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Luci (rosse) di Natale: faccio festa con una escort

Prostituzione
di Grazia Visconti
Aeroporto di Fiumicino, ore 14:55. Angela, sola, attende di imbarcarsi con il prossimo volo. Destinazione: Lindos, suggestiva cittadella dell’isola di Rodi. Il destino ha voluto che le fosse assegnato in aereo un posto accanto alla moglie dell’uomo che stava accompagnando in incognita. Già, perché Angela è una top escort e per professione allieta le vacanze di ricchi uomini d’affari. “Di certo la moglie non poteva immaginare di stare braccio a braccio con l’amante a pagamento del marito”, afferma Angela con un sorriso malizioso. Accadeva lo scorso anno, perché questo Natale lo trascorrerà a Roma, insieme alla figlia di 21 anni. Partirà invece il 27 dicembre, con lo stesso uomo che, stavolta, l’ha ingaggiata per festeggiare l’anno nuovo insieme a lui e all’ignara consorte. La meta? Vienna. “Io mi faccio la vacanza in completa solitudine. È già tutto pagato. E lui mi viene a trovare di mattina quando può”, precisa Angela. “È felice della mia presenza, e gli basta sapere che può raggiungermi quando lo desidera”.
Periodo di festa anche per le squillo di lusso, dunque, che nel ménage familiare hanno oramai preso il posto una volta riservato alle amanti tout court.
E la crisi? Dal punto di vista delle escort non esiste, niente saldi almeno per quelle di alto livello che negli anni si sono create un portafoglio clienti che custodiscono gelosamente. Bellezza, eleganza e professionalità insomma si pagano, e si pagano profumatamente. Nonostante il periodo di recessione economica come quello che stiamo vivendo, la prostituzione d’alto bordo sembra non conoscere crisi. Si registra al contrario un’impennata anche di quella maschile. Racconta a Panorama Roberto, 38 anni, gigolò di mestiere: “L’offerta è aumentata, è vero, ma è aumentata anche la richiesta”. Il dato infatti è in crescita, stando ai sondaggi. E le donne si sentono ormai a loro agio in un universo che è stato per anni retaggio di una mentalità prettamente maschile. Per una serata al casinò, per una festa privata o semplicemente per andare a ballare con gli amici, sono sempre più spesso le donne che cercano l’accompagnatore. Secondo l’associazione “Donne e qualità della vita”, presieduta dalla sessuologa Serenella Salomoni, che ha intervistato 1.500 donne tra i 18 e i 60 anni, una donna su tre (37 per cento) ha preso in considerazione la possibilità di pagare un gigolò per avere un rapporto, mentre una su cinque (19 per cento) l’ha già fatto.
Col mercato più ampio, le idee regalo per le festività non mancano. E ce ne sono davvero per tutti i gusti. C’è chi si affretta a prenotare un capodanno con l’accompagnatrice di lusso o chi se l’affitta per una crociera su uno yacht; c’è persino il marito che invita un gigolò per una cena a lume di candela (contento lui), per fare un regalo alla moglie; ma c’è anche chi il regalo preferisce farlo ad una persona speciale. “Un regalo per un amico? Una serata con una escort” si legge in uno dei tanti annunci pubblicati sul web. “Vacanze di Natale in Trentino con la più bella escort della zona” recita un altro annuncio. “Hai mai pensato che è triste e malinconico passare il tuo Natale da solo? Perché non concederti un paio di giorni di relax puro? Se poi a farti compagnia c’è un’escort bella, 24enne, bionda, alta, con un corpo da favola e italiana, hai mille motivi al giorno per convincerti”. Tra le tante offerte, spicca l’annuncio di Silvia, che ha pensato bene di utilizzare la rete per offrirsi come strenna da scartare sotto l’albero: “Vuoi farti un bel regalo di Natale? Vieni a trovarmi, sono una escort bionda e carinissima… ti farò passare dei momenti veramente piacevoli”.
Nell’annuncio, apparso sul sito di Bakeca.it, nella sezione dedicata agli incontri piccanti, nulla è stato lasciato al caso. Anche il servizio fotografico è stato studiato e realizzato ad hoc: abitino scollato con finte piume di struzzo ad avvolgere un corpo sinuoso, scarpe con i tacchi a spillo e tra le mani una grande palla natalizia con fiocco e decorazioni di una nota marca di cioccolatini. Il tutto, neanche a dirlo, rigorosamente in rosso!
C’è invece chi ha prenotato Kristalia che, vestita da Santa Claus dovrà spuntare a mezzanotte in punto, in compagnia di un gigolò, complice di tutta la messinscena. Il cliente, amante degli scambi di coppia, con la complicità della moglie, ha già fornito alla sua escort una sorta di copione da recitare, appena ella giungerà nel salone della sua villa, alle porte di Roma. Si tratta di giochi sofisticati con lo scopo di stuzzicare il desiderio delle coppie presenti: lo ritengono uno scambio di doni poco tradizionale. Come dargli torto.

Escort versione natalizia

Andrea invece è stato prenotato per trascorrere una giornata di shopping sfrenato tra pacchi e regali. Anche per Lui, 35 anni, di base a Venezia, che si rivolge ad una clientela perlopiù straniera, non è cambiato nulla. “Le chiamate ci sono sempre” dichiara “come c’è sempre la concorrenza. Ci sono sempre più ragazzi e ragazze che si vendono, ma non si sparano più prezzi esorbitanti”. “I prezzi per le mie prestazioni”, continua Andrea, “sono valutati in vecchie lire: se prima chiedevo 500 mila lire per una serata, che includeva cena e dopocena, ora chiedo 250 euro. E poi la cliente è diventata molto più esigente e raffinata, cerca il bravo ragazzo. Non ha problemi di soldi, ma vuole spendere bene il proprio denaro pagando il giusto prezzo. Chiede la perfezione”.
Dello stesso parere è Francesca, 29 anni, di Firenze. “Rispetto al passato” dice “c’è una maggiore prudenza da parte di chi mi contatta, ma non ho notato una reale crisi. C’è stato forse un calo sugli incontri un po’ più brevi, è diminuita la frequenza degli appuntamenti, ma l’incontro tranquillo, con la bella persona che mi chiede di uscire per una serata, resta”.
In questo clima festivo, c’è poi chi si regala un weekend in un centro benessere e si tuffa in una vasca per l’idromassaggio in compagnia della squillo dei sogni. Champagne, bollicine ed essenze orientali per una parentesi nababbi. Alla faccia della crisi.

Strage a Verona, uccide la moglie e i tre figli e si suicida

Strage familiare a Verona

Un commercialista di 43 anni ha ucciso a colpi di pistola la moglie, i tre figli maschi di 3, 6 e 9 anni, e poi si è suicidato. La tragedia, scoperta stamane, è avvenuta ieri sera in una casa di San Felice Extra, alle porte di Verona. L’uomo, Alessandro Mariacci, era un commercialista, la moglie, Maria Riccarda Carrara Bottagisio, un avvocato.

I cinque corpi sono stati trovati dalla donna delle pulizie: la donna ed il bambino più piccolo erano riversi sul pavimento della taverna della casa, nella camera matrimoniale c’erano i cadaveri di altri due bambini e sul letto il corpo dell’uomo, che si è ucciso con un colpo di pistola alla tempia. Accanto al cadavere c’erano due pistole semiautomatiche, una delle quali con il cane alzato. Per la polizia, che sta conducendo le indagini, non è escluso che l’omicida-suicida le abbia usate entrambe.

La famiglia viveva in una porzione di una casa colonica, ristrutturata, con una corte privata. Un bella abitazione, perfettamente ordinata. Nella casa non è stato trovato finora alcun biglietto che possa aiutare a comprendere le ragioni della strage. Secondo le prime ipotesi della polizia, la tragedia potrebbe essere avvenuta tra le 22.30 e le 23 di ieri. Alcuni vicini avrebbero detto di aver sentito intorno a quell’ora dei colpi secchi, ma non di averci fatto particolarmente caso. Le vittime erano tutte vestite con abiti da casa: i tre bambini in pigiama, la donna indossava una tuta da ginnastica.

“Era una famiglia per bene”, ha detto il parroco di San Felice, don Federico, “è un dramma inspiegabile. È un momento in cui trovare le parole è difficile. È un tempo in cui dobbiamo chiedere aiuto al Signore per le nostre speranze”, ha continuato il parroco dopo aver benedetto le cinque salme. Il sacerdote, che questa mattina è stato tra i primi ad arrivare sul luogo dell’omicidio-suicidio, ha raccontato di come erano “solari e giocosi i tre bambini”. Don Federico ha aggiunto che Mariacci e la moglie apparivano come “persone serene” e che frequentavano la chiesa con continuità. Nessun commento dal pm che coordina le indagini, Pietro Pascucci, il quale si è limitato a riferire che l’attenzione degli investigatori “è rivolta a più aspetti”.

“La tragedia di Verona deve sollecitare l’attenzione del ministro dell’Interno sull’esigenza di dare una svolta concreta sulla politica delle armi fino ad oggi praticata”. Lo afferma il segretario dell’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp) Enzo Marco Letizia sottolineando che “la priorità è rivedere normative e circolari che hanno consentito il proliferare delle persone in possesso di armi sul territorio”.

Allo stesso tempo, inoltre, bisogna intervenire sulla “sostanziale inefficacia delle visite mediche” cui devono essere sottoposti periodicamente i possessori di armi, “svolte”, dice Letizia, “secondo i criteri dell’autocertificazione e della mancanza di qualsiasi effettiva assunzione di responsabilità. Basta dunque con le chiacchiere”, conclude, “serve una presa di coscienza della necessità di un cambiamento radicale tornando a considerare la circolazione e la detenzione delle armi con la serietà che la materia richiede”.

La Questura di Verona ha confermato che la strage di San Felice Extra è un caso di omicidio-suicidio. Secondo la ricostruzione fornita dagli investigatori, Alessandro Mariacci, il presunto autore della strage, ha avuto la freddezza di prendere una delle due pistole semiautomatiche di grosso calibro che deteneva regolarmente ed ha proceduto nel suo piano criminale. Tutte le sue vittime presentavano un colpo alla fronte, la moglie anche uno ad un braccio. La donna è stata colpita mentre stava guardando la televisione insieme al figlio più piccolo, Jacopo, 3 anni. Gli altri due figli, Filippo (9) e Nicolò (6) sono stati uccisi nel sonno, nella loro cameretta. L’omicida si è poi recato nella camera matrimoniale, puntandosi la pistola contro la tempia e togliendosi la vita.

Una famiglia modello e apparentemente senza problemi, perlomeno economici: questa la descrizione che amici e parenti hanno dato della famiglia Mariacci. Marito e moglie, in base alle prime testimonianze raccolte dalla polizia, non avrebbero mai dato esteriormente segnali di crisi nel loro rapporto.

Gli agenti della squadra mobile hanno ascoltato la donna di servizio, una signora dell’Est Europa che aveva lasciato l’abitazione dei Mariacci verso le 18.30 di ieri, quando - avrebbe detto - nulla faceva presagire la tragedia. La donna ha scoperto i cinque corpi verso le 8 del mattino, entrando in casa per iniziare il lavoro. Gli investigatori sperano di ottenere elementi utili alle indagini dall’esame autoptico sul corpo del professionista: al medico legale il magistrato chiederà di verificare anche l’eventuale presenza di sostanze stupefacenti.

Mariacci era uno stimato tributarista, lavorava in uno studio associato a Verona, occupandosi in particolare di diritto fallimentare. La famiglia di Mariacci sarebbe molto nota nel capoluogo scaligero. La moglie era stata un avvocato civilista, ma da tempo non esercitava la professione legale perché la famiglia la teneva occupava a tempo pieno. Marito e moglie non lavoravano comunque insieme.

Un collega di Alessandro Mariacci lo descrive come un uomo “di grande equilibrio, solare. Nessuno”, aggiunge il collega, che vuole mantenere l’anonimato, “si sarebbe mai potuto immaginare, conoscendolo, una cosa del genere”. Il collega formula un’ipotesi: che “qualcosa possa aver sconvolto Mariacci e che per questo lui abbia ‘temuto’ per la sua famiglia”.

Secondo gli investigatori, il professionista non avrebbe avuto problemi evidenti di salute, nè fisici nè psichici. Sembra esclusa, per ora, l’ipotesi passionale. Dai colleghi del commercialista gli investigatori stanno cercando di capire se le ragioni della strage possano essere riconducibile ad un eventuale dissesto finanziario.

Il piccolo Jacopo, 3 anni, stava giocando con dei soldatini, quando è stato raggiunto dal colpo di pistola del padre. Il bambino era in taverna, dietro al divano sul quale stava seduta la mamma, che invece stava guardando la tv. Aveva indosso il suo pigiamino, pronto per andare a letto. Questo uno dei primi particolari emersi dalla ricostruzione della tragedia.

“Una tragedia, inspiegabile, sono molto scosso”. Queste le parole del questore di Verona, Vincenzo Stingone, all’uscita della casa di San Felice Extra. “Davanti all’immagine di tre bambini uccisi in quel modo”, ha aggiunto, “sfido chiunque a restare impassibile. Sono cose che ti distruggono umanamente. C’è solo una parola che si può usare: tragedia, ammesso che renda l’idea di quanto è successo; non si può che parlare di follia. Ora dobbiamo lasciare agli agenti e alla scientifica il tempo di lavorare e poi vedremo di capire meglio quello che è accaduto”. Il questore ha confermato che al momento non è stato trovato nulla, uno scritto, o altri tipi di messaggi magari al computer, lasciati dall’uomo, Alessandro Mariacci, per spiegare i motivi del raptus omicida.

Lei, lui, l’altro e un delitto di provincia molto imperfetto

murder

Nei primi resoconti giornalistici la “mantide della Riviera” era bionda, fatale e spietata. Per questo i lettori avevano immaginato una Jeanne Moreau in Ascensore per il patibolo o magari una Barbara Stanwyck nella Fiamma del peccato. Qualcuno aveva fantasticato un’infarinata Jessica Lange nel Postino suona sempre due volte. Poi i quotidiani hanno pubblicato i nomi dei protagonisti e tutti hanno capito che la storia, a osservarla da vicino, era un po’ diversa e più che a un noir bollente assomigliava a un film di Totò e Peppino.
Alle 13 di un venerdì qualsiasi la piccola “ciassa” (piazza) di Riva Ligure, provincia di Imperia, sei palazzi e una trentina di finestre, è ferma per il pranzo. Sulla bacheca lo slogan promozionale della Protezione civile ora suona beffardo: “Io ho una doppia vita”. Nel bar del corso un cliente dice: “Se in zona si trasferisse un sicario, farebbe affari d’oro”. È questo il palcoscenico del giallo più comico dell’estate: la via Aurelia, tra Arma e Riva Ligure, a due passi dalla mondana San Remo. Protagonisti: Giuseppina, casalinga di Badalucco (Imperia), 57 anni; Davide, marito e coetaneo, idraulico originario di Teramo; Pasquale, il presunto amante di Giuseppina, 52 anni, giardiniere di Rosarno (Reggio Calabria). La trama: lei odia il marito e chiede all’amante di ucciderlo; lui sbaglia e ingaggia un brigadiere della Polizia penitenziaria che li denuncia.
La vicenda della presunta mantide finisce su quotidiani e tv. Lei si rifugia dalle suore per timore della vendetta. Il coniuge, incredulo, le invia un sms: “Mi manchi, io ai giornalisti non credo”. E lei torna a casa, mentre il paese tira un sospiro di sollievo. Un sentire comune ben riassunto nella vignetta del settimanale locale: “Finalmente hanno svelato il nome della donna che voleva uccidere il marito… È stato angosciante: a ogni indizio pensavo sempre più fosse mia moglie…”.

Parlano marito e moglie. I tre protagonisti appena incrociano il cronista lo scambiano per un medico ed elencano i loro acciacchi: dall’osteoporosi alla pressione alta, dalla protesi al ginocchio ai denti da rifare. Proprio come il miglior Totò quando si ficca nei guai. E anche se per gli inquirenti la storia andrebbe presa sul serio (i due presunti amanti sono sotto inchiesta in base all’articolo 115 del Codice penale, quello sull’”accordo per commettere un reato”), l’impresa appare ardua. Nella sua casa al primo piano di una palazzina gialla a due passi dall’Aurelia, lei, pantaloni della tuta rosa, capelli “red-blond”, spiazza il cronista: “Io una mantide? Non conoscevo neppure il significato della parola, per fortuna ho l’enciclopedia”. Il marito, maglia grigia da lavoro, la guarda: “Ah, e che cosa è? Io l’ho già chiesto al vigile”. “Una specie di cicala che mangia i maschi” lo informa lei.
Quindi per convincere il cronista della serena vita coniugale, la signora spalanca armadi pieni di vestiti eccentrici e stole che hanno visto giorni migliori: “Adoro i miei spazi liberi” dice con voce infantile. “Le mie bambole, le collezioni di dvd e i giornalini di Paperino”. E il giardinetto con il mandarino cinese, il limone e le statue di Biancaneve e i sette nani. Il marito ascolta soddisfatto (i due stanno insieme perché Davide ha promesso ai carabinieri di mantenere il controllo): “Io violento? Ma se do da mangiare ai piccioni che mi beccano l’insalata. Certo, da ragazzo ho fatto qualche scazzottata, come tutti”. Attimo di riflessione: “Più recentemente ho preso a pugni mio cognato e in quell’occasione ho dato una spinta pure a Giuseppina… Ma le vede le braccia che ho, se volessi far del male…”.
Per Davide il problema è un altro: “La verità è che mi sento lo scemo del villaggio. Sono troppo buono, aiuto sempre tutti. Per esempio adesso lavora con me un ragazzo che in passato è stato accusato di spaccio. I carabinieri mi hanno chiesto spiegazioni”. Poi l’idraulico offre la sua interpretazione dei fatti: “Questa storia è venuta fuori perché qualcuno è invidioso del mio lavoro, dei preventivi che faccio per le caldaie”. Il volto stupito del cronista lo costringe ad approfondire: “Se io chiedo 1.700 euro e un altro 1.500 e il lavoro arriva a me, qualcuno si può arrabbiare, no?”. Ragionevole. Ma perché, per danneggiarla, avrebbero dovuto mettere in piedi una storia così strampalata? “Non lo so. Comunque in tutta questa vicenda mia moglie non c’entra, è solo una vittima”.

A questo punto la domanda è inevitabile: Giuseppina l’ha mai tradita? “Con tutti gli acciacchi che ha, neanche noi due riusciamo a fare granché, figuriamoci con quello lì, il presunto amante. Ma l’ha visto?”. Insomma nessun dubbio sulla moglie? “Beh, una volta mi ha fatto arrabbiare: ha detto che andava qualche ora in Francia con un’amica ed è tornata dopo una settimana. Non si fa così”. “Ho i miei spazi liberi” ribadisce lei “vado in palestra, a prendere il caffè con le amiche, a fare la spesa”. E Pasquale? “Sa, sono un’igienista io, dunque quel tipo non fa proprio per me”.
La versione del giardiniere. Ed eccolo qui il presunto amante tanto bistrattato, l’uomo che avrebbe ingaggiato il killer: tuta da giardiniere (lavora in una cooperativa sociale legata alla curia), falciatrice in mano, faccia scura e scavata, sorriso irregolare. è sorpreso dagli ultimi aggiornamenti: “Se quei due sono ritornati insieme meglio così, io quella storia dell’omicidio l’ho portata avanti solo per fare sesso con la signora. Quando stavamo insieme mica mi trovava brutto e sporco, sa? La nostra alcova era dentro un capannone: io ci mettevo il materasso, lei portava la coperta da casa”. Vabbè, ma le prove? “I carabinieri hanno i messaggini che mi inviava, sms molto espliciti”. Come vi siete conosciuti? “Ad aprile o maggio, io stavo potando le rose, lei mi ha chiesto dei rametti da piantare in giardino, abbiamo iniziato a parlare…”. Giuseppina scendeva tutti i giorni a prendere il caffè in paese. “Mi ha confidato subito i problemi con il marito. Diceva che la picchiava, la legava al tavolo… Quindi mi ha chiesto di ucciderlo”. L’offerta era di 20mila euro. Ma l’obiettivo di Pasquale era un altro: “Io le ho detto che mi andava bene, ma doveva diventare la mia donna”. Sarebbero finiti così nel capannone. “E visto che lei insisteva con quella storia dell’omicidio, io per continuare la relazione mi sono messo a cercare qualcuno. Ma per me non era una cosa seria altrimenti non avrei contattato uno sconosciuto in stazione”.

Purtroppo per lui fa la proposta indecente a un brigadiere della Polizia penitenziaria: “Io non ci credo, con quella faccia… comunque mi ha chiesto un anticipo, io ho preso tempo e gli ho detto che Giuseppina era finita in ospedale. Mica volevo farlo ammazzare per davvero”. Fatto sta che il brigadiere denuncia tutto e i due presunti amanti finiscono nei guai. Conclude Pasquale: “Mia moglie ora sta malissimo, i miei tre figli non so se abbiano capito che il protagonista sono io. Una cosa è certa: al processo dirò tutta la verità. Gli inquirenti possono mandare il Ris a esaminare il materasso nel capannone e allora scopriranno chi ha ragione tra me e Giuseppina”.

Tradisce il marito sotto il tetto coniugale, perde tutti i beni

Letto vuoto
Non tutti i tradimenti sono uguali: merita infatti di perdere tutti i beni e le proprietà che il marito le ha cointestato la moglie che tradisce il coniuge portando l’amante nella casa coniugale consumandovi carnalmente il suo “flirt”.
L’avvertimento viene dalla Cassazione che ha confermato la “revocazione per ingratitudine” della cointestazione di tutti i beni che il marito aveva donato, in comproprietà alla moglie che lo tradiva in casa con un giovanissimo amante.
Con la sentenza 14093 della II Sezione Civile i giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso con il quale la moglie infedele chiedeva la nullità del verdetto della Corte d’appello di Messina che nel marzo 2005 (dopo una causa iniziata nel 1975) le aveva revocato la comproprietà dei beni che il marito le aveva intestato. Per i giudici d’appello la donna aveva commesso una “ingiuria grave che ledeva gravemente il patrimonio morale” del marito e pertanto, legittimamente l’uomo doveva tornare nel pieno possesso dei beni che aveva voluto condividere con la moglie.
In primo grado, il Tribunale di Messina aveva dato ragione alla donna. Ma le cose sono poi cambiate: la seconda sezione civile della Suprema corte ha ammonito, non lasciando nulla nella penna, questo tipo di comportamenti. “L’ingiuria grave richiesta dall’articolo 801 quale presupposto della revocazione consiste in un comportamento con il quale si rechi all’onore e al decoro del donante un’offesa suscettibile di ledere gravemente il patrimonio morale della persona, sì da rilevare un sentimento di avversione che manifesti tale ingratitudine verso colui che ha beneficiato l’agente, che ripugna alla coscienza comune”.
In questo caso gli ingredienti dell’ingratitudine c’erano proprio tutti: infatti la donna all’età di 36 anni, già madre di tre figli, aveva intessuto una relazione con un 23enne, protrattasi clandestinamente per vari anni, e sfociata nell’abbandono della famiglia per convivere con il nuovo compagno. L’atteggiamento, fra l’altro, era stato particolarmente menzognero e irriguardoso verso il marito dal momento che lei “si univa con l’amante nell’abitazione coniugale”.

Ha ucciso la moglie, ma continua a percepirne la pensione

Sedie vuote nell'aula di un tribunale
Quanto sa essere atrocemente beffarda la burocrazia, lo dimostra il caso di un condannato per uxoricidio, che continua a percepire la pensione della moglie. La vicenda è quella di un uomo del perugino, raccontata da Il Messaggero, condannato a 30 anni di carcere per aver sparato alla consorte, che voleva separarsi. Nonostante l’uxoricida abbia dichiarato di volervi rinunciare, continua a ricevere l’assegno dall’Inpdap: l’80% della somma a lui, il 20% al figlio.
Una situazione paradossale, un “muro” legislativo contro il quale tutti i percorsi intrapresi dal legale che tutela il minore, l’avvocato Claudio Caparvi di Perugia si sono dovuti interrompere.
La legge, infatti, non permette di fare altrimenti. L’uomo non ha mai negato le sue responsabilità dopo che la moglie aveva presentato il ricorso per la separazione giudiziale, chiedendo l’affidamento del figlio di 10 anni e l’assegnazione della casa: “Non sono pentito, lo rifarei”.
Nonostante questo, l’assassino ha diritto per legge a ricevere la pensione della vittima. “Il padre ha perso la patria potestà” ha detto l’avvocato Caparvi “ed è stato dichiarato indegno a succedere per quanto riguarda l’eredità della moglie. Ma la pensione spetta a lui per l’80%: non è possibile nemmeno rinunciarvi”.
Ogni richiesta è andata a vuoto perché “sussiste il diritto del vedovo alla concessione della propria quota di pensione. È un diritto a titolo originario”. Quindi non può essere intaccato dall’istituto dell’indegnità, come richiesto dallo stesso legale del condannato.

Nessun dorma finché non si aprirà il testamento di Big Luciano

Luciano Pavarotti fra le due mogli Adua (a sinistra) e Nicoletta

Di Roberto Barbolini

Dovevate vederlo, disteso cereo nella bara, la barba e i capelli tinti d’un nero improbabile, così carico da far pensare a una maschera teatrale. Come a dire subito: io fui tenore. Sì: tutti noi avremmo dovuto vederlo, serenamente composto dopo la “toilette di lunga conservazione” a opera di Gianni Gibellini, diventato di punto in bianco il “mortician” più richiesto del mondo per aver trattato la salma del tenore più famoso nel mondo, con l’aiuto d’un tanatopratico romano e dell’immancabile Veronica, abituata a truccare il Maestro per la scena e pronta a farlo anche in occasione dell’ultima recita.

“Ei fu. Siccome immobile, dato il mortal sospiro…”: solo i versi manzoniani in memoria di Napoleone, così ottocenteschi e tenorili, sembrano adeguati allo straordinario libretto d’opera che, tra romanza e telenovela, la scomparsa di Luciano Pavarotti, gigantesca Supernova del firmamento mediatico, sta scrivendo in questi giorni nell’immaginario collettivo, tra feticismi e pettegolezzi, in un fenomeno di idolatria postuma che persino certi piccoli schizzi di veleno, inoculando il sospetto di risorgenti faide familiari attorno a un’eredità valutata a spanne sui 200 milioni di euro, hanno contribuito ad alimentare, in un crescendo di voci spesso discordanti. Voci di un’unione ormai scricchiolante fra il grande tenore e la seconda moglie Nicoletta Mantovani; sussurri di dissapori fra Nicoletta e le tre figlie Cristina, Lorenza e Giuliana, nate dal primo matrimonio di Pavarotti; insinuazioni in puro stile feuilleton sull’esistenza d’un misterioso testamento segreto. E poi illazioni a non finire sui tre incontri del tenore ormai allo stremo con l’ex moglie Adua Veroni.

Si sa: “la calunnia è un venticello”, pronto però a trasformarsi in “un tremoto (sic), un temporale”, addirittura in un Giudizio universale. Tanto che le tre figlie, in una lettera letta da Cristina al Tg1 dell’11 settembre, si sono viste costrette a smentire ufficialmente il can can di congetture allestito dal gran circo mediatico. Ma è ineluttabile: l’apoteosi post mortem implica quel pulviscolo di gossip che sempre si sparge nell’etere quando muore una stella.

Il mondo intero, mai come in questo caso così globale, così locale, s’è preso una bella scossa. E quei funerali in diretta televisiva dal Duomo di Modena, 43 per cento di share alle 3 del pomeriggio d’un caldo sabato d’inizio settembre, hanno compiuto l’opera, mescolando in uno straordinario “patchwork” Bono Vox a Romano Prodi, Kofi Annan alle Frecce tricolori, il pathos del melodramma all’organizzazione teutonica di quei concittadini di Big Luciano (ma anche di Enzo Ferrari) che il “genius loci” Antonio Delfini definì fulmineo “tedeschi travestiti da inglesi”.

Risultato? Nessun dorma: le esequie non finiscono mai. Ai 50 mila della cerimonia ufficiale hanno continuato ad aggiungersi schiere di pellegrini al cimitero di Montale Rangone, dove l’artista è sepolto. Il Comune di Modena s’è visto costretto ad allestire uno spazio in piazza Grande con registri per le firme e distribuzione gratuita di foto-ricordo dell’artista, di cui sono state stampate 200 mila copie. Ciò non è bastato a frenare la speculazione: tre giorni dopo il funerale, per la gioia di chissà quale danaroso cacciatore di feticci, su eBay veniva messo all’asta il libretto della messa d’esequie a inviti esclusivi, tirato in 1.500 copie da Artestampa con logo a secco, alla strabiliante cifra di partenza di 50 mila euro. Roba da sbaragliare il fervido mercato di gadget del pianeta rock, dal plettro perduto di John Lennon alla chitarra distrattamente sfiorata da Jimi Hendrix, la mano sinistra di Dio.

Pavarotti, del resto, era stato il primo a capire che, nell’odierna mitologia di massa, il tenore e la rockstar sono due icone complementari, fatte per ribadirsi reciprocamente. Qualunque cosa si possa pensare da un punto di vista musicale dei concerti benefici nei quali tra il 1992 e il 2003 radunò il Gotha del pop-rock internazionale, bisogna dare atto al Maestro d’aver avuto una grande intuizione da artista pop. “Intendiamoci: Pavarotti resterà grande perché ha cantato per Herbert von Karajan, non perché ha duettato con Bono. Ma questo straordinario emigrante del do di petto aveva il senso istintivo di ciò che vuole la gente. Ha saputo prendere il modello nazional-popolare di Beniamino Gigli, idolo della lirica durante il Ventennio, e adattarlo ai nostri tempi, mescolando Mamma e Miss Sarajevo”: Alberto Mattioli, giornalista della Stampa e melomane, è netto nell’analisi. Non c’è da meravigliarsi: conosce Pavarotti come le sue tasche e detiene il record delle interviste con il Maestro, una cinquantina, compresa l’ultima, rilasciata il 23 luglio 2006. Con tempestività, Mattioli sta per pubblicare da Mondadori Big Luciano, biografia critica del tenore più famoso del mondo, allegata in anteprima a questo numero di Panorama, che sarà in libreria il 18 settembre.

L’eredità che lascia Pavarotti, il libro lo conferma, non è solo quella d’una voce indimenticabile; tantomeno quella d’una esorbitante macchina da soldi che continuerà a macinare royalty nella posterità. Big Luciano è stato un maestro generoso alla Scuola di canto legata al conservatorio della sua città. Ma soprattutto un personaggio che non ha mai smesso di essere persona. “Un vero amico, timido e riservato malgrado le apparenze” lo ricorda Giulio Bonacini detto Bóla, uno dei Quattro della briscola (titolo del libro di foto e memorie che uscirà a Natale da Artestampa, a cura di Beppe Zagaglia). Gli altri tre erano Pavarotti, Giorgio Maletti e Luciano Ghelfi detto il Colonnello. Quattro moschettieri più usi alla forchetta che alla spada. S’erano conosciuti ragazzini, alla metà degli anni Quaranta, sul campo di calcio dell’Invicta San Faustino, la squadra della parrocchia.
“Negli ultimi quattro anni Luciano aveva incluso la nostra presenza come clausola contrattuale nelle tournée. L’abbiamo seguito in Cina e alle Barbados, in Russia e Nuova Zelanda. Negli intervalli delle sue recite giocavamo a briscola. E finché la partita non era finita non si rialzava il sipario” ricorda Bóla. Hanno giocato in coppia fin quasi alla fine, con Luciano già costretto alla carrozzella: “Eravamo ancora in vantaggio di 18 partite su Maletti e il Colonnello”. Ma la briscola decisiva Lucianone era destinato a perderla.

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Scontro a distanza sul voto agli stranieri. Umberto Bossi: "Pensiamo che gli immigrati debbano essere rispediti a casa loro". Gianfranco Fini: "Un anatema che non risolve il problema". Secondo voi chi ha ragione?
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