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Giochi erotici a 13, 15 e 17 anni, in cambio dell’ultimo modello di iPod (o iPhone o scarpe, vestiti, borse griffate). Succede sempre più spesso nelle scuole milanesi, senza distinzione tra i prestigiosi licei del centro e gli istituti della periferia, tra le scuole pubbliche e quelle private. Ci sono le liste di baby-escort che circolano via internet o sui cellulari dei ragazzi, il ragazzino ne contatta una via sms e le dà appuntamento in un angolo appartato della scuola. Rigorosamente al di fuori dell’intervallo quando l’attenzione di docenti e personale scolastico è più alta.
Questo è l’allarme lanciato dal Comune di Milano, ripreso dal Corriere Milano e da La Stampa, che raccontano di episodi sconcertanti che rivelano le dinamiche della compravendita del corpo, in età adolescenziale. “Stiamo lavorando per creare le condizioni affinché l’uso di internet e di altri dispositivi tecnologici sia più controllato e contro un generale decadimento dei valori”, dice l’assessore Landi di Chiavenna. “Ma lottiamo anche contro l’aumento di malattie a trasmissione sessuale, come mononucleosi ed epatite B”.
Ma l’importante è: “Non far finta di niente, dimenticare la cosa come se riguardasse sempre e solo gli altri”, ammonisce Luca Bernardo, primario della struttura di Pediatria e dell’area adolescenza al Fatebenefratelli, il primo esempio in Italia di osservatorio pubblico sul mondo giovanile. La prima segnalazione si è avuta nel 2008, ma è nel corso di quest’anno che il fenomeno ha assunto una rilevanza preoccupante con 12 segnalazioni giunte dagli adolescenti in cura presso la struttura milanese. “Quasi mai un adolescente viene da noi per denunciare questi episodi” chiarisce il professor Bernardo, “noi abbiamo avuto notizie di questi episodi attraverso alcuni adolescenti che volevano uscire da storie di bullismo e alcol. È molto difficile che a quell’età parlino di sessualità”.
Ecco perché secondo l’assessore Landi i casi segnalati sarebbero solo la punta di un iceberg del fenomeno. Così come, segnala la dottoressa Giuliana Proietti su Donna Moderna.com: “Non vi è ragione di credere che ciò che accade a Milano non accada anche in altre città del nostro Paese: nelle grandi metropoli, così come nei piccoli centri”.
Fenomeno tanto inquietante quanto trasversale: dai casermoni anonimi della periferia ai palazzi dei quartieri “bene”, gli adolescenti - almeno a scuola - finiscono tutti negli stessi bagni, a vendere e comprare piacere senza alcuna inibizione: “Lo fanno per noia, per apparire, per voler essere sempre più oggetto del desiderio” spiega il medico del Fatebenefratelli: “di sicuro non sono storie di degrado. E nessuna scuola può chiamarsi fuori”. Le prestazioni orali vanno per la maggiore e si concedono a orari predefiniti, già dalla fase preliminare: quella della “contrattazione”. Il fenomeno è sotterraneo e difficile da fare emergere.
Finora, dalle testimonianze raccolte tra gli adolescenti, non si sono scoperti episodi di sesso in cambio di denaro, mentre è prassi “ricambiare” la prestazione con oggetti di valore come può essere un lettore mp3. “Si tratta” racconta ancora il professor Bernardo “di uno scambio di atti sessuali tra ragazzi in cambio di oggetti di pregio che una volta sono l’iPod un’altra un capo di abbigliamento firmato. Per ora non ci sono segnali di giri di denaro: stanno molto attenti a non entrare nell’illegalità”.
Il problema è che in alcuni casi i genitori preferiscono chiudere un occhio, fiduciosi che una volta superata l’adolescenza il problema svanisca. “Noi abbiamo parlato con i genitori” spiega ancora il medico “alcune famiglie avevano avvertito qualcosa, ma molte altre non volevano crederci. Noi ci sentiamo solo di dire che quando si hanno delle avvisaglie è fondamentale parlare con i ragazzi e non soprassedere”.
Per dare una mano alle famiglie, all’inizio del nuovo anno scolastico scenderà in campo anche il Comune, con una lettera aperta spedita ai genitori, opuscoli informativi, campagne pubblicitarie sui giornali e specialisti mobilitati nelle farmacie comunali.

In prognosi riservata dopo il pestaggio di un branco di coetanei. La sua colpa? Uno sguardo di troppo, considerato un’avance, a una compagna di classe. E così uno studente di 15 anni, picchiato selvaggiamente da un branco formato da sei minorenni, è ricoverato, con un trauma cranico, nell’ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata. Il ragazzo, secondo i medici, non sarebbe comunque in pericolo di vita.
La spedizione punitiva, come ricostruisce oggi il quotidiano La Sicilia, è avvenuta sabato sera nella piazza principale del paese, davanti agli occhi di decine di giovani. Lo studente, che frequenta il secondo anno della scuola media superiore, avrebbe guardato con insistenza la compagna, scatenando la gelosia del fidanzato di quest’ultima, un manovale di 17 anni. Il giovane avrebbe invitato il rivale a seguirlo per un “chiarimento” subito trasformatosi in un pestaggio. Secondo alcuni testimoni all’aggressore, esperto in arti marziali, avrebbero dato man forte altri cinque ragazzi.
Al termine del raid i sei minorenni si sono allontanati indisturbati; la vittima dell’aggressione è stata invece trasportata in ospedale con una sospetta frattura alla scatola cranica. I carabinieri di Licata, che conducono le indagini, avrebbero già identificato gli autori del pestaggio.

È pronto e presto sarà presentato in cdm il disegno di legge che istituisce un Registro nazionale delle protesi mammarie e vieta il ritocco al seno alle minorenni. “Presto sarà presentato in Consiglio dei ministri”. L’annuncio è venuto dal sottosegretario al Welfare, Francesca Martini, a margine di un convegno organizzato oggi a Roma dal Sindacato italiani veterinari di medicina pubblica (Sivemp).
Il testo “sarà accompagnato dal registro delle protesi mammarie, per garantire la piena tracciabilità, e dal registro per i mielolesi perché c’è una specifica richiesta di aiutare chiunque ha una lesione midollare ad entrare in un centro di riferimento”.
“Il provvedimento” spiega la Martini “istituisce un registro per le protesi mammarie, a favore di tutte le donne che ricorrono alla chirurgia sia a fini ricostruttivi (per esempio a seguito di un intervento di rimozione di un carcinoma al seno), sia a fini estetici”. Perché “la tracciabilità delle protesi mammarie diventa un fattore di garanzia a tutela della salute delle donne, mentre il divieto di intervenire in piena età dello sviluppo dà anche ai medici un quadro normativo in cui lavorare meglio e con maggiore serietà”.
Qualche giorno fa l’American Society for Aesthetic Surgery, prestigiosa società internazionale di chirurgia plastica, ha pubblicato i dati sugli interventi del 2008. Per la prima volta la mastoplastica additiva (cioè l’aumento del seno) ha superato la liposuzione (aspirazione del grasso da cosce e fianchi): circa 355.600 donne si sono rifatte il seno contro le 341.1000 che hanno richiesto la liposuzione. Seguono in classifica la blefaroplastica (occhi) con 195.400casi, rinoplastica (naso) 152.400 e addominoplastica (pancia) con 147.400 casi.
Alla diffusione del seno artificiale contribuisce il successo di nuove tecniche, sempre meno invasive: iniezioni di acido ialuronico, trapianto di cellule staminali, espansori.
Circa due mesi fa fu la stessa Martini a sostenere: “Negli ultimi 10 anni vi è stata una proliferazione di interventi di chirurgia estetica e in particolare di protesi mammarie”. Per questo emerge “la necessità di dare una regolamentazione ad un settore che è un vero e proprio Far West”. E il sottosegretarioaggiungeva che “per quanto riguarda gli interventi di chirurgia estetica, sempre più spesso le adolescenti, più fragili e sensibili ai messaggi dei media, chiedono un seno nuovo. Ma considerati i rischi per la salute di interventi eseguiti quando la ghiandola mammaria non è ancora formata, stiamo pensando di escludere i ritocchi sulle minori non motivati da problemi medici. Voglio chiarire che non sono contraria alla chirurgia estetica, ma vorrei fornire a chi vuole sottoporsi a questo tipo di interventi garanzie e sicurezza”.
Ora il provvedimento annunciato dal sottosegretario Martini è scritto. E c’è da giurarci che farà emergere reazioni contrastanti: giusto scoraggiare il trend imposto da moda, tv, modelle e starlette, soprattutto fra minori. Ma alcuni contestano: in questo modo chi vorrà rifarsi il seno prima dei 18 anni lo farà comunque, attraversando il confine.
Seno rifatto, il governo vuole vietarlo alle minorenni. Siete d’accordo?
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di Antonella Piperno
Quando la sua bambina di 8 anni, dopo una notte passata con due compagne di classe, è tornata a casa sbandierando la sua padronanza sui misteri della vita, la madre, una quarantenne romana, stava quasi per svenire. “Mamma, adesso so che i bambini possono nascere in tre modi” ha comunicato trionfante, dettagliando: metodo tradizionale fantasiosamente affiancato anche dal rapporto orale e da quello anale.
Se nella scuola di Roma nord lo scandaletto si è esaurito con la caccia, fallita, alla piccola traviatrice (le bambine, con un sapiente scaricabarile, hanno sviato le indagini genitoriali), a Novara si è reinsediata in classe solo dopo le vacanze di Pasqua la maestra della scuola elementare Bollini rea di avere risposto nei dettagli, a fine marzo, alle curiosità degli allievi su rapporti orali, masturbazione, frustini, manette e piercing sui genitali. Con conseguente indignazione dei genitori, che ne avevano chiesto l’allontanamento. Nei giorni successivi la maestra era rimasta a casa con un certificato medico e, anche se il dirigente scolastico Vincenzo Guarino dice a Panorama di non aver ricevuto dal rientro postpasquale “alcuna segnalazione e lamentela”, il suo futuro è in bilico, affidato ai risultati dell’indagine dell’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte.
Bambini precocemente maliziosi? Eccezioni da liquidare con un “mio figlio è diverso, pensa solo al pallone, o alla danza”? Andate a chiederlo a Linus, che nel suo programma radiofonico Deejay chiama Italia scherza spesso sulle tempeste ormonali del primogenito Filippo, 13 anni. “Qualche giorno fa gli ho dato uno scappellotto” racconta a Panorama “perché aveva fatto una battuta piuttosto spinta sul sesso orale”. E quando gli ha chiesto: “Ma che ne sai tu di queste cose?”, Filippo, pure spazientito, gli ha risposto: “Ma papà, di cosa credi che parliamo a scuola?”.
Il punto è proprio questo. Che i ragazzini, bombardati da sesso in tv e su internet, parlano e chiedono parecchio. Tra loro però, chiacchierando a scuola, a casa, durante gli sport. O chattando. O scrivendo a giornalini per teenager, come Top girl o Ragazza moderna, ai quali, racconta il caporedattore Evelina Mastrolorenzi, confessano le loro ignoranti paure: “Mi sono accarezzata e mi è uscito un po’ di sangue, mica mi sarò tolta un’ovaia…”.
Dall’ultimo rapporto annuale su “Abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani” della Società italiana di pediatria emerge che per le informazioni sul sesso il 60,8 per cento si rivolge agli amici, il 33,1 alla madre, il 27,8 ai cugini, il 9,1 agli insegnanti e solo il 19,1 per cento al padre, quasi a pari merito con forum e chat internettiane (16,2). “Una domanda sul sesso rivolta a un genitore o a un insegnante oggi deve considerarsi un miracolo, il mondo di riferimento dei preadolescenti è solo quello dei coetanei” sostiene la psicoterapeuta Maria Rita Parsi, fondatrice del Movimento bambino, aggiungendo che quelle dei ragazzini “sono sempre più curiosità da adulti”. Non sarebbero più interessati ai perché del sesso, ma a come si fa: “Come durare, come praticare il coito orale, la masturbazione”. Il collega Giorgio Bressa parla di generazione telefonino: “Sono figli della tecnologia, puntano soprattutto al fare, a manipolare il sesso con la stessa scioltezza con cui utilizzano i cellulari”.
Non sono interessati a sapere cos’è il sesso, ma come si usa: “Genitori ed educatori devono fare attenzione. Perché il ragazzino che sa già tutto anche se può apparire più maturo spesso non lo è. Anzi, può essere anche più fragile. Sta soltanto imitando gli adulti, senza il necessario substrato educativo”.
Il grande indiziato dell’evoluzione delle curiosità preadolescenziali, del passaggio dal “come nascono i bambini?” al “come si fa a masturbarsi?” sarebbe proprio internet. Nel 2000 aveva a casa un computer soltanto il 37 per cento dei ragazzini intervistati dalla Spi, ora la percentuale è del 95 per cento. E oltre che per Youtube e Messenger quasi il 40 per cento lo utilizza per “parlare di sesso”. Meglio vigilare, come fa Irene Pivetti con i suoi figli Ludovica e Federico di 10 e 9 anni: “Oltre a tenere sempre il telecomando in mano per cambiare canale davanti a scene poco adatte ai bambini” racconta “io o mio marito cerchiamo sempre di non lasciarli soli davanti al computer”. A sentire gli specialisti, sia i genitori sia la scuola dovrebbero comportarsi come Pivetti che quando Ludovica, già a 4 anni, le ha chiesto “Ho capito come escono i bambini, ma com’è che entrano nella pancia della mamma?”, le ha risposto con tranquillità, senza imbarazzi. Difficile che ciò avvenga a scuola. Caduti nel nulla tutti i progetti di legge per introdurre l’ora di educazione sessuale, la materia, che nel 1979 era un semplice “obiettivo” dell’ora di scienze, dal 2003 è stata trasformata in “educazione all’affettività”, da spalmare trasversalmente nel programma, senza ore dedicate. E i tentativi di singole maestre di andare più a fondo, senza un programma organico, spesso si rivelano maldestri, com’è successo a Novara.
A casa non va meglio: da un giro sul forum Mammeonline emerge che i genitori non sanno più che pesci prendere. Come quella che si firma con lo pseudonimo Gul: “Ho appena guardato le visite di mio figlio 13enne sul pc, è andato su un sito dal nome “storie porno”, pieno di porcate. Penso e mi auguro che cercasse soltanto info sulla masturbazione. Faccio finta di niente? Gli chiedo spiegazioni? Lo scorso anno gli ho regalato un libro sulla sessualità, l’ha parcheggiato nel cassetto”. Ecco, ci sono i libri, anche se come racconta la deputata del Pdl Alessandra Mussolini, tre figli di 13, 11 e 6 anni, è inutile imporli: “Sono state le due più grandi Caterina e Clarissa, un giorno, a prendere in mano un libro dei miei studi di medicina che parlava del parto”.
Roberta Giommi, direttrice dell’Istituto internazionale di sessuologia di Firenze, consiglia comunque, anche ai genitori i cui tentativi di parlare di sesso vengono boicottati con il solito “so già tutto”, di lasciare un libro nella stanza dei figli. Di manuali dedicati ai preadolescenti le librerie ne propongono tanti: accanto a quelli della stessa Giommi (Io sono una bambina, Io sono un bambino della De Agostini e al mondadoriano Programma di educazione sessuale che con Marcello Perrotta aggiorna ogni anno) adesso va per la maggiore, con 15 mila copie vendute, Cosa succede nella pubertà (Giunti editore), ricco di vignette: l’ha scritto Mariela Castro Espín, presidente della società cubana di studi multidisciplinari sulla sessualità.
Insieme ai ragazzini, avverte Giommi, dovrebbero però crescere gli adulti: “Sono convinti che i loro bambini abbiano le ali degli angeli, ma non è così”. Racconta che nei corsi di educazione alla sessualità che il suo istituto svolge nelle scuole elementari e medie (8 ore all’anno, concertate con asl, dirigenti scolastici e associazioni genitori) vengono fuori domande che sorprendono perfino lei: da “cos’è il Kamasutra?” a “se bevi un bicchiere di sperma cosa ti succede?”, fino a “ma è normale fare sesso con gli animali?”.
Le curiosità più imbarazzanti (che Giommi ha raccolto nel dossier “Domande tese”) vengono dai bambini delle elementari, che si divertono parecchio con le parolacce e con l’imbarazzo che causano negli adulti. “Il nostro primo obiettivo è trasformare la terminologia trasgressiva”. Loro dicono “trombare”, Giommi e colleghi spiegano che “fare l’amore” è preferibile.

La tabella tratta dal rapporto annuale della Società italiana di pediatria, mostra come amici, cugini e madri siano gli interlocutori privilegiati di ragazzini in cerca di risposte.

di Marilena Bussoletti, Marida Caterini, Gianluca Ferraris, Lucia Scajola
La scusa classica è che si è rotto il preservativo. In alcuni casi, mentre ricorrono al logorato alibi, diventano rosse. Perché sono ragazzine di 13 o 14 anni, frequentano ancora la scuola media, vivono attaccate al cellulare, per i genitori sono ancora “le loro bambine”. Ma fanno sesso, o di certo l’hanno fatto se adesso sono lì davanti a un medico a chiedere la pillola del giorno dopo, dicendo che il preservativo le ha tradite. Non la pillola abortiva, ma quella che si ingerisce per essere sicure di non trovarsi a guardare sgomente il test di gravidanza qualche settimana dopo. Un metodo anticoncezionale come tanti, che due casi di cronaca, molto diversi far loro, ha portato alla ribalta. Il primo è di casa nostra: la Asl 3 di Genova ha chiesto un chiarimento al tribunale dei minori per capire se sia giusto per un medico pubblico prescrivere la pillola sempre e comunque, senza avvisare i genitori neppure in caso il richiedente abbia 12 o 13 anni. Il gesto della Asl nasce “dall’aumento vertiginoso” di adolescenti (secondo i medici) a caccia di Levonelle o Norlevo (questi i nomi dei farmaci in questione). I magistrati hanno risposto sì, meglio se i genitori rimangono ignari della vita sessuale della figlia, e tuttavia il tribunale si è detto disposto a esaminare con la necessaria riservatezza i casi che a giudizio dei medici sono i più delicati, ed eventualmente ad avvertire i genitori. Il secondo caso arriva da Oltremanica: due tredicenni sono diventati mamma e papà (almeno sembra, sebbene la vicenda non sia del tutto chiara); la notizia, rimbalzata nei tg del mondo e sulle prime pagine dei giornali, ha indotto polemiche e riflessioni sul sesso in età preliceale, sui metodi contraccettivi, sull’educazione sessuale e sulla latitanza di genitori e insegnanti come educatori.
Che sta succedendo? In Italia, il 90 per cento dei giovani ha avuto rapporti entro i 20 anni e la metà di loro non ha usato precauzioni. Da Nord a Sud, il Paese si assomiglia per quanto riguarda i casi di adolescenti (13-14 anni) che chiedono la pillola del giorno dopo. Sono poche, vanno al pronto soccorso o ai consultori con il fidanzato o con un’amica, si schermiscono con la scusa del lattice difettoso e chiedono la ricetta della pillola per mettersi l’anima in pace. Siamo andati a Genova dove è nato il caso della Asl 3, a Milano, Roma e Napoli e la fotografia che ne esce è di un Paese dove, come nel recente caso di Eluana, norme ed etica individuale aprono un fronte di punti interrogativi. A Napoli, ad esempio, all’ospedale san Giovanni Bosco dove Giovanni Buonanno è primario ginecologico: “In un mese si presentano da noi circa 30 persone a richiedere la pillola in questione. Sono donne under 25. Di queste, due, al massimo tre, sono ragazzine sotto i 14 anni. Nel mio reparto siamo tutti obbiettori di coscienza ma prescriviamo lo stesso la pillola”. “Costringerle a interpellare le famiglie sarebbe una follia” commenta Enrico Ferrazzi, direttore operativo dell’ospedale Buzzi di Milano “fare la spia significherebbe allontanare queste ragazzine, già spaventate, dalle strutture sanitarie pubbliche costringendole a cercare rimedi chissà dove. Non capisco come possano venire certe idee”.
Decisioni controverse. Eppure non tutti la pensano così. Ognuno, almeno a Milano, fa un po’ come crede, nonostante la legge. C’è chi rifiuta tout court la prescrizione: nonostante si tratti di contraccettivo la considera abortiva e la nega anche alle adulte. Chi riceve solo le maggiorenni. Chi la prescrive dai 14 anni in su e chi, non senza difficoltà, accetta di intervenire anche al di sotto di questa soglia. Al pronto soccorso dell’ospedale Macedonio Melloni, per esempio, le minori vengono respinte. “A chi non abbia compiuto almeno 18 anni non si può prescrivere, per legge, nemmeno un antibiotico” sostiene Emilio Grossi, caporeparto gravidanze patologiche della struttura “quando me ne è capitata una ho chiamato i genitori per avere il loro consenso informato”. Eppure, stando a quanto spiega Andrea Gentilomo, medico legale con cattedra all’università statale di Milano, la legge non lo imporrebbe “l’articolo 2 della legge 194 autorizza la prescrizione dei mezzi per la procreazione responsabile anche ai minori” chiarisce. Secondo il professore è più delicato stabilire la liceità della prescrizione nel caso di ragazze minori di 14 anni: “mancano disposizioni nette. L’orientamento è quello di valutare caso per caso, senza tuttavia l’obbligo di coinvolgere i familiari”.
Di questa scuola di pensiero anche Tiziano Motta, ginecologo e dirigente medico presso la clinica Mangiagalli di Milano: “Sopra i 14 anni agiamo liberamente. Al di sotto, sta alle nostre coscienze: mi è capitato di presciverla a una ragazza di 12 anni vittima di un abuso”. Motta, obiettore di coscienza per quanto riguarda l’interruzione volontaria di gravidanza, critica le posizioni di chi rifiuta la prescrizione della pillola del giorno dopo: “È un contraccettivo che interviene prima e non dopo che l’ovulo sia fecondato”. Alessandra Graziottin, ginecologa al San Raffaele di Milano, racconta: “Nel 2008 sono state vendute in Italia 370 mila confezioni di contraccezione d’emergenza: il 55 per cento è stato prescritto a ragazze di età compresa tra i 14 e i 20 anni. I minori fanno sesso ma si proteggono poco”.
Richieste nel weekend. A Genova invece le minorenni che hanno chiesto di utilizzare la pillola del giorno dopo sono state almeno 300. Un quarto di loro ha richiesto la ricetta presso strutture pubbliche, il resto lo ha fatto attraverso i consultori indipendenti. Il 55 per cento sono straniere, soprattutto sudamericane, ma da un po’ di tempo è tornato a crescere anche l’afflusso di adolescenti italiane. Il 90 per cento delle richieste arriva dal venerdì notte al lunedì, generando due flussi: il primo nei pronto soccorso degli ospedali , aperti nel weekend, l’altro nei consultori, che seguono l’orario settimanale. “L’età media del primo rapporto sessuale completo si sta rapidamente abbassando, e purtroppo gli atti non protetti sono ancora molti” dice a Panorama Mercedes Bo, vicepresidente di Aied (Associazione italiana per l’educazione demografica) e responsabile del più importante consultorio cittadino, dove si prescrivono ogni mese fino a 120 razioni di Norlevo.

Un ticket di 25 euro. Roma sembra essere la maglia nera in quanto a prescrizioni della pillola del giorno dopo negli ospedali pubblici, gli unici ai quali ci si può rivolgere nel fine settimana. Per una ragione o per l’altra, come ha evidenziato un filmato dei radicali l’estate scorsa, (inviato poi alla magistratura), è quasi impossibile ottenere l’agognata prescrizione del Norlevo per le maggiorenni. Figuriamoci per le minorenni. Su circa 20 pronto soccorso, la metà è popolata di medici obiettori che considerano il farmaco un abortivo e quindi si astengono dal fare ricette. Tanto che la sera di san Valentino, una cinquantina di ragazze, studentesse liceali, universitarie e precarie rappresentanti dell’Onda, sono entrate contemporaneamente nelle sale del pronto soccorso dei più importanti ospedali romani. Obiettivo: “Verificare se i rapporti amorosi tra giovani e meno giovani siano tutelati effettivamente con l’accesso a misure preventive e anticoncezionali, a cominciare dalla prescrizione della Ru486″. Risultato del blitz: niente prescrizione della pillola del giorno dopo al policlinico Gemelli, al san Pietro Fatebenefratelli e al Cto. La spiegazione da parte dei medici? “Questi sono ospedali cattolici”.
Per avere la sospirata ricetta al policlinico Umberto I, al San Filippo Neri, al San Camillo, al Sant’Eugenio, al Pertini e al San Giovanni, invece, basta pagare il ticket stabilito di 25 euro. qui sono poche le ragzze under 14 a chiedere la pillola del giorno dopo. Spiega il responsabile delle interruzioni di gravidanza e contraccezione del reparto di ginecologia del Policlinico, Massimo Minozzi:” Prescrivere la pillola per noi non è un problema, abbiamo una tradizione di laicità come policlinico universitario. A noi si rivolgono decine di ragazze ogni mese, di età fra i 16 e i 20. Quelle più piccole sono rare, ne saranno capitate neanche una ventina nell’ultimo anno. Appartengono alla classe media, si presentano intimidite col loro ragazzetto, più timido ancora di loro, ma sembrano informate sul farmaco. Molto meno sui metodi anticoncezionali. Siamo circa 50 ginecologi, ognuno di noi naturalmente si regola secondo il caso, ma tendenzialmente non mettiamo in difficoltà una ragazzina che ha anche il timore di dirlo alla famiglia. Una volta accertato che non ci siano problemi, la ricetta la facciamo”.
Atteggiamento diametralmente opposto al pronto soccorso ginecologico del policlinico Casilino dove, se non si arriva accompagnati dai genitori, non si ha diritto alla prescrizione. Spiega il primario Fabrizio Venditti: “Di ragazze così piccole se ne vedono poche. Ci saranno stati cinque o sei casi in un anno, giovanissime alle quali abbiamo negato la prescrizione perché non erano accompagnate dal genitore. Non mi sembra che ci sia un’emergenza under 14″.
Rosalba Paesano, responsabile gravidanze ad alto rischio alla Fabia Mater, fino a pochi mesi fa lavorava all’ospedale San Pietro di Roma: “Quando ero di guardia sono capitate poche ragazzine. Chiedevano la ricetta che io naturalmente non ho mai negato. Mi ha colpito il fatto che spesso arrivavano da me dopo essere state rifiutate da altri ospedali”. Carla Paganelli, medico di pronto soccorso al Policlinico universitario di Tor Vergata, spiega: “Non abbiamo problemi a firmare la ricetta della pillola alle ragazze dai 16 anni in su. Ma se hanno 15 anni, le mandiamo prima dal ginecologo. Nel nostro pronto soccorso non ci sono comportamenti standardizzati. C’è la legge, e poi c’è il libero arbitrio dei singoli medici”.
La ricerca della prescrizione a Napoli. Insomma, un altro guazzabuglio: seguire la legge, o il proprio dovere di medico o il proprio credo (laico o religioso)? A sentire Riccardo Arienzo, ginecologo dell’ospedale Annunziata di Napoli, la questione è più grave di quanto si pensi: “Le ragazze, dopo aver avuto un rapporto a rischio, sono terrorizzate dalle conseguenze, girano da un ospedale all’altro in cerca della fatidica prescrizione che, spesso, viene negata. Sono di estrazione sociale diversa, la più varia- medio, bassa, alta - ma sono uguali dinanzi all’emergenza che stanno vivendo”.
Nei consultori partenopei la musica è solo di poco diversa, come spiega Francesco Buoninconti del consultorio di via Pietravalle: “Le minorenni comunque sono parecchie: noi facciamo lezioni di sessuologia nelle scuole, quindi sanno che possono contattarci con fiducia. Infatti la legge 405 del ’75 prevede che nei consultori il minore sia accolto indipendentemente dall’età. Noi cerchiamo di mettere le ragazze a proprio agio, di farle parlare. Le ragazze di solito richiedono la pillola una sola volta. In un caso, però ci è capitato di prescriverla ad una diciassettenne ben tre volte”.
Al di là dei possibili casi di coscienza dei medici legate all’interpretabilità del farmaco (è un contraccettivo o è un abortivo?), la pillola è un farmaco: inibisce l’ovulazione e l’effetto degli spermatozoi (per questo è rubricato come contraccettivo) senza avere conseguenze nel caso in cui la fecondazione fosse già avvenuta. Le coppie hanno 72 ore di tempo per intervenire. Carmine Nappi, direttore di Scienze ostetrico - ginecologiche dell’università Federico II di Napoli, mette in guardia sull’uso disinvolto del farmaco: “Sarebbe auspicabile un collegamento fra tutti i centri pubblici di prescrizione (ospedali, consultori, guardia medica) per ottenere dati epidemiologici e controllare le cosiddette ‘prescrizioni ripetute’ a garanzia della salute delle ragazze”.

di Bianca Stancanelli
Nell’Italia ossessionata dalle imprese dei bulli rilanciate da YouTube, una piccola, buona notizia arriva dalle statistiche del ministero della Giustizia: il numero dei minorenni arrestati è in calo, lento e costante. Erano più di 4 mila dieci anni fa, si sono fermati a quota 3.385 nel 2007. Nei primi sei mesi di quest’anno, i ragazzi entrati in un Cpa, i centri di prima accoglienza, le strutture filtro dove i minorenni vengono portati dopo il fermo o l’arresto, sono stati 1.612. Hanno scritto i ricercatori dell’Eurispes nell’ultimo Rapporto nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza: “I tassi di delinquenza minorile registrati nel nostro Paese diminuiscono in modo pressoché costante”. E hanno annotato: “La situazione italiana appare oggi decisamente meno grave rispetto a quella della maggior parte dei paesi europei in condizioni economico-sociali simili alle nostre”.
Sullo sfondo c’è uno scenario in continuo mutamento. Segnala il criminologo Ernesto Savona: “Dai dati del ministero dell’Interno, nel primo semestre 2008 risultano una diminuzione delle denunce di reato e un aumento del numero di reati per i quali è stato identificato l’autore. Ma tra quegli autori di reato si contano più minorenni che nel primo semestre 2007″. Una contraddizione? “No” risponde Savona “piuttosto il segno che le forze di polizia lavorano con più efficacia. E prendono più delinquenti, maggiorenni o minorenni che siano”.
Gli scenari della criminalità minorile sono in rapido mutamento. Da anni, sull’onda delle grandi migrazioni degli anni Novanta, il numero dei minorenni stranieri arrestati ha sorpassato quello degli italiani. Fino al 1996 il 52 per cento dei ragazzi che entravano in un cpa erano italiani. Dal 1997 gli stranieri sono diventati la maggioranza, fino a toccare punte record del 59 per cento degli arresti. Ma a sorpresa, nei primi sei mesi di quest’anno gli esperti del Dipartimento della giustizia minorile hanno annotato una novità che va ancora decifrata: tra i 1.612 minori entrati in un centro di prima accoglienza, gli italiani sono stati 823, la maggioranza, contro 789 stranieri.
È un fenomeno che ha il suo epicentro a Roma. Spiega Donatella Caponetti, responsabile del Centro per la giustizia minorile del Lazio: “Assistiamo al riassettarsi di una situazione che era stata segnata per anni da una grande anomalia: a partire dal 2004, c’era stato a Roma un enorme aumento della criminalità minorile, soprattutto romena. Un’esplosione che ha cominciato a riassorbirsi con l’ingresso della Romania nell’Unione Europea”. Nel 2006, nel solo Lazio, i minorenni romeni arrestati erano stati 515. Nel 2008 si sono dimezzati. Sostiene il criminologo Savona: “Sono diminuiti notevolmente anche gli arresti di romeni adulti. L’impressione è che tanti abbiano deciso di andarsene dall’Italia”.
È proprio fra gli stranieri che si conta il maggior numero di bambini sorpresi a commettere reati, in massima parte furti e borseggi. Dal gennaio al giugno 2008 sono stati 112 i minori di 14 anni portati in un centro di prima accoglienza e rilasciati perché non imputabili. La maggioranza proveniva da paesi dell’Est europeo: Bosnia, Croazia, Romania, Serbia e Montenegro.
Sostiene Donatella Caponetti: “A Roma abbiamo un gran numero di reati contro il patrimonio continuamente reiterati da minorenni non imputabili. È un dato che sicuramente non ci piace”. E non è l’unica ragione di preoccupazione. Racconta la responsabile del Centro per la giustizia minorile: “Una novità degli ultimi anni è data dall’arrivo nei nostri servizi di ragazzi che manifestano problemi di tipo psichiatrico. Per loro è più difficile l’inserimento in comunità educative. Accade sia con i ragazzi italiani sia con gli stranieri. Per questi ultimi stiamo cominciando a collaborare anche con etnopsichiatri, che ci aiutino a capire e a intervenire. Quanto agli italiani, notiamo un aumento dei ragazzi, anche figli di famiglie benestanti, che hanno gravi problemi nell’ambito familiare. È una novità che ci preoccupa anche perché, sui tassi decisamente più contenuti di devianza minorile nel nostro Paese rispetto ad altre nazioni europee, incide probabilmente la maggior tenuta delle nostre famiglie, una realtà sociale più solida”.
Sono segnali da non trascurare. Soprattutto in un paese che ha un codice minorile tra i più avanzati al mondo e un sistema d’intervento studiato con attenzione in Europa. Rivendica Donatella Caponetti: “Inglesi e francesi sono venuti a visitare le nostre carceri, si sono stupiti nel constatare come siano prive di violenza. Nei confronti dei minorenni c’è in Italia un fortissimo investimento di risorse. I finanziamenti per i progetti ci arrivano dagli enti locali, dalle Regioni, dai privati, come banche e grandi aziende. È una realtà degli ultimi anni che ci ha consentito di conseguire risultati interessanti e di sopperire alla diminuzione degli stanziamenti da parte dello Stato, che ha già annunciato, per il 2009, un taglio di spesa del 30 per cento rispetto al 2008″.
E anche di sperimentare strumenti innovativi. Uno dei più riusciti è la messa alla prova, inaugurata nell’autunno del 1991. Adottata dal giudice, la messa alla prova sospende il processo per consentire al ragazzo di dedicarsi a un progetto di recupero che può durare da un mese a tre anni (la media è di poco inferiore ai dieci mesi). Trascorso quel periodo, il giudice valuta i risultati del lavoro svolto: se è convinto che sia servito, dichiara l’estinzione del reato, come se non fosse mai stato commesso.
In 15 anni la giustizia minorile ha quadruplicato l’adozione dei provvedimenti di messa alla prova: erano stati 788 nel 1992, sono diventati 2.339 nel 2007. E i risultati sembrano essere eccellenti. Hanno scritto gli esperti del Dipartimento della giustizia minorile, calcolando la media per tutti gli anni Duemila: nell’80,7 per cento dei casi, concluso il periodo di prova, il giudice si è pronunciato per l’estinzione del reato. Una quota di successi così alta da convincere il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, a proporre l’adozione di uno strumento simile anche per gli adulti. Senza fortuna: impallinata da una scarica di polemiche, la proposta è stata rapidamente ritirata.
Un minore italiano su 4 è figlio unico e uno su due ha un solo fratello: il dato, in aumento negli ultimi dieci anni, è contenuto in un’indagine multiscopo dell’Istat presentata oggi e relativa al 2008.
Calo della fecondità, progressivo inserimento delle donne nel mercato del lavoro e aumentata instabilità è coniugale hanno fatto aumentare, ha spiegato Linda Laura Sabbadini dell’Istat, la percentuale di bambini e ragazzi (fino a 17 anni) che non hanno fratelli: se nel 1998 erano il 23,8%, nel 2008 sono diventati il 25,4%. Diminuisce drasticamente la percentuale (dal 40,5% al 32,2%) di famiglie “tradizionali”, cioé con padre che lavora e madre casalinga (con una forte differenza tra Nord, con il 55% e il Sud con il 26,8%), mentre aumenta quella dove entrambi i genitori lavorano (dal 40,2% al 43,8%). Aumenta del 50% la percentuale di minori che vivono con un solo genitore (dal 6% al 9,4%), in gran parte per la separazione dei genitori.
I minori che hanno un solo fratello sono passati in dieci ani dal 53,1% al 54,7% mentre è scesa dal 23,1% al 19,9% quella di chi ha due o più fratelli.
Bambini e ragazzi italiani sono poi sempre più autonomi: secondo l’Istat quasi il 40% dei minori italiani tra 6 e 17 anni possiede le chiavi di casa, e ben il 51,2% dei ragazzi tra gli 11 e i 17 anni torna a casa tra le dieci di sera e mezzanotte.
Il 38,7% degli italiani tra 6 e 17 anni dispone delle chiavi di casa, in aumento rispetto al 1998 quando era il 37,8%. La quota aumenta con il crescere dell’età: se nella fascia 6-10 anni possiede le chiavi il 5,2% dei bambini, si sale al 75,7% tra i ragazzi di età compresa fra 14 e 17 anni. E le differenze di genere si fanno sentire anche qui: tra gli 11 e i 17 anni la percentuale di maschi è maggiore rispetto a quella delle femmine. La disponibilità delle chiavi di casa, nota l’Istat, aumenta quando entrambi i genitori lavorano e nelle famiglie monogenitore, e nelle famiglie residenti al Nord rispetto a quelle del Sud.
Interessante è anche il dato sull’orario di rientro a casa dei ragazzi (11-17 anni) quando escono la sera: se il 23,2% torna tra le 20 e le 22, ben il 51,2% lo fa tra le 22 e mezzanotte e l’11,8% oltre la mezzanotte. Percentuali diverse tra maschi e femmine: i ragazzi che fanno ritorno a casa tra le 22 e le 24 sono il 52,6% contro il 49,6% delle ragazze, mentre dopo la mezzanotte torna a casa il 12,1% dei maschi e l’11,5% delle femmine.
E già da piccoli, tra le mura domestiche, i bambini guadagnano più delle bambine. Secondo la ricerca Istat, con la “paghetta” settimanale i bambini ricevono più denaro delle bambine. Se le differenze sono nulle per i piccoli tra i sei e i dieci anni, crescono invece con l’età: tra i 14 e 17 anni i ragazzi che ricevono regolarmente la paghetta sono il 57,2%, mentre tra le ragazze della stessa età la quota scende al 48%. Non solo, ma mentre per le ragazze il denaro è un regalo, un premio che “capita” ogni tanto senza una vera continuità, per i ragazzi si connota maggiormente come un flusso continuo: la quota di ragazze che riceve a volte un premio in denaro al posto della paghetta è infatti molto superiore a quella dei ragazzi, il 32,6% contro il 25,8%.
Ovviamente, però, sono le femmine a fare più lavoro per guadagnarsi quei soldi. Il 90,4% delle minorenni tra i 16 e i 17 anni svolge attività in casa, contro l’86,5% dei maschi. Le attività domestiche sono appannaggio quasi esclusivo delle femmine, che più spesso dei maschi aiutano a fare le pulizie, rifanno il letto, apparecchiano e sparecchiano, aiutano a cucinare e lavano i piatti. Ai ragazzini, invece, spettano i piccoli lavoretti come le riparazioni, gettare la spazzatura, la spesa, o altre piccole commissioni come andare all’ufficio postale. Negli ultimi dieci anni queste differenze sono diminuite, con le femmine che svolgono meno attività tipicamente domestiche, in particolare tra i 14 e i 17 anni, e i maschi che invece sono coinvolti di più proprio in questo tipo di attività. Ma i punti di partenza, sottolinea l’Istat, erano talmente distanti che, nonostante l’avvicinamento, nei comportamenti permangono forti differenze di genere.
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Le immagini del baby scippatore che sfila il portafogli ai passeggeri nel piazzale della Stazione Centrale di Milano hanno fatto il giro di televisioni e prime pagine dei giornali. “Non si può fare nulla”, si diceva, “quei bambini non sono imputabili e dalle comunità spariscono in un attimo”. È da prima della pubblicazione di quelle foto che la Squadra mobile di Milano tiene sotto controllo i bambini rom coinvolti. Ma soprattutto gli adulti che li reclutavano in Romania, li trasportavano in Italia, ne facevano degli schiavi e li costringevano, con la violenza e le minacce, a rubare.
Sono loro, in tutto 19 romeni di etnia rom, che la polizia italiana e quella romena hanno arrestato questa mattina, tra Milano, Pavia e Craiova (cittadina romena). Altri 6 sono ricercati. “Pensiamo di aver sgominato l’intera organizzazione, tra i fermati ci sono anche i capi del traffico e dello sfruttamento”, afferma il capo della Mobile, Francesco Messina. In un campo abusivo vicino a Pioltello gli agenti hanno trovato anche nove dei 34 bambini, tra gli 8 e i 13 anni, ridotti in schiavitù. Ognuno di loro fruttava anche 800 euro al giorno da inviare in Romania ai vertici della banda criminale.
I piccoli scippatori erano costretti con botte e minacce a “lavorare” alla stazione milanese e, in estate, in altri luoghi affollati di turisti, come Venezia, Bologna, Ancona e Pescara. I loro aguzzini li seguivano da vicino, li difendevano nel caso in cui la vittima del furto reagisse o la polizia intervenisse e li recuperavano dalle comunità fingendosi parenti. In alcune intercettazioni raccolte dagli investigatori una donna descrive le violenze inflitte ai bambini: “Ho comprato un guinzaglio e lo tengo legato”, dice di uno che dava troppi problemi” e riferito a un altro che non guadagnava abbastanza parla di botte nelle parti intime.
Agli schiavi minorenni veniva data anche una ricompensa di 50 euro al giorno, che però erano obbligati a giocarsi ai dadi al campo rom. In questo modo si indebitavano con gli stessi adulti che li sfruttavano. “I più piccoli venivano indottrinati dai più grandi, che poi facevano carriera e diventavano a loro volta aguzzini”, spiega Alessandra Simone, a capo della sezione che si occupa dei reati che coinvolgono minori. Gli arrestati nell’operazione “Stabor” (cioè, “giudizio”, quello degli anziani capi che dettano legge nella comunità) sono accusati di associazione per delinquere, tratta di minori, costrizione a commettere reati, usura e gioco d’azzardo.
Nel VIDEO i baby borseggiatori della Stazione centrale e gli arresti all’alba nel campo rom:
L’arte dello scippo