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Chiara Poggi, trovata uccisa a Garlasco il 13 agosto 2007, a 26 anni, in una foto inedita, ritratta dal suo fidanzato Alberto Stasi
Una porta a soffietto. Poi l’arma del delitto, che non è mai stata trovata. E perfino il movente. Sono questi i primi tre di dieci enigmi irrisolti, i dieci misteri del giallo di Garlasco: l’omicidio di Chiara Poggi, uccisa nel piccolo centro del Pavese il 13 agosto 2007, ad appena 26 anni.
Giovedì 17 dicembre sarà il giorno di San Lazzaro. Quel giorno il tribunale di Vigevano pronuncerà la sentenza: Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara che è anche l’unico imputato, sarà dichiarato innocente o colpevole. Continua

di Bianca Stancanelli
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Erano partiti in tre, tutti minorenni, a novembre, dallo stesso villaggio egiziano. Prima tappa la Libia. A fine marzo erano sbarcati a Lampedusa, da un barcone carico di migranti. Ai primi di aprile, ospiti di una comunità alloggio di Termini Imerese (Palermo), incontrando gli operatori di Save the children avevano detto di aspettare la chiamata di un cugino. Ma due settimane dopo, a Pasquetta, ecco due di loro ricomparire sul litorale di Agrigento e chiedere l’aiuto della polizia, raccontando d’essere stati prelevati da una banda di connazionali egiziani, portati a forza nella Valle dei Templi, segregati in una palazzina abusiva, tenuti per giorni a pane e acqua e di essere poi riusciti a scappare, lasciando però il più piccolo ancora prigioniero.
Quel ragazzino, un dodicenne mingherlino dall’aria spaurita, l’hanno liberato gli agenti di una volante, sfondando la porta dell’appartamento in cui era stato rinchiuso e trovandolo rannicchiato dietro un armadio, con un laccio attorno al collo. Poche ore dopo due degli egiziani accusati d’aver organizzato il sequestro finivano in manette, bloccati da una pattuglia della polizia mentre stavano fuggendo. E i tre ragazzini liberati, di 12, 14 e 16 anni, potevano finalmente rassicurare le famiglie, che avevano finanziato con 10 mila euro a testa il loro viaggio verso l’Italia. A quelle famiglie il capo dei sequestratori, Mohamed Ibrahim Elsayed, 26 anni, e un complice diciassettenne avevano chiesto un riscatto di 2.500 euro per ogni piccolo prigioniero.
Entrato, espulso e rientrato in Italia per due volte in tre anni, Mohamed Ibrahim Elsayed, oggi in carcere con l’accusa di sequestro a scopo di estorsione, dovrà spiegare ai magistrati perché, nelle squallide due stanze con bagno e cucina che aveva preso in affitto in una palazzina di Poggio Muscello, nell’area di più feroce abusivismo della Valle dei Templi, tenesse una collezione di calzini, slip, perfino giubbetti per bambini. Quanti minorenni sono passati da quelle stanze?
Per polizia e magistratura la storia dei tre adolescenti egiziani sequestrati è il primo fascio di luce su un fenomeno in crescita: lo sbarco in Sicilia di centinaia di minorenni non accompagnati, destinati spesso a sparire senza lasciare traccia. Fenomeno che ha impensierito anche il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg. Temendo che “questi minori siano coinvolti in attività di lavoro irregolare, nonché di accattonaggio, furto e prostituzione”, Hammarberg ha recentemente chiesto alle autorità italiane di “accordare loro particolare attenzione e protezione”.

L’attenzione, in realtà , è già fortissima. Anche perché le cifre degli arrivi vanno impennandosi. Nel 2002, ha calcolato la questura di Agrigento, erano sbarcati sulle coste siciliane 10.123 uomini adulti, 308 donne e 246 minorenni. Nel 2007 gli uomini sono diventati 10.472, le donne 899 e i minorenni 1.821. Un flusso continuo di ragazzini, soprattutto tra i 16 e i 17 anni, troppo spesso soli.
“Una volta sbarcati” spiega il procuratore di Agrigento, Renato Di Natale, “questi minori vengono collocati in una comunità alloggio e si avviano le procedure per l’apertura di una tutela. Nel 2006, nell’intera provincia di Agrigento, ne sono state avviate 103. Ma nell’ottobre 2008 le tutele erano ormai diventate 478. Questo dà da pensare”.
Secondo la prefettura, Lampedusa starebbe diventando il porto privilegiato per l’ingresso in Europa dei minorenni. Hanno scritto gli esperti di Save the children, che per conto del ministero dell’Interno svolgono un’attività di monitoraggio sulle comunità alloggio: “Dal maggio 2008 al febbraio 2009 sono stati 1.860 i minori stranieri non accompagnati accolti nelle comunità siciliane. Maschi, nel 91,3 per cento dei casi. Il 60 per cento di loro, 1.119 in tutto, si sono allontanati dalle strutture che li ospitavano”.

Sono soprattutto gli egiziani a sparire, seguiti da eritrei e somali. Spiega Carlotta Bellini, di Save the children: “Per i minori migranti dall’Egitto venire in Italia è un investimento. La famiglia contrae debiti per far arrivare il ragazzo e a lui, una volta sbarcato, tocca trovare al più presto un lavoro per saldare il debito. Capita spesso che questi adolescenti ci dicano che devono raggiungere uno zio, qui in Italia. La nostra sfida è capire chi sono questi zii”. Dalla Sicilia un’operatrice della stessa associazione, Stefania De Nicolais, racconta: “Chi fugge dalle guerre o comunque da situazioni di pericolo, come i ragazzi somali ed eritrei, può avere la necessità di mettersi in viaggio all’improvviso. Ma gli altri, gli egiziani in particolare, hanno un minimo di organizzazione, un contatto sul territorio”.
Anche il procuratore Di Natale ne è convinto: “C’è un reticolo di persone che serve a far spostare chi arriva in Sicilia nelle altre aree d’Italia”. È probabile che non si tratti di un’unica organizzazione. Sostiene il magistrato: “Tra i minori, va aumentando il numero delle ragazze. Alcune comunità alloggio segnalano che, a qualche giorno dall’arrivo, già vanno vestite all’occidentale, con abiti diversi da quelli che erano stati loro consegnati al momento dello sbarco. E quasi subito ottengono, non si sa come, un telefonino completo di ricariche. Poi scompaiono”.
Fra le comunità alloggio siciliane per minorenni, esplose dalle 64 del 2001 alle 269 del giugno 2008, non sempre quelle fughe provocano inquietudine: fino all’apertura della tutela, è la prefettura a pagare l’ospitalità (70 euro al giorno, in media) e l’incasso è sicuro. Ma non appena viene nominato un tutore il compito di sborsare i quattrini passa ai Comuni che, invocando difficoltà di bilancio, sospendono i versamenti.

A quel punto, se il minorenne si allontana, per la comunità è tanto di guadagnato. Anche perché si fa presto a sostituirlo con un nuovo arrivato, pronto a far incassare alla struttura una nuova retta. Ha calcolato la prefettura di Agrigento: per 1.000 minorenni, la spesa ammonta a 25 milioni di euro l’anno.
Maria Pia Scuto, 41 anni, uccisa a Catania
Il figlio voleva salvarlo. E voleva salvare anche le sue sorelline, che desiderava non venissero private anche del padre. Così si è autoaccusato della terribile morte della madre. Ma poi ha ritrattato. È il dramma nel dramma di questa ennesima storia di atroce violenza domestica. Vittima Maria Pia Scuto, 41 anni, uccisa con un cutter con cui è stata quasi decapitata e martoriata con diversi fendenti al corpo, nell’abitazione al settimo piano di un palazzo di via Costanzo, nel centro di Catania.
Ma poi il ragazzo ha ritrattato e infine il pm ha emesso contro il marito della vittima - Giuseppe Castro di 35 anni - un ordine di arresto per uxoricidio.
Intorno alle 15 il ragazzo, ribaltando la confessione del padre che in mattinata, dopo il delitto, aveva immediatamente avvisato la polizia e aveva ammesso le sue responsabilità , si era accollato tra le lacrime il delitto: non voleva che andasse in carcere, ha detto, e pensava alle sue sorelline che non riusciva a immaginare, dopo essere state strappate con violenza alla madre, lontane anche da quell’ormai unico genitore. Ha dato una ricostruzione lacunosa e tormentata dei fatti, fino a quando, davanti ai poliziotti ha ritrattato, spiegando che era stato proprio il papa’ a uccidere la mamma, praticamente sotto i suoi occhi. Versione confermata anche dalla suocera dell’uomo, sentita come testimone.
Il ragazzo è stato nuovamente ascoltato, ma questa volta alla presenza di uno psicologo. Il 35enne Giuseppe Castro è in carcere e per lui è scattato l’arresto perché colto in flagranza del reato di uxoricidio, in quanto la polizia è giunta sul posto pochi minuti dopo il delitto. L’uomo avrebbe usato in modo feroce il micidiale taglierino, fino a quasi decapitarla con un colpo secco alla gola. L’ennesima lite era scoppiata perché il marito, geloso, contestava alla coniuge che stava sempre al computer e che chattava con gli uomini. Il sostituto procuratore Salvatore Faro ha disposto il sequestro dei tre computer presenti in casa e li ha affidati alla polizia postale. L’uomo avrebbe colpito la donna al collo mentre questa era voltata verso il monitor, per poi accanirsi sul corpo ormai esanime, colpendo soprattutto alla schiena. Un’ipotesi che indebolirebbe la tesi del delitto d’impeto. Del coltello nessuna traccia: il presunto omicida ha detto di averlo gettato nel water. I poliziotti avrebbero trovato il figlio in ginocchio, accanto al corpo della madre, disperato, ma, sembrerebbe, con la forza sufficiente a provare, pur nel suo atterrito sgomento, a consolare il padre. L’uomo che, secondo gli investigatori, gli ha ucciso la madre, ma che ha tentato di scagionare.
La casa dove il 4 agosto ‘89 uccise a colpi di pistola il padre Giuseppe, la madre Marta Chezzi e il fratello Nicola è di nuovo sua. Come era stato deciso a maggio con l’accordo che chiuse la querelle sull’eredità con le zie. Ma quella casa per Ferdinando Carretta è piena di vecchi fantasmi.
Lui stesso spiega infatti, in un’intervista alla Gazzetta di Parma, di aver pensato molto ultimamente ai suoi familiari, ma sa che “quello che è stato non potrà mai essere cancellato”. Non solo: “La tragedia poteva essere evitata. Se io mi fossi curato, quello che è successo non sarebbe mai accaduto”.
L’uomo nel ‘99 fu assolto perché incapace di intendere e volere al momento del fatto. La sentenza dispose il suo ricovero nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, nel mantovano, dove è rimasto sette anni e mezzo. Ora è in libertà vigilata: vive da due anni in una comunità riabilitativa a Barisano, nel forlivese, lavora come impiegato.
Ieri ha firmato davanti al notaio di Parma Carlo Maria Canali i documenti che sanciscono definitivamente il suo possesso della casa della strage nell’ambito dell’accordo trovato con le zie Paola Carretta, Adriana e Carla Chezzi. Accordo che chiuse nei mesi scorsi la causa civile innescata anni fa per l’eredità di famiglia. Un “mix” di appartamenti e denaro per 700.000 euro. A Ferdinando, oltre alla casa, andranno circa 40.000 euro.
Ferdinando Carretta però non tornerà a vivere nella casa di via Rimini a Parma che rischia di essere ricordata per sempre come quella della strage. “Non me la sento”, ha spiegato.
L’appartamento è in affitto, e Carretta ha detto che riscuoterà il canone. Forse la venderà . Ma Ferdinando non ha nemmeno intenzione di tornare a Parma. Pensa di restare nel forlivese. In comunità , ha spiegato, non è libero. “Non posso fare quello che voglio” ha detto”anche se c’è chi pensa il contrario. Devo rispettare gli orari imposti dalla comunità .
Posso lavorare, naturalmente, ma se desidero allontanarmi dalla città o assentarmi negli orari non previsti devo chiedere il permesso. E la notte, devo dormire in comunità ”. Nel suo futuro Carretta vede “un lavoro stabile, ma anche una famiglia”. Anche figli, ma “quando avrò trovato la persona giusta”. Perché, spiega, è uscito con alcune ragazze, ma “non ho ancora la fidanzata”.
Carretta fu trovato dai carabinieri nel ‘98 a Londra, dove lavorava come pony express, e confessò alle telecamere del programma di Raitre Chi l’ha visto? di aver ucciso in casa i familiari e di averne occultato i cadaveri in una cava della provincia. È questo, ha detto, l’altro peso enorme con cui deve fare oggi i conti: il fatto che quei corpi non siano mai stati ritrovati.
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Sembrava destinato a restare uno dei tanti misteri italiani del dopoguerra, invece a trentasette anni dalla sua scomparsa, si sarebbe finalmente identificato il cadavere di Mauro De Mauro, il giornalista dell’Ora rapito dalla mafia e mai più ritrovato.
La Procura di Catanzaro ha infatti dato mandato di riesumare i resti di un uomo nel cimitero di Confluenti, piccolo comune dell’hinterland lamentino. Il corpo carbonizzato era stato identificato nel 1971 come quello di Salvatore Belvedere, un pregiudicato di Lamezia Terme evaso dal carcere nel giugno dell’anno prima insieme ad altri quattro esponenti della criminalità organizzata.
A riconoscere il cadavere era stato uno dei figli di Belvedere, ma sin da subito erano emersi forti dubbi sull’identificazione di quei resti. Alcuni pentiti avevano infatti dichiarato di avere agevolato la latitanza del pregiudicato lamentino tramite un accordo tra ‘Ndrangheta e Cosa nostra.
Una versione accreditata anche da Arcangelo Badolati, giornalista della Gazzetta del Sud ed autore di I segreti dei boss, secondo cui a rivelare lo scambio dei corpi era stato un poliziotto in pensione, che negli ani Settanta era in servizio nella Squadra mobile di Cosenza.

La riesumazione del cadavere è prevista per il 22 settembre. Si procederà all’esame di compatibilità prima con i familiari di Belvedere e poi con quelli del giornalista.
Mauro de Mauro era stato rapito a Palermo il 16 settembre 1970. Durante gli anni della guerra civile aveva militato nella Banda Koch e poi si era trasferito in Sicilia, dove seguiva le indagini di mafia per il quotidiano L’Ora. La sua vicenda ha dato luogo ad una pubblicistica infinita, che ha motivato la sua scomparsa dapprima per i suoi articoli di denuncia sulla criminalità organizzata, poi per le sue inchieste sulla morte dell’industriale Enrico Mattei.
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In via Cherubini, di fronte al portone accanto al quale venne ucciso la mattina del 17 maggio 1972 Luigi Calabresi, c’è un piccolo prato. Qui, all’ora di pranzo, la città di Milano scoprirà un masso delle montagne lombarde per ricordare il commissario.
Poco prima, alle 10.30, al centro congressi della Provincia di via Corridoni, è stata scoperta una lapide in onore del commissario ucciso.
Al doppio appuntamento della memoria, è presente il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Accanto al sindaco Letizia Moratti, al presidente della Provincia Penati, alla vedova e il figlio del commissario, Gemma Capra e Mario Calabresi.
A trentacinque anni di distanza, l’omicidio del commissario continua a dividere centrodestra e centrosinistra milanesi, seppure uniti dalla comune volontà di rendere omaggio alla sua memoria. E anche ammesso, come viene ripetuto da entrambi gli schieramenti, che non c’è nessuna volontà di fare “una guerra delle lapidi” né di creare contrapposizioni, nella settimana delle commemorazioni in ricordo di Calabresi organizzate da Comune, Provincia e Questura, si sono riaccese le polemiche: da una parte il vicesindaco Riccardo De Corato, che apprezza l’iniziativa della Provincia ma chiede di “sconfessare” la lapide in piazza Fontana dedicata a Pinelli dagli anarchici; dall’altra esponenti del centrosinistra, che ritengono giusto ricordare Calabresi ma esortano a non dimenticare Pinelli. Il presidente della provincia di Milano Filippo Penati ha definito Calabresi “vittima di una spirale di violenza politica che bagnò di sangue innocente le strade di Milano”: esattamente l’epitaffio che si legge sulla targa dedicata alla memoria del commissario.