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Ipse dixit. Calderoli semplifica così Noemi: “Non è così bella ed è di Napoli”

Roberto Calderoli

È ministro della Semplificazione (legislativa) il leghista Roberto Calderoli. Suo compito è quindi ridimensionare, sfoltire e semplificare. E non solo gli elefantiaci tomi delle leggi  italiani, ma anche i concetti, le questioni,  le opinioni.
L’ultima che ha espresso  il ministro del Carroccio, in un’intervista a tutto campo al sito Affaritaliani.it sul caso Noemi è l’esempio perfetto.
La ragazza di cui tanto si è parlato in quest’ultimo mese ha due difetti, per Calderoli: “Non è neanche tanto bella (l’é gnanca tant bela - dice in dialetto il ministro bergamasco, ndr) ed è napoletana”.
“Quindi”, prosegue Calderoli, nel bel mezzo di un tour elettorale a Cinisello Balsamo, “a me interessa zero. E non cado nel tranello…”. Quale tranello?
“Parlare di Noemi per non parlare di quel che ha fatto il governo, che ha fatto tanto e bene. A partire dai quattro ministri leghisti che hanno corso da matti… Bossi, Maroni, Zaia, e se permette anch’io…”.
Una foto di Noemi Letizia

E allora via con gli altri temi. Un appello a Berlusconi: “Basta con Napoli, torna ad Arcore”. Un rimbrotto al presidente della Camera: “Fini è bravo ma i suoi voti li prendiamo noi”.
Un de profundis per il Pd: “Conquisteremo le piazze rosse: Franceschini si trovi un lavoro, da lunedì sarà disoccupato”.
Una proposta che fa discutere: “Voglio la busta paga federale: più grassa al Nord perché la vita costa di più”.
Una rivendicazione orgogliosa: “A Lampedusa abbiamo fermato il business dell’immigrato”.

E voi che ne dite? Quali di queste affermazioni del ministro Calderoli vi convince di più o di meno?

Fini scrive a Maroni: negativa la norma sui “presidi-spia”

Gianfranco Fini

Una lettera di due pagine al ministro dell’Interno, Roberto Maroni, inviata alla vigilia del ponte del primo maggio. Mittente: il presidente della Camera Gianfranco Fini. Che il 30 aprile si è rivolto al titolare del Viminale per segnalare eventuali “problemi di costituzionalità” di una norma, contenuta nel disegno di legge sulla sicurezza che di fatto impedirebbe l’iscrizione alla scuola dell’obbligo dei bambini stranieri, se figli di genitori clandestini.
Da sottolineare la tempistica: è alla vigilia del dibattito parlamentare sul ddl (che entrerà nel vivo a Montecitorio martedì 5 maggio con un esito tutt’altro che scontato visto che, sempre martedì, un vertice di maggioranza dovrà decidere se mettere o no la fiducia) che il presidente Fini torna sul tema a lui molto caro dell’immigrazione e dell’integrazione degli stranieri in Italia.
Dopo gli interventi contro i cosiddetti “medici spia”, poi stralciati dal provvedimento, la seconda carica dello Stato chiede insomma chiarimenti sui “presidi spia”. A rendere noto il contenuto della lettera è stato lo stesso Fini,  partecipando a un incontro sulla Costituzione e sul ruolo del Parlamento con alcuni studenti. “Nel disegno legge sulla sicurezza” ha detto Fini, rispondendo alla domanda di un ragazzo “c’è una norma per la quale ogni volta che ci si vuole interfacciare con la pubblica amministrazione occorre presentare un documento di identità, ma per un cittadino straniero occorre il permesso di soggiorno”. E poiché un clandestino non ha alcun tipo di documento di riconoscimento valido in Italia, Fini ragiona: “Se la norma è interpretata in un certo modo, arriviamo all’estremo che un bambino non potrebbe nemmeno frequentare la scuola dell’obbligo se i genitori non hanno il permesso di soggiorno”. “Per questo” ha rivelato Fini “ho chiesto un chiarimento a Maroni”.
Chiarimento chiesto per iscritto: “A prescindere dal giudizio su tale eventualità (a mio avviso negativo) che appartiene al dibattito politico, ti faccio presente” si legge nella lettera inviata da fini a Maroni “che si porrebbero problemi di costituzionalità e che da un attento esame della principale legislazione europea in materia di istruzione degli stranieri, non si evince alcuna normativa volta a discriminare l’esercizio del diritto allo studio da parte di minori stranieri”.
L’articolo cui Fini si riferisce nella sua lettera è quello che introduce il concetto secondo il quale lo straniero, per avere diritto a qualsiasi tipo di prestazione pubblica, compresa l’iscrizione a scuola, dovrà presentare il permesso di soggiorno. In caso contrario, scatta l’obbligo di denuncia perchè la clandestinità, con questo ddl, diventa reato. E, secondo il codice penale vigente, se non si denuncia un reato lo si commette a propria volta.
Secondo Fini, quindi, la disposizione - subordinando la fruizione di pubblici servizi alla presentazione di “documenti inerenti al soggiorno” presso gli uffici della nostra amministrazione - “impedisce che di questi servizi possano godere gli stranieri privi dei predetti documenti. Ciò fa sorgere, soprattutto a livello applicativo un problema di compatibilità” con altre norme. “Un solo esempio delle conseguenze - spiega Fini - che ne deriverebbero: ai minori stranieri verrebbe negata l’iscrizione alla scuola dell’obbligo ed il conseguente diritto all’istruzione che è attualmente tutelato, indipendentemente dalla regolarità della posizione in ordine al loro soggiorno, nelle forme e nei modi previsti per i cittadini italiani”.

Atenei, l’Onda di Napolitano: “Ricerca per lo sviluppo, no a tagli indiscriminati”

Giorgio Napolitano

Le università italiane necessitano di “valutazioni e interventi pubblici puntuali” ed è necessario rivedere alcuni tagli che, sebbene dettati da motivi di bilancio, sono risultati “indiscriminati”.
Eccolo, il nuovo richiamo del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che stavolta invoca più risorse pubbliche per gli atenei italiani. Un intervento che pare così avallare (solo nei contenuti) le proteste che gli studenti universitari dell’Onda inscenarono, tra ottobre e novembre scorsi, in varie città d’Italia contro la riforma del minsitro Gelmini.
Dall’università di Perugia, dove partecipa alla cerimonia per il VII centenario della fondazione dell’ateneo, Napolitano si augura che “siano maturi i tempi per un riesame e un ripensamento di decisioni di bilancio ancorate a una logica di tagli indiscriminati”.
Bisogna “guardare con coraggio a quel che oggi è in Italia il mondo della ricerca, e quello che all’estero, nel mondo, ci si aspetta da noi”. Infatti, ha aggiunto Napolitano, “La ricerca e la formazione sono la leva fondamentale per la crescita dell’economia. Questa è una verità difficilmente contestabile, e apparentemente non contestata nel nostro Paese”. Parola chiave, che Napolitano sottolinea leggermente con il tono della voce, è “apparentemente”. E questo è “un tema cruciale”, data la “situazione del Paese che è di straordinaria difficoltà per via della crisi economica e finanziaria e dei pesi che l’Italia si porta” da molto tempo.

Tra questi “l’ingente debito pubblico”. “Ma proprio per questo, a maggior ragione tutte le forze responsabili del Paese devono salvaguardare il nostro capitale umano, evitando la dispersione di talenti e dei risultati” del nostro sistema scolastico e universitario. Questi troppo spesso “non sono tradotti in occasioni di lavoro e di sviluppo”.
La leva di tutto deve essere una accurata politica che sappia tenersi saggiamente in equilibrio tra il rigore della spesa e la necessità dell’investimento lungimirante. Per questo il Capo dello Stato si augura che non ci si ispiri solamente ai tagli quando si parla di università. Vorrebbe dire che si è sbilanciati.
Napolitano rivendica il diritto di fare dei richiami pubblici rispetto alla “situazione difficile” determinata dalla grave crisi economica e finanziaria. “Fa parte” dice “delle mie responsabilità dettate dalla Costituzione e richieste da una situazione di straordinaria difficoltà del Paese per una crisi che ha investito la finanza e l’economia mondiale e che in Italia sconta il retaggio, per molti aspetti, di vicende pluridecennali”.
Dopo aver ascoltato con grande attenzione la relazione del rettore dell’Università perugina, il quale ha sottolineato i livelli di eccellenza ancora presenti negli atenei italiani nonostante il costo terribile - in termini anche monetari: “Costa all’erario statale ogni anno 1 miliardo e mezzo di euro” - della fuga dei cervelli all’estero, Napolitano ha colto queste osservazioni per una riflessione sull’Università, la crisi economica e i problemi del bilancio statale. Il Capo dello Stato è partito ricordando come siano state le Università, nel Medioevo, a costituire il momento iniziale della nascita dell’Europa. E allora bisogna “coltivare il senso delle nostre radici”.

Una giornata di lezione in piazza a Milano

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La Romania all’attacco: “Governo italiano incita alla xenofobia”

Romeni controllati dalla polizia

Forse parlare di incidente diplomatico sarebbe troppo. Ma è certo che i rapporti tra Roma e Bucarest potrebbero diventare più freddi dopo le parole, dure, che il ministro degli Esteri romeno Cristian Diaconescu ha usato nell’esprimere il suo parere di fronte ai tanti fatti di cronaca nera di cui si sono resi protagonisti cittadini romeni.

Pur definendo “deplorevoli” i reati commessi dai connazionali all’estero, il ministro Diaconescu ha definito, parlando alla radio statale Romania Actualitati: “alcuni atteggiamenti, soprattutto da parte di alcuni rappresentanti del governo italiano volti, attraverso una retorica molto aggressiva e provocatrice, a incitare alla xenofobia”. E ancora Diaconescu ha sottolineato come “questo non sia un comportamento europeo”.
“In Italia esiste un certo atteggiamento al livello della classe politica, del governo, che non riesco a spiegarmi”, ha proseguito il ministro. “Ogni Stato ha il diritto sovrano di sanzionare con la durezza che ritiene necessaria i reati commessi da qualsiasi persona, ma non è giusto lanciare l’anatema contro un’intera comunità “. Inoltre ha ricordato che nelle ultime settimane Bucarest ha avuto contatti diretti con Roma per cooperare nei casi di delinquenza ad opera di romeni.
Ricordando la prossima apertura di nuovi consolati in Italia e Spagna, Diaconescu ha sottolineato che, all’estero, i romeni devono capire che “la migliore immagine sarà quella creata da loro stessi”.

Opinioni che hanno lasciato “profondamente stupito” il ministro degli Esteri Franco Frattini. Il responsabile della farnesina ha poi voluto mettere in chiaro che l’esecutivo non ha “utilizzato espressioni che possano essere considerate xenofobe”. Di più, scrive Frattini in una nota, presentata ufficialmente all’Ambasciatore romeno in Italia: “Il governo italiano deplora ogni forma di violenza indipendentemente dalla nazionalità di chi la commette. Non risulta in nessun modo che membri dell’esecutivo abbiano utilizzato espressioni che possano essere considerate xenofobe”.

Un botta e risposta dai toni caldi, nel quale ha voluto dire la sua anche la delegata del sindaco di Roma ai rapporti con la comunità romena, Ramona Badescu: “I mass media hanno dato tantissimo spazio, troppo, a fatti di cronaca commessi da romeni e questo non ha fatto altro che ingenerare pregiudizi. Ma un popolo intero non può pagare per tutti”.
“Noi chiediamo pene esemplari per chi commette reati, magari facendo scontare la pena nelle carceri romene che sono molto più dure di quelle italiane” aggiunge l’ex miss Romania, ricordando che i romeni in Italia sono 1.200.000, di cui 80.000 nel Lazio, e contribuiscono all’1,2% del pil, “ma chiediamo anche di non generalizzare, cosa che ha detto anche il sindaco Alemanno. Ma basta con la demonizzazione dei romeni sui media”.

Sui numeri è giunta poi la puntualizzazione della Caritas diocesana di Roma. Secondo l’ultimo censimento, l’incidenza dei romeni sul totale della popolazione romana lievita, andando ben oltre la media nazionale. Questo è uno dei dati principali del quinto rapporto sull’immigrazione redatto dall’ Osservatorio romano sulle migrazioni, le cui conclusioni riportano come: “Oggi l’atteggiamento nei confronti dei romeni (la prima comunità straniera di Roma) non è benevolo. Necessario attivare uno sforzo maggiore sostenendo percorsi concreti di integrazione e, nello stesso tempo, vigilando per prevenire fenomeni di devianza”. Tanto più che stando alle previsioni elaborate dall’Istat per i prossimi anni si verificherà un sostanziale raddoppio degli stranieri nel Lazio che dal 2010 al 2030 passeranno da 470 mila unità a 820 mila con un tasso medio annuo di crescita pari al 3,7%, 16 volte superiore a quello dell’intera popolazione.
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La condotta secondo la Gelmini: il voto farà media, col 5 si boccia

Mariastella Gelmini

Indietro non si torna. Sul voto in condotta, soprattutto sul 5 che boccia, interviene il ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, al Gt ragazzi, per dire - e ribadire - che il voto in condotta farà media con le altre materie: “Perché” ha detto il ministro “sappiamo che l’aumento degli episodi di bullismo preoccupa molto genitori e insegnanti. Si torna quindi” continua il ministro “a una scuola del rigore che fa del comportamento un elemento significativo per formare la personalità dei ragazzi”.
Per quanto riguarda gli sms sulle assenze a scuola dei ragazzi spediti ai genitori il ministro ha detto che “il costo non la preoccupa. Gli sms sono già utilizzati da alcune scuole” ha sottolineato il Ministro “e funzionano benissimo”.

Dopo le polemiche dei giorni scorsi e le prese di posizione di studenti e genitori, il ministero dell’Istruzione è tornato sull’argomento condotta, annunciando di voler fare chiarezza sulle norme del decreto emanato il 16 gennaio.
“Il ritorno al voto in condotta come momento che influisce sulla valutazione complessiva degli alunni” spiega viale Trastevere “è stato un passaggio fondamentale verso il ripristino di una maggiore serietà a scuola”. A tal riguardo il Miur “sta ora preparando il Regolamento di coordinamento delle norme relative alla valutazione, previsto dall’articolo 3 della legge 169/2009″. Serietà che il ministro Gelmini vuole riportare anche con l’uso delle tecnologie, come gli sms per controllare le assenze.
Con il regolamento sul voto in condotta, saranno, tra l’altro, meglio ridefiniti i criteri della valutazione del comportamento. In pratica sarà data maggiore libertà alle scuole di decidere in autonomia quando assegnare il 5 in condotta. In merito, il limite dei 15 giorni di sospensione per l’attribuzione dell’insufficienza, contenuto nel decreto sulla valutazione del comportamento emanato lo scorso 16 gennaio, potrebbe essere eliminato già a partire dagli scrutini del secondo quadrimestre. Con il regolamento allo studio dei tecnici del Ministero, infatti, le norme contenute nel decreto del 16 gennaio n. 5 saranno meglio qualificate, anche alla luce dei nuovi e gravi fatti di violenza a scuola che si stanno registrando in questi giorni”.
Secondo il decreto (oggi recepito anche dalla provincia autonoma di Bolzano che però non metterà i voti ma lascerà i giudizi alle elementari), con una insufficienza in condotta si potrà essere bocciati. Le scuole, comunque, possono prevedere nei propri regolamenti interni ulteriori criteri e iniziative per la prevenzione dei comportamenti sanzionabili.

Nel testo (5 articoli) si stabilisce che la valutazione del comportamento espressa in sede di scrutinio intermedio o finale “non può riferirsi a un singolo episodio, ma deve scaturire da un giudizio complessivo di maturazione e di crescita civile e culturale dello studente in ordine all’intero anno scolastico”.
E il consiglio di classe “tiene in debita evidenza e considerazione i progressi e i miglioramenti realizzati dallo studente nel corso dell’anno”. L’attribuzione di un voto in condotta insufficiente (inferiore a 6) al momento dello scrutinio finale presuppone dunque che il Consiglio di classe abbia accertato che allo studente durante l’anno sia stata comminata una sanzione disciplinare (allontanamento temporaneo dello studente dalla scuola per periodi superiori a 15 giorni) e che, “successivamente alla irrogazione delle sanzioni di natura educativa e riparatoria previste non abbia dimostrato apprezzabili e concreti cambiamenti nel comportamento”.

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Discutine sul FORUM: Torna il 5 in condotta col rischio bocciatura: un possibile ricatto?

Andreotti: 90 anni da divo, perché il “Potere logora chi non ce l’ha”

Giulio Andreotti

Novant’anni, la gran parte dei quali ai vertici della politica italiana. È sulla scena da più tempo della regina Elisabetta. È il politico italiano più blasonato, sette volte alla guida del governo, uno dei leader democristiani più votati; ma per i suoi nemici e detrattori è stato “Belzebù”, circondato da una fama di politico cinico e machiavellico che lui stesso, in fondo, amava coltivare.

Si sta parlando di Giulio Andreotti (qui il suo profilo all’Assemblea Costituente), ovviamente. La sua vita è una lunga sequenza di date che scandiscono prima il suo cursus honorum, poi la sua odissea giudiziaria: insomma la storia politica d’Italia. Queste le principali tappe, scandite dalle sue proverbiali battute.
Un giorno del 1927, un bambino di otto anni si trovava su un tram che percorreva rumorosamente le strade di Roma. D’improvviso, un uomo zoppicante, nel tentativo di portarsi verso l’uscita, gli montò sui piedi. Il bambino fece una smorfia di dolore, e l’uomo, imbarazzato, si scusò dicendo di essere un mutilato. Il piccoletto alzò lo sguardo e replicò freddamente: “Se tutti i mutilati passassero sui miei piedi, sarei rovinato…”. Da quel lontano 1927 a oggi, Andreotti ha partorito centinaia di motti di spirito e aforismi, freddure e definizioni fulminanti: alcune sono entrate nei dizionari e nelle enciclopedie, e hanno contribuito ad alimentare la fama di politico freddo e cinico del suo autore.
Come la classicissima “il potere logora chi non ce l’ha”, pronunciata nel 1951 durante un dibattito parlamentare. Il giovane parlamentare democristiano rispose così a un avversario di De Gasperi che chiedeva al presidente del consiglio di farsi da parte, visto che aveva raggiunto gli ottant’anni ed era ormai logorato dall’esercizio del potere. Da allora la frase è restata incollata al suo autore come il motto di una nobile casata su uno stemma araldico. A volte velenose, a volte bonariamente ironiche , le battute andreottiane, che gli appassionati del genere possono consultare nel libro “Il potere logora… ma è meglio non perderlo” uscito qualche anno fa da Rizzoli, non hanno risparmiato nessuno.
Politici, magistrati, generali, uomini di Chiesa, frequentatrici di salotti “à la page”: Andreotti si è sempre divertito a gelare chi gli stava antipaco. “È vero, la signora ha due occhi bellissimi, specialmente uno”, disse l’allora sottosegretario allo Spettacolo (era il 1954) in un salotto romano, gelando una donna un po’ troppo vanitosa: Groucho Marx non avrebbe saputo fare di meglio. Autoironico all’occorrenza (”Non ho vizi minori”, ama dire per spiegare la sua avversione per il fumo), Andreotti ha sempre dato il meglio di sé quando si trattava di sfoderare un’ironia corrosiva. “De Gasperi” ha raccontato un giorno durante una conferenza sul suo antico maestro “disse un giorno a mia moglie che in vecchiaia io sarei diventato più maligno di Francesco Saverio Nitti. La presi come una lode, perché voleva dire che pensava che a trent’anni non lo fossi ancora molto”. Alcuni urticanti giudizi passati alla storia, Andreotti nega di averli mai pronunciati. Quella contro De Sica e i film neorealisti (”i panni sporchi si lavano in famiglia”), sembra che non sia mai uscite dalle sue labbra.
Mentre la celeberrima “a pensar male del prossimo si fa peccato, ma si indovina”, ha una sua storia: Andreotti la ascoltò nel 1939 sulla bocca del vicario di Roma Marchetti Selvaggiani, quando studiava Giurisprudenza all’Università Lateranense. E da allora l’ha ripetuta in varie occasioni. Il problema è che, a furia di sentirglielo dire, qualcuno cominciò ad applicarla anche a lui. E cominciarono i guai politici e giudiziari, che Andreotti ha commentato con amaro sarcasmo: “A parte le guerre puniche, mi attribuiscono di tutto”. Confidava nei giudici, ma gli tornava quello che aveva scritto molti anni prima sulla loro imparzialità : “Perché la bellissima frase ‘La Giustizia è uguale per tutti’ è scritta alle spalle dei magistrati?” Per conoscere Andreotti, dunque, vale più una sua battuta che un’intera collezione di scritti. I “due forni” della destra e della sinistra dove la Dc doveva cambiare il pane a secondo delle circostanze (altra invenzione di Andreotti) descrivono alla perfezione 50 anni di storia democristiana. A chi gli chiedeva un commento alla sua tendenza politica a “tirare a campare” senza prendere di petto le difficoltà, rispondeva sornione: “Meglio tirare a campare che tirare le cuoia…”.
Anche perché Andreotti, consapevole delle sue debolezze e manchevolezze, sa che per l’aldilà dovrà affidarsi al perdono del Giudice Supremo: “Se mi salverò l’anima” ha scritto qualche anno fa “sarà solo per misericordia divina, una specie di amnistia ultraterrena”.

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Università, via libera della Camera: il decreto Gelmini è legge

Maria Stella Gelmini nell'Aula di Montecitorio

Il decreto Gelmini di riordino del sistema univerisitario è legge. La Camera lo ha approvato, definitivamente, con 281 voti a favore, 196 contrari e 28 astenuti. Nel corso delle dichiarazioni di voto, si sono espressi a favore i gruppi di maggioranza (Pdl e Lega), contrari Pd e Idv. L’Udc ha optato per l’astensione, “per offrire un’apertura di credito nei confronti del ministro Gelmini”.
Che, da parte sua, ha espresso grande soddisfazione: “L’Università oggi cambia. Valorizzato il merito, premiati i giovani, affermata la gestione virtuosa degli atenei e introdotta più trasparenza nei concorsi all’Università per diventare professori o ricercatori. Da questi 3 pilastri” sottolinea il ministro “non si potrà prescindere”.
Anche perché il compito del ministro, d’ora in poi, è quello di rimettere in piedi un sistema per il quale, stando ai dati di Eurostat, l’istituto statistico della commissione Europea, l’Italia spende il 4,4% del Pil, posizionandosi sestultima nella Ue, prima solo di Spagna, Grecia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania. Dati rilevati da, secondo i quali nel 2005 la spesa pubblica degli stati membri della UE per l’istruzione è pari, in totale, al 5% del pil.

Ecco le principali innovazioni contenute nella legge per cambiare volto all’università italiana.
Trasparenza dei concorsi. Le commissioni che giudicheranno gli aspiranti professori universitari di prima e seconda fascia saranno composte, a differenza di quanto accadeva fino ad ora, da 4 professori sorteggiati da un elenco di commissari eletti a loro volta da una lista di ordinari del settore scientifico disciplinare oggetto del bando e da 1 solo professore ordinario nominato dalla facoltà che ha richiesto il bando. Si evita così il rischio di predeterminare l’esito dei concorsi e si incoraggia un più ampio numero di candidati a partecipare.
Reclutamento dei ricercatori In attesa di un riordino organico del sistema di reclutamento dei ricercatori universitari le commissioni che giudicheranno i candidati al concorso saranno composte da 1 professore associato nominato dalla facoltà che richiede il bando e da 2 professori ordinari sorteggiati da una lista di commissari eletti tra i professori appartenenti al settore disciplinare oggetto del bando. La valutazione dei candidati avverrà secondo parametri riconosciuti anche in ambito internazionale.
Assunzioni Le università con una spesa per il personale troppo elevata (più del 90% dello stanziamento statale) non potranno effettuare nuove assunzioni. La norma pone un freno alle gestioni finanziarie non adeguate di alcune università (soprattutto nel rapporto entrate-uscite). Da oggi le università che spendono più del 90% dei finanziamenti statali (Fondo di Finanziamento Ordinario) in stipendi non potranno bandire concorsi per docenti, ricercatori o personale amministrativo.
Ricercatori Per favorire l’assunzione dei giovani ricercatori, il blocco del turn over (a quota 20% nelle altre amministrazioni) viene elevato al 50%. Delle possibili assunzioni presso le Università, almeno il 60% dovrà essere riservato ai nuovi ricercatori. I bandi di concorso per posti da ricercatore già banditi sono esclusi dal turn over. 2300 ricercatori dunque saranno esclusi dal blocco del turn over. Gli enti di ricerca sono esclusi dal blocco delle assunzioni che è entrato in vigore per tutte le amministrazioni pubbliche. Queste tre iniziative permetteranno di assumere 4000 nuovi ricercatori.
Fondi alle università migliori. Più finanziamenti (cioè il 7% del Fondo del Finanziamento Ordinario e del Fondo Straordinario della Finanziaria 2008) saranno distribuiti alle Università migliori: quelle con offerta formativa, con qualità della ricerca scientifica, qualità, efficacia ed efficienza delle sedi didattiche migliori. Le università più virtuose saranno individuate in tempi molto brevi attraverso i parametri di valutazione Civr (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca) e Cnvsu (Comitato nazionale valutazione del sistema universitario). Per la prima volta in Italia si distribuiscono soldi alle Università in base a standard di qualità.
Diritto allo studio. Per la priva volta in Italia tutti gli aventi diritto avranno la borsa di studio. L’incremento di 135 milioni di euro sarà destinato ai ragazzi capaci e meritevoli, privi di mezzi economici. 180 mila ragazzi oggi sono idonei a ricevere la borsa di studio e l’esonero dalle tasse universitarie, ma solo 140.000 li ottengono di fatto già oggi. 65 milioni di euro sono stanziati per nuove strutture per il 2009: 1700 posti letto in più per studenti universitari. Saranno realizzati progetti per le residenze universitarie.

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Napolitano si appella al Parlamento: “Basta tensioni. Servono riforme bipartisan”

Giorgio Napolitano

Immediata e condivisa: così dev’essere la riforma della giustizia secondo il Presidente Napolitano. In un mondo politico ancora sotto shock per gli ultimi provvedimenti giudiziari che colpiscono nel giro di 24 ore tre parlamentari di entrambi i poli, è il presidente della Repubblica a rompere ogni indugio.
C’è un rischio di “arbitrio”, spiega il Capo dello Stato in un Quirinale bardato festa per lo scambio di auguri natalizi tra le massime autorità dello Stato, che va contrastato. I comportamenti di molti Pm, aggiunge, devono essere regolamentati perché spesso cedono a “personalismi” che non possono essere accettati. La Costituzione, poi, prosegue, si può benissimo ritoccare anche se questo dovrebbe avvenire d’intesa tra le forze politiche. E si può benissimo riformare il Csm. I poli concordano ed esponenti di maggioranza e opposizione commentano l’ appello affermando di “condividere parola per parola”.

Il più ottimista sembra il leader della Lega - e ministro delle Riforme - Umberto Bossi, presente al Quirinale con l’immancabile figlio Renzo. La “bacchettata” di Napolitano alle toghe, come la definiscono poi diversi parlamentari del Pdl, gli è piaciuta, come l’invito a fare il federalismo. E così, durante il rinfresco che segue al discorso del Capo dello Stato, il Senatur sintetizza in puro stile padano: “Stavolta ce la faremo” avverte “faremo la riforma del federalismo e poi quella della giustizia, altrimenti le istituzioni si sputtanano”.
Ed è esattamente questo il sentimento che serpeggia nei Palazzi della politica all’indomani dei provvedimenti giudiziari che colpiscono Salvatore Margiotta (Pd), Italo Bocchino (Pdl) e Renzo Lusetti (Pd). Provvedimenti che arrivano proprio quando le polemiche per la guerra tra le procure di Salerno e di Catanzaro ancora non si sono sopite. Anche se in Giunta per le Autorizzazioni della Camera sugli ultimi due ancora non è arrivata nessuna richiesta formale.

Il clima, insomma, è teso e in molti, soprattutto nel Pdl, leggono negli atti giudiziari una sorta di “pressione” che starebbero esercitando le toghe sul Parlamento per evitare che si arrivi a fare una riforma condivisa. Sul punto Gaetano Pecorella (Pdl) è esplicito: “Questo è il momento di dire: potete arrestare anche metà dei parlamentari, ma l’altra metà andrà avanti a fare le riforme!”. Sulla necessità di non fare passi indietro sul cammino delle riforme sembrano tutti d’accordo. Anche se la maggioranza sembra voler fare azione di pressing sul centrosinistra. Obiettivo: far capire che non è più tempo di fare barricate in difesa della magistratura. Lo strapotere delle toghe, incalzano deputati Pdl, “è indiscutibile e va fermato”.
“La tempistica di questi episodi lascia perplessi” ammette il ministro per gli Affari Regionali Raffaele Fitto “ma è finita l’asserita superiorità morale della sinistra”. Il Pd, sostiene poi il capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto, “non parli mai più di questione morale”. E pensi piuttosto, incalzano Isabella Bertolini e Jole Santelli, a fare al più presto una riforma della giustizia davvero ‘bipartisan’.

E proprio arrivare ad una riforma condivisa è l’obiettivo che si prefigge il ministro Guardasigilli Angelino Alfano che oggi ha incontrato, prima una delegazione del Pd a Montecitorio e poi una dell’Udc a Largo Arenula. Per arrivare in serata a Palazzo Grazioli per fare il punto con il premier. I Democratici, guidati dal ministro-ombra della Giustizia Lanfranco Tenaglia, illustrano le loro proposte e lanciano l’idea di un tavolo ministeriale per sentire gli operatori del diritto prima di scrivere le leggi. Anche i centristi Michele Vietti e Giampiero D’Alia spiegano ad Alfano le priorità dell’ Udc e su alcuni punti trovano “convergenze”.
Dissenso aperto invece su separazione delle carriere e sul doppio Csm: uno per i Pm e l’altro per i giudici. L’importante, comunque, nota Vietti, è che la trattativa sia partita. La strada però, ammette, “è ancora lunga”.

Anche se dopo l’appello di Napolitano il tempo di percorrenza potrebbe essere breve.

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