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Ogni giorno, in Italia, si verificano 2.500 incidenti sul lavoro, muoiono tre persone e 27 rimangono permanentemente invalide. Nel 2007 le morti bianche, secondo i dati Inail, sono state circa 1.200. Oggi sono oltre 800 mila gli invalidi del lavoro e quasi 130 mila i superstiti di caduti sul lavoro. Sono i dati forniti dall’Anmil, l’Associazione nazionale fra i mutilati e invalidi del lavoro, in occasione della 58esima Giornata nazionale per le vittime degli incidenti sul lavoro, che si celebra oggi. Cifre, viene sottolineato, che testimoniano la persistente gravità del fenomeno infortunistico, una delle principali cause di morte, e con “quasi il doppio dei decessi rispetto agli omicidi”.
Una giornata, sottolinea l’Anmil, per richiamare l’attenzione delle istituzioni, delle forze sociali e dei mezzi di informazione sulla questione. Ma anche occasione “per denunciare le drammatiche condizioni di vita” degli invalidi e dei superstiti delle vittime “per i quali è necessario arrestare il progressivo deterioramento dei livelli di tutela indennitaria, interrompendo la deriva assistenzialistica verso cui il sistema si sta spingendo negli ultimi anni. Basti pensare che una vedova percepisce in media una rendita di appena 700 euro al mese”. Per l’Anmil, allo stesso tempo, deve però “essere un impegno condiviso da tutti quello di arginare il fenomeno degli infortuni sul lavoro, con una vera e responsabile applicazione delle norme per la prevenzione, sia da parte delle aziende che dei lavoratori”.
“È doveroso tenere viva l’attenzione al fenomeno, non demordere nell’allarme sulla sua gravità sociale, applicare e migliorare le norme legislative. È questo, un obiettivo di civiltà che dobbiamo al sacrificio dei tanti caduti, mutilati ed invalidi sul lavoro”. Lo afferma il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in un messaggio inviato all’Anmil, il occasione della 58esima Giornata per le vittime degli incidenti sul lavoro. Il capo dello Stato ricorda infatti che la realtà quotidiana propone “casi drammatici, persino ripetitivi nella loro dinamica, storie personali e familiari di dolore e sofferenze”.
Ecco il testo integrale del messaggio inviato dal presidente della Repubblica al presidente dell’associazione, Pietro Mercandelli: “Desidero rivolgere il vivo apprezzamento per il costante impegno associativo a favore della prevenzione nei luoghi di lavoro, della tutela dei lavoratori infortunati, dell’assistenza delle famiglie delle vittime e della sensibilizzazione dell’opinione pubblica. I preoccupanti dati diffusi dall’Anmil e le stesse tragiche cronache di questi giorni confermano quanto cruciale sia la questione della prevenzione sul lavoro. Si è levato naturalmente un indignato ‘basta’, sinceramente condiviso, di fronte a tragedie che, per la loro dimensione, suscitano il clamore dei media e il coinvolgimento dell’opinione pubblica. Ma la realtà quotidiana ci ripropone casi drammatici (persino ripetitivi nella loro dinamica), storie personali e familiari di dolore e sofferenze che la vostra Associazione, insieme a tante altre espressioni del volontariato e delle istituzioni, aiuta ad affrontare con un impegno concreto di solidarietà che è giusto riconoscere e valorizzare. C’è indubbiamente, anche un problema di risorse: è decisivo qualificare quelle disponibili perché si investa in formazione ed informazione, si persegua con determinazione l’obbiettivo dell’abbattimento degli incidenti sul lavoro, si rafforzino le tutele dei lavoratori e si sostengano le famiglie delle vittime sul lavoro. Particolare significato assumono le numerose iniziative promosse in ambito scolastico per una più diretta presa di coscienza da parte dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro. È doveroso tenere viva l’attenzione al fenomeno, non demordere nell’allarme sulla sua gravità sociale, applicare e migliorare le norme legislative. È, questo, un obbiettivo di civiltà che dobbiamo al sacrificio dei tanti caduti, mutilati ed invalidi sul lavoro”.
Non si ferma la lista nera delle morti bianche. Tre operai sono stati travolti, la scorsa notte intorno alle 23, da un tir mentre stavano lavorando in un cantiere sulla A1 Milano-Napoli, tra Chiusi e Valdichiana. Uno è morto, gli altri due sono rimasti gravemente feriti.
I tre operai sono dipendenti della ditta Fau, azienda di Asciano in provincia di Siena, che si occupa di dotazioni stradali. Secondo una nota di Autostrade per l’Italia, l’operaio morto, nel momento dell’incidente, si trovava a bordo di un furgone “a protezione di un cantiere mobile regolarmente segnalato: il veicolo è stato tamponato da un mezzo pesante”. Le cause dell’incidente sono ancora da accertare, ma sono probabilmente da imputare all’eccessiva velocità e alla distrazione.
Autostrade per l’Italia, sottolinea la nota, “profondamente colpita dal doloroso evento, esprime il proprio cordoglio alla famiglia e ai compagni di lavoro”.
Intanto dopo l’incidente che venerdì scorso ha causato la morte di sette persone nel tratto dell’autostrada A4 Venezia-Trieste,all’altezza di Cessalto (Treviso), la Procura della Repubblica di Treviso ha disposto il sequestro del guard rail spartitraffico. Il sequestro - da quanto trapelato a Trieste e Palmanova (Udine), dove si trova la sede di Autovie Venete - dovrebbe essere finalizzato a verificare se il guard rail, per caratteristiche e le condizioni in cui si trovava, era in grado di garantire la sicurezza della circolazione automobilistica sull’autostrada.
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Dopo le pattuglie miste (tre mila uomini dell’esercito a fianco delle forze dell’ordine) per le strade in città, ora per controllare il rispetto delle norme nei cantieri ed evitare gli incidenti sul lavoro, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, pensa di utilizzare i carabinieri nei cantieri e sta predisponendo un disegno di legge che dovrebbe essere pronto per settembre. “In risposta all’appello del presidente Napolitano per le morti bianche” dice La Russa in un’intervista al quotidiano la Sicilia “intendo irrobustire il controllo sui cantieri, sempre da parte dei carabinieri, con ispezioni a tappeto ma anche a campione”.
Il ministro non esclude che il progetto possa coinvolgere anche i soldati: “Penso a un nucleo di carabinieri, magari con i soldati al loro fianco, finalizzato a controlli a sorpresa. Ci vuole una presenza forte per invertire questa tendenza, chiamiamola culturale o di abitudine. Per me” dice il ministro “si tratta di un problema importante come quello della criminalità”. La Russa ipotizza il ricorso dei militari anche nei cantieri di lavoro per il Ponte sullo Stretto di Messina. “La zona è calda, i militari potrebbero essere utili”.
A oggi quanti sono i “controllori” del lavoro? E quante ispezioni effettuano?
Il Comando Carabinieri per la Tutela del Lavoro, alle dipendenze del Ministero del Lavoro, proprio per accertare violazioni in materia giuslavoristica e legislazione sociale, “sono circa 502 uomini” dice il colonnello Luciano Annicchiarico, comandante del reparto. 502 unità per 107 province, neanche una media di 5 a provincia. Accanto a loro sono preposti a controlli anche i funzionari e gli ispettori civili del Ministero del Lavoro, circa 3000 unità, e gli ispettori Asl. Numeri bassi, non in grado di controllare capillarmente tutto il “territorio aziendale” italiano. E infatti spesso capita che passino anche dieci anni tra un’ispezione e l’altra.
Il ministro, in qualità di reggente di An (dopo l’addio al partito da parte di Gianfranco Fini eletto presidente della Camera), è anche intervenuto sul dibattito Pdl in un’intervista pubblicata su il Riformista. “Il leader è Berlusconi, non necessariamente serve un segretario”, ha detto. E poi detta i tempi: “La tempistica ci porterà ragionevolmente a fare il congresso fondativo a febbraio”. “La leadership di Berlusconi non è in discussione” ha spiegato. “Non perché sia unto dal Signore, ma perché è stato riconosciuto dagli elettori. Tra l’altro Fini, in questa fase, non ambisce alla guida del Pdl, altrimenti non avrebbe fatto la scelta istituzionale”. E ancora: “Ci sarà sicuramente un gruppo dirigente ristretto, non necessariamente un segretario”. Ricordando la fondazione di An, La Russa dice: “A Fiuggi passammo dalla casa del padre a una nuova famiglia. Ora passiamo da una casa a una casa più grande”. Le parole d’ordine? “Identità nazionale, sicurezza, riforme e federalismo solidale”, conclude il Ministro.
Si muore di più sul lavoro (le ultime due vittime, questa mattina nei pressi di Merano: due operai di 27 e 28 anni sono rimasti intossicati dopo essere caduti in una cisterna di un centro di riciclaggio) o sulle strade che non a causa della criminalità o di episodi violenti.
I morti sul lavoro, infatti, sono quasi il doppio degli assassinati e i decessi sulle strade otto volte più degli omicidi. A lanciare l’allarme è il Censis, secondo il quale, tuttavia, “gran parte dell’attenzione pubblica si concentra sulla dimensione della sicurezza rispetto ai fenomeni di criminalità”.
Nel 2007, sono stati 1.170 i decessi per motivi di lavoro in Italia, di cui 609 per infortuni “stradali”, ovvero lungo il tragitto casa-lavoro (in itinere) o in strada durante l’esercizio dell’attività lavorativa. L’Italia, avverte il Censis, è di gran lunga il Paese europeo dove si muore di più sul lavoro. Se si escludono gli infortuni in itinere o comunque avvenuti in strada, non rilevati in modo omogeneo da tutti i Paesi europei, si contano 918 casi in Italia, 678 in Germania, 662 in Spagna, 593 in Francia (in questo caso il confronto è riferito al 2005).
I numeri crescono ancora se si considerano le vittime degli incidenti stradali. Nel 2006, in Italia, i decessi sulle strade sono stati 5.669, più che in Paesi anche più popolosi del nostro: Regno Unito (3.297), Francia (4.709) e Germania (5.091). Gli altri Paesi hanno fatto meglio di noi negli interventi tesi a ridurre i decessi sulle strade. Nel 1995 la Germania era ’maglia nerà in Europa, con 9.454 morti in incidenti stradali, ridotti a 7.503 già nel 2000, per poi diminuire ancora ai livelli attuali. In Francia, si è passati dagli 8.892 morti sulle strade nel 1995 agli 8.079 nel 2000, per poi registrare un ulteriore calo. La riduzione in Italia c’è stata (i morti erano 7.020 nel 1995, 6.649 nel 2000, fino agli attuali 5.669), ma non in maniera così rapida, sottolinea il Censis, tanto da diventare il Paese europeo in cui è più rischioso spostarsi sulle strade.
Mentre se si guarda agli omicidi, in Italia continuano a diminuire. In base ai dati delle fonti ufficiali disponibili elaborati dal Censis, sono passati da 1.042 casi nel 1995 a 818 nel 2000, fino a 663 nel 2006 (-36,4% in 11 anni). Sono molti di più negli altri grandi Paesi europei, dove pure si registra una tendenza alla riduzione: 879 casi in Francia (erano 1.336 nel 1995 e 1.051 nel 2000), 727 in Germania (erano 1.373 nel 1995 e 960 nel 2000), 901 casi nel Regno Unito (erano 909 nel 1995 e 1.002 nel 2000). Anche rispetto alle grandi capitali europee, nelle città italiane si registra un numero minore di omicidi. Nel 2006 a Roma si sono contati 30 casi, quasi come Parigi (29 omicidi, ma erano 102 nel 1995), 33 a Bruxelles, 35 ad Atene, 46 a Madrid, 50 a Berlino, 169 a Londra, che aveva toccato la punta massima (212 omicidi) nel 2003.
“Gran parte dell’impegno politico degli ultimi mesi è stato assorbito dall’obiettivo di garantire la sicurezza dei cittadini rispetto al rischio di subire crimini violenti”, osserva Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, commentando i dati. “Tuttavia, se si amplia il concetto di incolumità personale” spiega “e si considerano i rischi maggiori di perdere la vita, risalta in maniera evidente la sfasatura tra pericoli reali e interventi concreti per fronteggiarli. Il luogo di lavoro e la strada mancano ancora di presidi efficaci per garantire la piena sicurezza dei cittadini, e spesso si pensa che perdere la vita in un incidente stradale sia una fatalità. I dati degli altri Paesi europei dimostrano che non è così”.
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Altri morti sul lavoro, dopo la tragedia di Mineo di due giorni fa costata la vita a sei operai. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo i fatti di oggi, ha subito scritto al prefetto di Milano: “Di fronte al ripetersi di tragedie sul lavoro come quella di Settimo Milanese, al di là delle parole si impongono fatti concreti”, ha ammonito. Il capo dello Stato ha espresso cordoglio per i nuovi incidenti mortali sul lavoro.L’episodio più grave, appunto, alle porte di Milano, dove due operai sono morti nel crollo di un’impalcatura. Un terzo lavoratore è rimasto ferito in maniera gravissima. Sono quattro, secondo quanto riferito dai vigili del fuoco, le persone coinvolte nel crollo. Tutti sono cittadini di nazionalità egiziana, irregolari in Italia: i corpi dei tre operai, di cui due senza vita e uno in condizioni gravi, sono stati estratti da sotto i tubi dell’impalcatura che stavano smontando. Anche il quarto operaio, soccorso per una crisi isterica, è egiziano. I ponteggi, per la costruzione del complesso residenziale a Settimo Milanese, sono crollati durante la fase di smontaggio: lo ha affermato il comandante della polizia municipale locale, Maurizio Pinciroli. I due egiziani morti e il terzo, rimasto gravemente ferito e ricoverato all’ospedale Humanitas di Rozzano, lavoravano “in nero” nel cantiere di via Don Minzoni. A sostenerlo è Awat, cugino di una delle due vittime, il giovane Mohammed di 27 anni, e del ferito di 38 anni. “Lavoravano in nero, con chi non lo so. Erano i miei cugini: ora uno è morto e uno in ospedale”. Il giovane egiziano ha poi aggiunto che i cugini avevano trovato un impiego “a piazzale Lotto” a Milano dove, spesso, vengono offerti impieghi a manodopera di origine straniera. “Oggi fai un ponteggio, domani fai qualcosa d’altro. Quello che capita facciamo”, ha concluso il giovane.
Sempre a Milano, all’Idroscalo, un operaio italiano di 55 anni è caduto da un ponteggio. L’uomo è stato trasportato in coma all’ospedale San Raffaele. Lo ha reso noto il 118. L’incidente sul lavoro è avvenuto verso le 11, quasi contemporaneamente alla sciagura di Settimo Milanese.
Anche a Termini Imerese, nel Palermitano, un operaio di 44 anni, Domenico Cagnina, è caduto da un’impalcatura morendo sul colpo. È accaduto intorno alle 9. L’uomo, originario di Trabia, è precipitato da un’altezza di circa tre metri. Lavorava alla centrale termoelettrica dell’Enel, ma per una ditta esterna, e stava eseguendo dei lavori di manutenzione ai supporti meccanici, insieme ad altri colleghi. Indagini sono in corso per accertare la responsabilità di terzi o se si è trattato di un malore accusato dall’operaio mentre lavorava.
L’operaio morto a Termini, che ha battuto con violenza la testa, era dipendente della ditta Marine srl di Messina che aveva in appalto dall’Enel alcuni lavori nella centrale. Sul posto nel momento dell’incidente, da quanto si apprende, c’era anche il figlio dell’operaio. A terra è stato trovato un casco, ma non è certo che la vittima lo indossasse al momento della caduta.
Cagnina pare fosse stato assunto con un contratto a termine che sarebbe scaduto alla fine dei lavori alla cosiddetta pompa alimento della centrale Enel, in manutenzione da un paio di settimane. Sotto choc i colleghi della vittima, che non riescono a spiegarsi come sia potuta accadere la tragedia. L’operaio infatti è caduto da un ponteggio alto appena 2 metri e 80 centimetri, ma aver battuto la testa gli è stato fatale. L’Enel ha avviato un’indagine interna per accertare le causa dell’incidente mortale.
Per protestare contro lo “stillicidio” delle morti bianche tutti i lavoratori metalmeccanici sciopereranno per un’ora martedì prossimo: l’astensione, proclamata da Fim, Fiom e Uilm, è stata indetta dalle ore 11 alle ore 12 (ultima ora per i turnisti).
Sono sette le persone indagate per la morte dei sei operai in un incidente nel depuratore comunale di Mineo. La loro iscrizione è stata eseguita dal procuratore capo della repubblica Onofrio Lo Re ed è stata definita “un atto dovuto per il legale svolgimento dell’inchiesta”. Il reato ipotizzato è concorso in omicidio plurimo. Gli indagati sono il sindaco Giuseppe Castania, il responsabile dell’ufficio tecnico comunale Marcello Zampino, i quattro assessori Antonino Catalano, Giuseppe Mirata, Giovanni Amato e Giuseppe Virzì e il legale rappresentante dell’azienda privata che ha operato ieri nel depuratore, Sebastiano Carfì.
Domani sarà conferito anche il mandato per le autopsie delle sei vittime, utili per chiarire l’esatta dinamica della tragedia. I primi esami cominceranno a mezzogiorno e saranno eseguiti nell’obitorio del cimitero di Caltagirone. Le autopsie dovrebbero concludersi entro sabato. Intanto il sindaco di Mineo ha dichiarato che “i dipendenti del Comune a supporto dell’impresa che doveva svolgere i lavori di espurgo dal depuratore dovevano essere soltanto due. Più che una tragedia del lavoro sembra che sia stata una tragedia della solidarietà”. Castania ha rivelato di avere appreso dai suoi concittadini che uno dei dipendenti comunali morti “ha comprato verso mezzogiorno di ieri una scala”. Secondo una ricostruzione dei fatti, i due dipendenti comunali presenti al depuratore avrebbero chiamato i loro colleghi chiedendo di acquistarla perché probabilmente c’erano stati dei problemi nell’intervento di espurgo.
I sei lavoratori morti quindi, secondo il sindaco, “non dovevano stare all’interno di quella vasca”. Un consulente tecnico del sindaco ha inoltre spiegato che “i fanghi sprigionano gas metano e nessuno doveva mettersi nella vasca perché il loro lavoro lo dovevano fare da bordo vasca”. Il procuratore Lo Re, che coordina le indagini, ha aggiunto altri particolari: “I sei operai morti ieri nel depuratore comunale di Mineo non indossavano né mascherine né respiratori, ma non sappiamo se fossero necessarie”. Il magistrato ha osservato che “è ancora presto per fare delle ipotesi sulla esatta dinamica dell’accaduto, ma tutto sarà chiarito dall’autopsia e dagli accertamenti tecnici che ho predisposto”.
Lo Re ha confermato che gli operai erano impegnati nella manutenzione “del tubo di collegamento tra una vasca di decantazione e quella che conteneva i fanghi. La necessità che tutti prendano coscienza che il lavoro comporta dei rischi e ci vuole una cultura e una preparazione nel campo della sicurezza e dell’antinfortunistica a tutti i livelli”. Pare inoltre che Salvatore Smecca, 47 anni, uno dei due dipendenti della ditta Carfì di Ragusa morti nella tragedia, sarebbe stato assunto “ieri o l’altro ieri. Una ‘coincidenza’ sulla quale stiamo indagando. Non parliamo di disgrazie perché questa è stata una tragedia”, ha concluso il procuratore.
Al depuratore della strage continua intanto il mesto pellegrinaggio di persone che arrivano davanti al cancello, parlano sottovoce e con gli occhi lucidi vanno via. Un anonimo ha poggiato delle margherite bianche davanti al cancello con un foglio in cui è scritto: “Questa assurda tragedia dei nostri cittadini non rimanga vana”. E nelle prossime ore in Sicilia verrà dichiarato il lutto regionale.
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Un piano straordinario che permetta di aumentare i controlli, la formazione e stabilire nuove regole per mettere fine alla tragedia delle morti sul lavoro.
Arrivando all’Auditorium Parco della Musica di Roma per l’assemblea di Confartigianato, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, annuncia misure straordinarie dopo l’ennesima strage ieri nel catanese dove sei operai hanno perso la vita. “Ovviamente” aggiunge il titolare del Welfare “dovremo realizzare un’intesa tra Stato, Regioni e organizzazioni del lavoro per definire azioni concrete che servano a costruire un ambiente sicuro. Le regole da sole” ammonisce Sacconi - non sono sufficienti e devono essere sostenute da una più forte capacità ispettiva”. “C’è una carenza di mezzi e risorse” denuncia inoltre Sacconi “per quanto riguarda la formazione, la prevenzione e l’informazione. Moltissimi infortuni, infatti, sono determinati da errori comportamentali”. Per il ministro, dunque, “occorrono più investimenti pubblici e anche privati a questo scopo, da parte delle imprese e degli organismi bilaterali che sono promossi dalle organizzazioni dei lavoratori e delle imprese come il fondo per la formazione continua”.
Le regole a cui fa riferimento il minsitro sono probabilmente quelle contenute nel decreto legislativo sulla sicurezza, approvato lo scorso primo aprile, dopo un aspro scontro con Confindustria che lamentava come l’impianto della legge fosse “tutto spostato sulle sanzioni e non sulle regole”.
I sindacati sono d’accordo sulla formulazione del piano straordinario, chiedono però di non modificare il testo unico (qui il .pdf). “Quello che è accaduto in questa cisterna in provincia di Catania, a Molfetta e nelle stive delle navi sono infortuni che si possono evitare”, ha dichiarato Guglielmo Epifani, parlando della morte dei sei operai a Mineo: “Bisogna pretendere dalle imprese, dalle amministrazioni e dai lavoratori che si rispettino le norme della sicurezza: si deve insistere e pretendere tutte le misure di sicurezza e di prevenzione che sono necessarie”.
Anche Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, chiede che venga colmata la lacuna culturale “della sicurezza, perché è evidente che c’è una scarsità”. Quanto ad un’eventuale revisione al testo unico, Bonanni ha affermato che “non è una sfida tra chi la pensa in un modo e chi in un altro: ci sono morti e a questi morti bisogna dare una risposta, ognuno abbassi la testa”.
E dopo l’ennesima strage di Mineo, lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano - che più e più volte nel corso del suo mandato ha puntato l’indice contro la strage degli operai (una triste media di 3 al giorno, che mette all’Italia la maglia nera in Europa in quanto a sicurezza) - ha voluto far sentire la sua voce: “Questa ulteriore strage, quest’altro gravissimo episodio di carenza di tutele e di misure di prevenzione, da parte di soggetti pubblici e privati, ripropone l’imperativo assoluto di interventi e controlli stringenti per la sicurezza sul lavoro e per spezzare la drammatica catena di morti bianche”.
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Sono morti, abbracciati, dentro una stanza dell’impianto di depurazione probabilmente per l’esalazione di sostanze tossiche. I corpi dei sei lavoratori erano uno sopra l’altro, come se ognuno di loro avesse cercato di salvare il collega di lavoro, senza farcela. È il film, senza lieto fine, dell’ultima “strage bianca” consumatasi a Mineo, un paesino della piana di Catania.
Le sei vittime dell’incidente sul lavoro di ieri nel depuratore comunale di Mineo erano esperti del settore. Giuseppe Zaccaria, 47 anni, era perito industriale, ed era il responsabile della sicurezza dell’impianto. Era stato assunto dal Comune nel dicembre del 2001, dove era entrato come lavoratore socialmente utile dopo la chiusura della sua impresa. Con la moglie, negli anni scorsi, avevano adottato un bambino. Era in ferie ma è rientrato al lavoro per riparare il guasto al depuratore.
Nel dicembre del 2001 era stato assunto anche Natale Giovanni Sofia, 37 anni. Lascia la moglie e due figli. Giuseppe Palumbo, 57 anni, aveva due figli grandi, una delle quali si sarebbe dovuta sposare il mese prossimo. La sua grande passione era la caccia. Salvatore Pulici, 37 anni, era il custode dell’impianto. Lascia due figli: un ragazzo di 11 anni e una bambina di pochi mesi che era stata battezzata nelle scorse settimane. Era un “contrattista”, aveva un part-time di 36 ore la settimana e presto sarebbe stato stabilizzato. Due operai attenti e preparati sono definiti anche i tecnici dell’azienda Carfì che sono morti a Mineo. Salvatore Tumino, aveva 47 anni, ed era originario di Ragusa. Salvatore Smecca, anche lui di 47 anni, era originario di Gela (Caltanissetta) ma si era trasferito a Marina di Ragusa. Nel capoluogo ibleo ieri è stato proclamato il lutto cittadino.
I corpi non presentano lesioni ma erano sporchi di fango. L’ipotesi che prende corpo sulla dinamica dell’incidente è quella di un “mix” tra la presenza improvvisa del fango del depuratore che avrebbe invaso inaspettatamente la vasca dove stavano lavorando gli operai e i miasmi emessi dallo stesso fango. A stabilire con esattezza le cause della morte dei sei operai sarà l’autopsia che verra’ eseguita nei prossimi giorni.
“Sono morti abbracciati uno con l’altro, quasi certamente nel tentativo di salvarsi a vicenda”, dice Don Miné Valdini, parroco della chiesa di Sant’Agrippino, patrono di Mineo. “Sono morti” aggiunge il sacerdote “con un gesto d’amore. Un atto di generosità che purtroppo non è servito a nulla”. Per il recupero dei corpi, avvenuto nella tarda serata, è intervenuta una squadra speciale dei sommozzatori dei vigili del fuoco, la Saf (speleo alpino fluviale), che si sono calati nella vasca con bombole di ossigeno. Secondo una prima ricostruzione i due operai avrebbero calato una scala in alluminio nella vasca che ogni mercoledì veniva ripulita e sarebbero entrati con un tubo che immette acqua ad alta pressione in un locale per pulire il filtro dai fanghi di depurazione che poi sarebbero stati caricati su un camion.
A quel punto, per motivi che ancora non sono stati accertati e su cui indaga la Procura di Caltagirone, i due si sarebbero sentiti male e gli altri quattro sarebbero via via intervenuti per aiutarsi a vicenda. “Li abbiamo trovati uno accanto all’altro, in fondo alla vasca, coperti da un sottile strato di fango - dice Salvatore Spanò, comandante dei vigili del fuoco di Catania - Quasi certamente hanno tentato di salvarsi prima di rimanere intrappolati dentro quella ‘camera della morte’. Stiamo facendo tutti i rilievi necessari, con l’ausilio del nostro nucleo specializzato in interventi chimici e batteriologici, per trovare una spiegazione”.
E il colonnello Giuseppe Governale, comandante provinciale dei carabinieri, aggiunge: “La situazione è complessa, stiamo verificando con delle perizie tecniche per capire cosa può essere accaduto”. I sei operai vengono descritti come persone esperte. Giuseppe Zaccaria era rientrato proprio oggi dalle ferie appositamente per i lavori che si dovevano svolgere nel depuratore comunale. Era infatti il responsabile della sicurezza della struttura, assieme a lui è morto anche il custode.
Dopo avere appreso la notizia, i familiari delle vittime si sono recati nell’impianto, trasformato in un luogo di dolore e commozione. “Voglio vedere Giovanni, e fatemi vedere subito mio figlio, non ci posso credere…” ha urlato la madre di Giovanni Natale Sofia. La donna sostenuta da due familiari ha cercato di varcare il cancello, controllato da carabinieri e vigili urbani, ma inutilmente. Sulla stradina che si inerpica verso Mineo, tra rovi e fichi d’india selvatici e piccole strade sterrate il dolore dei parenti delle vittime è stato evidente ma sommesso, quasi controllato. Tutti si sono abbracciati cercando di darsi inutilmente conforto e sostegno. La moglie di una delle vittime, giovanissima, ha urlato: “Perché proprio a me, mio Dio non è possibile”.
Ma anche dal mondo politico si alzano grida di dolore. “Questa ulteriore strage, quest’altro gravissimo episodio di carenza di tutele e di misure di prevenzione, da parte di soggetti pubblici e privati, ripropone l’imperativo assoluto di interventi e controlli stringenti per la sicurezza sul lavoro e per spezzare la drammatica catena di morti bianche” dice il presidente Napolitano. Parola che fanno eco a quelle del presidente della Camera Gianfranco Fini: “Quella delle morti sul lavoro è un’emergenza sociale assoluta”. Il presidente Berlusconi ha espresso il proprio cordoglio durante la conferenza stampa sui rifiuti a Napoli, pochi minuti dopo essere stato informato dell’accaduto. “Ho chiesto al ministro del Lavoro di recarsi immediatamente sul posto per verificare la dinamica dell’incidente. Alle famiglie va la vicinanza, per quello che è possibile, ma anche l’aiuto concreto mio personale e del governo” ha detto il Cavaliere.
Mentre dal fronte sindacale si leva la voce di Bonanni, che attacca: “Chi ha sbagliato deve pagare. Non si può continuare a morire come nulla fosse”. Continua il segretario della Cisl: “Quello che è accaduto oggi in sicilia è un fatto gravissimo che ci rattrista enormemente. Siamo vicini alla famiglie di questi lavoratori che hanno perduto la vita. Ma tutto il paese deve ribellarsi a questo andazzo”.
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