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Un segreto custodito da un manipolo di fedelissimi, un’arma di ricatto nelle mani degli avversari, un’imbarazzante verità da seppellire negli archivi giudiziari. L’affaire Boffo ha assunto una dimensione che neppure il cardinale Camillo Ruini, informato sulla vicenda da almeno cinque anni, avrebbe mai immaginato.
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È quasi un contrappasso: nella terra di San Valentino e delle promesse d’amore eterno scambiate sulla sua tomba il 14 febbraio, nella città della leggenda di Sabino e Serapia, un Romeo e una Giulietta d’epoca imperiale, Terni è salita alla ribalta per le molestie telefoniche a una ragazza e per le voci maligne su un presunto e indimostrato amorazzo (negato dai diretti interessati) fra il direttore dell’Avvenire Dino Boffo e un aitante assistente di volo ternano.
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Certo, ci sono i casi famosi. Ormai quando si parla di stalking si tende a pensare alle star di Hollywood o di Cologno Monzese e alle loro disavventure con fan un po’ troppo appassionati e focosi. L’elenco è lungo: Nicole Kidman, Jodie Foster, Sharon Stone, Madonna, le tenniste Martina Hingis e Monica Seles. Anche dalle nostre parti non si scherza. Laura Pausini riceveva rose con biglietti firmati “da tuo marito” per mano di uno che le si è piazzato sotto casa fino a quando non l’hanno arrestato e condannato. Per non parlare di Michelle Hunziker, che ormai fa collezione di gente fuori di testa: li prendono, li condannano e loro continuano a minacciarla di morte.
Fatti gravi, gravissimi. Ma per capire veramente che cos’è lo stalking, e soprattutto la sua esatta dimensione sociale, bisogna sforzarsi di andare oltre le copertine delle riviste patinate. E sfogliare le agenzie, i giornali di provincia, dove non passa settimana senza notizie di questo genere: “Perseguita famiglia, un arresto nel Palermitano”. Un uomo si era impiantato davanti a una casa con binocolo e specchietto, col quale rifletteva i raggi del sole e costringeva marito, moglie e figli a vivere con le imposte chiuse. Ancora: “Perseguita la sua insegnante di pianoforte, arrestato”. Anche qui, mesi e mesi di sms, appostamenti, telefonate, minacce. E si potrebbe andare avanti a lungo tra centinaia di fatti simili destinati a finire in prima pagina solo quando si arriva tardi. Vedi la storia di Luca Delfino che, a Genova, fu accusato di avere assassinato le due ex fidanzate a distanza di 12 mesi l’una dall’altra.
C’è un dato che deve fare riflettere: circa il 10 per cento degli omicidi volontari avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 ha avuto come prologo atti di stalking. Non saremo di fronte all’ennesima emergenza sociale, ma è forse arrivato il momento di cambiare approccio e di provare a capire cosa succede a monte: chi è che perseguita? Perché? È malato o no? Si può fermare per tempo? Come?
Gli studi scientifici sul settore, almeno in Italia, sono piuttosto recenti. Dai pochi dati che ci sono è possibile tracciare un identikit del molestatore: nell’85 per cento dei casi è maschio, quasi sempre è un conoscente e non è socialmente disadattato. Una volta su due è il partner o l’ex. Soltanto nel 20 per cento dei casi agisce a causa di disturbi della personalità . Dato ancor più significativo: solo il 5 per cento di loro soffre di una psicosi.
A Roma è nato da qualche anno un centro per curare queste persone. Lo gestisce Massimo Lattanzi, psicoterapeuta, coordinatore anche dell’Osservatorio nazionale sullo stalking. I pazienti sono 30: 25 uomini, quattro donne e un adolescente.
Angelo è uno di loro. Ha 58 anni, vive e lavora a Milano, dove tre anni fa ha conosciuto una ragazza molto più giovane e ha vissuto una bellissima e intensa storia d’amore. Poi lei ci ha ripensato ed è tornata al Sud dai suoi genitori.
Ecco il racconto di Angelo: “C’era complicità , simbiosi, sentivamo le stesse cose anche a distanza. Poi è dovuta partire. I primi tempi andava bene, ci sentivamo anche 30 volte al giorno. Le compravo tanti regali e glieli mandavo giù. Una volta le ho preso un giaccone molto bello. Quando l’ha ricevuto mi ha detto: ‘Uauh! Poi non ti lamentare se qualcuno mi fa la corte’. Quella frase è stata come una pugnalata. Ho pensato che volesse farmi soffrire. Infatti da quel momento ogni tanto se ne usciva con battute tipo: esco con un amico. Io buttavo il telefono a terra e mi sembrava come se mi mettessero la testa sotto l’acqua per poi tirarmela su. Una sera ho preso la macchina e sono partito per andare da lei. Lì ho visto una scena che mi ha lasciato sconvolto: un ragazzo che parcheggiava e saliva a casa sua. Sono rimasto tutta la notte lì, ma non per vedere se scendeva. Ero sicuro. Alle 7 mi sono svegliato e la macchina non c’era più”.
La vita di Angelo, e con la sua anche quella della ragazza, è diventata un inferno. Ha iniziato a star male, a ritrovarsi di notte in mezzo a una strada con un coltello in mano senza sapere il perché, a provare a farla finita. A sentire l’impulso di fare del male alla ragazza, di ucciderla: “Le scrivevo: ti ammazzerò. Ma mi fermavo perché non volevo vederla morta”. Angelo ha perso 35 chili in quattro mesi, nel 2006 pesava 42 chili. “Per un anno non ho toccato cibo, per stare in piedi mi facevo di cocaina, era l’unico sollievo”. A un certo punto ha lasciato il lavoro ed è andato a vivere nel paese della ragazza, solo per vederla passare per strada: “Avevo bisogno di sentirla vicina, per proteggerla”. Per fortuna alla fine si è rivolto al centro di cura romano e la situazione si sta lentamente riavviando verso la normalità .
La storia di Angelo è comune a quella di molta gente. Come Marco, per esempio, che si è innamorato di una ragazza conosciuta all’università e ce ne ha messo di tempo prima di accettare il fatto che lei l’avesse lasciato: “Oltre alle telefonate le mandavo cd con le nostre canzoni e mi facevo trovare nelle aule dove lei doveva sostenere esami. Credo ne abbia saltati un bel po’ per non incrociarmi”.
Ma gli stalker non sono solo uomini. La percentuale di donne che vestono i panni delle molestatrici è comunque del 15 per cento. Carla è una di queste. Ha 65 anni, divorziata da tanto, con due figli, ha avuto in passato un po’ di relazioni, sempre lunghe e importanti. In una di queste le sembrava di aver trovato l’uomo ideale: “Una persona magnifica, allegra, come me amante di viaggi e cene. Tutto quello che una donna può desiderare. Con le mie buone maniere mi sono totalmente dedicata a lui, che era debole. Mi sono impossessata pian piano della sua vita. Gli preparavo perfino i vestiti da mettersi. Ma i miei non erano consigli, erano imposizioni. Gli dicevo: oggi ti vesti così. Dove andava lui andavo io, pure in bagno. Non lo mollavo un minuto”.
Fino a quando l’uomo non ce l’ha fatta più e se n’è andato. “L’ho sentito come un fallimento. Per due, tre anni non ho fatto altro che scrivergli messaggi, lettere, raccomandate con ricevuta di ritorno, andare sotto casa sua. E telefonate su telefonate. Poi un giorno un suo amico mi ha detto: o la smetti o fa qualcosa di grave. Ho avuto paura e mi sono fatta aiutare per tirarmene fuori”.
Ivana ci ha messo un po’ di più. E quando ha capito che non avrebbe più potuto riavere indietro il suo uomo lo ha pure preso a calci: “Volevo indietro tutti i regali e i soldi che gli avevo dato. Lui mi ha riso in faccia e io non ci ho visto più”.
Difficile individuare con precisione il momento in cui si supera il confine tra un normale tentativo di riavvicinare la persona amata e lo stalking. Lattanzi prova a fissare dei paletti: “Le molestie devono durare almeno 30 giorni e in questo periodo si devono ripetere dieci comportamenti che suscitino nella vittima paura, ansia. Fino a spingerla a modificare i propri rapporti con gli altri”.
Chi subisce persecuzioni presto avrà uno strumento giuridico per difendersi. La commissione Giustizia della Camera ha appena approvato un testo che introduce il reato di stalking nel nostro ordinamento: chi molesta rischia fino a sei anni di carcere. In celle senza telefono. (carmelo.abbate@mondadori.it)
Il molestatore, l’assassino, il violentatore, raramente ha un volto sconosciuto. La maggior parte delle violenze sessuali sulle donne è commesso da conoscenti, parenti, amici, ex fidanzati, ex mariti.
E frequentemente si tratta di violenze annunciate dalle telefonate ossessive, dai pedinamenti, dalle minacce, da un’invadenza degli spazi personali che si fa sempre più pressante. In gergo si chiama stalking (in inglese persecuzione, pedinamento). “Atti persecutori”, così sono definiti nel disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei Ministri: saranno un vero e proprio reato, non più un fastidio contro il quale era inutile appellarsi. Fino a 4 anni di reclusione le pene previste, fino all’ergastolo se le minacce si concretizzano e la vittima muore. La proposta è stata portata in Cdm dai ministri della Giustizia Angelino Alfano e da quello delle Pari Opportunità Mara Carfagna. “L’introduzione del reato di stalking mette l’Italia al passo con gli altri paesi che hanno già legiferato in proposito” ha detto Carfagna, “la tutela delle vittime delle molestie insistenti è necessaria per la prevenzione di violenza sessuale e omicidi passionali”.
Da una recente ricerca citata dal guardasigilli Alfano “risulta che su 300 crimini commessi tra partner o ex partner, l’88% ha come vittime le donne e, nel 39% dei casi, si tratta di crimini annunciati poiché si consumano dopo un periodo più o meno lungo di molestie”. Un’attività persecutoria che attualmente è punita con sanzioni penali modeste.
Per l’Osservatorio nazionale stalking le molestie in un caso su due sono a opera di ex mariti, ex conviventi, ex fidanzati, ma possono essere compiute anche da conoscenti, colleghi o estranei: almeno il 20 per cento di italiani, soprattutto donne, ne sono stati vittime dal 2002 al 2007. Nel provvedimento varato, si stabilisce che “il reato consiste ‘nel porre in essere minacce reiterate o molestie con atti tali da creare nella vittima un perdurante stato di ansia o paura o un fondato timore per l’incolumità propria o di persona legata da relazione affettiva o a costringerlo ad alterare le proprie abitudini di vita”.
I limiti della pena sono stati adeguati alla gravità del reato (da uno a quattro anni) e possono essere aumentati ‘’se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata alla vittima da relazione affettiva”. La pena inoltre è aumentata da un terzo alla metà ‘’se il fatto è commesso ai danni di un minore”, se a compierlo è una persona armata o mascherata, e, infine, si tratta di una violenza ”di gruppo”.
Un soccorso tempestivo e un arresto immediato. È stato l’intervento di una pattuglia dei carabinieri di Genova ad impedire che nella notte, nella zona del centro storico cittadino, le molestie sessuali ai danni di una studentessa di 17 anni si potessero trasformare in qualcosa di peggio. Con l’accusa di violenza sessuale è stato arrestato un ecuadoriano di 55 anni, regolare in Italia e residente nel capoluogo ligure, ma privo di occupazione.
Secondo le ricostruzioni era da poco passata la mezzanotte quando i carabinieri di una pattuglia nelle strade del centro storico hanno notato un uomo che si è avventato su una donna. La vittima ha reagito gridando e divincolandosi, ma l’aggressore non si è accorto della presenza dei militari in auto alle sue spalle e ha continuato nel suo intento. I carabinieri sono entrati in azione bloccandolo e arrestandolo.

Come diceva quella canzone? “Se mi lasci non vale”. Già troppo in là , adesso è: “Se mi guardi, non vale”. Anzi, se lo fai con insistenza, ti denuncio. E un giudice può anche condannarti.
È successo davvero, a Lecco: un trentenne di Mandello del Lario, ritenuto colpevole di aver guardato con troppa insistenza una viaggiatrice del treno regionale Lecco-Sondrio, è stato condannato per molestie a dieci giorni di reclusione e 40 euro di multa.
A nulla è servito che il suo avvocato giurasse che non c’era malizia in quello sguardo. I fatti risalgono a tre anni fa ma la sentenza è stata emessa solo ora. La vittima, una donna di 55 anni, in aula non si è presentata. Le sue accuse sono scritte in un verbale della polizia ferroviaria consegnato a un agente della stazione di Lecco.
Tra lei e il suo vicino di posto non ci sarebbe stato alcuno scambio di parole, non ci sarebbero stati complimenti (ancorché volgari), nessun tentativo di corteggiamento. Solo quello sguardo, insistente. E giudicato fastidioso dalla donna. Tanto che alla fine del secondo viaggio, la signora ha chiesto aiuto a un agente di polizia ferroviaria e ha denunciato l’uomo per molestia. Il giorno prima, aveva poi raccontato la signora nella denuncia, quell’uomo si era seduto vicino a lei e l’aveva costretta a spostare anche il cappotto pur di starle accanto. E il giorno successivo, ancora sul treno, l’aveva guardata a lungo.
“Poco, troppo poco”, sostiene Richard Martini, difensore dell’uomo. “Per condannare un incensurato e rispettabilissimo signore di trent’anni serve altro”. Annuncia appello l’avvocato perché in quell’aula di tribunale non si è presentato un solo testimone a convalidare la tesi della donna, e perché il giorno successivo alla denuncia due agenti in borghese avevano seguito l’indiziato in viaggio verso Milano e non avevano notato nel suo comportamento nulla di esecrabile.
All’imputato resta il beneficio di non dover scontare la pena: una punizione quasi simbolica in quanto la pena rientra nell’indulto, ma l’uomo non intende rassegnarsi. Giura di essere innocente e ha annunciato di voler insistere per vedere riconosciuta la sua buona fede: “In questi casi vanno valutate le circostanze dell’accaduto. La ressa della stazione, la quantità di persone sul treno” ha precisato l’avvocato Martini. “Il mio assistito non poteva comportarsi diversamente e lungi da lui l’intenzione di molestare la signora. Il mio assistito peraltro ha sempre mantenuto una condotta rispettabilissima ed è assolutamente incensurato. Impugneremo la sentenza e ci batteremo per ottenere giustizia”.
La sentenza ha suscitato giudizi contrastanti anche nel Palazzo di Giustizia di Lecco. “Se adesso non si può neppure lanciare uno sguardo verso una bella donna, come faremo noi uomini?”, ha detto un impiegato. Diverso il commento di una sua collega convinta, come il giudice, che “un’occhiata appiccicosa può essere molesta quanto una frase volgare o un corteggiamento assillante”.
Come a dire: cari uomini, d’ora in poi, tenete gli occhi al proprio posto…
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Violenza, per le donne, fa rima con silenzio. Secondo l’Istat, nel 2006 sono state 1 milione e 150 mila quelle che hanno subito stupro e botte (il 5,4% del totale). Nel 62,4 per cento dei casi l’aguzzino era il partner o una persona conosciuta, se si considerano le violenze sessuali la percentuale sale al 68,3 per cento, mentre per gli stupri fino al 69,7 per cento. Ma il dato più allarmante è un altro: solo il 4 per cento denuncia i maltrattamenti subiti.
Proprio perché il nemico dorme nello stesso letto della vittima, molestie, calci e pugni restano inconfessati. Nonostante le associazioni che aiutano ad affrontare queste situazioni e nonostante le linee telefoniche dedicate. C’è però un canale grazie al quale emergono storie e denunce che altrimenti nessuno conoscerebbe. Su forum, blog o “sportelli telematici” molte donne, rassicurate dall’anonimato e facilitate dall’immediatezza della comunicazione, trovano il coraggio di esporsi e chiedere il sostegno di psicologi e consulenti. In alcuni casi semplicemente i consigli delle altre utenti.
Le parole sono quelle di chi non confesserebbe mai di essere vittima di violenza a un amico, a un parente e neppure a un medico. Un certo numero di questi post, avvertono gli esperti, sono frutto di fantasia. Ma la maggior parte sono vere richieste di aiuto. Il moderatore del forum di “Tribù-Mensile di sopravvivenza studentesca” chiede di raccontare esperienze di abusi e molte ragazze rispondono con racconti personali. Su “Girl power”, portale frequentato dalle giovanissime, sul sito dell’Associazione di volontariato Prodigio, su quello del Cesap (Centro studi abusi psicologici) e anche su “Answers” di Yahoo le utenti parlano dei soprusi e ricevono decine di consigli. Firdhaus invece ha dedicato un blog alle donne maltrattate.
“Al nostro counseling online, nato l’8 marzo 2007, arrivano molte e-mail che confessano abusi di questo tipo”, dice Stefania Bartoccetti, presidente di Telefono Donna. “È uno strumento scelto da chi non se la sente di parlare al telefono o riesce a mettere a fuoco meglio per iscritto le proprie sofferenze. La lettera inoltre lascia una traccia della risposta dei nostri esperti che dà una maggiore sicurezza rispetto alla telefonata. I dati ci dicono che le donne denunciano di più ciò che subiscono e la comunicazione le aiuta. Ma se la giustizia non va di pari passo, infliggendo pene certe a chi le maltratta, si rischia di tornare indietro”.
Anche Maria Gabriella Moscatelli, presidente di Telefono Rosa, legge una decina di messaggi al giorno con denunce di botte o prevaricazioni. “Figlie che parlano del calvario sopportato dalle loro madri, ragazze che si chiedono se lo schiaffo ricevuto dal fidanzato sia solo una manifestazione di gelosia ‘positiva’, amiche, zie, parenti di donne abusate. Anche se spesso chi parla per conto terzi, in realtà parla di sé”, spiega. “Scrivono perché hanno meno timore di essere riconosciute e possono avere con noi un approccio più soft. È come se mettessero davanti a sé una sorta di schermo protettivo, che noi piano piano cerchiamo di oltrepassare, ottenendo il contatto successivo”.
L’esperienza di chi sta dall’altra parte dello schermo e risponde alle e-mail parla chiaro. “Molte persone cominciano descrivendo altro, stati d’ansia o depressione”, dice Eliana Ottolina psicologa clinica di Telefono Donna. “Lentamente le aiutiamo a prendere coscienza del vero problema, a fare emergere fatti che senza il dialogo via mail resterebbero sommersi”. Chi scrive allo sportello virtuale? “Signore di mezza età , sposate da 30 anni che non riescono a dormire. Poi tra le righe viene fuori che il marito alza le mani su di loro. Oppure giovani mamme separate, segregate e sottomesse da un padre padrone. Nella maggior parte dei casi il contesto è di una normalità disarmante e l’uomo violento non beve, è un professionista con un lavoro stabile e un’istruzione medio-alta”.
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L’allarme arriva dalla polizia di Stato: la pedofilia è un fenomeno in aumento negli ultimi anni. Non solo. Le vittime sono sempre più spesso italiane e la percentuale di quelle in tenera età è in crescita. Oltre a fornire i dati, la Direzione centrale della polizia criminale ha pubblicato un decalogo rivolto ai genitori per prevenire gli abusi e uno dedicato ai bambini.
Sulla base delle segnalazioni raccolte dai comandi di polizia emerge che i bambini abusati hanno tra 0 e 14 anni e nella maggior parte dei casi conoscono l’aggressore, che spesso appartiene alla famiglia. I numeri mostrano l’escalation dei casi registrati. Sono stati 598 nel 2002, di cui 453 su bambini italiani, 749 nel 2003 (677 le vittime italiane) e 845 nel 2004, di cui 717 erano su piccoli connazionali. Anche la percentuale di molestatori provenienti dal nostro Paese è aumentata.
I piccoli abusati tra 0 e 10 anni sono sempre di più. Nel 2002 erano 215, contro i 233 bambini tra 11 e 14 anni, sono passati a 294 nel 2003, solo uno in meno rispetto alle vittime più grandi. Lo stesso numero di violenze ai danni dei bimbi più giovani si è verificato nel 2004, ma quelle nella fascia tra 11 e 14 anni sono arrivate a 345. Tra le Regioni, la Lombardia è in testa con 168 abusi nel 2004, seguita dalla Campania (111 segnalazioni) e dalla Sicilia (96).