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Montecitorio

Silvio Berlusconi: il nostro governo non ha alternative credibili

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante il suo intervento in aula a Montecitorio, oggi 13 ottobre 2011 ANSA/ ETTORE FERRARI

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi durante il suo intervento in aula a Montecitorio, oggi 13 ottobre 2011 ANSA/ ETTORE FERRARI

“Sono qui per chiedere il rinnovo della fiducia al governo che ho l’onore di presiedere. Un incidente parlamentare di cui la maggioranza porta responsabilità e di cui mi scuso ha determinato martedì scorso. È una situazione anomala che dobbiamo sanare con la fiducia politica”. Lo ha detto il premier Silvio Berlusconi durante il discorso stamattina a Montecitorio. Ecco le fasi salienti del suo discorso: Continua

A proposito di Gianfranco Fini

Il presidente della Camera e leader di Fli, Gianfranco Fini, durante la festa tricolore a Mirabello (Ferrara) l'11 settembre 2011 (Ansa/Sergio Pesci)

Il presidente della Camera e leader di Fli, Gianfranco Fini, durante la festa tricolore a Mirabello (Ferrara) l'11 settembre 2011 (Ansa/Sergio Pesci)

Durante il suo discorso a Mirabello Gianfranco Fini ha detto di non avere timore a firmare il referendum per abolire l’attuale legge elettorale “se è l’unico mezzo per togliere di mezzo una legge che ha la responsabilità di aver aumentato il fossato che divide la società civile dal palazzo”. Continua

Costi della politica, tra demagogia e difesa della casta

Il presidente della Camera Gianfranco Fini (Ansa/Samantha Zucchi)

Il presidente della Camera Gianfranco Fini (Ansa/Samantha Zucchi)

L’ultimo dietrofront dei parlamentari è quello sulle ferie. Ridotte di una settimana, dopo le proteste e le migliaia di messaggi sul web contro la casta che se ne va al mare, mentre l’Italia rischia (stavolta sul serio) di fare la fine della Grecia. Continua

Pranzo d’intesa Berlusconi-Fini: il piatto della concertazione

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini | (Marco Merlini/LaPresse)

Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini | (Marco Merlini/LaPresse)

A palazzo Chigi la chiamano “triangolazione istituzionale”, ed è quella che dovrebbe ristabilire e possibilmente mantenere buoni rapporti tra Silvio Berlusconi, Giorgio Napolitano e Gianfranco Fini. Continua

Camera chiusa, onorevoli a spasso per 10 giorni. Perché? “Manca copertura finanziaria”

Aula di Montecitorio

Chiude. Per 10 giorni. E mica per l’influenza H1N1 che sta decimando scuole e asili.
La Camera si ferma, come ha decretato la conferenza dei capigruppo, fino al 9 novembre (quando i lavori riprenderanno con l’esame della riforma della legge finanziaria), perché: “Non è possibile calendarizzare progetti di legge deriva dal fatto che non possono essere licenziati dalle commissioni per mancanza di copertura finanziaria”, ha detto il presidente Gianfranco Fini. Almeno, questa è “Una delle ragioni”. Continua

Onorevoli fatiche: in Aula meno che in classe, 13 ore settimana

Pierferdinando Casini, quando era presidente della Camera

Pierferdinando Casini, quando era presidente della Camera

Dando un’occhiata alle ore mediamente lavorate dai parlamentari italiani (che stanno seduti in Aula circa la metà del tempo che un liceale passa sui banchi di scuola: 13 ore alla settimana, dieci al Senato e diciassette alla Camera), davvero difficile non dare ragione al leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini. Continua

Le libertà di Fini e la sindrome di Montecitorio: a cosa mira il leader di An?

il saluto di Gianfranco Fini

Nel centrodestra, ma anche a sinistra, cominciano a sprecarsi le battute: “Il Pd cerca un leader? Ma c’è Fini!”. In astratto il paradosso contiene una logica: un capo ormai solo, ma con forte esperienza, per un partito che ha ancora una base ma non più capi. E la linea politica? Beh, il Gianfranco Fini delle ultime settimane calzerebbe benissimo perfino per un Partito democratico più a sinistra dell’ex Veltroni: schierato sulla libertà di scelta nella bioetica, difensore della laicità e della Costituzione, antirazzista fino al punto di mettere in guardia, nel giorno in cui il governo vara il decreto sicurezza, contro “l’odiosa omologazione tra criminali e immigrati”. Il tutto senza la classica distinzione tra clandestini e non.

Ma Gianfranco Fini difficilmente seguirà le orme del suo ex camerata ed amico Romano Misserville, iscrittosi al Msi a 15 anni e poi divenuto per breve tempo sottosegretario del governo D’Alema. Misserville, in un audace tentativo di sintesi politica paragonò D’Alema a Benito Mussolini; nonostante questo dovette dimettersi. A tutto c’è un limite, resta tuttavia il problema. A cosa mira Fini? Perché si agita così, e perché prende sempre più frequentemente e vistosamente le distanze dalla sua coalizione, da quel Pdl nel quale ha rivendicato e ottenuto il ruolo di “cofondatore”? Bisogna intanto partire dalla sindrome di Montecitorio della quale sono stati in varie misure vittime gli ultimi presidenti della Camera. Andando a ritroso, Fausto Bertinotti, Pier Ferdinando Casini, Luciano Violante e perfino la non memorabile Irene Pivetti: tutti dalla permanenza sul quella illustre poltrona hanno avuto più guai che benefici. La Pivetti scomparsa dalla politica; Violante uscito dai giochi di partito e frustrato nelle ambizioni istituzionali (ultima, l’ennesima mancata elezione a giudice costituzionale); Casini fuori dal centrodestra e dal potere; Bertinotti che ha assistito inerme al disintegrarsi di Rifondazione. Ed ora Fini, appunto.

Isolato nel Pdl e sempre meno in sintonia con Silvio Berlusconi; ai ferri corti con la Lega; e per di più con buona parte di An che ormai lo rinnega. Possono essere questi i motivi dell’eterorodossia di Fini, del suo prendersi libertà che ad altri, nella maggioranza, non sono minimamente concesse. Oppure queste sono invece le cause dell’inquietudine e della solitudine del presidente della Camera. Se la sindrome di Montecitorio esiste, lui ne soffre in maniera acuta. Casini, in fondo, un partito ce l’ha ancora, e adesso rischia perfino di tornare in qualche modo strategico dopo le disgrazie del Pd. Bertinotti fa il padre nobile, e comunque è già il là con gli anni. Ma Fini, che è “appena” 56 enne, un ragazzo per i nostri standard, ed ha un look ancora più giovanile, rischia davvero. Dopo l’autoesclusione di Casini (però, mai dire mai), e con i problemi personali di Umberto Bossi, era in fondo destinato a prendere l’eredità di Berlusconi. Eredità sempre sub sudice, peraltro. Bastava comunque avere la pazienza di attendere. Ma Gianfranco è sempre più insofferente. Ed oggi, dopo il black out del Pd, l’unico vero controcanto al governo (sicuramente quello che dà più fastidio al Cavaliere) lo fa lui. Coraggio? Rischio calcolato? Errore grave? Le interpretazioni si sprecano. Si va, appunto, dal trauma per aver perso An, la sua creatura, e con essa le antiche radici di destra, all’ambizione di soffiare, tra qualche anno, il Quirinale a Berlusconi.

Ma forse bisogna davvero risalire alla sindrome di Montecitorio. Fateci caso: ha mietuto vittime da quando c’è la seconda Repubblica. Cioè da quando le coalizioni si sono organizzate intorno ad un potere leaderistico. Il che significa che chi non è dentro i partiti o le coalizioni, è tagliato fuori dai giochi. Prima, non era così. La presidenza della Camera costituiva anzi un ottimo trampolino per il Quirinale. Giorgio Napolitano, Oscar Luigi Scalfaro, Sandro Pertini, e prima ancora Leone, Gronchi, sono tutti passati da lì. Ma era il periodo dello strapotere dei partiti, e sedere sulla poltrona più alta di Montecitorio permetteva di assistere alle grandi manovre parlamentari senza sporcarsi le mani, ed anzi guadagnandosi molti favori.
Oggi, tutto il contrario. Il profilo bipartisan in una politica molto partisan non rende. Se lo può permettere il capo dello Stato. Un po’ meno il presidente del Senato. Figuriamoci quello della Camera. Ancora di più se è “cofondatore” del partito di maggioranza, ed ha un capo di nome Berlusconi. Per questo Fini rischia sul serio di mettersi nei guai. Anche quando ha ragione. O, peggio per un politico, di sbagliare i calcoli. Era per esempio in ottimi rapporti con Veltroni; secondo Berlusconi, questo feeling avrebbe dovuto metterlo al servizio del centrodestra, nei periodi di mancanza di dialogo con l’opposizione e con il Quirinale. Come è noto ha dovuto pensarci Gianni Letta. Fini, ancora una volta, ha giocato in solitario. E per giunta Veltroni si è dimesso.

La battaglia del burro, vince la Lega: “Via quello francese dalla buvette”

Il ristorante di Montecitorio

Francia battuta. E senza andare ai rigori. L’Italia vince sui cugini d’Oltralpe, grazie alla… Lega.
È stata una battaglia del Carroccio, infatti, a porre un muro “all’invasione francese” nel cuore delle istituzioni: la buvette della Camera. Dal bar degli onorevoli è sparito il burro francese. Dopo “la segnalazione della Lega alla buvette della Camera è finalmente sbarcato il burro made in Italy”,. ha sottolineato in una nota il deputato Maurizio Fugatti (collegio del Trentino e capogruppo nella commissione Finanze). Che esulta: “Italia batte Francia 1-0″. Da oggi quindi via libera quindi alle tartine “patriottiche”.

“Negli ultimi giorni infatti” fa sapere l’onorevole leghista “chi intende consumare del burro si ritrova a disposizione burro rigorosamente italiano. Di questo saranno contenti i tanti produttori lattiero-caseari, che non stanno certo passando un momento felice sotto l’aspetto della redditivita’ del loro settore. Era quindi inaccettabile pensare che dentro la Camera dei Deputati venissero consumati prodotti lattierocaseari, come per esempio il burro, non italiani. I cugini d’Oltralpe, che si sono visti sostituire il loro burro francese col nostro locale, certo non saranno contenti. Ma ci pare che per quanto riguarda le auto, il governo di Sarkozy non si faccia tanti problemi a finanziare esclusivamente le case automobilistiche francesi, in barba a quelle italiane. Almeno sul burro” conclude Fugatti “alla Camera si sono fatti furbi e vale il principio della reciprocità”.

Ma la questione “non riguarda soltanto il burro” ha rilanciato il collega di partito Fabio Rainieri, parlamentare parmigiano “quanto invece tutte le produzioni agroalimentari. Dai formaggi ai prosciutti… Alla Camera e al Senato devono essere serviti prodotti delle nostre terre che non hanno nulla da invidiare a quelli attualmente presenti sul banco”.

A ironizzare sulla conquista leghista è il Pd. Che bacchetta i Lumbard proprio sulle auto: “Forse la Lega dovrebbe conservare lo stesso spirito polemico che riserva al burro della buvette per il parco macchine blu dei politici italiani”, ha commentato Roberto Giachetti. “Considerata la grave crisi che sta vivendo il nostro mercato automobilistico, il governo potrebbe fare qualcosa di più rispetto al farsi fotografare solo in occasione della promozione della nuova auto nazionale di turno”, ha aggiunto, “potrebbe spingersi più in là e scegliere di utilizzare auto blu delle nostre case automobilistiche”.

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