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Subito 30 milioni di euro, poi i fondi strutturali per le catastrofi, alcune centinaia di milioni, stanziati dall’Unione europea. Quindi si procederà con un provvedimento ad hoc che andrà all’ordine del giorno del prossimo Cdm.
È quanto emerso dalla riunione straordinaria di lunedì sera del Consiglio dei ministri che si è aperto con un minuto di silenzio per il terremoto in Abruzzo. Il presidente del Consiglio ha fatto il punto della situazione ribadendo come sia stato fatto tutto il possibile per fronteggiare l’emergenza. Una volta verificata l’entità dei danni saranno stanziate tutti i fondi necessari, avrebbe sottolineato il premier. Per il momento Guido Bertolaso potrà utilizzare i fondi della Protezione civile previsti per le emergenze. Più avanti saranno utilizzati anche i fondi europei per le catastrofi. Il premier torna in Abruzzo.
Il Cavaliere, in due interviste telefoniche in diretta, prima a Matrix e poi a Porta a Porta, annuncia anche l’intenzione di dar vita alla prima “new town” proprio nelle vicinanze dell’Aquila, un’opera che si inserisce nel quadro del piano casa e che, dice, potrebbe essere completata nell’arco di 24-28 mesi.
Berlusconi ribadisce che il governo sta facendo tutto ciò che è “umanamente possibile” per fronteggiare l’emergenza e rende noto che tornerà spesso nel capoluogo abruzzese, a partire da domani, per valutare i danni provocati dal terremoto: “Un disastro grave”, che richiederà “risorse ingenti” per la ricostruzione, anche se vista la forza del sisma che ha colpito l’Abruzzo le cifre di morti e feriti sono ancora contenute, aggiunge, spiegando che 35 Paesi hanno già offerto aiuto all’Italia, “ma nell’immediato non ce n’è bisogno, bastano le nostre forze”.Berlusconi usa la diretta tv di Porta a Porta per una comunicazione di servizio urgente a due dei suoi ministri impegnati nel lavoro per fronteggiare l’emergenza terremoto in Abruzzo. “Entro domani” dice rivolto a Roberto Maroni e Altero Matteoli, anche loro ospiti del programma di Bruno Vespa “servono almeno altri 1.200 Vigili del Fuoco e mille soldati disposti a dare il cambio a quelli che lavoreranno stanotte e domani saranno stanchi morti”. Sempre in diretta tv arriva la risposta di Maroni: “Lo faremo certamente”.
Il consiglio dei ministri ha deciso di proclamare il lutto nazionale nel giorno in cui avranno luogo le esequie delle vittime del martoriato Abruzzo.
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Battute parlamentari: “La voluminosa biografia di von Verdini racconta che un giorno il centrodestra italiano passò dal Parteienstaat teorizzato da Hans Kelsen al Gazebostaat…”. Evocato al cospetto dei gonfi arancini di riso della buvette di Montecitorio, il von Verdini (per la storia contemporanea di nome fa Denis), ultimo coordinatore dell’età di mezzo di Forza Italia, prossimo triumviro con Sandro Bondi (sì, a volte ritornano) e Ignazio La Russa dell’età del partito unico, il Popolo della libertà che il 27 marzo prossimo alla Nuova Fiera di Roma celebra il congresso fondativo. Sarà un venerdì, giorno dedicato a San Ruperto, predicatore itinerante dell’Ottavo secolo, a tenere a battesimo il Pdl. Due i padrini: Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, tanti gli invitati a un evento che però è più interessante nella preparazione piuttosto che nella celebrazione. Partiamo comunque da quest’ultima, visto che Panorama è in grado di anticipare la scaletta della due giorni congressuale. Possono cambiare ancora i nomi di alcuni personaggi, ma la sceneggiatura del film è scritta. Chi immagina un’assemblea che sia occasione per un confronto tra correnti, visioni del mondo differenti o più modestamente visioni del partito, può chiudere il taccuino. La ferraglia del partito novecentesco, superstrutturato, è archiviata. Il partito secondo Berlusconi è la fucina di due prodotti: nuova classe dirigente ed esperienza di governo. Fine dell’ideologia, spazio al pragmatismo.
Il programma. I lavori si apriranno alle 17 con i saluti dei rappresentanti del Partito popolare europeo (Hans-Gert Pöttering e Wilfried Martens), ai quali seguiranno gli interventi di cinque giovani rappresentanti di circoli, fondazioni culturali, associazioni del mondo del lavoro e della scuola. I giovani, insieme al governo, rappresentano il leitmotiv dell’assemblea. Berlusconi già a Palazzo Chigi ha rinnovato la sua squadra nell’anagrafe e nella sostanza, nell’immagine del Pdl che verrà proiettata durante il congresso questo aspetto sarà accentuato. Il presidente del Consiglio prenderà la parola alle 18.30 per ripercorrere le tappe dell’avventura politica del centrodestra: “Dal 1994 a oggi: la storia del Popolo della libertà”. Il primo giorno si chiude così, con la prima performance del Cavaliere. Punto e a capo.
Si riparte sabato, dopo aver consumato cappuccino e cornetto è il turno di quattro parlamentari trentenni (per Forza Italia saranno Simone Baldelli e Beatrice Lorenzin) ai quali poi seguirà il primo blocco dei big: Franco Frattini, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Gaetano Quagliariello, Stefania Prestigiacomo, Giorgia Meloni, Claudio Scajola, Italo Bocchino, Altero Matteoli. Sono ministri e capigruppo, non esponenti del vecchio apparato di Forza Italia e An.
E Gianfranco Fini, socio fondatore, alleato-concorrente del Cav? Il Fini day sarà proprio sabato e forse dal suo intervento verranno gli spunti più stimolanti rispetto alla futura dialettica interna del Pdl. Qualcuno si attende scintille, ma è difficile che il presidente della Camera (destinato a essere l’ambasciatore del Pdl dentro la famiglia dei Popolari europei) voglia esibirsi in un discorso ad alto voltaggio. Ci sarà qualche scarica, ma non il cortocircuito.
Pomeriggio “a specchio”: altri quattro giovani e seconda tranche di big: Giulio Tremonti, Fabrizio Cicchitto, Mariastella Gelmini, Gianni Alemanno, Mara Carfagna, Angelino Alfano, Maurizio Gasparri, Raffaele Fitto, Elio Vito e Andrea Ronchi. Ancora ministri e capigruppo con l’eccezione della figura istituzionale del sindaco di Roma, uno degli astri della futura galassia postberlusconiana e postfiniana. La seconda carica dello Stato, il presidente del Senato Renato Schifani, parlerà subito dopo; quindi si aprirà una serie di interventi ancora da definire.
Il terzo giorno nella Genesi “nelle acque inferiori viene separata la terra e viene generato il regno vegetale”, nella storia del Pdl invece sarà domenica e dopo aver votato l’ufficio di presidenza e i coordinatori, cioè lo stato maggiore del partito, ci sarà l’intervento di chiusura del congresso di Berlusconi dal titolo: “Il nuovo partito e il futuro”. Bottiglia che s’infrange sulla chiglia, varo del partito-transatlantico, apoteosi finale.
A tutto questo si arriva attraverso un percorso lungo, difficile, a tratti tormentato, che in queste ore giunge al rush finale. Forza Italia e An hanno storie profondamente diverse: partito pragmatico con le sue radici nella rivoluzione reaganiana il primo, figlio della drammatica storia del Novecento, post-fascista, poi approdato alla destra europea il secondo. È lo scontro-incontro di culture diverse e sistemi di potere ormai consolidati. Una fusione tutt’altro che fredda (i lettori pensino all’esperimento malriuscito del Partito democratico); piuttosto, rovente. La ripartizione della rappresentanza tra Forza Italia e An sarà quella racchiusa nella formula 70-30. Così agli azzurri andranno due coordinatori (Bondi e Verdini) e uno al partito di Fini (La Russa). Forza Italia avrà 14 coordinatori regionali e sei ne spetteranno ad An (due regioni grandi, due medie e due piccole). Con un occhio all’incrocio fra poteri, perché dove c’è una forte presenza istituzionale ci sarà un bilanciamento. Per esempio a Roma, dove An esprime il sindaco, il coordinamento dovrebbe essere di Forza Italia.
In ogni caso al Nord An avrà un suo proconsole, probabilmente nel Veneto, superando così un gap che costringerebbe la classe politica proveniente da An a riversarsi nel Centro-Sud.
Il diavolo si annida nei dettagli e in queste ore si curano proprio questi: la direzione del partito, inizialmente di 20 elementi compresi i ministri, sarà allargata a 50-60 persone per evitare lo schiacciamento sul governo. Da questo organismo poi uscirà un comitato esecutivo, l’ufficio di collegamento tra il leader e la macchina del partito.
L’esperimento del Pdl è un caso unico. Un partito carismatico strutturato su vari livelli: eletti, iscritti e, come aveva spiegato Mario Valducci su Panorama il 21 gennaio scorso, “partito dei registrati che non sono interessati a impegnarsi nella vita politica, ma vogliono dire la loro”. I primi nelle istituzioni, i secondi nel partito, i terzi nella società civile che di volta in volta si mobilita ai gazebo per scegliere i suoi rappresentanti. Funzionerà? La risposta arriverà con il tempo, di certo per la politica italiana è qualcosa di nuovo, di moderno. Vedremo, e non solo per il Pdl, se sarà il futuro.
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La risposta alla Robin Tax una tantum di Dario Franceschini arriva in serata.
Direttamente dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in quella che ormai è diventata una consuetudine: la cena fra governo e manager (in massima parte banchieri e del settore assicurativo) a Villa Madama. Perchè il premier è convinto che uno scambio virtuoso di informazioni fra esecutivo e mondo delle imprese debba avere scadenze periodiche. “Io mi ricordo che da imprenditore vedevo il mondo della politica come un mondo distante, non c’era un giusto collegamento. Ora, come dimostra questa cena, non è così”, ha detto in apertura dell’incontro il premier, rivolto agli ospiti. Ad ogni tavolo, come nelle scorse occasioni, era seduto un ministro (tra gli altri Giulio Tremonti, Claudio Scajola, Angelino Alfano, Raffaele Fitto, Mara Carfagna), presentato come appartenente a “una squadra piena di uomini del fare, composta da giovani molto capaci”. Nel salutare gli ospiti il Cavaliere si è rivolto fra gli altri all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera, per il ruolo svolto nella partita Alitalia: “Lui e Colaninno (presidente di Cai, assente alla cena, ndr) si sono messi a capo di una cordata di coraggiosi, permettendo alla compagnia di bandiera di continuare a portare il turismo in Italia”.
A loro, il premier rinnova l’appello affinché le banche continuino a fare il loro dovere e non restringano i cordoni del credito di fronte alla crisi economica: “Voi dovete continuare a dare una mano alle aziende”.
Per parte sua, ha detto il premier, mai come ora il governo è vicino al mondo delle imprese e per dimostrarlo ha portato l’esempio dell’accordo con la Libia, particolarmente difficile soprattutto per la pessima immagine che l’Italia aveva in quel paese visto che “i nostri nonni” laggiù “ne hanno combinate di tutti i colori”. E poi: “Diteci cosa possiamo fare in più”, ha aggiunto il Cavaliere ricordando i 12 miliardi già stanziati a sostegno del settore creditizio.
Parlando della crisi, Berlusconi ha ribadito la linea dell’ottimismo: “é dovere del governo quello di diffondere fiducia” anche perché “con il pessimismo non si combina nulla di buono”.
E per sottolineare quanto il governo abbia fatto per sostenere le imprese anche all’estero, il Cavaliere ha citato l’esempio dell’intesa con Tripoli. “L’accordo con la Libia - ha detto con riferimento alla sua recente visita al Colonnello Gheddafi - ha garantito la priorità alle imprese italiane nell’assegnazione degli appalti per la ricostruzione del paese”. Un’impresa non facile, ha aggiunto, visto che “in Libia ne abbiamo combinate davvero di tutti i colori: altro che ‘Italiani brava gente’, ne abbiamo fatte di tutti i colori, certo non noi, i nostri nonni”. Il premier ha quindi proseguito: “abbiamo messo 130 mila persone in un campo di concentramento, abbiamo messo bombe avvelenate nelle oasi, i nostri aerei hanno mitragliato questi poveracci lasciando una serie incredibili di cadaveri e migliaia di persone sono state portate alle Tremiti”. Insomma, ha concluso, nonostante le difficoltà “credo che questo governo debba essere soddisfatto di quanto ha fatto”.
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È il gelo che fa ha fatto slittare a giovedì 8 gennaio l’annunciato vertice tra Silvio Berlusconi e Umberto Bossi sul dossier Alitalia - Malpensa. Ghiaccio non solo “metereologico”, che ha ritardato l’arrivo a Roma del leader leghista, ma anche quello che irrigidisce nelle rispettive posizioni i due alleati. Dopo una doppietta di incontri governo-Cai, il premier benedice infatti le nozze Alitalia-Air France senza addurre “controindicazioni” alla scelta del vettore francese, che Roberto Colaninno e Rocco Sabelli vanno a motivare in serata a Palazzo Chigi impegnandosi al rilancio dello scalo lombardo di Malpensa.
“Il discorso è ancora aperto. È una stupidaggine fare l’accordo con i francesi che chiudono Malpensa e portano i turisti a Parigi”, tuona il Senatur. Che rilancia: “Non possiamo chiudere Malpensa per fare un favore a Cai. Il governo ha in mano gli slot: noi chiediamo che li lasci a Malpensa“. I nodi verranno al pettine nella colazione a Palazzo Grazioli che riunirà allo stesso tavolo il premier, Bossi, i vertici della nuova Alitalia Colaninno-Sabelli e il sindaco di Milano Letizia Moratti.
Ma Berlusconi aveva già detto chiaro al mattino come la pensava sul mancato matrimonio Alitalia-Lufthansa. “Anche il sottoscritto aveva caldeggiato l’ipotesi, ma non tocca a me o alla Lega decidere” ricordava in una conversazione pubblicata da Libero. “E comunque le sorti di Malpensa stanno a cuore a me almeno quanto stanno a cuore a Bossi e alla Lega”. “Berlusconi l’è un po’ incasà… - prende atto in dialetto il senatur a stretto giro - ma il problema Malpensa resta, perchè il Nord non ci sta ad essere schiavo di Roma”. A sera, nuovo botta e risposta. È ancora il premier a tagliare corto: “Con Bossi la situazione è ormai chiara. Lufthansa non si è mai fatta presente nè fisicamente, nè con un’offerta”.
La strada imboccata porta perciò dritto a Parigi e l’ipotesi di un accordo con i tedeschi è ormai sfumata. Bossi tuttavia non demorde. “Comunque ci sono gli slot”, si impunta, indicando la liberalizzazione degli slot come punto di possibile accordo nella maggioranza. Berlusconi asseconda: “L’Enac ha sempre concesso slot a tutti i richiedenti. Non c’è alcun problema al riguardo”. Il leader della Lega fa buon viso a cattivo gioco. “Dite a Berlusconi che vado a prendere un caffè” coinvolge i cronisti in Transatlantico, passando a pochi metri dal premier e ignorandolo. “Anzi ditegli che gli offro il caffè, nonostante minacci di sculacciarmi”. Poi, fumando platealmente il sigaro su un divanetto malgrado i divieti, l’ultimo affondo: “La partita è ancora aperta. Bisogna sempre smantellare le balle che raccontano gli altri. Vediamo di tirare fuori qualcosa di buono domani. Per come la vedo io, non è ancora chiusa”.
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La promozione a ministro di Michela Vittoria Brambilla e Ferruccio Fazio (rispettivamente al Turismo e alla Sanità) scuote la maggioranza. Berlusconi è intenzionato a portare a termine il rimpasto di governo il più in fretta possibile, perchè nei due settori “c’è bisogno di un coordinamento centrale”. Per questo i due sottosegretari saranno fatti ministro.
Questo è l’unico cambiamento che si prospetta nella squadra di governo, “di cui sono molto contento”, dice il premier. Ma le rassicurazioni di Berlusconi non convincono le altre componenti della maggioranza. L’altolà della Lega è giunto per bocca di Roberto Calderoli che sabato aveva stoppato la proposta di Berlusconi. Inaspettatamente, però, un secondo stop alla nomina di Fazio e Brambilla, entrambi di Forza Italia, arriva dal capogruppo del Pdl al Senato, Maurizio Gasparri (di An) secondo cui le nomine sarebbero una manovra che “costringerebbe a riaprire il manuale Cencelli e a ridiscutere tutto. Sarebbe una lotteria. Meglio evitare”.
Marcello Dell’Utri, uno degli uomini più vicini al presidente del Consiglio, dà per certa la “promozione” di Fazio e della Brambilla: “Nella maggioranza non ci sono malumori” assicura il senatore di Forza Italia al quotidiano online Affaritaliani.it “è solo un pò di dialettica interna. Berlusconi ha annunciato da tempo che quelle due posizioni, la Sanità e il Turismo, sono molto importanti. Macché malumore della Lega… e poi non è che Alleanza Nazionale può pensare di avere una contropartita. C’è solo il Popolo della Libertà. Punto e basta. Poi una contropartita dove? Al Commercio con l’Estero… su dai. Non esiste”. Ma le certezze di Dell’Utri non convincono i leader di An che ribadiscono le loro perplessità sulla nomina di due nuovi ministri.
Nulla da dire sulle persone candidate alla promozione, Fazio e Brambilla, ma un eventuale ritocco comporterebbe un riequilibrio complessivo della squadra di palazzo Chigi, fanno sapere da via della Scrofa. Andrea Ronchi, ministro per le Politiche europee, ribadisce che “la leadership di Berlusconi non è in discussione, ma se fossero nominati due nuovi ministri, allora si dovrà tener conto dell’equilibrio complessivo del governo”. Maurizio Gasparri, capogruppo al Senato del Pdl, sottolinea che “per fare dei nuovi ministri ci vuole una legge. E per fare una legge, ci vuole una proposta del governo. Allo stato, non c’e niente in questo senso. Se ci sarà, allora vorrà dire che ne discuteranno in primo luogo al Consiglio dei ministri”. In quella sede, spiega, ci sono ministri che rappresentano An, e “ognuni dirà la sua. Ma, al momento, non c’è nulla”.
Anche il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, ripete che l’arrivo di nuovi innesti comporterebbe necessariamente “una ridiscussione di tutto l’impianto” dell’esecutivo. “Se si vogliono nominare due nuovi ministri -precisa- non ci sono problemi, ma è evidente che non si può svincolare questo dalla discussione di un impianto generale”. L’ipotesi di allargare la squadra del governo non piace neppure alla Lega Nord. Calderoli si dice “perplesso” su nuovi ingressi al governo perchè “più ministri a Roma si traduce in meno ministri sul territorio”. In particolare, a preoccupare la Lega è la promozione di Fazio al dicastero della Salute che rappresenterebbe una “minaccia” per il federalismo fiscale. “Sanità e turismo” precisa infatti il coordinatore delle segreterie leghiste “sono materie di competenza regionale e” avverte ancora Calderoli “nel momento in cui si fa il federalismo non si possono accentrare due materie come queste”.

Un Cavaliere moderato, aperto al dialogo e all’opposizione. È il Silvio Berlusconi che ha svolto questa mattina il suo discorso per chiedere la fiducia alla Camera. Parla per 25 minuti e riceve 27 applausi, di cui 4 provenienti anche dall’opposizione. Proprio quell’opposizione a cui si rivolge quando parla del gabinetto-ombra che dice “può essere d’aiuto per fissare i termini della discussione, del dissenso e delle eventuali convergenze parlamentari, in particolare sulle urgenti e ben note modifiche da apportare al funzionamento del sistema politico e costituzionale”.
Parole quelle del Cavaliere che lo portano ad invocare il “dialogo da subito”, infatti bisogna sfruttare “l’aria nuova che il Paese ha decretato dalle elezioni anche perché il voto è stata la prima grande riforma e quindi nel lavoro parlamentare nessuno deve sentirsi escluso e non bisogna più dividersi in barricate. La mano tesa all’opposizione (già ieri c’era stata la telefonata con il leader del Pd, Walter Veltroni) arriva anche al termine del discorso quando il premier augura “buon lavoro a maggioranza e opposizione” concludendo il suo intervento. E dai banchi del centrodestra si leva l’applauso in piedi più caloroso e anche qualche parlamentare del Pd gli batte le mani.
Poi Berlusconi inizia a parlare del programma ricordando “Non abbiamo promesso miracoli, ma realizzeremo piccole, grandi cose a partire da alcuni provvedimenti simbolici che adotteremo nel primo consiglio dei ministri a Napoli”. E allora ribadisce: “Via l’Ici. La tassazione sulla prima casa va abolita. La casa è un bene primario intorno al quale si creano le radici dell’identità sociale dei cittadini”. Sui redditi: “Il reddito di chi lavora va sostenuto con la fiscalità generale e chi si impegna a lavorare di più va aiutato con una sensibile detassazione dei suoi guadagni”. Berlusconi ha ricordato l’importanza della lotta all’evasione fiscale: “Dobbiamo andare avanti e far crescere la lotta all’evasione fiscale, ma senza scordare quel principio liberale per cui le imposte corrispondono a ciò che i cittadini devono allo Stato per i servizi che ricevono, ma il sistema fiscale non deve essere mai punitivo verso chi produce ricchezza da ridistribuire”.
Nel discorso di fronte ai deputati forte l’accento sulle tematiche della crescita. E se lo slogan della campagna elettorale è stato “Rialzati, Italia”, ora il Cavaliere torna a chiedere di “rilanciare la crescita per far rialzare l’Italia”. Spiegando: “Questo Paese deve rialzarsi. Ha tutte le potenzialità per un nuovo tempo della Repubblica che deve essere il tempo della crescita”. Poi un impegno contro i morti sul lavoro: “Crescere vuol dire rivalutare il lavoro fare subito e bene ciò che è necessario per mettere subito fine alla dolorosa e inaccettabile teoria delle morti bianche”. Ha ribadito ancora una volta che nel primo Cdm a Napoli affronterà operativamente la questione rifiuti perché “lo scandalo dei rifiuti deve finire e finirà”.
Ancora, sempre nell’ottica di un discorso moderato e di apertura ha voluto sottolineare che sulla sicurezza non bisogna fare demagogia: “Non cavalchiamo la paura, ma sbaglia chi nega che la prima regola della democrazia sia la tutela della sicurezza. E sull’immigrazione: “Bisogna affrontare la questione dell’immigrazione interna ed esterna senza lasciarci penetrare dai rischi di una immigrazione selvaggia, ma restando padroni in casa nostra, ma senza dimenticare lo spirito di integrazione del nostro popolo”.
Infine due accenni di stampo cattolico, quasi ferrariano: “Crescere significa rimuovere le cause materiali dell’aborto. L’Italia deve uscire dal rischio detanalità aiutando anche le donne con sostegni che consentano loro autonomia”. Per questo ha detto il premier occorre “varare un grande piano nazionale per la vita e per l’infanzia destinando nuove e consistenti risorse al fine di incrementare lo sviluppo demografico”. E il finale in cui ha chiesto l’aiuto di Dio, ma pure quello della “pagana” fortuna: “Le sfide sono sempre scommesse e per queste invoco l’aiuto di Dio. Ma anche la fortuna gioca un ruolo importante ma serve che venga aiutata, se non sedotta dal coraggio”.

Sarà un governo del premier? Silvio Berlusconi dopo le elezioni e durante le consultazioni ha preferito mantenere un ruolo più silente e istituzionale rispetto alle precedenti esperienze. Prima di presentare la lista dei ministri è salito due volte al Quirinale per parlare con Giorgio Napolitano. Un metodo apprezzato dal capo dello Stato e da quanti sperano in una legislatura di rottura rispetto alla fase cominciata nel 1994 e chiusa con la rivoluzione del voto del 13 e 14 aprile.
Berlusconi è salito sul Colle con Gianni Letta e con la lista dei ministri già in tasca (riquadro a pagina 63). Operazione lampo, ma fatta la squadra il Cavaliere deve affrontare il problema del metodo di governo, cioè il modo in cui il presidente del Consiglio interpreta il suo ruolo nel collegio dei ministri e guida la macchina di Palazzo Chigi. E se è vero che i ministri sono autonomi e fisiologicamente in cerca di spazi politici (e risorse), è altrettanto certo che Berlusconi ha a disposizione una potente organizzazione di uffici, strutture e dipartimenti che possono consentirgli di timonare, forse con qualche rollio e beccheggio in meno rispetto al passato, il governo sulla rotta tracciata.
Nel passato spesso è mancata la collegialità e non pochi sono stati i casi di ministri dissidenti rispetto alla maggioranza. La riduzione del numero di partiti rappresentati in Consiglio dei ministri aiuterà Berlusconi, ma per il resto (non essendoci regole) la tenuta della collegialità dipende dal presidente del Consiglio, dal suo carisma ed equilibrio.
In teoria, le norme prevedono la creazione di comitati interministeriali, ma non hanno mai funzionato granché. Per questo chi conosce bene la macchina dell’esecutivo pensa che quello del coordinamento sia ancora un tema aperto e che occorra ripensare la legge.
Berlusconi dovrà dunque far leva sul suo ascendente (il risultato elettorale è un altro balsamo) e nello stesso tempo contare sulla consumata esperienza di Gianni Letta, sottosegretario di Palazzo Chigi che svolgerà il ruolo di segretario del Consiglio dei ministri, figura senza la quale il governo non può riunirsi. A Letta andrà anche il delicato compito di controllare e coordinare quello che i tecnici del diritto chiamano “drafting legislativo”, ossia la scrittura dei decreti e delle leggi di iniziativa del governo.
Il ritorno alla legge Bassanini ha ridotto a 12 i ministeri con portafoglio, numero che cresce a 21 (4 in meno dell’esecutivo Prodi) con i dicasteri senza portafoglio che dipendono direttamente dalla presidenza del Consiglio. È una salutare riduzione in termini di efficienza della politica e costi per lo Stato, anche se l’eredità del governo Prodi si fa sentire. A un gabinetto di oltre 100 persone infatti è corrisposta un’organizzazione del lavoro che gli esperti non fanno fatica a giudicare elefantiaca.
I cittadini conoscono il presidente del Consiglio, i suoi più stretti collaboratori, i ministri, ma la nave del governo è un vero e proprio transatlantico: l’esecutivo Prodi aveva 27 dipartimenti e uffici direttamente dipendenti dalla presidenza, 11 strutture di missione e cinque commissariati straordinari.
Impero dell’alta burocrazia: solo alla presidenza del Consiglio si contano 27 dirigenti di prima fascia e 229 dirigenti di seconda fascia. Una nave da crociera, con un bilancio autonomo, sulla quale è stata caricata troppa zavorra: a bordo complessivamente ci sono 4.237 persone e, al di là delle indiscutibili capacità del personale dipendente, è chiaro che ha bisogno di essere snellita e alleggerita nell’equipaggio e nelle procedure di navigazione. Il governo Prodi ha cercato di tagliare alcuni costi di funzionamento, consulenze, missioni, studi e spese di rappresentanza, ma la politica di proliferazione delle poltrone ministeriali ha prodotto un’equazione micidiale: troppi uffici, troppi dipendenti, spese per il personale in progressione (nel bilancio di previsione 2006 erano pari a 208 milioni di euro, balzati a quota 236 milioni l’anno successivo) e un bilancio complessivo di oltre 3 miliardi 600 milioni di euro, di cui 1 miliardo 767 milioni destinati alla Protezione civile, uno degli elementi critici nell’organizzazione di Palazzo Chigi.
Anche qui non si discute la professionalità della struttura, ma il dipartimento nel corso degli anni ha mutato la sua natura ampliando le sue aree di intervento dalle emergenze ai grandi eventi, costa quasi il doppio rispetto al nucleo centrale della presidenza del Consiglio (968 milioni di euro nel 2007) e apre un dilemma: qual è la sua missione? Diciotto milioni di euro se ne vanno in stipendi, metà dei fondi è impegnata nel pagamento dei mutui contratti dalle regioni colpite da calamità, il resto è disperso in vari interventi che si sovrappongono a quelli di altre istituzioni come, per esempio, il Corpo forestale.
Altri 400 milioni di euro della presidenza del Consiglio sono destinati agli interventi e investimenti per l’editoria e, lasciando perdere la demagogia e le “grillate”, non vi sono dubbi che si tratta di un settore in cui servono una riforma e una selezione dei soggetti destinatari degli aiuti.
Primo compito del nuovo segretario generale (il posto di Carlo Malinconico verrà preso da Mauro Masi, che torna alla guida della macchina di Palazzo Chigi dopo esser stato capo di gabinetto dell’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema) sarà quello di razionalizzare una struttura monstre e dare un coordinamento a uffici che sono apparsi spesso scollegati.
Quella del governo è una macchina complicata e delicata da gestire, poco nota ai cittadini e per questo considerata opaca. Se il Parlamento è la casa degli italiani, il governo è la cucina. Visto al lavoro lo chef Prodi, forse è il caso di comunicare bene gli ingredienti che si usano, il prezzo nel menù e magari far vedere anche i fornelli.
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“C’è tanto da lavorare”. Sorprende così il Cavaliere tutti i giornalisti che attendono qualche dichiarazione, qualche battuta, qualche proposito. Tanto da lavorare, vuol dire per Berlusconi, che non c’è tempo da perdere. E allora, in rapida successione: giuramento al Quirinale, cerimonia della campanella per il passaggio di consegne con Romano Prodi, e subito il primo Consiglio dei ministri. D’altra parte, nella prima seduta del quarto governo Berlusconi, il premier è piuttosto chiaro: “Il tempo delle parole è finito, ora passiamo ai fatti”.
Messaggio recepito dai ministri. Pare di sì, almeno stando alle loro dichiarazioni. Quelle di Roberto Calderoli, intervistato da Maurizio Belpietro a Panorama del Giorno su Canale 5 confermano: “Abbiamo questi giorni per mettere a punto la questione: Berlusconi ha suggerito la scelta dei viceministri sulla base delle capacità e credo che ridurre i numeri sia una buona cosa”. E poi: “Non posso dire quante leggi taglierò”, ha aggiunto il ministro alla delegificazione, “perché direi una menzogna visto che nessuno sa il loro esatto numero e non sappiamo nemmeno di cosa parlano. Cominceremo con il tagliare le leggi inutili e col mettere in chiaro le tante contraddizioni tra la legislazione primaria e le tante direttive comunitarie, le tantissime leggi regionali che nel corso degli anni si sono sovrapposte. In questo modo” ha proseguito Calderoli “il cittadino diventa matto”.
Il neo-inquilino del Viminale, Roberto Maroni, punterà sulla lotta all’immigrazione clandestina e metterà a punto subito un “pacchetto sicurezza”. “Adotteremo misure urgenti”, assicura il ministro del Carroccio che annuncia che già la prossima settimana, lunedì o martedì, farà una riunione operativa con i ministri degli Esteri, della Giustizia e della Difesa per mettere a punto le misure del pacchetto sicurezza che verrà licenziato dal primo Cdm.
Il primo punto all’ordine del giorno per il nuovo ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, saranno i salari. “Da dove partiremo? Alzeremo i salari dei lavoratori dipendenti - assicura a margine del giuramento - in relazione alla produttività”. Si lavorerà poi anche sulla detassazione degli straordinari. Fa il pari il professore di Venezia neo-ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, che promette “i buoni andranno premiati mentre i fannulloni saranno bocciati”.
Per Umberto Bossi, neo-ministro delle Riforme il pallino è sempre lo stesso: “il primo problema da affrontare è quello del federalismo fiscale”.
Il ministro per lo Sviluppo Economico, Claudio Scajola pensa al nucleare: “È un’esigenza per l’Italia, serve un mix di energie che va dal nucleare a quelle rinnovabili”.
Rimettere in moto i lavori per il Ponte sullo Stretto di Messina è una delle priorità del nuovo ministro delle Infrastrutture che ha però anche una scommessa personale più “casalinga” e da toscano pensa alla Livorno-Civitavecchia.
Il primo atto di Ignazio La Russa da ministro sarà “andare in Sicilia sulla tomba di mio padre, che mi ha insegnato i valori: lo ringrazierò e starò con lui un po’”. Per il resto, l’ex capogruppo di An alla Camera fa sapere che per le questioni nodali, come la missione in Afghanistan, prima di ogni decisione si sentirà con l’uscente Arturo Parisi e con i vertici delle Forze Armate.
Il nuovo ministro degli Esteri Franco Frattini in primo luogo si consulterà con i militari sulle regole d’ingaggio dei soldati impegnati all’estero. La sua prima missione diplomatica sarà in Perù, la prossima settimana.
Vino e latte. Sono le prime battaglie che intende condurre il neo-ministro dell’Agricoltura, il leghista Luca Zaia. Senza timore, dice in un’intervista al Giornale, di “sporcarsi le scarpe di terra”
“Non farò provvedimenti spot, ma bisogna partire dal tipo d’Italia che ci piacerebbe per il domani: quella in cui i giovani non hanno paura del futuro e in cui chi merita ottiene quel che merita”. È la promessa del più giovane ministro del nuovo esecutivo, Giorgia Meloni, a capo delle Politiche Giovanili.
“Sarò il gran sacerdote del sacramento del programma di governo”. È l’obiettivo dichiarato del leader della Dc per le Autonomie, Gianfranco Rotondi, entrato a sorpresa nella rosa di governo all’Attuazione del programma.
Il VIDEO servizio:
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Chi, tra i ministri del IV governo Berlusconi, vi ispira più fiducia?