato utilizzo.
Meglio o peggio in confronto al campionato scorso?
Meglio: nella stagione 2005/2006 arrivammo a 206 mila euro. Anche se vanno considerati due elementi importanti: la maggior parte dei danni dello scorso campionato è dovuta all’attività teppistica della tifoseria del Catania alla stazione di Parma del 14 gennaio 2006 (153.000 euro in un solo giorno, ndr). E poi quest’anno sono diminuiti di numero anche i tifosi trasportati: 41.700 contro i 69 mila del 2005.
Poliziotti in azione alla stazione

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
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