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- Tags: bioetica, Camera, cattolici, Elio-Sgreccia, Gianfranco Fini, laicità , leggi, monsignore, Parlamento, Pd, pdl, religione, strappi, Udc
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La religione resti fuori dal Parlamento. Gianfranco Fini conclude la sua parabola laicista e dice chiaro e tondo che le leggi si devono fare senza il condizionamento dei “precetti di tipo religioso”. Una presa di posizione netta che chiude il cerchio dei suoi innumerevoli strappi di questo ultimo anno sui temi eticamente sensibili (dal testamento biologico alla fecondazione assistita alle coppie di fatto); e che mette in allarme la Chiesa, e, trasversalmente, la “rappresentanza” cattolica che siede sugli scranni parlamentari. Scoppia così un nuovo caso politico con uno scontro a distanza tra il presidente della Camera e le alte sfere ecclestiastiche, spalleggiate dall’Udc ma anche dalla componente cattolica del Pdl.
Occasione per l’ennesimo distinguo di Gianfranco Fini, un incontro con gli studenti di Monopoli sulla Costituzione, durante il quale si è affrontato il tema della bioetica. Il presidente della Camera ha risposto di buon grado puntualizzando che il Parlamento “deve fare le leggi non orientate da precetti di tipo religioso. Il dibattito sulla bioetica è complesso” ha rimarcato “e mi auguro che venga affrontato senza gli eccessi propagandistici che ci sono stati da entrambe le parti perché queste sono questioni nelle quali il dubbio prevale sulle certezze”.
Affermazioni che Monsignor Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia della Vita, ha voluto subito esorcizzare: “La Chiesa cattolica non ha mai pensato di imporre al Parlamento italiano ‘precetti religiosi’”, ma “non tacerà sui temi di bioetica, che riguardano i diritti umani, i dettami costituzionali, la stessa razionalità umana e il bene comune”. E poi, non si tratta di “precetti religiosi” ha protestato il vescovo “ma di “argomenti basati sulla ragione e sul diritto”, e il fatto che “vengano portati avanti dal clero o da organismi cattolici non deve consentire a nessuno di considerarli come prodotto di una razionalità minore”. Ecco perché” è stata la conclusione battagliera di monsignor Sgreccia “tanto più forte faremo sentire la nostra voce”.
Da subito ha alzato i suoi decibel l’Udc che, con Luca Volonté, ha gridato contro “l’indegno attacco laicista” di Fini; un affondo che, ha accusato: “discrimina i credenti” come “nei totalitarismi neri del ‘900” e che aggredisce “la libertà e la dignità della chiesa”. Toni durissimi stemperati poi da Pier Ferdinando Casini, che ha definito “ovvie” le parole del presidente della Camera, ma ha anche plaudito a quanti in Parlamento si fanno paladini nelle battaglie sui “valori e sui principi che”, ha osservato, “ormai non hanno diritto di cittadinanza in politica”.
Sorpresa e irritazione nel Pdl. Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera, ha detto che Fini “sbaglia e si pone su un piano di scontro ideologico molto lontano dalla laicità positiva da lui stesso evocata”. “Ognuno” ha tuonato “ha il diritto e il dovere di difendere ciò in cui crede. Sempre”. E Gaetano Quagliariello, vicepresidente del Pdl al Senato, ha bacchettato il presidente della Camera perché le sue affermazioni possono ingenerare “equivoci” evocando l’immagine di uno stato “teocratico” lontano dalla realtà . Eugenia Roccella, sottosegretario al Welfare con delega alle questioni di bioetica, ha detto che non vede leggi ispirate a precetti religiosi, e ha citato ad esempio la legge 40 che “é molto equilibrata.
- Tags: Ambrosiano, beneficenza, fondi, ior, milioni, monsignore, nabca, Paul-Marcinkus, Renato-Dardozzi, Santa-Sede, segreti, soldi, tangenti, Vaticano, vescovo
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Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell’Istituto per le opere di religione (Ior), l’impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa. Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d’Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali.
Oltre 4 mila documenti che costituiscono l’archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent’anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano.
Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina (è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un’intervista pubblicata in Vaticano spa l’esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).
Dall’Ambrosiano all’Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell’archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di “ufficio affari riservati” all’interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell’Ambrosiano di Roberto Calvi.
Dall’archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di Stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici (”Fondazione per i bambini poveri”, “Lotta alla leucemia”), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior.
Il sistema viene avviato nel 1987 per assicurare un discreto passaggio del testimone da un Marcinkus ormai sulla via del tramonto a De Bonis, che doveva mettere d’accordo le esperienze passate con le esigenze più riservate della clientela degli anni Novanta. E così lo Ior occulto ha continuato a prosperare per anni sfuggendo anche all’attuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, espressione della finanza bianca del Nord.
Sono 17 i conti principali sui quali De Bonis “opera sia per formale delega”, si legge nel rapporto inviato da Caloia a Wojtyla nell’agosto 1992, quando la banca parallela inizia a emergere, “sia per prassi inveterata”. Tra il 1989 e il 1993 vengono condotte operazioni su questi depositi per oltre 310 miliardi di lire, circa 275,2 milioni di euro a valori attualizzati. Ma sono i movimenti in contanti a sorprendere: secondo una stima prudenziale, superano 110 miliardi (97,6 milioni di euro a valori attualizzati).
Bisogna aggiungere l’intensissima compravendita di titoli di Stato: in appena un biennio su questi conti riservati transitano tra 135 e 200 miliardi di cct. E si tratta solo di stime compiute dalla dirigenza della banca. Ancora oggi non si ha certezza alcuna su quanto De Bonis sia riuscito a movimentare realmente, visto che spesso ricorreva alla gestione extracontabile che non lasciava tracce.
Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino.
È il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso d’interesse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche l’ombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non è casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso l’allora Papa Paolo VI.
Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c’è traccia documentale della fondazione, né un atto costitutivo, né una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosità . Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perché qualcuno desse un’occhiata ai suoi affari. E allora perché tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per l’operatività del conto, oltre a De Bonis è segnato il nome di Andreotti. “Non mi ricordo di questo conto” fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama.
Un conto per Andreotti. Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volontà testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del “gestore”, appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: “Quanto risulterà alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carità e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87″.
Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche l’attuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dall’apertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia dà ormai per scontato che “il conto della Fondazione cardinal Spellman che l’ ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre…”.
“Omissis” come emerge chiaramente dalla convergente documentazione conservata nell’archivio di monsignor Dardozzi, era la parola convenzionale utilizzata da Caloia e altri manager dello Ior per criptare il nome di Andreotti. Per De Bonis, invece, era stato scelto il nome in codice “Roma”. Per altri correntisti, rimasti ancor oggi nell’ombra, venivano concordati altri nomi di città , come “Ancona” o “Siena”, da usare nelle comunicazioni scritte. In pochi dovevano capire. Ancora oggi rimane sconosciuta, per esempio, l’identità di Ancona. Interpellato da Panorama, Angelo Caloia preferisce non rilasciare dichiarazioni sull’argomento.
Sul conto gestito dal prelato dello Ior per conto di Andreotti affluisce un fiume di denaro. Milioni di banconote, miliardi in contanti. Le note contabili conservate nell’archivio di Dardozzi ricostruiscono nel dettaglio tutte le movimentazioni. Il conto ha goduto di accrediti in cct e in contanti. Dal 1987 al 1992 De Bonis introduce fisicamente in Vaticano oltre 26 miliardi e li deposita tutti sul conto Fondazione Spellman. A valori rivalutati la somma corrisponde a 26,4 milioni di euro di oggi. Importo che bisogna sommare all’enorme quantità di titoli di Stato depositati e ritirati, per complessivi 42 miliardi di lire, pari ad altri 32,5 milioni di euro. In tutto sul conto in una manciata di anni entrano 46 miliardi di lire.
Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se “la carità copre una moltitudine di peccati”, come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), è vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. L’elenco dei beneficiari è sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dell’Eucarestia, orsoline di Cortina d’Ampezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane d’Arezzo.
Beneficenza quindi, ma non solo. L’apparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per l’avvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Poi 1,563 miliardi vanno a un fantomatico Comitato Spellman con prelievi in contanti o con il ritiro di pacchi di assegni circolari di taglio diverso (da 1, 2, 5, 10, 20 milioni).
Tanti beneficiari. Un milione di dollari al cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves, sino al 2000 prefetto della Congregazione dei vescovi, mentre altri bonifici sono destinati all’allora arcivescovo di New York, cardinale John O’Connor, al cardinale croato Franjo Kuharic dell’arcidiocesi di Zagabria, sino all’ausiliare di Skopje Prizren monsignor Nike Prela “per i fedeli di lingua albanese”.
Presenti anche diplomatici come Marino Fleri, quando era a Gerusalemme (30 mila dollari), l’ambasciatore Stefano Falez, che nel 1992 riceve somme per “la stampa cattolica slovena”, e il viceconsole onorario di New York Armando Tancredi.
Dal fondo si prelevano anche i soldi per i congressi, come quello che si tenne a New York per gli studi su Cicerone nell’aprile del 1991. Dal “memorandum presidente Andreotti” allegato alle disposizioni dei bonifici e dalla contabilità dello Ior si deduce che dal conto vennero pagati 100 mila dollari per le 182 camere degli ospiti al Plaza e allo Sheraton hotel, 225 milioni per i biglietti aerei, le visite guidate e i trasferimenti. Vengono depositati anche libretti al portatore con liquidazione del lavoro e risparmi personali. Né mancano i riferimenti alla politica.
A un versamento da 40 milioni è allegata l’indicazione, su carta intestata Palazzo di Montecitorio, “trasferire in Spellman”. Su un altro foglio viene appuntato “Sen. Lavezzari” in concomitanza con il deposito di assegni per 590 milioni di lire. Carlo Lavezzari, imprenditore siderurgico lombardo, era un amico personale di Andreotti. Ex senatore democristiano, a Roma aveva il suo ufficio sullo stesso pianerottolo di quello dell’ex presidente del Consiglio, in piazza San Lorenzo in Lucina.
Difficile, invece, individuare le identità dei beneficiari delle somme ritirate in contanti con una frenetica attività quasi quotidiana. Le valigette zeppe di denaro portate da De Bonis erano una consuetudine per gli impiegati dello Ior. Il monsignore ogni settimana consegnava migliaia di fascette delle banconote da 100 mila lire con depositi che arrivano anche a mezzo miliardo in contanti per volta.
Non disdegnava gli assegni circolari (da 4-500 milioni), né i bonifici esteri, soprattutto dalla Svizzera. I rapporti sono a Ginevra con l’Union bancaire privée, a Lugano con la Banca di credito e commercio sa e la Banque Indosuez, mentre per le operazioni con la Banca di Lugano si utilizza per comodità il conto 101-7-13907 aperto dallo Ior in quell’istituto elvetico.
La svolta del 1992. Dall’archivio Dardozzi raccontato nel libro Vaticano spa emerge che Caloia, arrivato nel 1989, comincia a sospettare dell’esistenza di questa struttura parallela solo nella primavera del 1992. Istituisce una commissione segreta, dispone controlli dai risultati allarmanti che inoltra al segretario particolare di Giovanni Paolo II, il fedelissimo don Stanislao Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, perché il Papa provveda. Ma non accade nulla.
La svolta arriverà solo nell’ottobre 1993 con l’esplosione della vicenda Enimont, la maxitangente pagata ai leader della Prima repubblica perché si rompesse il matrimonio della chimica italiana fra Eni e Montedison. Il pool di Mani pulite busserà al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi all’avvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: “Non bisogna indurre in tentazione” i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici. Metà dei cct dello Ior parallelo rimarranno così fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perché, come ripeteva Marcinkus, “la Chiesa non si amministra con le Ave Maria”.

( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
- Tags: Chiesa, cristiani, Gianfranco-Ravasi, Islam, Lega, Mariano-Crociata, monsignore, moschea, musulmani, religione, Vaticano
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Moschea sì, moschea no. Nel dibattito sulla costruzione di nuovi luoghi di culto, entra anche la Chiesa.
In due riprese. Prima, con le dichiarazioni del nuovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Mariano Crociata, a proposito delle ricorrenti polemiche, ultima quella aperta ieri dalla Lega, sulla costruzione di nuove moschee in Italia. “Dobbiamo garantire che i musulmani presenti nel nostro Paese possano coltivare la loro religione in maniera appropriata”, ha affermato monsignor Mariano Crociata
In questo dibattito, ha osservato, “si va per eccessi: dal rifiuto immotivato a una visibilità , a una invadenza che stonano”. Soluzione? Più “equilibrio”, ha avvertito il presule nella sua prima intervista da neo-segretario Cei, concessa al mensile 30Giorni. Il problema delle moschee in Italia è “un altro”, ha sottolineato monsignor Crociata: “Di solito” ha osservato “siamo in presenza di capi religiosi il cui riferimento è lo Stato di provenienza, non è un islam religioso che abbia uno statuto proprio”.
Perché, ammette monsignor Crociata: “Non esiste” ha aggiunto “un islam unico e nemmeno indipendente dallo Stato”. Ed è auspicabile, ha continuato che presto cresca “Un islam che abbia un riferimento italiano” che cioè abbia come di orizzonte riferimento quello “in cui noi viviamo: la nostra Costituzione e la cultura italiana e europea”.
A rafforzare la tesi del numero due della Cei, ci ha pensato poi monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della Cultura della Santa Sede. Il biblista espone così, l’opinione del Vaticano nel dibattito sulle moschee: favorevole alla costruzione di nuove moschee in Italia, purché ci sia un controllo dello Stato sulle effettive finalità religiose, e non si trasformino in luoghi per altri fini. “Il luogo di culto in quanto tale è sempre sorgente di comunione e di dialogo” ma “il problema” nasce, ha detto Ravasi, quando “il luogo di culto assume tipologie che sono eterogenee alla propria identità : in questo caso la convivenza sociale e lo stato in particolare esigono una verifica, un controllo”.
La questione, ha spiegato Ravasi, presenta due facce della medaglia. “Da un lato” ha detto il ‘ministro’ vaticano della Cultura “bisogna riconoscere la legittimità del luogo di culto che deve essere sede di una presenza spirituale autentica. D’altra parte” ha aggiunto “questo non deve diventare un modello diverso”. E qualora diventi “qualcosa di diverso infatti, la società civile ha diritto di intervenire e verificare”.
La Lega chiede una moratoria per la costruzione delle moschee in Italia. Siete d’accordo?
- Tags: anziani, Caritas, casa, consumi, euro, famiglia, handicap, Isae, monsignore, povertà , spesa, Vittorio-Nozza
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Si allarga l’emergenza povertà in Italia, un Paese con tali squilibri sociali da ricordare il Sudamerica. Impietosa l’analisi contenuta nel Rapporto sulla povertà in Italia elaborato dalla Caritas Italiana in collaborazione con la Fondazione Zancan: “l’emergenza sociale riguarda 15 milioni di persone”, quindi non solo i 7,5 milioni di persone ufficialmente sotto la soglia della povertà , ma altrettanti che “si collocano poco sopra, e quindi sono da considerare ad alto rischio”.
Il rapporto denuncia le “profonde disuguaglianze” nel nostro Paese, dove “il quinto delle famiglie con i redditi più bassi percepisce solo il 7,0% del reddito totale” mentre “il quinto delle famiglie con il reddito più alto, percepisce il 40,8% del reddito totale”. L’Italia, quindi, si avvia a una situazione di sperequazione sociale che ricorda quella di alcuni paesi dell’America Latina.
Monsignor Vittorio Nozza, direttore della Caritas si è chiesto: “Assistiamo in questi giorni a montagne di soldi pubblici che, con il giusto accordo di tutti, corrono al capezzale della grande finanza e delle imprese in crisi per tentare di mettere in atto un salvataggio. Perchè non fare altrettanto per soccorrere chi lotta quotidianamente per sopravvivere all’indigenza e alla precarietà ?”. In Italia - dice il rapporto - sono povere le famiglie con anziani (soprattutto se non autosufficienti) ed è povero un terzo delle famiglie con tre o più figli. Avere più figli o i nonni in casa aumenta cioè il rischio di povertà , mentre in Norvegia con più figli il tasso di povertà si abbassa. Secondo i dati Istat, citati nel Rapporto Caritas-Zancan il 13% degli italiani è povero, in quanto vive con meno di 500-600 euro al mese. Il 48,9% delle famiglie povere vive al Sud. Altro punto dolente evidenziato dal rapporto la posizione rispetto agli altri Paesi Ue.
“Insieme alla Grecia e all’Ungheria” si legge nella not “siamo in Europa l’unico Paese non dotato di misure basilari di intervento” contro la povertà . “Paesi come l’Inghilterra” ha ricordato monsignor Nozza “destinano alla lotta all’esclusione sociale l’1,7 per cento del Pil, contro lo 0,1% italiano. Mentre in Europa la media è dello 0,9%”. Gli altri paesi, ha aggiunto, hanno varato “un piano che l’Italia non ha e non ha mai avuto”.
Fin qui la denuncia. Quanto alle soluzioni, il Rapporto Caritas propone: l’adozione di una misura universale di sostegno al reddito; nel mezzogiorno investire in servizi pubblici essenziali; tutelare anziani e portatori di handicap, che costituiscono una “emergenza” per molte famiglie italiane; nella crisi degli alloggi intervenire con sostegni agli affitti, garanzie ai proprietari e edilizia pubblica.
Il VIDEO servizio:

I vescovi italiani non si schierano, ma chiedono “agli elettori cattolici, ai candidati cattolici e ai futuri eletti di richiamarsi ai valori fondamentali della Chiesa” e tra questi “la difesa della vita” e la tutela della famiglia tradizionale.
A ribadirlo è il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Betori, aggiungendo che se il voto spesso si orienta sulle “urgenze del quotidiano”, per i credenti “le urgenze vanno sempre proiettate su un orizzonte di grandi valori”.
Intervento a tutto campo quello di Betori che ha parlato anche delle elezioni in vista, affermando che la a legge elettorale va cambiata: “Il sistema elettorale deve tornare a dare più democrazia a questo Paese” chiede la Conferenza episcopale italiana “È necessario che il prossimo Parlamento modifichi la legge elettorale, tornando a dare al cittadino la possibilità di scegliere i suoi rappresentanti”. I vescovi italiani non vogliono imporre formule di governo ma, nel “rispetto dei ruoli della futura maggioranza e della futura minoranza”, auspicano che tra i partiti possa esserci “collaborazione per il bene della nazione” ha detto monsignor Betori. “Lungi da noi - ha detto - imporre scelte ai partiti. Quello che ci preme è svelenire il clima generale”.
A proposito di valori, “il no netto all’aborto da sempre ha fatto la differenza, per i cristiani, rispetto alla società ”. Quello a favore della vita è dunque per la Cei “un valore che trascende ogni tipo di impegno”. Non penso che il problema dell’aborto, ha aggiunto Betori, possa essere risolto solo in chiave sociale, sia con una legge, sia attraverso espressioni politiche: “tutto può convergere per affermare il principio della tutela della vita, e tutto può essere d’aiuto per pronunciare un no all’aborto, in questo momento”.
Riferendosi poi al modo in cui alcuni media hanno interpretato recenti tragiche vicende di cronaca legate all’aborto, come i fatti di Genova (con il suicidio di un ginecologo e un presunto giro di aborti illegali), Betori ha commentato: “Mi ha fatto molto male leggere di chi pensa di attribuire al no all’aborto certi comportamenti, che sono l’esito di una mentalità abortista senza confini. È proprio una mentalità abortista senza confini che crede che le modalità della legge vadano travalicate”.
In merito al discusso silenzio di Benedetto XVI durante la celebrazione di domenica scorsa, monsignor Betori ha spiegato che il papa “troverà i modi e i tempi” di intervenire su quanto sta succedendo in Tibet. “Non possono essere i mass media” a decidere i suoi interventi, ha chiosato il segretario Cei.
- Tags: Claudio-Hummes, Congregazione-per-il-clero, Curia, denuncia, dossier, Exit, La7, monsignore, omosessualità , prelati, preti, Telepace, Tommaso-Stenico, Vaticano, vescovi, video
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Clamorosa svolta nelle indagini su Tommaso Stenico (questo il suo blog), l’alto funzionario della curia vaticana che avrebbe adescato un gay su internet per un incontro a luci rosse tra le mura dei sacri palazzi. Il filmato trasmesso da La7 nel corso del programma Exit sarebbe “taroccato”. Nessuna trappola ai danni dell’alto prelato e nessuna telecamera nascosta. Secondo le autorità vaticane, Stenico era d’accordo con gli autori di Exit e nella stanza c’era un terzo uomo che filmava l’incontro.
A insospettire gli inquirenti è stata la qualità delle immagini. Il video è stato esaminato dai tecnici del Centro televisivo vaticano. Numerosi gli elementi che, secondo gli esperti, portano a escludere che le immagini siano state registrate con una telecamera nascosta: i ripetuti cambi di angolazione nelle riprese, le inquadrature che si stringono e si allargano, ma soprattutto gli spezzoni che mostrano “l’inviato” della 7 che arriva nello studio del prelato posando in terra lo zaino (dove presumibilmente doveva essere nascosta la telecamera) e poi lo raccoglie al momento di lasciare la stanza. Immagini che potevano essere riprese solo da un terzo operatore presente alla scena.
Partendo da queste osservazioni le autorità vaticane hanno aperto due filoni di indagini. Il primo affidato al cardinale Cláudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, il secondo a Domenico Giani, capo della Gendarmeria vaticana. Entrambi riferiranno al Papa e al cardinale Julián Herranz, presidente della commissione disciplinare della Curia romana.
Questa la prima, parziale ricostruzione dei fatti che filtra dal palazzo apostolico. Durante l’estate Stenico sarebbe entrato in contatto con gli autori di Exit che stavano preparando una puntata sui preti gay. Secondo il progetto iniziale, il monsignore avrebbe dovuto rilasciare un’intervista, con il volto coperto e la voce contraffatta, denunciando il proliferare dell’omosessualità nella Curia vaticana. Successivamente, per ottenere un maggiore impatto emotivo, si è scelta la soluzione del finto reality a sfondo omosessuale.
Il prelato si è procurato una copia della chiave dell’ascensore di servizio che consente di accedere direttamente agli uffici della Congregazione per il clero, passando da un garage sotterraneo. Quindi avrebbe combinato l’appuntamento con l’inviato e l’operatore della 7 fuori dell’orario di ufficio.
La Gendarmeria vaticana sta cercando di scoprire chi ha fornito a Stenico copia della chiave dell’ascensore e, soprattutto, sta interrogando alcuni testimoni che avrebbero visto uscire dalla Congregazione due uomini, che potevano essere l’inviato della 7 con il suo operatore.
Convinto di non essere riconosciuto nelle immagini, il prelato puntava a far scoppiare in maniera clamorosa lo scandalo dei preti omosessuali in Vaticano. A questo scopo aveva già redatto un dettagliato dossier con un elenco di nomi e di circostanze che chiamerebbero in causa un certo numero di sacerdoti e persino alcuni vescovi impegnati in Curia. Un’autentica schedatura che Stenico avrebbe curato nel corso degli anni approfittando del ruolo di capoufficio della Congregazione per il clero e di psicologo presso il Centro di assistenza sanitaria (Fas) della Città del Vaticano. Per un certo periodo di tempo il monsignore aveva anche aperto uno studio per l’assistenza psicologica ai sacerdoti in difficoltà .
Nei giorni scorsi Stenico ha inviato al cardinale Hummes una memoria difensiva. Poco più di due pagine dattiloscritte, che Panorama ha potuto leggere in esclusiva. Lungi dal cercare giustificazioni, il prelato attacca con forza il degrado morale e dei costumi che, a suo dire, si è progressivamente diffuso nella Curia vaticana.
Nella memoria difensiva il monsignore tace sui suoi reali rapporti con La7, ma sostiene di aver organizzato l’incontro con il giovane omosessuale per avere materiale destinato alla sua documentazione. Insomma da imputato a testimone: questo l’obiettivo di Stenico che con il suo dossier potrebbe far tremare i sacri palazzi.

Le autorità vaticane lo ascolteranno, ma difficilmente le informazioni che fornirà gli eviteranno la radiazione dal Vaticano. Solo se fornirà una dettagliata descrizione dell’accaduto Stenico potrà forse evitare il massimo della pena, cioè la riduzione allo stato laicale.
Finisce così, in maniera ingloriosa, la carriera del monsignore che tutti conoscevano per la sua ambizione a diventare vescovo. Amico di prelati importanti e giornalisti influenti, Stenico non passava inosservato con il suo grande cappello a tesa larga e la Bmw bianca. Trascorreva le estati a Passoscuro, vicino a Fregene, frequentando lo stabilimento del Vaticano dove fanno i bagni i prelati più in vista della Curia.
Infaticabile nello scrivere libri (una quarantina di titoli, spesso con la prefazione del cardinale Angelo Sodano) e nel condurre trasmissioni su Telepace. Ma tutto questo non è bastato per fargli ottenere la promozione episcopale. Ironia della sorte: la sua candidatura sarebbe stata bloccata perché il monsignore è stato accusato di aver avuto avventure galanti con alcune giovani donne.
I fatti risalirebbero a 30 anni fa, quando il giovane e attraente sacerdote si era trasferito dalla provincia di Trento a Bracciano al seguito del vescovo di Civita Castellana, Marcello Rosina, di cui era segretario.
Dopo violenti contrasti con il successore di Rosina, Divo Zadi, Stenico chiede di essere assunto in Vaticano, dove fa tutta la carriera: da addetto di segreteria a capufficio. Fino all’ultima delusione: la nomina dell’arcivescovo Mauro Piacenza a segretario della Congregazione per il clero, carica a cui Stenico aspirava. Poi la decisione di denunciare in modo clamoroso l’omosessualità in Curia. Che si è rivelata un autogol.
INTERVENTO DELLA REDAZIONE:
In riferimento all’articolo pubblicato il 25 ottobre 2007 su Panorama, quale difensore di Monsignor Tommaso Stenico, smentisco categoricamente gli eventi attribuiti al mio assistito perché destituiti di ogni fondamento, nonché il contenuto della cosiddetta memoria difensiva a lui attribuita, nonché ogni altra affermazione priva di qualsiasi riscontro. Respingo ogni insinuazione e/o accusa del tutto fantasiosa.
Avv. Michele Morenghi
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La questione morale è la nuova emergenza della Chiesa italiana.
A tre mesi dal successo del Family day la Chiesa finisce sul banco degli imputati. Sotto accusa parroci, religiosi e persino due vescovi. La Chiesa “non ha paura della verità ” e “i vescovi hanno tutti gli elementi per dimostrare l’infondatezza delle accuse” contrattacca il segretario della Cei, Giuseppe Betori. Ma Papa Ratzinger chiede il massimo rigore e non fa sconti.
Il primo decreto emesso dalla Congregazione per la dottrina della fede, il 27 maggio 2005 (un mese dopo l’elezione di Benedetto XVI), è stata la condanna di padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del cuore immacolato di Maria, per abusi sessuali, abusi nella confessione e nella direzione spirituale. La causa era ferma da anni di fronte all’ex Sant’Uffizio. Il Papa ha voluto inviare un messaggio chiaro ai vertici della Chiesa italiana: tolleranza zero, non c’è più spazio per coperture e reticenze.
Da quel momento si è voltato pagina, come testimoniano le drammatiche cronache dei mesi successivi: da padre Fedele Bisceglie di Cosenza a don Lelio Cantini di Firenze.
Abusi sessuali e malversazioni finanziarie sono i principali reati contestati a sacerdoti. In realtà si tratta di una piccolissima percentuale sul totale degli oltre 50 mila preti italiani. Ma sono casi che riempiono le cronache giudiziarie con un’inedita frequenza.
Il 7 marzo 2007 cambia la guida della Chiesa italiana. Angelo Bagnasco prende il posto del cardinale Camillo Ruini. E poche settimane dopo le cronache giudiziarie danno ampio risalto alle inchieste che chiamano in causa due fedelissimi di Ruini: l’arcivescovo di Siena, Antonio Buoncristiani, e il vescovo ausiliare di Firenze, Claudio Maniago. Il primo era stato inviato a suo tempo dal cardinale a commissariare Famiglia cristiana, ritenuta poco organica con la Cei. Il secondo è il braccio destro dell’ex segretario generale della Cei, il cardinale Ennio Antonelli.
Enfant prodige della Chiesa italiana, Maniago è stato ordinato vescovo a soli 44 anni, su indicazione del cardinale Ruini. Ora è finito sotto accusa per festini a luci rosse e malversazioni nella gestione dei beni della diocesi. Gli innocentisti gridano al complotto. I colpevolisti annunciano una “mani pulite” della Chiesa italiana. Le indagini della magistratura sono ancora in corso e le accuse restano tutte da provare.
La Chiesa italiana è divisa: c’è chi agita lo spettro degli scandali di pedofilia come negli Stati Uniti e c’è chi accusa la stampa di aver ordito una campagna denigratoria.
Massimo Camisasca, fondatore della Fraternità sacerdotale di San Carlo Borromeo, una delle congregazioni religiose più attive e ricche di vocazioni tra quelle sorte negli ultimi trent’anni, invita a considerare entrambi gli aspetti: “Al primo posto dobbiamo mettere l’urgente necessità di una riforma della Chiesa. Al secondo posto c’è l’indubbio attacco sferrato alla Chiesa da parte di quei poteri che puntano a ridurla a una forza solo spirituale, priva di incidenza nella storia”.
Camisasca cita la denuncia fatta da Ratzinger poche settimane prima di essere eletto Papa: “Nelle meditazioni per la via Crucis del Venerdì santo 2005 il futuro Benedetto XVI ha lamentato la sporcizia che vi è nella Chiesa. La veste e il volto così sporchi della Chiesa ci sgomentano, ha scritto Ratzinger. Parole molto forti che danno idea di quanto sia chiara nella mente del Papa l’urgenza di una riforma della Chiesa. Benedetto XVI ha voluto dare un altro segnale molto forte in questa direzione: presto sarà beatificato Antonio Rosmini che denunciò le cinque piaghe della Chiesa e venne messo all’indice”.
La riforma della Chiesa per Camisasca deve partire dall’alto: “Si sente l’urgenza di porre mano a una riforma delle procedure con le quali vengono designati i vescovi. La Chiesa ha urgente bisogno di pastori: vescovi che siano capaci di prendersi cura dei propri sacerdoti, che li aiutino a discernere la propria vocazione e che seguano attentamente i seminari dove vengono formati i futuri preti”.
Una nuova tensione morale, insomma, “che coinvolga tutta la comunità cristiana senza occultare o minimizzare le mancanze e le difficoltà che oggi si presentano. Una Chiesa reticente sui propri peccati offre maggiori argomenti ai propri accusatori”.
D’altro canto il sacerdote invita a non sottovalutare “l’evidente attacco mediatico sferrato contro la Chiesa in generale e quella italiana in particolare”.
La principale ragione sta, a suo avviso, nelle posizioni assunte da Papa Benedetto XVI. Anche in questo senso si può fare un paragone con quanto accaduto negli Stati Uniti: la Chiesa americana è stata duramente attaccata sulla pedofilia per impedirle di alzare la voce contro il conflitto in Iraq voluto dall’amministrazione Bush.
“Oggi le parole di Ratzinger, che ripropone la forza dell’avvenimento cristiano contro la dittatura del relativismo, danno molto fastidio. Così come il continuo richiamo del Papa ai valori non negoziabili: vita, famiglia, libertà religiosa e libertà di educazione. Giovanni Paolo II proponeva con forza il medesimo messaggio ma la stampa e l’opinione pubblica sembravano concentrarsi più sul suo carisma mediatico che sulle sue parole esigenti. Con Ratzinger, invece, la reazione della cultura laica e dei mass media non si è fatta attendere”.

Analoga convinzione esprime lo storico Giovanni Miccoli, autore di un recente saggio che mette a confronto il pontificato degli ultimi due papi (In difesa della fede. La Chiesa di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, Rizzoli): “Il messaggio di Benedetto XVI si caratterizza per una decisa contrapposizione ad alcuni aspetti essenziali della civiltà odierna. In primo luogo la tradizione illuministica. A essa Ratzinger riconosce il merito di alcune acquisizioni importanti come il rispetto dei diritti dell’uomo. Ma gravissimo torto dell’illuminismo per Ratzinger è quello di aver misconosciuto le radici cristiane, escludendo Dio dalla coscienza pubblica e imponendo il relativismo etico”.
Secondo Benedetto XVI, spiega Miccoli, “l’uomo contemporaneo è minacciato da una cultura che fa della libertà la misura di tutto, aprendo la strada a conflitti devastanti, come nel caso dell’aborto o dell’eutanasia”.
A questo, osserva lo storico, si aggiunge “un’enfatizzazione del ruolo del magistero che richiede obbedienza da parte dei fedeli senza possibilità di essere messo in discussione”, come su temi quali il celibato ecclesiastico e l’omosessualità . La Chiesa di Ratzinger insomma non accetta compromessi con il mondo contemporaneo. E non fa sconti a chi non rispetta le regole.
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In latino si chiama “actus defectionis” e per la Chiesa è un nuovo problema: è l’atto con il quale si chiede di essere “sbattezzati”.
Solo in Italia si contano già 3 mila “sbattesimi”. “In realtà il numero è superiore, ma una statistica è impossibile perché tanti chiedono al parroco di essere sbattezzati ma non ci informano” sostiene Federico Sora, fondatore negli anni 80 dell’Associazione per lo sbattezzo, con sede a Fano nelle Marche. I moduli si possono scaricare su internet dal sito dell’Associazione per lo sbattezzo.
Per far fronte alle richieste anche la Cei ha predisposto moduli con i quali vescovi e parroci rispondono ai richiedenti invitandoli a considerare le conseguenze di questa decisione, che comporta la più grave delle pene canoniche, cioè la scomunica.
E nei giorni scorsi sono state pubblicate sul sito internet del Vaticano (www.vatican.va) le norme. Lo “sbattezzo”, spiega il cardinale Julián Herranz, già presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi, “non ha solo un carattere giuridico amministrativo ma si configura come una separazione dalla vita della Chiesa: suppone quindi un atto di apostasia, eresia o scisma”.
Per questo all’inizio vescovi e parroci convocavano quanti chiedevano di essere sbattezzati. Ma il garante per la protezione dei dati personali ha deciso che non è lecita la richiesta a recarsi personalmente in parrocchia per chiedere di essere cancellati dai registri. Anche per lo sbattezzo è stato introdotto così il “rito abbreviato”.