
L’immagine della pediatra Marina Spaccini che, ferita, cura un manifestante del G8 era stata scelta dal settimanale Diario come foto-simbolo delle violenze della polizia al summit genovese del 2001.
Oggi Spaccini, militante dell’associazione pacifista Rete Lilliput, è ridiventata una bandiera. Grazie a una sentenza che, in un certo senso, è quasi storica. Il 18 aprile il giudice istruttore Angela Latella della seconda sezione del tribunale civile di Genova, ha messo nero su bianco che al G8 di Genova, almeno il 20 luglio in piazza Manin, la polizia di Stato ha picchiato, senza motivo, persone inermi, come i pacifici “lillipuziani”. E per questo ha condannato il ministero dell’Interno a pagare 5 mila euro di risarcimento (comprese le spese legali) alla dottoressa, ferita da una manganellata alla testa e costretta a farsi medicare con diversi punti di sutura.
Nelle motivazioni, rese pubbliche nei giorni scorsi, si legge: “Emerge come accertata in tutta la sua drammaticità l’aggressione subita da Marina Spaccini ad opera di un’appartenente alle forze dell’ordine”. Poi il giudice boccia complessivamente l’attività della polizia: “Tutto depone, comunque, per una grande confusione organizzativa dell’evento”.
Infine contesta le testimonianze dei poliziotti: “La loro attendibilità appare alquanto limitata”.
Spaccini, 59 anni, raggiunta da Panorama.it nell’ambulatorio di Trieste dove lavora, esulta: “Ovviamente non ho combattuto questa battaglia per i soldi, ma perché era l’unica strada per fare emergere un po’ di verità su quanto avvenuto. Ora spero se ne parli”. Il processo civile era l’unica strada percorribile: “Infatti nel penale la responsabilità è personale e, purtroppo, il poliziotto che mi ha colpito aveva il volto coperto e non ho potuto riconoscerlo” spiega Spaccini. Quella che la riguarda non è la prima sentenza di condanna dell’operato delle forze dell’ordine.
“Oltre alla mia assistita ha già ottenuto giustizia anche un’avvocato di Bologna” spiega il legale di Spaccini, Alessandra Ballerini. “Ma si trattava di un episodio isolato, di un’aggressione in un momento di relativa tranquillità. Questa è la prima sentenza che ricostruisce come siano andati davvero i fatti nel cuore degli scontri. E presto potrebbero ottenere soddisfazione altri due pacifisti che si trovavano in piazza Manin”.
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Spedita dalla Cisl di Ravenna, la lettera porta la data di lunedì 2 aprile. Contiene uno scarno elenco di cifre. Numero delle richieste di rinnovo dei permessi di soggiorno presentate negli uffici postali della città romagnola dal dicembre 2006 al marzo 2007: 7.614. Numero dei nuovi permessi rilasciati dalla Questura: 1.
Un caso limite? Non proprio. A quattro mesi dal varo, il nuovo sistema per il rinnovo dei permessi agli stranieri che vivono e lavorano in Italia segna pesantemente il passo. Alle Poste italiane, che si sono aggiudicate il servizio di raccolta delle richieste grazie a una convenzione con il ministero dell’Interno, sono arrivate, dall’11 dicembre 2006, circa 450 mila domande. Un afflusso che ha portato nelle casse della società ricavi per 13,5 milioni di euro visto che, per ogni richiesta di rinnovo, gli immigrati hanno dovuto pagare poco più di 73 euro, 30 dei quali destinati a ricompensare il servizio postale. Ma i nuovi permessi rilasciati dalle questure di tutta Italia sono meno del 2 per cento. Cinquemila in tutto, più altri 20 mila in giacenza, ha dichiarato ufficialmente il Viminale nel marzo scorso. E dire che nel testo della convenzione firmata dal capo della polizia Gianni De Gennaro e dall’amministratore delegato delle Poste Massimo Sarmi si parla di una “riduzione dei tempi dei procedimenti in materia di immigrazione”.
Commenta Piero Soldini, responsabile nazionale del settore immigrazione della Cgil: “Prima, tranne che nelle grandi città, i permessi si rinnovavano in 60 giorni”. Da Ravenna la Cisl conferma: la media di attese per ottenere il nuovo documento di soggiorno, in passato, andava da 30 a 40 giorni. Perché i ritardi adesso?
Le Poste rifiutano ogni responsabilità. “Su 450 mila domande abbiamo completato la lavorazione del 93 per cento delle pratiche” rivendica la società. E sostiene di impiegare soltanto una settimana per “accettare allo sportello la domanda di rinnovo, lavorarla in un centro servizi e trasferirla in formato elettronico alle questure di competenza”. Come dire che la colpa dei ritardi è del ministero dell’Interno.
Ma fonti del Viminale accennano a burrascose riunioni, negli ultimi tre mesi, con i vertici delle Poste e a un rodaggio tutt’altro che fluido del nuovo sistema. A cominciare dal primo momento, quando gli uffici postali, mettendo in distribuzione senza alcuna precauzione i kit per il rinnovo dei permessi, li videro sparire da un giorno all’altro, mentre un florido mercato nero prendeva piede a spese degli immigrati.