Leggi tutte le notizie su:
ministro-dellInterno
- Tags: camorra, casalesi, criminalità , Gomorra, Mafia, ministro-dellInterno, panorama in edicola, piovra, Polizia, Roberto Maroni, Roberto-Saviano, Squadra Catturandi, Stato
-

Da strozzare. Così dice Silvio Berlusconi degli autori della Piovra, un cult televisivo di un’epoca fa, quello del commissario Cattani e del boss Tano Cariddi. Da strozzare “per il danno d’immagine che ha arrecato all’Italia”. E Gomorra, allora? Una domanda che Panorama rivolge a Roberto Maroni, ministro dell’Interno. Leggi l’intervista

“Pochi minuti fa abbiamo riportato a Tripoli altri 240 clandestini trovati in mare”. Lo ha annunciato oggi il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, al suo arrivo a gli Stati Generali del Nord a Vicenza. Il responsabile del Viminale ha assicurato che “la linea della fermezza, in materia di immigrazione, continuerà finché gli sbarchi non cesseranno. Accanto a questo continuerà anche l’accoglienza per chi arriva e riesce ad entrare con la verifica se ci sono o meno i requisiti per l’ottenimento dello status di rifugiato. Ma la linea è quella dei respingimenti. Chi non entra nelle acque territoriali italiane sarà rispedito da dove è venuto”, ribadisce con forza Maroni, “così come prevedono le normative internazionali che noi applichiamo rigorosamente. Negli ultimi cinque giorni sono stati respinti oltre 500 clandestini”.
Il tema dei rimpatri tiene banco nel dibattito politico. La Lega ha apprezzato le recenti parole del premier, Silvio Berlusconi (”siamo contrari all’idea di un’Italia multietnica”). “Gli daremo la tessera della Lega perché si è ‘pontidizzato’”, afferma il ministro Roberto Calderoli. “La nostra linea fa proseliti” aggiunge il segretario federale della Lega Nord, Umberto Bossi.
Pieno appoggio alle affermazioni del premier anche dal ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Sostenere che la società italiana debba essere assolutamente convinta che occorra mantenere la propria identità , tradizioni, cultura, non significa che non possono diventare italiani persone di qualunque religione, razza e provenienza, ma significa che non bisogna disperdere la nostra storia che ci vede unici nel mondo”.
Non mancano però le critiche alla linea dura di Maroni e alle frasi di Berlusconi sull’immigrazione. “Strumentalizzare questo tema a fini di campagna elettorale”, attacca Dario Franceschini, “è orrendo e disgustoso. Per coprire le sue imbarazzanti vicende personali e per non parlare della distanza siderale tra le cose promesse in Abruzzo e quello che c’è nel decreto”, afferma il segretario del Partito democratico, “si inventano una cosa simbolica sull’immigrazione. Trovo orrendo che si usino i drammi delle persone per cavalcare un argomento popolare”. Per Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori, “di questo passo in Italia non faremo entrare neanche Obama… Berlusconi”, aggiunge l’ex pm, “non sa neanche che vuol dire la parola multietnica. Poi chi cerca una sola razza sappiamo bene cosa fa…”. Secondo Pier Ferdinando Casini, leader dell’Udc, “chi guida il Paese non deve fare demagogia o compiacere la Lega”, piuttosto “deve risolvere i problemi. Dire no ad una società multietnica significa chiudere le nostre fabbriche, non avere collaborazione per i nostri anziani e delineare una società che non esiste”.
Critiche anche da Laura Boldrini, portavoce dell’Unhcr, l’Agenzia Onu per i rifugiati in alcune dichiarazioni rilasciate a Repubblica. “Respingere in Libia gli immigrati entra in rotta di collisione col diritto di asilo, così come è regolato da leggi nazionali, europee e internazionali. Esiste infatti il principio del non respingimento nel caso di gente bisognosa di protezione. La Libia”, prosegue la Boldrini, “non ha firmato la convenzione di Ginevra sui diritti di rifugiati, non ha un sistema di asilo in linea con gli standard previsti e non possiamo entrare in tutti i centri di detenzione. Non siamo in grado di garantire la loro effettiva protezione se vengono rispediti in Libia, dove stiamo lavorando per avere un riconoscimento formale della nostra presenza potendo così entrare nei centri. Visto che sono stati mandati in un paese che non ha firmato la convenzione di Ginevra, per l’Unhcr sarebbe importante che l’Italia ottenga dalla Libia le rassicurazioni che le persone bisognose di protezione non verranno rimandate nei paesi di origine da cui sono fuggite a causa di persecuzione. In passato”, conclude la portavoce dell’Unhcr, “purtroppo ci sono state situazioni di questo genere e di alcuni non si è mai più saputo nulla”.
Anche la Chiesa interviene sull’argomento. L’Italia multietnica e multiculturale è “un valore” ed esiste già “di fatto”. Lo ha detto all’agenzia Ansa il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, osservando che “il problema è invece il modo in cui le culture e le presenze si rapportano” perché “non si cresce insieme in una accozzaglia disordinata e sregolata”. Una presa di posizione che arriva all’indomani delle dichiarazioni di Silvio Berlusconi, che si era detto contrario all’idea di un’Italia multietnica.
La Cei interviene anche sull’ipotesi di riservare carrozze della metro solo ai milanesi. È “una provocazione assurda, una cosa fuori di testa” afferma monsignor Domenico Sigalini, segretario della Commissione episcopale per le migrazioni. “Credo e spero”, spiega, “che quella della Lega sia soltanto una provocazione anche perché io ho visto vari Paesi in cui c’erano queste distinzioni e ne ero stato molto impressionato. Sono stato in Cina”, racconta il vescovo, “dove addirittura ci sono treni diversi con carrozze per turisti e carrozze per la povera gente”, discriminazioni assurde - osserva il presule - nei confronti degli strati più deboli delle società . “È una roba assurda”, conclude il segretario della commissione Cei per l’immigrazione, “ma credo che sia fuori da ogni considerazione di tipo antropologico”.
Il VIDEO servizio:
La moschea di viale Jenner è al centro di uno scontro (qui il VIDEO servizio di SkyTg24). Dopo che monsignor Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e dialogo dell’Arcidiocesi di Milano, aveva detto che “impedire la preghiera è roba da fascisti”, proponendo anche la costruzione di micro-moschee capaci di ospitare 2-300 persone, vicine ai luoghi di lavoro e alle abitazioni dei fedeli islamici. Il ministro Maroni risponde che le critiche sono frutto di disinformazione: “Non abbiamo parlato di chiuderela. Vogliamo trasferirla in un altro luogo dove siano rispettate le norme”. Tutto è partito dalla visita del ministro dell’Interno alla prefettura meneghina. In quell’occasione è stato sollevato il caso del più grande centro islamico milanese che, non riuscendo a contenere tutti i fedeli (sono circa 4mila), il giorno della preghiera del venerdì, vede centinaia di persone stazionare all’esterno, sui marciapiedi del viale. Con un certo disagio per i passanti.
Ma sulla soluzione a questo problema si è scatenata la polemica. Per il ministro dell’Interno il centro va spostato. Il Comune suggerisce la “moschea a tempo”: cioè affidare in gestione al centro islamico, a pagamento, per qualche ora la settimana un luogo chiuso, in particolare il velodromo Vigorelli. Ipotesi che non trova d’accordo il presidente del centro culturale Abdel Hamid Shaari, disposto a pagare un affitto ma non a una sede “volante”: “Non siamo nomadi della religione. Vogliamo sentirci a casa nostra, nella nostra città . Noi siamo milanesi” dichiara.
L’uscita dell’esponente della Curia non è piaciuta al ministro dell’Interno che risponde con una lunga intervista sul Corriere della Sera. “Di fronte ad accuse pretestuose e pregiudizi il governo va avanti. E se l’opposizione non vorrà seguirci arriverà al suicidio politico” attacca Maroni. “Evidentemente il destino degli uomini per bene come me è ricevere insulti e non replicare. Mi hanno dato del razzista, del nazista e adesso ancora ingiurie. Io seguo la mia linea: non rispondo, spiego”. Poi aggiunge: Io credo che chi fa queste critiche e usa questi toni abbia un problema di scarsa informazione. Noi non abbiamo parlato di chiudere la moschea, anche perché quello di viale Jenner è un centro islamico. Vogliamo trasferirlo in un altro luogo dove siano rispettate le norme igienico-sanitarie, urbanistiche, e i regolamenti comunali, cosa che invece ora non avviene assolutamente”. Poi, ricorda i “diritti dei cittadini milanesi che non possono dormire la notte, girare liberamente per il quartiere, fare ciò che è consentito nelle altre zone”.
Dalla parte del titolare del Viminale si schiera Yahya Pallavicini, vicepresidente della Comunità islamica Religiosa (Coreis) e imam di via Meda a Milano, che lancia anche l’idea in Lombardia di una consulta islamica regionale su modello di quella creata dal Ministero dell’Interno. E nemmeno il vice sindaco di Milano Riccardo De Corato è favorevole al moltiplicarsi delle moschee.
Il ministro Maroni si dice comunque ottimista nell’intravedere la soluzione al problema anche se al momento le posizioni sembrano essere ancora distanti. Proprio dall’opposizione citata dal ministro Maroni, arriva un invito a seguire la linea dell’intransigenza: il presidente della Provincia, Filippo Penati (Pd), suggerisce di multare i musulmani che pregando intralciano il passaggio. “Non capisco perché non sia stato fatto prima”. Del resto, sottolinea Penati, il codice stradale lo prevede in questi casi. “Sempre il Codice” continua Penati “impone alle attività commerciali che vogliano occupare, per esempio con tavolini o chioschi, le sedi dei marciapiedi, di lasciare sempre libera una zona per la circolazione dei pedoni larga non meno di 2 metri. Nel caso delle attività commerciali l’occupazione dei marciapiedi è soggetta ad autorizzazione preliminare e a controlli successivi, che avvengono puntualmente. Entrambi questi articoli inoltre sono soggetti a sanzione se non rispettati. Non si capisce perché i controlli avvengano per le attività commerciali, mentre non si fanno rispettare le norme che riguardano i pedoni”.

Espulsione immediata dei cittadini dell’Unione europea non solo per motivi imperativi di pubblica sicurezza ma anche per prevenzione del terrorismo. È questa la principale novità del decreto legge sulla sicurezzache il Consiglio dei ministri ha approvato assieme a un decreto legislativo che integra il provvedimento che recepiva le norme Ue sulla libera circolazione dei cittadini comunitari.
Il nuovo decreto Amato, 5 articoli in tutto, dà anche una definizione più circostanziata di quelli che sono i “motivi imperanti di pubblica sicurezza” che consentono l’allontanamento dei cittadini Ue, oltre ad attribuire al giudice monocratico (e non più al giudice di pace) la titolarità della convalida delle espulsioni. Il primo articolo ddl sull’allontanamento per motivi di terrorismo è di fatto la proroga del pacchetto-Pisanu varato nel luglio 2005, ma in scadenza al 31 dicembre 2007. Sul varo del provvedimento sulle espulsioni è intervenuto in Consiglio dei ministri il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero, che ha condizionato il suo sì al decreto, alla richiesta di una corsia preferenziale per la legge sull’immigrazione, di riforma della Bossi-Fini, la cui disciplina transitoria scade a fine anno.
Con il nuovo pacchetto di norme sulla sicurezza il governo intende soprattutto porre rimedio al pasticcio tecnico-procedurale delle scorse settimane, quando al Senato, durante la conversione del decreto legge approvato (d’urgenza su pressione del sindaco di Roma, Walter Veltroni) all’indomani dell’assassinio di Giovanna Reggiani ad opera di un romeno, è stata introdotta una norma sull’omofobia contenente, però, un riferimento normativo errato. La norma sull’omofobia, come deciso dai capigruppo della maggioranza, finirà nel ddl che riguarda anche lo stalking da varare in aula contestualmente all’approvazione del decreto.
Qui, in sintesi, le principali novità dei due testi.

Il pacchetto sicurezza, che era così urgente (e lo era) naufraga affondato non dall’opposizione politica o parlamentare ma dal ridicolo nel quale lo ha infilato la maggioranza di governo. Che ora, per non peggiorare le cose, ha deciso di lasciarlo decadere, per vararne un altro nel Consiglio dei ministri del 28 dicembre. L’antefatto è abbastanza noto: per rendere più politicamente corretto, specie per l’estrema sinistra, un insieme di misure contro l’immigrazione clandestina e violenta si inserì nel pacchetto una norma che richiamava esplicitamente il Trattato di Amsterdam, una dichiarazione di principi europea che mira a impedire discriminazioni razziali e sessuali. In particolare ad eccitare Rifondazione comunista e dintorni fu il richiamo “anti-omofobia”. Ciò che non era stato fatto con le coppie di fatto poteva essere minimamente bilanciato con il contentino del trattato di Amsterdam. Che cosa poi tutto questo avesse a che fare con la sicurezza e con le espulsioni dei clandestini chieste a gran voce non dalla destra, ma dal sindaco di Roma e segretario del Pd, Walter Veltroni, resta un mistero. Quel richiamo al Trattato era però un grossolano errore tecnico e giuridico: la norma era scritta così male da risultare inapplicabile, e il Trattato stesso non era stato ancora recepito dal Parlamento italiano. Dunque non si poteva inserire un reato inesistente per il nostro codice in un decreto che inaspriva altri reati. Tutto ciò venne fuori durante il dibattito, anche se l’unico ad accorgersi della portata di questo pasticcio fu l’ex presidente del Senato, Marcello Pera. Incurante, il governo e la maggioranza andarono avanti. Il ministro dell’Interno, anzi, proclamò: “Se non si approvano queste norme mi dimetto”.
Quando il patatrac è divenuto evidente si è pensato di correggerlo alla Camera per poi rispedire il pacchetto al Senato. Ma a quel punto si doveva nuovamente fare i conti con l’estrema sinistra. Dunque il governo ha deciso, una settimana fa “di lasciare le cose come stanno”. Altro errore: il capo dello Stato ha fatto sapere, irritatissimo, che non avrebbe mai firmato un decreto con simili buchi giuridici. Risultato: il provvedimento viene lasciato decadere, sostituito da un nuovo decreto. Mentre Amato resta ben saldo sulla sua poltrona.
Resta da capire che fine faranno i circa 400 clandestini espulsi in base al decreto.
Potrebbero rientrare? Possibile. Ma soprattutto è intuibile con quale stato d’animo e quali strumenti giuridici si muoveranno ora le forze dell’ordine e i prefetti. La sicurezza, un’emergenza fino a poche settimane fa, dopo l’omicidio di Giovanna Reggani, finisce anche quella nel tritatutto dei contrasti nella maggioranza. Sembra una maledizione.

Dopo il pasticcio delle nomine nel Cda della Rai, dell’allontanamento del generale Roberto Speciale dalla Guardia di Finanza, dopo gli errori sull’Iva e sulle liberalizzazioni, ora tocca a una questione che interessa direttamente i cittadini. Un tempo si diceva: la sinistra non è allegra, ha il vizietto delle tasse, però tecnicamente è inattaccabile. Beh, ora rischiano di restare l’umor cupo, e le tasse.
Il VIDEO servizio:
- Tags: Antonio-Manganelli, carabinieri, cittadini, clandestini, Gianfrancesco-Siazzu, Giuliano-Amato, ministro-dellInterno, pacchetto-sicurezza, Polizia, rom, rumeni, sindaci, vigilanza
-

I vertici delle forze dell’ordine si sono quasi messi le mani nei capelli. Sia Antonio Manganelli, capo della polizia, sia Gianfrancesco Siazzu, comandante generale dei carabinieri, sono convinti che il pacchetto sicurezza, così come sta venendo fuori dalle mediazioni della maggioranza, non servirà praticamente a nulla mentre porterà parecchi guai. Perplessità fatte trapelare finora in maniera più che diplomatica, ma se si scende ai piani più bassi affiora la protesta e perfino la rabbia.
I motivi: il pacchetto è del tutto privo di copertura finanziaria. Non solo: cade proprio mentre il governo introduce tagli alle forze di polizia che vanno ad aggiungersi a quelli, cospicui, del 2007. In totale mancavano all’appello, prima del varo del pacchetto, circa due miliardi di euro. Figuriamoci adesso. Secondo motivo: il governo affida ai prefetti la responsabilità dell’espulsione di cittadini comunitari se si verificano tre condizioni: motivi di sicurezza pubblica, mancanza di risorse economiche per il soggiorno e “quando un cittadino dell’Unione europea o un suo familiare abbia tenuto comportamenti che compromettono la tutela della dignità umana o dei diritti fondamentali della persona, ovvero l’incolumità pubblica rendendo la sua permanenza incompatibile con l’ordinaria convivenza”.
Una formulazione omnibus che può voler dire tutto o niente (infatti l’estrema sinistra la interpreta in maniera selettiva, mentre il Pd sostiene che basterà a tenere alla larga vaste schiere di malintenzionati), ma soprattutto che fa a botte con il diritto. Nessuna delle tre tipologie è prevista dal codice penale: “Così” ragiona Achille Serra, ex prefetto di Roma “si creano i presupposti per sfilze di interminabili ricorsi”.
Ovviamente anche l’aspetto economico influisce sul malessere delle forze dell’ordine. “Come si fa a varare misure di polizia così vaste senza dotarci dei mezzi adeguati?” sostiene un dirigente dei carabinieri. Per esempio, il solo “accompagnamento coatto”, insomma l’espulsione, tra spese di istruzione della pratica, scorta dei delinquenti e biglietto aereo costerebbe qualche migliaio di euro a caso. Più il costo dell’indagine.

Il paradosso è che nei mesi scorsi, quando la Romania è entrata nell’Ue, il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha ammesso di aver compiuto un errore tecnico, attribuendo a se stesso e non alle prefetture la responsabilità di proporre le espulsioni. Il che non solo ha privato le forze sul campo della libertà di operare, ma ha creato una serie di conflitti di competenza con la magistratura: quale giudice deve convalidare le espulsioni, con che giurisdizione?
Secondo polizia e carabinieri sarebbe stato molto meglio ampliare i delitti punibili penalmente (per esempio la prostituzione per strada o l’accattonaggio) e perseguibili d’ufficio: un po’ come si è fatto per la violenza negli stadi. O istituire la banca dati delle impronte digitali o del Dna. Ma soprattutto tirar fuori fondi e mezzi che il governo Prodi, finora, ha sempre negato.
- Tags: cittadini, criminalità , Giuliano-Amato, ministro-dellInterno, Napoli, omicidio, Polizia, rapina, sicurezza, sindaci, vigilanza
-

All’ennesimo morto ammazzato - il tabaccaio Francesco Gaito di Sant’Antimo, Napoli - ecco materializzarsi da parte del governo il “pacchetto sicurezza”. Il termine “pacchetto” già non promette bene: è sinonimo di misure spezzettate, nessuna delle quali realmente incisiva. Studiate più per non scontentare nessuna delle parti in causa che per risolvere i problemi. I precedenti, pacchetto casa, pacchetto previdenza, pacchetto welfare, pacchetto tasse, sono lì a dimostrarlo.
Il pacchetto sicurezza è infatti un compromesso tra governo e sindaci. Questi ultimi da mesi sono protagonisti di misure sull’ordine pubblico che hanno guadagnato le prime pagine: dai lavavetri di Firenze agli zingarelli di Livorno, tutti finiti nel mirino di primi cittadini di sinistra. Un tempo la sicurezza, strettamente connessa con l’immigrazione, era un cavallo di battaglia del centrodestra. Contestatissimo: basta pensare ai cosiddetti sindaci-sceriffi di Treviso e Verona. Ora la sinistra ha scoperto che la sicurezza è un argomento sensibile, che magari rende in termini di consenso. E dunque ci si è gettata a capofitto, ma in ordine sparso.
Si moltiplicano anche le ricette per la prostituzione e la droga, tra stanze del buco (qui il FORUM) e parchi dell’amore, telecamere e avvisi a casa. Nessun sindaco, però, ha voluto accettare i poteri di polizia, sia pure limitati all’ordine pubblico: troppe responsabilità , troppi rischi di impopolarità .

Da qui il compromesso. E infatti nel pacchetto c’è di tutto: rafforzamento di misure cautelari, giro di vite sui beni confiscati, potenziamento degli uffici giudiziari, procedimenti d’ufficio contro i graffitari, test antidroga, delega ai sindaci di “firmare ordinanze” (ma non ce l’hanno già ?), potere ai prefetti di espellere extracomunitari pericolosi, rinforzi per il personale di polizia “recuperando agenti negli uffici”.
Trovate qualcosa di strano? Sì, si tratta di misure già note, già annunciate mille e mille volte. Insomma, un accordo al ribasso tra il ministro dell’Interno, Giuliano Amato, e l’Anci, l’associazione dei comuni d’Italia. A parte la cronica mancanza di fondi e personale - per esempio negli uffici giudiziari - e l’improbabile annuncio di “soldi da trovare nella Finanziaria”, c’è un punto che mina alla base la credibilità del pacchetto: sarà un disegno di legge che dovrà prima ottenere l’ok del Consiglio dei ministri, poi quello della Conferenza Stato-regioni, infine del Parlamento. Con la situazione attuale nella maggioranza e in Senato, un itinerario che definire irrealistico è dir poco.
Se siamo di fronte a un’emergenza, allora bisognava agire per decreto. Lo si fece per gli stadi, non si è trovato modo di farlo per i morti nelle strade. Ma oggi chi ha la forza di imporre un decreto?
Il VIDEO servizio: