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Sono numeri chiari. E mettono i brividi. Per la mole che hanno e per ciò che significano.
In Italia si trova il 40% dei romeni ricercati con mandato internazionale. Nelle carceri del nostro Paese ci sono inoltre circa 2700 cittadini romeni, in attesa di giudizio (1773) o condannati in via definitiva (953). Negli ultimi due anni il governo italiano ha chiesto il trasferimento in penitenziari romeni di 57 condannati: finora, soltanto 13 hanno lasciato l’Italia.
A snocciolare i dati è stato il ministro della Giustizia di Bucarest, Catalin Predoiu, mentre il suo collega Cristian Diaconescu incontrava il nostro ministro degli Esteri Franco Frattini. Il capo della Farnesina, per risposta, ha annunciato dapprima “tolleranza zero” nei confronti di chi commette reati, non importa se italiano o romeno; poi pugno duro verso chi mette in atto azioni di “rappresaglia contro cittadini romeni”. “I romeni per bene che vivono in Italia” ha detto Frattini “sono preoccupati di poter essere vittime di atti di rappresaglia”, atti “gravissimi” come “aggressioni e spedizioni punitive”, contro in quali le forze di polizia sono “molto attive” e che non verranno in alcun modo tollerati “il bisogno di sicurezza dei cittadini che sono spaventati”.
Nei mesi scorsi Bucarest ha inviato in Italia una ventina di poliziotti che hanno aiutato i colleghi nell’individuare i responsabili dello stupro avvenuto la settimana scorsa a Roma. Ma la collaborazione, secondo Frattini, va ampliata, con l’invio di altri poliziotti romeni “che collaborino con le forze di sicurezza italiane nel contrasto dei reati che destano particolare allarme sociale”, come gli stupri e gli omicidi.
Tornando alle cifre dell’allarme: alla data del 19 febbraio nei penitenziari italiani erano ospitati 1.773 cittadini romeni, su cui non sono state emesse condanne definitive. Il Guardasigilli romeno ha precisato che 1.626 sono uomini e 147 donne: “Dal 2007, lo Stato italiano ha sollecitato il trasferimento verso i penitenziari romeni di 57 condannati, di questi, 13 sono stati oggetto di tale misura” ha spiegato Predoiu. “In nessun caso una condanna pronunciata dalla giustizia italiana non viene riconosciuta in Romania”.
Il ministro ha sottolineato che a rendere pressoché impossibile la certezza della pena sono le procedure per l’estradizione che “stanno incontrando difficoltà”: durano infatti quattro-cinque mesi perché in certi casi la documentazione è incompleta. Il ministro ha per questo fatto appello ai “magistrati italiani a fare il possibile affinché le procedure vengano accelerate”. Secondo i dati, la maggior parte dei romeni in carcere si dividono tra i penitenziari del Lazio (127), del Piemonte (116) e della Sicilia (114).
Da parte sua Diaconescu ha ribadito che la Romania continuerà a garantire la massima collaborazione nella lotta alla criminalità, ma “non prenderà mai misure che limitano la libera circolazione” dei suoi cittadini. Anche per quanto riguarda il rimpatrio dei romeni condannati con sentenza definitiva, Bucarest è disposta a collaborare. Ma, ha sottolineato Diaconescu dopo l’incontro con Frattini, “valuteremo caso per caso senza parlare di espulsioni, perché parliamo di cittadini europei”. Contro replica di Frattini: Bucarest deve impegnarsi a fornire “comunicazioni” su chi ha già commesso reati al momento dell’ingresso nel nostro Paese. “Non possiamo bloccare questa circolazione, ma in spirito di collaborazione chiediamo che la polizia italiana sia informata”.
E mentre Diaconescu rinfocola la polemica affermando che la presunzione di innocenza è “un principio fondamentale” dello stato di diritto che deve valere sia per i cittadini italiani sia per quelli romeni, si fa sentire anche il presidente del Senato romeno Mircea Geoana ha definito “inaccettabile” l’approccio di natura xenofoba e razzista contro l’intera comunità romena in Italia. Geoana, che è anche il leader del Partito socialdemocratico, ha parlato della necessità di “condannare con più fermezza i casi di violenza e criminalità commessi da alcuni romeni in Italia”.
Tocca sempre al titolare della Farnesina rispondere: l’Italia rispetta “per prima” il principio di presunzione di innocenza di tutti i cittadini europei, romeni compresi, ma chiede alla Romania di far scontare nelle proprie carceri la pena inflitta “in modo definitivo” ad alcune centinaia di cittadini romeni. “Giusto che scontino il carcere nel loro Paese, sarebbe un gesto di buona volontà”. Anche nei confronti dei “900 mila romeni per bene che sono accolti in Italia come amici, come cittadini europei che hanno il diritto di restare”.

Angelino Alfano
il ministro della Giustizia, Angelino Alfano
Giustizia: carriere divise e nuovo Csm. Il ministro della giustizia Angelino Alfano ribadisce i nodi della riforma. E lo fa, rispondendo a una domanda di Maurizio Belpietro a Panorama del giorno, su Canale 5: “Sul piano tecnico si può chiamare separazione delle carriere, ma il principio è quello della parità tra accusa e difesa e della terzietà del giudice”. Ancora: “Serve un giudice che sia terzo ed equidistante, cosa che pensiamo non sempre ci sia stata. Pm e giudici” ha spiegato Alfano “fanno parte dello stesso ordine, lavorano negli stessi uffici, fanno gli stessi concorsi…”.
La questione della parità tra accusa e difesa, ha detto Alfano, rappresenta la “terza fase” delle riforme, dopo quella del processo civile, “in Senato per l’approvazione definitiva”, e dopo quella del processo penale “di cui ci occuperemo prima di Natale” ha detto Alfano. Quindi un “intervento sulla Costituzione su materie che stanno a cuore ai cittadini, come la parità tra accusa e difesa”. Per quanto riguarda l’obbligatorietà dell’azione penale, che Alfano ha definito “un principio giusto e sacrosanto” non ci sarà invece un intervento sugli aspetti costituzionali. “Ma quando il pm riceve troppe notizie di reato non ce la fa e il principio di obbligatorietà diventa di fatto discrezionalita”. Per questo, ha aggiunto, “si pensa a indicare delle priorità su cui si possa misurare anche la capacità degli uffici a perseguire reati”.
Sempre per via costituzionale, il governo pensa anche a una modifica nel numero dei componenti del Consiglio Superiore della Magistratura e della sua sezione disciplinare, ma Alfano ha chiarito che la riforma della giustizia, oltre alla fase di intervento su alcuni dettati costituzionali, avrà anche “due fasi ordinarie”, che riguarderanno le riforme del processo civile e del processo penale. “L’obiettivo” spiega Alfano “è quello di ridurre i tempi del processo civile, considerando i 5 milioni di procedimenti pendenti. Speriamo che il nuovo assetto possa aversi per l’inizio del nuovo anno”.
Nessun condono e nessun indulto, ma nuove carceri. Il ministro illustra la sua linea sulla questione dei detenuti. “Abbiamo detto che non faremo nessun nuovo indulto e nessun condono, ma invece costruiremo nuove carceri, tante quante ne servono per contenere tutti i detenuti nel rispetto della loro persona”.

Alla procura di Campobasso mettere un telefono sotto controllo costa 3,85 euro al giorno; a Lodi la stessa operazione costa 27 euro, cioè oltre sette volte tanto. E poco meno costa alle procure di Urbino, Cuneo, Messina e Barcellona Pozzo di Gotto: 23 euro al giorno. La differenza è ancor più vistosa sulle microspie: alla procura di Roma l’affitto di una “cimice” digitale costa 19,5 euro, a Catania 195 euro, ad Ancona 169 e a Foggia 150. E ancora, far collocare un localizzatore sotto l’auto di un sospetto costa a Gela 12 euro al giorno, a verona 170 e a Caltanissetta 180.
I dati, pubblicati in un servizio di Panorama sul numero in edicola da venerdì 28 novembre, sono ufficiali e aggiornati allo scorso mese di ottobre. Fanno parte di un primo monitoraggio del ministero della Giustizia che riguarda 146 procure di tutta Italia (su 165) per avere un quadro preciso delle spese per intercettazioni e consulenze.
Le intercettazioni, 1,279 miliardi di euro spesi negli ultimi cinque anni, sono certo utili alle indagini ma costituiscono anche un autentico business che richiama aziende di ogni tipo e che sfugge a ogni controllo. “Il valore del prezzo medio giornaliero per ogni linea intercettata, ovvero 11,5 euro” si legge nel documento del ministero della Giustizia “risulta essere molto diverso secondo gli uffici, ma la caratterizzazione territoriale non sembra essere discriminante”.
Una situazione che pare destinata a durare ancora poco. “Posso capire che le aziende cerchino di fare profitto, ma hanno lucrato troppo e si è ecceduto. Adesso basta, la festa è finita” spiega il ministro della Giustizia Angelo Alfano a Panorama.
“Verrà introdotto un tariffario nazionale e l’avvio del sistema unico delle intercettazioni sarà propizio per ridurre sia le spese sia il numero di soggetti che gestiscono queste delicatissime informazioni”.

Venticinque giorni: tanti ne sono bastati al Parlamento per far diventare legge il lodo Alfano, il provvedimento definitivamente approvato oggi nell’Aula del Senato (con 171 sì, 128 no e 6 astenuti) che dispone la sospensione dei processi penali nei confronti del presidente della Repubblica, dei presidenti delle due Camere e del presidente del Consiglio fino alla cessazione della carica. L’approvazione è arrivata in un tempo decisamente breve rispetto alla media parlamentare.
Tuttavia, non si tratta di un record. La scorsa legislatura, il disegno di legge del governo per il rifinanziamento delle missioni militari all’estero per il secondo semestre 2006 venne definitivamente approvato 23 giorni dopo l’arrivo in Parlamento: il sì definitivo arrivò al Senato con un voto di fiducia al quale non partecipò la Cdl.
Il lodo Alfano è stato varato dal Consiglio dei ministri il 27 giugno. La presentazione del disegno di legge è stata autorizzata dal capo dello Stato il 2 luglio. L’esame in commissione è iniziato alla Camera l’8 luglio per concludersi nella stessa giornata. Il giorno seguente, 9 luglio, il testo è stato posto all’ordine del giorno dei lavori dell’aula, che lo ha approvato 24 ore dopo, il 10 luglio. Le opposizioni hanno contestato la presidenza per aver anticipato l’esame del testo, malgrado in conferenza dei Capigruppo non si fosse raggiunta l’unanimità; ma in un lungo discorso in Aula, Gianfranco Fini ha assicurato di aver rispettato tanto il regolamento quanto la prassi. Immediato il passaggio in Senato: a Palazzo Madama, il testo è stato esaminato in due giorni dalla commissione, dal 15 al 17 luglio. Ieri è approdato in Aula per il voto sulle pregiudiziali, e questa sera è stato approvato in via definitiva.
Costituito da un breve testo, un articolo in otto commi, il lodo prevede che dalla sua entrata in vigore si sospendano tutti i processi penali in corso, in ogni fase o grado, per capo dello Stato, presidenti di Camera e Senato e presidente del Consiglio.
Ecco una sintesi del contenuto del provvedimento:
Sospensione dei processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato (articolo 1, comma 1). Sospensione dei processi penali nei confronti delle alte cariche dello Stato. La sospensione opera per il Presidente della Repubblica, per il Presidente del Senato, per il Presidente della Camera, per il Presidente del Consiglio dei ministri. La sospensione opera dalla data di assunzione della carica o della funzione e si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l’assunzione della carica.
Rinuncia alla sospensione (comma 2). L’imputato o il suo difensore munito di procura può rinunciare alla sospensione infogni momento.
Assunzione delle prove non rinviabili (comma 3). Nonostante la sospensione del processo il giudice potrà procedere, se ne ricorrono i presupposti, all’assunzione delle prove non rinviabili. Secondo la relazione illustrativa del provvedimento si tratta di una valvola di sicurezza che salvaguardia il diritto alla prova e impedisce che la sospensione operi in modo generale e indifferenziato sul processo.
Prescrizione (comma 4). Alla sospensione del processo è collegata la contestuale sospensione dei termini di prescrizione.
Durata della sospensione (comma 5). La sospensione opera per l’intera durata della carica o della funzione e non è reiterabile (su questo punto però si pone una eccezione, nel caso di una nuova nomina nel corso della stessa legislatura. Secondo la relazione illustrativa al provvedimento questo regime speciale sarebbe imposto dalla diversa durata delle 4 cariche interessate dal provvedimento.
Trasferimento dell’azione in sede civile (comma 6). In caso di sospensione possibilità per la parte civile di trasferire l’azione in sede civile.
Disposizione transitoria (comma 7). Sospensione estesa anche ai processi penali già in corso, in ogni fase e grado, all’entrata in vigore del provvedimento.
Entrata in vigore (comma 8). Il provvedimento entra in vigore il giorno successivo alla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
Il VIDEO servizio:
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Angelino Alfano, ministro della giustizia, è nato ad Agrigento il 31 ottobre 1970. Avvocato, è sposato e padre di due figli. Comincia la sua carriera politica in Sicilia negli anni ‘90, come consigliere comunale ad Agrigento e poi come deputato regionale.
È considerato un uomo di fiducia di Berlusconi e figura emergente di Fi nell’isola. Deputato alla terza legislatura, è stato eletto per la prima volta nel 2001, nella lista di Forza Italia per la regione Sicilia, e rieletto nel 2006 e nel 2008.
Nel 2002 è stato nominato da Silvio Berlusconi responsabile delle politiche per il Mezzogiorno di Forza Italia, mentre nel 2005 è passato all’incarico di coordinatore del partito in Sicilia. In parlamento ha fatto parte, fra l’altro, del comitato per la legislazione, di cui è stato prima segretario poi vice presidente nella XIV legislatura, e della commissione bilancio nella legislatura successiva.

C’eravamo tanto amati. Da diverso tempo la famiglia del centrosinistra campano si presenta sempre più divisa e spaccata.
Ci mancava solo la notizia emersa in serata che anche il ministro Clemente Mastella risulta indagato per concorso in concussione ai danni del governatore della Campania, Antonio Bassolino. Con gli assessori dell’Udeur Luigi Nocera ed Andrea Abbamonte avrebbe costretto Bassolino ad assicurare loro la nomina a commissario dell’Asi di Benevento di una persona ”liberamente designata da Mastella”. Pressioni e retroscena che, con gli arresti domiciliari di Sandra Lonardo Mastella e degli altri dirigenti Udeur, non sono di certo un balsamo lenitivo per le ferite aperte dentro la coalizione. Le liti partenopee nascono insieme al Partito Democratico.
Le primarie del 4 ottobre lanciano sin da subito due segnali contrastanti: la Campania è una regione importante per Veltroni, perché capace di garantirgli un serbatoio enorme di voti; ma al tempo stesso è una grossa gatta da pelare, il più spinoso e il più difficile da risolvere tra i problemi regionali.
Per rintracciare il primo dissidio all’interno del Pd bisogna risalire a quattro mesi fa. Coincide con la decisione di Antonio Bassolino e di Ciriaco De Mita di candidare alla segreteria “l’uomo nuovo, il candidato ideale”, e cioè Tino Iannuzzi.
Da quella scelta, prende avvio la fronda interna al Pd, alimentata dai tre avversari del candidato più forte: Salvatore Piccolo della Margherita, segretario provinciale di Napoli; Eugenio Mazzarella, in quota Enrico Letta; Sandro De Franciscis, attuale presidente della provincia di Caserta, eletto deputato nel 2001 con la Margherita, poi passato con Mastella, e infine riavvicinatosi di nuovo a Rutelli.
Alle primarie, i tre non la spuntano: vince Iannuzzi, ma gli avversari contestano la vittoria, anche a causa della lentezza degli spogli, durati più di 48 ore. Esplodono polemiche, i dirigenti nazionali Dl si dicono “preoccupati” e deve intervenire lo stesso Veltroni per tacitare ogni reclamo di brogli. Ma quelle contestazioni sono solo la prima delle lotte interne al nuovo partito campano.
Nuove polemiche sorgono dopo l’elezione a presidente regionale del partito di Graziella Pagano, candidata dapprima vicina a uno dei tre sconfitti, Salvatore Piccolo, poi presentata dalla maggioranza del Pd contro il candidato di minoranza, e alla fine eletta.
Subito dopo, è il turno dello scontro tra Bassolino e il Ministro Luigi Nicolais, finito con l’elezione a coordinatrice provinciale dell’italianista Emma Giammattei, in netto contrasto con il governatore campano. L’incarico di mediare è affidato stavolta al braccio destro di Veltroni, Goffredo Bettini, che trova un compromesso insperato tra le correnti del Pd.
Ma nell’universo campano non c’è spazio solo per Bassolino e compagni. Svolge un ruolo decisivo anche l’Udeur di Clemente Mastella, rappresentato nel consiglio regionale da sette consiglieri oltre che da Sandra Leonardo, che ne è Presidente. In passato, gli attriti tra lei e il Pd non sono mancati: uno degli ultimi, risale ad un paio di mesi fa, ed è legato all’aumento delle indennità dei consiglieri regionali.
Situazione di incertezza anche al Comune, dove l’emergenza rifiuti non ha di certo aiutato a rasserenare il clima: Rifondazione Comunista si è detta contraria alla riapertura della discarica di Pianura, mentre i Comunisti Italiani hanno chiesto un rimpasto e la delega per la gestione della crisi. E gli uomini di Giordano hanno fiutato aria di crisi anche nella giunta regionale, annunciando che “in Campania si è chiuso un ciclo politico”.
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Il Gip di Santa Maria Capua Vetere avrebbe disposto gli arresti domiciliari nei confronti di Sandra Lonardo Mastella, presidente del Consiglio Regionale della Campania e moglie del ministro della Giustizia Clemente Mastella.
Il Gip, secondo quanto si è appreso dall’agenzia Apcom, avrebbe ravvisato gli estremi di una tentata concussione ai danni del dirigente ospedaliero di Caserta. La signora Lonardo, raggiunta al telefono dall’Ansa, prima ha detto di non avere alcuna notizia di un provvedimento di arresti domiciliari nei suoi confronti. Poi, in una nota, ribadisce: “Apprendo dalla televisione una notizia sconcertante, che sarebbero stati disposti gli arresti domiciliari nei miei confronti per tentata concussione. Mi sento assolutamente serena, non ho nulla da temere e fornirò all’autorità giudiziaria qualunque chiarimento che mi venga richiesto”. “Credo” continua il presidente del Consiglio regionale della Campania, Sandra Lonardo “che anche questo è l’amaro prezzo che, insieme a mio marito, stiamo pagando per la difesa dei valori cattolici in politica, dei principi di moderazione e tolleranza contro ogni fanatismo ed estremismo. Affronto tranquilla anche questa battaglia”.
Le indagini sarebbero partite da intercettazioni a carico di un consuocero della signora Mastella. Il marito-ministro si trincera per ora nel silenzio. Il solo impegno al momento confermato è la relazione annuale del Guardasigilli al Parlamento sullo stato della Giustizia in programma alle 10.40 alla Camera.
Gli effetti politici del provvedimento giudiziario nei confronti della signora Lonardo sono però scontati. Il capogruppo dell’Udeur alla Camera Mauro Fabris, commentando la disposizione di arresti domiciliari di Sandra Lonardo, ha detto: “Una scelta dei tempi piuttosto sospetta… Predisporre addirittura gli arresti domiciliari” aggiunge Fabris “per una vicenda che riguarda la sfera amministrativa e che conosco benissimo perché si tratta di un contrasto che va avanti da anni, mi sembra piuttosto esagerato. Ma mi fermo qua, non voglio commentare oltre…”