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Italiani e Islam: vade retro minareto

Vade retro minareto

(Bruno Ehrs/Corbis)

“Sai che bello svegliarsi con il canto del muezzin!” scrive Bobo su un blog. “No alla moscheizzazione territoriale” gli risponde un altro. Corrono sulla rete i commenti al referendum che domenica 29 novembre ha sancito il divieto “costituzionale” di costruire nuovi minareti in Svizzera.
La scelta è stata condannata con forza nelle sedi ufficiali, dall’Unione Europea all’Onu, dai giornali agli intellettuali di tutto il mondo. Ma, a giudicare dai risultati del sondaggio (sotto i grafici) che Panorama ha commissionato alla Euromedia Research, ancora una volta la “pancia” degli italiani ragiona in modo diverso dal cervello delle élite culturali, che peraltro avevano pronosticato un fallimento del referendum svizzero. Continua

Immigrazione straniera, ordinanze locali. Ecco dove l’”uomo nero” fa paura

Varallo Sesia

Il divieto contro il burqa a Varallo Sesia | (ANSA/Tonino Di Marco)

Il leader di Forza nuova si guarda intorno, compiaciuto. Luca Castellini, 34 anni, è il responsabile per il Nord del movimento politico di ultradestra. Alle sue fiaccolate di solito partecipano gruppuscoli di simpatizzanti. Mercoledì 25 novembre, invece, nella piazza ovale di Rovato, ricco centro del Bresciano, i giovanotti vestiti di scuro erano baldanzosi e più di 300. “Stop immigrazione, fermiamo l’invasione” hanno scritto su un gigantesco striscione, issato come vessillo tra i fumogeni tricolori. Anche Forza nuova cavalca l’istante: il 20 novembre, sempre a Rovato, una ragazza di 28 anni era stata selvaggiamente stuprata da un marocchino. È stata quella la scintilla che ha acceso lo sdegno: nei giorni seguenti in migliaia hanno sfilato per le vie del centro storico del paese, esasperati dall’”invasione”. Continua

A Genova manifestazione contro la moschea. E la Lega porta in piazza la Svizzera

Manifestazione

Mercoledì pomeriggio a Genova si è svolta una manifestazione di militanti della Lega Nord contrari alla costruzione della nuova moschea nel capoluogo ligure. Continua

Il no svizzero ai minareti. Per il governo un’altra Croce leghista: “Mettiamola nel tricolore”

Atmosfere e sapori di una irresistibile Damasco

Gli svizzeri votano contro la costruzione di nuovi minareti (che stanno alle moschee come i campanili alle chiese) in territorio elvetico e al di qua della Alpi i leghisti esultano. E non sono i soli. Continua

Mattoni per la religione: l’invasione delle moschee

Islam in preghiera per l'inizio del Ramadan

All’indomani del fallito attentato kamikaze alla caserma Santa Barbara di Milano, a metà ottobre, la Lega nord è tornata a chiedere  uno stop alla costruzione di nuove moschee. Ed è appena tornata all’attacco contro l’ipotesi che ne venga edificata una proprio a Milano.
Oggi, secondo una ricerca appena pubblicata da Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova ed esperto di Islam, le sale, gli scantinati e i capannoni dove si prega Allah in Italia sono 661, su un totale di oltre 9 mila luoghi di culto islamici in tutta Europa: quasi quante sono le chiese cristiane dei paesi europei o le moschee nel mondo islamico.Continua

“E il numero aumenterà, anche se in misura minore rispetto al passato” calcola Allievi. “Insomma, non siamo di fronte a un problema di libertà religiosa, però nei paesi di nuova immigrazione la carenza di spazi per la preghiera resta forte”.

Il punto nevralgico è, piuttosto, la difficoltà di rapporto con gli oltre 16 milioni di musulmani che vivono nelle città europee. Per questo le moschee sono diventate il simbolo del conflitto, perfino nei più tolleranti paesi nordici; oppure al contrario, come dimostrano alcuni esempi in Francia e Germania, una possibile strada verso il dialogo.

In estate il consiglio comunale di Copenaghen ha dato via libera alla costruzione di due grandi moschee, una sciita e una sunnita. La decisione è stata lunga e sofferta e ha incassato il fragoroso no del Partito popolare danese.
La formazione di destra, alleata dei Conservatori al potere in Danimarca, ha lanciato una dura campagna mediatica per sottolineare che i due centri di culto saranno realizzati con i fondi del “regime terrorista iraniano” e con quelli dei “dittatori sauditi”. Una mossa che, cavalcando la difficile convivenza tra danesi e immigrati, il 17 novembre ha regalato ai popolari un aumento di quasi il 2 per cento dei voti alle elezioni municipali di Copenaghen.
Il paese conta 250 mila musulmani su una popolazione di 5,5 milioni di abitanti e l’integrazione non è semplice, come ha mostrato la vicenda delle vignette su Maometto, pubblicate nel 2005. Del resto, nota Allievi, “la Danimarca ha il doppio dei luoghi di preghiera islamici rispetto alla vicina Svezia, ma la metà dei fedeli musulmani”.

Anche in Svizzera c’è chi ha dichiarato guerra ai minareti, “simbolo della conquista e del potere dell’Islam”. Lo Schweizerische Volkspartei ha raccolto 150 mila firme per un referendum che il 29 novembre chiederà ai cittadini se vogliono inserire nella costituzione il divieto di erigere le torri con la mezzaluna.
La maggioranza dei partiti si è schierata contro l’iniziativa. Ma Oskar Freysiger, un dirigente dello Svp, obietta: “I musulmani desiderosi d’integrarsi di sicuro non vogliono i nuovi minareti pagati dai wahabiti”. A dispetto delle tesi di Freysiger, la maggior parte delle moschee in Europa e realizzata con collette tra i musulmani locali: “Quella dei finanziamenti stranieri è una suggestione” afferma Allievi, che pero riconosce: “Ogni anno, in vista del Ramadan, ci sono delegazioni che vanno nei ricchi paesi mediorientali a caccia di contributi”.

In Francia, dove la comunita musulmana è la piu numerosa d’Europa, il 30 per cento dei fondi per la costruzione delle nuove moschee arriva, invece, dalle casse statali. A sorpresa, perché una legge vieta il finanziamento pubblico dei luoghi di culto. Nei prossimi anni piu di 200 centri di preghiera islamici sorgeranno nelle citta francesi con la benedizione dello stato. Uno degli esempi piu recenti e quello di Creteil, un centro alle porte di Parigi. Nel dicembre 2008 è stata inaugurata una moschea che può accogliere 2 mila persone.
È costata 4,5 milioni, e uno l’ha pagato il comune aggirando la legge con uno stratagemma ormai consolidato: i soldi pubblici non coprono le spese della sala di preghiera, ma contribuiscono a quelle dei locali annessi: il centro culturale, il ristorante o il parcheggio. Il primo cittadino socialista di Creteil, Laurent Cathala, è convinto che così si favoriscano la coesione sociale e un maggiore controllo sul finanziamento dei lavori: “Spesso chi esige la trasparenza dei fondi e si oppone al denaro degli stati stranieri contesta anche l’aiuto finanziario delle municipalita. È un po’ contraddittorio” rileva. Cathala non lo vuole ammettere, ma a dettare la sua scelta (e quella di molti altri sindaci francesi) è stato il peso elettorale della comunita musulmana.

Del resto anche in Gran Bretagna, dove la presenza islamica e diffusa e radicata, ci sono sette musulmani alla Camera dei lord, e sei alla Camera dei comuni. Decine sono quelli selezionati per le prossime elezioni politiche, centinaia quelli con un posto nelle amministrazioni locali.
Dopo gli attentati del 2005, Londra ha avviato un esteso reclutamento di imam inglesi o anglofoni per arginare l’influenza di quelli più radicali e non in linea con i valori occidentali.

“Scontato che i luoghi di culto possano essere punto di riferimento per gli estremisti” osserva Allievi. “Tuttavia nei casi più noti di terrorismo in Francia, Gran Bretagna e Italia gli arrestati frequentavano soprattutto associazioni legate a network radicali. Un motivo in più per sostituire i luoghi di preghiera nascosti con moschee visibili e con imam in contatto con le autorità”.
È quanto e accaduto a Duisburg, in Germania, dove il quartiere e le comunita religiose sono stati coinvolti nella realizzazione della grande moschea Merkez. L’edifico, in stile bizantino, ha un’enorme cupola, due minareti alti 34 metri e ampie vetrate panoramiche, inusuali nell’architettura islamica, a suggerire l’impegno per la trasparenza. A Colonia, invece, il progetto della moschea con minareti da 55 metri è finito nella bufera per la sfida estetica e ideologica che lanciava al duomo.

La strada più ardita per sanare i possibili conflitti l’ha imboccata comunque il governo della Catalogna.
A Barcellona attualmente sono registrati 169 luoghi di culto, alcuni dei quali frequentati in passato anche da estremisti. Il problema più impellente, però, e l’opposizione di moltissimi quartieri della citta contro l’edificazione di nuove moschee: per questo nel 2007 la giunta di sinistra ha approvato una legge, unica in Europa, che introduce l’obbligo per i comuni di riservare entro dieci anni una porzione di suolo pubblico per edilizia a uso religioso: Islam compreso.

La mappa europea dell'Islam e degli oltre 9mila luoghi di culto

La mappa europea dell'Islam e degli oltre 9mila luoghi di culto

(hanno collaborato: Fausto Biloslavo, Emanuela Mastropietro, Gian Antonio Orighi, Walter Rauhe e William Ward)

La proposta Fini: “Nelle moschee sermoni solo in italiano”

Musulmani in preghiera
“La predicazione nelle moschee deve essere fatta in lingua italiana. E più in generale, il Corano deve essere predicato nella lingua del paese in cui il musulmano vive”. Con questa proposta il presidente della Camera, Gianfranco Fini riapre il dibattito, già fonte di polemiche, sui luoghi di culto islamici In Italia. E se la proposta di Fini riceve attacchi da parte del Prc e del Pd e il plauso della Lega, divide le comunità islamiche con il consenso del Centro islamico culturale d’Italia e la critica dell’Unione Comunità islamiche in Italia (Ucoii).
Fini parla fuori casa, da Abu Dhabi negli Emirati Arabi, e si dichiara d’accordo con il principe Bin Zayed il quale, spiega il presidente della Camera, “È fermamente convinto della necessità, in Italia come negli altri Paesi, di una predicazione del Corano nella lingua del paese che ospita il musulmano. E ciò perchè, come avviene negli Emirati, non ci sia alcun tipo di predicazione e istigazione all’odio durante un momento che deve essere soltanto religioso”.Nel pomeriggio gli rispondono alcuni rappresentanti delle comunità islamiche italiane: ”Sono totalmente d’accordo con quello che ha detto Fini perché anche se é vero che la lingua del Corano é l’arabo, il sermone del venerdì, che equivale alla predica nella religione cristiano-cattolica, deve essere fatto in italiano perché l’italiano deve diventare la lingua comune di tutti gli immigrati che intendono stabilirsi in modo permanente in Italia” ha detto Mario Scialoja, consigliere del Centro islamico culturale d’Italia. Mentre di “proposta condivisibile” parla anche la Comunità religiosa islamica: ”Conoscendo Fini, con il quale abbiamo condiviso iniziative ispirate al dialogo” ha detto Yunus Distefano, portavoce della Coreis “penso che il presidente si riferisse al sermone. Su questo c’è il pieno accordo della Coreis italiana”. “Per la dottrina islamica” ha poi spiegato “è imprescindibile che la preghiera sia recitata in lingua araba, perché è la parola che si fa Dio”. Se ci si riferisce, invece, al sermone del venerdì, ‘’sarebbe meglio farlo in italiano, per istanze di trasparenza che non possono più essere eluse”. In questo caso, non vi sarebbero ”controindicazioni” rispetto al rituale e ‘’si renderebbe un servizio anche agli italiani musulmani, che magari in arabo conoscono solo la preghiera o poco più, e agli immigrati di seconda generazione, per i quali l’italiano è ormai diventata prima lingua, favorendo una maggiore integrazione e una maggiore armonia tra la pratica religiosa e l’identità italiana”. “Del resto” ha concluso Distefano “a Milano l’ imam Pallavicini tiene già i suoi sermoni in italiano e altrettanto fanno, in sua assenza, gli altri imam”.

La proposta del numero uno di Montecitorio non piace però all’Ucoii: “i politici non conoscono la realtà”. “In Italia” spiega Issedin Elzir “già accade che il sermone sia in parte in arabo e in parte in italiano e che occorre una traduzione. Serve più dialogo, dobbiamo conoscerci di più”. “Se il timore è che in arabo possano essere dette parole di odio, l’odio si può esprimere in tutte le lingue”.

Negli Emirati Arabi Uniti esiste un’autorità dello Stato che verifica che le orazioni pronunciate nelle moschee non contengano istigazioni all’odio, specifica ancora Fini. Ma la sua posizione suscita la reazione polemica del Prc: Paolo Ferrero ricorda che “per poter discutere in che lingua si deve pregare nelle moschee occorre che le moschee in Italia si possano costruire. Invece” spiega “siamo in una situazione folle in cui i mussulmani sono sovente obbligati a pregare nei sottoscala e per strada”. Il segretario del Prc sollecita quindi una legge per la libertà religiosa e in quel contesto, a suo avviso, di deve porre il tema della lingua. Secondo il Pd la proposta di Fini è “inefficace”.
Di altro tono la reazione della Lega. Roberto Cota, capogruppo dei deputati del Carroccio sottolinea “che sia dal cardinale Poletto sia da Fini viene posta l’attenzione su temi che sono stati sviluppati nel dettaglio nella proposta di legge leghista che stabilisce anche le prediche siano fatte nella nostra lingua mentre le moschee non possano essere costruite a meno di un chilometro dalle chiese”.
Dal Pdl Souad Sbai si dichiara felice che Fini abbia fatto sua “una battaglia portata avanti dall’associazione delle donne marocchine in Italia”. Profondo il dissenso invece dei Radicali soprattutto sulla costruzione delle moschee. Silvio Viale sottolinea che “porre veti alla costruzione di moschee, delle quali i minareti sono una componente, significa legittimare le posizioni dei persecutori dei cristiani nel mondo e di ogni persecuzione verso le minoranze religiose”.

Il VIDEO servizio:

Tolta la moschea dal presepe a Genova. Ma restano le polemiche

Don Prospero e il suo presepe

E don Prospero Bonzani alla fine ha ceduto. Di fronte alla ragion politica, per evitare strumentalizzazioni e rischi per l’ordine pubblico, il parroco di Nostra Signora della Provvidenza di Genova, ha rimosso la moschea delle polemiche.
Moschea che dalla notte del 24 dicembre stava accanto alla capanna del presepe. Non è bastato nemmeno il sostegno del Patriarca di Venezia, cardinale Angelo Scola: “Dobbiamo fare i conti con quello che io chiamo il processo di meticciato”.
Niente da fare, ha vinto il “consiglio prudenziale” della Curia, retta dal Cardinale Angelo Bagnasco. Nonostante, inizialmente, lo stesso numero uno della Cei non avesse adombrato problemi di fronte ala scelta di don Prospero.
Tolto a malincuore il minareto, il parroco ha messo il Vangelo delle Beatitudini, con in evidenza il duro monito che non chiude la vicenda e non spegne le polemiche: “Ero straniero e non mi avete riconosciuto: via da me nel fuoco eterno”. E resta al suo posto il muro di Gerusalemme che, ha commentato il parroco, “in questi giorni è di drammatica attualità”, ha detto il parroco.
“Per me potevano venire anche con le bombe”, ha proseguito don Prospero “non avrebbe fatto alcuna differenza, ma avevo il dovere di avvertire la Curia su quello che Forza Nuova stava preparando“. I simpatizzanti di destra avevano infatti annunciato una “visita” in parrocchia il 31 dicembre con “simpatici doni”, precisando che non si trattava di una minaccia. “Come ho spiegato anche ai parrocchiani contrari alla mia decisione” ha continuato il parroco: “io sono come un lavoratore, devo vedere il mio principale che dice. La Curia mi ha consigliato di togliere la moschea e io ho obbedito”.
Alle critiche giunte nelle scorse settimane, si erano contrapposte manifestazioni di vicinanza a don Prospero: a cominciare dal sindaco Marta Vincenzi, al prete di strada don Andrea Gallo della Comunità San Benedetto al Porto e all’imam di Genova Salah Hussein. E anche alcuni parrocchiani di Nostra Signora della Provvidenza hanno in programma delle gesti di solidarietà per don Prospero. “Tra il 10 e il 15″ spiega Angelo Chiapparo, abitante del quartiere “prepareremo un momento di riflessione in piazza e inviteremo a partecipare le forze politiche, la consulta delle religioni e le comunità ebraica e musulmana”.
Di tutt’altro tono il commento della Lega Nord: “Questa è stata una vittoria non solo della Lega ma di tutti quei fedeli che nei giorni scorsi hanno manifestato il loro disappunto”. Il segretario provinciale Edoardo Rixi commenta così la decisione di togliere la moschea dal presepe di Don Prospero. “È un segnale importante” prosegue Rixi “anche per il Sindaco e la giunta comunale che da tempo cercano di edificare una maximoschea in città. I genovesi non lasceranno cancellare la loro storia e le loro tradizioni. La moschea a Genova sarebbe un affronto alla storia della Superba così come nel presepe era un affronto alla cristianità”.

Dalla Chiesa sì a nuove moschee. Ma lo Stato ne controlli le finalità

Musulmani in preghiera

Moschea sì, moschea no. Nel dibattito sulla costruzione di nuovi luoghi di culto, entra anche la Chiesa.
In due riprese. Prima, con le dichiarazioni del nuovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Mariano Crociata, a proposito delle ricorrenti polemiche, ultima quella aperta ieri dalla Lega, sulla costruzione di nuove moschee in Italia. “Dobbiamo garantire che i musulmani presenti nel nostro Paese possano coltivare la loro religione in maniera appropriata”, ha affermato monsignor Mariano Crociata
In questo dibattito, ha osservato, “si va per eccessi: dal rifiuto immotivato a una visibilità, a una invadenza che stonano”. Soluzione? Più “equilibrio”, ha avvertito il presule nella sua prima intervista da neo-segretario Cei, concessa al mensile 30Giorni. Il problema delle moschee in Italia è “un altro”, ha sottolineato monsignor Crociata: “Di solito” ha osservato “siamo in presenza di capi religiosi il cui riferimento è lo Stato di provenienza, non è un islam religioso che abbia uno statuto proprio”.
Perché, ammette monsignor Crociata: “Non esiste” ha aggiunto “un islam unico e nemmeno indipendente dallo Stato”. Ed è auspicabile, ha continuato che presto cresca “Un islam che abbia un riferimento italiano” che cioè abbia come di orizzonte riferimento quello “in cui noi viviamo: la nostra Costituzione e la cultura italiana e europea”.
A rafforzare la tesi del numero due della Cei, ci ha pensato poi monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della Cultura della Santa Sede. Il biblista espone così, l’opinione del Vaticano nel dibattito sulle moschee: favorevole alla costruzione di nuove moschee in Italia, purché ci sia un controllo dello Stato sulle effettive finalità religiose, e non si trasformino in luoghi per altri fini. “Il luogo di culto in quanto tale è sempre sorgente di comunione e di dialogo” ma “il problema” nasce, ha detto Ravasi, quando “il luogo di culto assume tipologie che sono eterogenee alla propria identità: in questo caso la convivenza sociale e lo stato in particolare esigono una verifica, un controllo”.
La questione, ha spiegato Ravasi, presenta due facce della medaglia. “Da un lato” ha detto il ‘ministro’ vaticano della Cultura “bisogna riconoscere la legittimità del luogo di culto che deve essere sede di una presenza spirituale autentica. D’altra parte” ha aggiunto “questo non deve diventare un modello diverso”. E qualora diventi “qualcosa di diverso infatti, la società civile ha diritto di intervenire e verificare”.

La Lega chiede una moratoria per la costruzione delle moschee in Italia. Siete d’accordo?
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Lega, stop alle nuove moschee. Maroni: “Spesso non luoghi di culto”

Musulmani in preghiera

Non si costruiscano più nuove moschee fino a quando non verrà approvata una legge che dia regole chiare e rigorose per la loro edificazione. La proposta del capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota, come reazione all’arresto dei due presunti terroristi islamici a Milano, viene considerata dal centrosinistra una “vera provocazione” e “l’espressione di una pseudo-cultura delirante”. Unica eccezione: Paola Binetti, che arriva a considerarla anche “una buona soluzione”, se la moratoria “viene intesa come momento di riflessione per decidere sul da farsi”.
L’arresto dei due presunti terroristi islamici a Milano, insomma, innesca anche uno scontro politico. E la reazione della Lega è quella di presentare una mozione parlamentare anti-moschee e di chiedere l’immediata calendarizzazione della sua proposta di legge: quella firmata da Cota e Andrea Gibelli, che dà alle regioni tutto il potere di dire sì o no alla costruzione di questi nuovi edifici di culto e che prevede come ci debba essere un referendum tra i cittadini che abbia esito positivo prima del via libera ai lavori. Per il segretario del Prc Paolo Ferrero la proposta del Carroccio “è folle, illegale e disgustosa”, mentre per il Pdci è davvero “intollerabile questo ennesimo tentativo della Lega di criminalizzare i cittadini islamici che vivono in Italia”.
In realtà, osserva il vice capogruppo del Pd alla Camera Gianclaudio Bressa, la richiesta di moratoria “é prima di tutto incostituzionale” visto che la Costituzione garantisce la libertà di culto. E poi, aggiunge, è ora di “dire basta a questa pseudo-cultura delirante” che istiga solo all’odio. Altrettanto duri i commenti di altri due deputati del Pd: Roberto Zaccaria e di Sesa Amici che definiscono la proposta leghista “rozza e sommaria” che “manifesta l’ossessione dell’Islam” che ha il partito di Umberto Bossi.
A dare manforte al collega di partito Cota è il ministro dell’Interno Roberto Maroni: il Parlamento, risponde ai cronisti che lo intercettano a Montecitorio, farà tutte le valutazioni del caso, “ma dire ‘no’ solo perché l’ha proposto la Lega mi sembra il solito balletto dettato dal pregiudizio”. Il problema, ha spiegato Maroni, “è come fare per evitare che persone vadano in un luogo e scarichino da internet il metodo per costruire una bomba e far saltare una caserma dei carabinieri. Questo” ha sottolineato “è il mio problema, perchè è ciò che è avvenuto a Macherio, dove, in questo centro culturale-moschea-scuola-ristorante, i due marocchini indagati e arrestati ieri non andavano a pregare, ma a progettare attentati e ciò non è tollerabile”.
La proposta di legge del Carroccio, che Cota vorrebbe che venisse esaminata in tempi più che rapidi, prevede tra l’altro che non possano sorgere moschee nel raggio di un chilometro da chiese e sinagoghe e che gli imam e le varie guide spirituali vengano iscritte in un registro ad hoc istituito dal ministero dell’Interno.

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Così parlavano i due marocchini arrestati: “Vendichiamoci di Kabul”

Marocchini arrestati per terrorismo
Cani sciolti ma infervorati da un radicalismo islamico che avevano imparato a coltivare e diffondere e che stava per concretizzarsi con l’ideazione dei primi attentati. Ecco il profilo dei due marocchini arrestati dalla Digos di Milano, accusati di progettare attentati contro sedi delle forze dell’ordine, da eseguire con bombole di ossigeno, perché era troppo complicato farlo con un camion da riempire di esplosivo.
I due, Rachid Ilhami, 31 anni, uno dei predicatori del centro culturale “Pace” di Macherio (Milano), e Gafir Abdelkader, 42 anni, sono accusati di “associazione con finalità di terrorismo internazionale” e “concorso esterno alla rete terroristica internazionale denominata Al Qaeda” con altri sette connazionali. Rachid è accusato anche di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di falsificazione di documenti.
“Stiamo verificando se si tratti di una rete o di un caso isolato” dice il ministro dell’Interno Roberto Maroni che oggi ha presieduto un Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, sottolineando che si tratta di una “situazione nuova e preoccupante” perchè, “per la prima volta, parliamo di persone che avevano progettato un attentato in Italia”.
Fortunatamente, aggiunge, “siamo riusciti ad intervenire prima”. L’attenzione, non solo per Milano, resta comunque “altissima” tanto che il ministro non esclude la possibilità di “prendere provvedimenti per mettere in sicurezza i cittadini e combattere il terrorismo internazionale”. Così come è stata prevista un’intensificazione dei controlli sui luoghi di aggregazione dei cittadini islamici, focalizzando l’attenzione sui money transfert e gli internet point. “Abbiamo una mappa aggiornata dei centri culturali, delle moschee, dei luoghi dove si fa proselitismo e si raccolgono anche fondi per il terrorismo” prosegue il ministro. “Luoghi concentrati soprattutto nelle regioni del nord”. Le nostre forze di polizia comunque “sono in grado di monitorare accuratamente la situazione e quindi di scongiurare rischi” di attentati come a Mumbai. Certo è che ci sarà una stretta dei controlli sugli obiettivi sensibili, cosi come si è ritenuto opportuno fare una verifica e un aggiornamento del dispositivo di sicurezza anche in vista delle prossime festività natalizie.
Quanto agli arresti di Milano, gli investigatori hanno seguito sin dal suo nascere la cellula, i cui componenti rivendicavano - parlando tra loro - l’appartenenza ad Al Qaeda, perchè la Digos, dal marzo del 2007, aveva avuto notizia di estremisti che si incontravano in una piccola sede (un magazzino abusivo) a Macherio, paese della Brianza in cui si trova anche la villa in cui abita con la famiglia il premier Silvio Berlusconi. Quando hanno cominciato a tenerli d’occhio hanno potuto osservare lo sviluppo del gruppo, che all’inizio si limitava ad ascoltare le prediche di Rachid, “un uomo che sapeva a memoria interi sermoni di Zawahiri”, e che in un’intercettazione dice, riferendosi al figlio: “che bel bambino, diventerà come lo zio Osama”. Dalle parole, però, i due, scaricando video da Internet, avevano presto cominciato un percorso di istruzione militare da autodidatti, studiando gli effetti degli ordigni, le tecniche di autodifesa, e imparando a usare sostanze comuni per creare ordigni. “Ci vuole qualcosa che rimanga nella storia, così avresti il riconoscimento di Dio e la grazia di Dio”. A dirlo proprio i due arrestati in una conversazione intercettata nel settembre scorso. “Tu vai dentro, per esempio in una caserma dei carabinieri e ci sono 10, 15 militari, e se li terrorizzassimo?” commentavano. “Stiamo parlando di personaggi non inseriti in nessuna organizzazione” ha precisato il dirigente della Digos, Bruno Megale “che, non essendo riusciti a trovare i contatti necessari per recarsi nelle zone di guerra, alcuni mesi fa hanno deciso di combattere la loro battaglia qui, nella realtà dove erano peraltro ben inseriti, con lavori stabili e figli. Prima cominciando a istruire se stessi e i loro compagni con filmati, poi cominciando a fare sopralluoghi a presunti obbiettivi. La loro massima aspirazione era diventata quella di”farsi saltare in aria contro un obbiettivo” anche se pare che la prima azione, una specie di ‘provà, avrebbe dovuto essere il ben più modesto incendio di auto in un parcheggio a Giussano, il paese dove i due, operai, vivevano. A casa dei marocchini la Digos ha trovato materiale propagandistico e didattico. Perquisita anche la sede dell’associazione, di cui Rachid era uno dei fondatori pur senza avere, attualmente, cariche. Nel mirino del gruppo c’erano il distaccamento dell’Ufficio stranieri, in via Cagni, a Milano, sede del Terzo Reparto mobile della Polizia, e la caserma Santa Barbara di via Perrucchetti, sempre a Milano, sede dell’Artiglieria a Cavallo. Nell’hinterland, invece, le caserme dei carabinieri (la stazione di Giussano e la Compagnia di Desio), il parcheggio di un supermercato Esselunga, a Seregno, e di un night club nei pressi. Gli aspiranti terroristi si erano accorti di una cimice, nel centro, e stavano pensando alla fuga.
Non si erano accorti, però, di averne altre in macchina.

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