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Dalla Chiesa sì a nuove moschee. Ma lo Stato ne controlli le finalità

Musulmani in preghiera

Moschea sì, moschea no. Nel dibattito sulla costruzione di nuovi luoghi di culto, entra anche la Chiesa.
In due riprese. Prima, con le dichiarazioni del nuovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Mariano Crociata, a proposito delle ricorrenti polemiche, ultima quella aperta ieri dalla Lega, sulla costruzione di nuove moschee in Italia. “Dobbiamo garantire che i musulmani presenti nel nostro Paese possano coltivare la loro religione in maniera appropriata”, ha affermato monsignor Mariano Crociata
In questo dibattito, ha osservato, “si va per eccessi: dal rifiuto immotivato a una visibilità, a una invadenza che stonano”. Soluzione? Più “equilibrio”, ha avvertito il presule nella sua prima intervista da neo-segretario Cei, concessa al mensile 30Giorni. Il problema delle moschee in Italia è “un altro”, ha sottolineato monsignor Crociata: “Di solito” ha osservato “siamo in presenza di capi religiosi il cui riferimento è lo Stato di provenienza, non è un islam religioso che abbia uno statuto proprio”.
Perché, ammette monsignor Crociata: “Non esiste” ha aggiunto “un islam unico e nemmeno indipendente dallo Stato”. Ed è auspicabile, ha continuato che presto cresca “Un islam che abbia un riferimento italiano” che cioè abbia come di orizzonte riferimento quello “in cui noi viviamo: la nostra Costituzione e la cultura italiana e europea”.
A rafforzare la tesi del numero due della Cei, ci ha pensato poi monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della Cultura della Santa Sede. Il biblista espone così, l’opinione del Vaticano nel dibattito sulle moschee: favorevole alla costruzione di nuove moschee in Italia, purché ci sia un controllo dello Stato sulle effettive finalità religiose, e non si trasformino in luoghi per altri fini. “Il luogo di culto in quanto tale è sempre sorgente di comunione e di dialogo” ma “il problema” nasce, ha detto Ravasi, quando “il luogo di culto assume tipologie che sono eterogenee alla propria identità: in questo caso la convivenza sociale e lo stato in particolare esigono una verifica, un controllo”.
La questione, ha spiegato Ravasi, presenta due facce della medaglia. “Da un lato” ha detto il ‘ministro’ vaticano della Cultura “bisogna riconoscere la legittimità del luogo di culto che deve essere sede di una presenza spirituale autentica. D’altra parte” ha aggiunto “questo non deve diventare un modello diverso”. E qualora diventi “qualcosa di diverso infatti, la società civile ha diritto di intervenire e verificare”.

La Lega chiede una moratoria per la costruzione delle moschee in Italia. Siete d’accordo?

Lega, stop alle nuove moschee. Maroni: “Spesso non luoghi di culto”

Musulmani in preghiera

Non si costruiscano più nuove moschee fino a quando non verrà approvata una legge che dia regole chiare e rigorose per la loro edificazione. La proposta del capogruppo della Lega alla Camera Roberto Cota, come reazione all’arresto dei due presunti terroristi islamici a Milano, viene considerata dal centrosinistra una “vera provocazione” e “l’espressione di una pseudo-cultura delirante”. Unica eccezione: Paola Binetti, che arriva a considerarla anche “una buona soluzione”, se la moratoria “viene intesa come momento di riflessione per decidere sul da farsi”.
L’arresto dei due presunti terroristi islamici a Milano, insomma, innesca anche uno scontro politico. E la reazione della Lega è quella di presentare una mozione parlamentare anti-moschee e di chiedere l’immediata calendarizzazione della sua proposta di legge: quella firmata da Cota e Andrea Gibelli, che dà alle regioni tutto il potere di dire sì o no alla costruzione di questi nuovi edifici di culto e che prevede come ci debba essere un referendum tra i cittadini che abbia esito positivo prima del via libera ai lavori. Per il segretario del Prc Paolo Ferrero la proposta del Carroccio “è folle, illegale e disgustosa”, mentre per il Pdci è davvero “intollerabile questo ennesimo tentativo della Lega di criminalizzare i cittadini islamici che vivono in Italia”.
In realtà, osserva il vice capogruppo del Pd alla Camera Gianclaudio Bressa, la richiesta di moratoria “é prima di tutto incostituzionale” visto che la Costituzione garantisce la libertà di culto. E poi, aggiunge, è ora di “dire basta a questa pseudo-cultura delirante” che istiga solo all’odio. Altrettanto duri i commenti di altri due deputati del Pd: Roberto Zaccaria e di Sesa Amici che definiscono la proposta leghista “rozza e sommaria” che “manifesta l’ossessione dell’Islam” che ha il partito di Umberto Bossi.
A dare manforte al collega di partito Cota è il ministro dell’Interno Roberto Maroni: il Parlamento, risponde ai cronisti che lo intercettano a Montecitorio, farà tutte le valutazioni del caso, “ma dire ‘no’ solo perché l’ha proposto la Lega mi sembra il solito balletto dettato dal pregiudizio”. Il problema, ha spiegato Maroni, “è come fare per evitare che persone vadano in un luogo e scarichino da internet il metodo per costruire una bomba e far saltare una caserma dei carabinieri. Questo” ha sottolineato “è il mio problema, perchè è ciò che è avvenuto a Macherio, dove, in questo centro culturale-moschea-scuola-ristorante, i due marocchini indagati e arrestati ieri non andavano a pregare, ma a progettare attentati e ciò non è tollerabile”.
La proposta di legge del Carroccio, che Cota vorrebbe che venisse esaminata in tempi più che rapidi, prevede tra l’altro che non possano sorgere moschee nel raggio di un chilometro da chiese e sinagoghe e che gli imam e le varie guide spirituali vengano iscritte in un registro ad hoc istituito dal ministero dell’Interno.

La Lega chiede una moratoria per la costruzione delle moschee in Italia. Siete d’accordo?

Così parlavano i due marocchini arrestati: “Vendichiamoci di Kabul”

Marocchini arrestati per terrorismo
Cani sciolti ma infervorati da un radicalismo islamico che avevano imparato a coltivare e diffondere e che stava per concretizzarsi con l’ideazione dei primi attentati. Ecco il profilo dei due marocchini arrestati dalla Digos di Milano, accusati di progettare attentati contro sedi delle forze dell’ordine, da eseguire con bombole di ossigeno, perché era troppo complicato farlo con un camion da riempire di esplosivo.
I due, Rachid Ilhami, 31 anni, uno dei predicatori del centro culturale “Pace” di Macherio (Milano), e Gafir Abdelkader, 42 anni, sono accusati di “associazione con finalità di terrorismo internazionale” e “concorso esterno alla rete terroristica internazionale denominata Al Qaeda” con altri sette connazionali. Rachid è accusato anche di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di falsificazione di documenti.
“Stiamo verificando se si tratti di una rete o di un caso isolato” dice il ministro dell’Interno Roberto Maroni che oggi ha presieduto un Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, sottolineando che si tratta di una “situazione nuova e preoccupante” perchè, “per la prima volta, parliamo di persone che avevano progettato un attentato in Italia”.
Fortunatamente, aggiunge, “siamo riusciti ad intervenire prima”. L’attenzione, non solo per Milano, resta comunque “altissima” tanto che il ministro non esclude la possibilità di “prendere provvedimenti per mettere in sicurezza i cittadini e combattere il terrorismo internazionale”. Così come è stata prevista un’intensificazione dei controlli sui luoghi di aggregazione dei cittadini islamici, focalizzando l’attenzione sui money transfert e gli internet point. “Abbiamo una mappa aggiornata dei centri culturali, delle moschee, dei luoghi dove si fa proselitismo e si raccolgono anche fondi per il terrorismo” prosegue il ministro. “Luoghi concentrati soprattutto nelle regioni del nord”. Le nostre forze di polizia comunque “sono in grado di monitorare accuratamente la situazione e quindi di scongiurare rischi” di attentati come a Mumbai. Certo è che ci sarà una stretta dei controlli sugli obiettivi sensibili, cosi come si è ritenuto opportuno fare una verifica e un aggiornamento del dispositivo di sicurezza anche in vista delle prossime festività natalizie.
Quanto agli arresti di Milano, gli investigatori hanno seguito sin dal suo nascere la cellula, i cui componenti rivendicavano - parlando tra loro - l’appartenenza ad Al Qaeda, perchè la Digos, dal marzo del 2007, aveva avuto notizia di estremisti che si incontravano in una piccola sede (un magazzino abusivo) a Macherio, paese della Brianza in cui si trova anche la villa in cui abita con la famiglia il premier Silvio Berlusconi. Quando hanno cominciato a tenerli d’occhio hanno potuto osservare lo sviluppo del gruppo, che all’inizio si limitava ad ascoltare le prediche di Rachid, “un uomo che sapeva a memoria interi sermoni di Zawahiri”, e che in un’intercettazione dice, riferendosi al figlio: “che bel bambino, diventerà come lo zio Osama”. Dalle parole, però, i due, scaricando video da Internet, avevano presto cominciato un percorso di istruzione militare da autodidatti, studiando gli effetti degli ordigni, le tecniche di autodifesa, e imparando a usare sostanze comuni per creare ordigni. “Ci vuole qualcosa che rimanga nella storia, così avresti il riconoscimento di Dio e la grazia di Dio”. A dirlo proprio i due arrestati in una conversazione intercettata nel settembre scorso. “Tu vai dentro, per esempio in una caserma dei carabinieri e ci sono 10, 15 militari, e se li terrorizzassimo?” commentavano. “Stiamo parlando di personaggi non inseriti in nessuna organizzazione” ha precisato il dirigente della Digos, Bruno Megale “che, non essendo riusciti a trovare i contatti necessari per recarsi nelle zone di guerra, alcuni mesi fa hanno deciso di combattere la loro battaglia qui, nella realtà dove erano peraltro ben inseriti, con lavori stabili e figli. Prima cominciando a istruire se stessi e i loro compagni con filmati, poi cominciando a fare sopralluoghi a presunti obbiettivi. La loro massima aspirazione era diventata quella di”farsi saltare in aria contro un obbiettivo” anche se pare che la prima azione, una specie di ‘provà, avrebbe dovuto essere il ben più modesto incendio di auto in un parcheggio a Giussano, il paese dove i due, operai, vivevano. A casa dei marocchini la Digos ha trovato materiale propagandistico e didattico. Perquisita anche la sede dell’associazione, di cui Rachid era uno dei fondatori pur senza avere, attualmente, cariche. Nel mirino del gruppo c’erano il distaccamento dell’Ufficio stranieri, in via Cagni, a Milano, sede del Terzo Reparto mobile della Polizia, e la caserma Santa Barbara di via Perrucchetti, sempre a Milano, sede dell’Artiglieria a Cavallo. Nell’hinterland, invece, le caserme dei carabinieri (la stazione di Giussano e la Compagnia di Desio), il parcheggio di un supermercato Esselunga, a Seregno, e di un night club nei pressi. Gli aspiranti terroristi si erano accorti di una cimice, nel centro, e stavano pensando alla fuga.
Non si erano accorti, però, di averne altre in macchina.

Il VIDEO servizio:

Terrorismo: in manette due marocchini “pronti a colpire Milano”

Marocchini arrestati per terrorismo

Volevano colpire l’Italia e, in particolare, Milano. E stavano progettando attentati contro obiettivi civili e militari, come ad esempio le caserme di polizia e carabinieri. Per questo motivo stavano cercando di reclutare adepti da avviare sulla via del terrorismo. Ma la loro attività di proselitismo è stata stroncata sul nascere dagli uomini dell’antiterrorismo della Questura del capoluogo lombardo.

Rachid Ilhami, 31 anni, uno dei predicatori del centro culturale “Pace” di Macherio (il piccolo comune dove sorge anche Villa Belvedere, residenza di Silvio Berlusconi), e Gafir Abdelkader, 42 anni, entrambi di nazionalità marocchina, sono però finiti in manette. Per loro l’accusa è di terrorismo internazionale (articolo 270 bis del Codice penale). Dalle intercettazioni si evince che gli indagati, complessivamente una decina e che nei loro dialoghi rivendicavano la propria appartenenza ad Al Qaeda, avrebbero avuto inizialmente intenzione di utilizzare un camion di esplosivo. Resisi conto delle difficoltà, avrebbero ripiegato su alcune bombole ad ossigeno il cui uso era stato tratto da Internet.
Secondo quanto si è appreso, Ilhami e Abdelkader, arrestati su provvedimento emesso dal gip Silvana Petromer, non sono, come già avvenuto in passato per altri personaggi e gruppi legati all’estremismo islamico, solo sospettati di reclutare adepti per azioni all’estero, ma avevano in progetto di colpire in Brianza, dove vivevano e svolgevano la loro attività di proselitismo.
Tra gli obiettivi di cui si sente parlare nelle varie intercettazioni telefoniche e ambientali, c’erano il supermercato Esselunga di Seregno e i parcheggi di un locale notturno adiacente, inoltre la caserma dei carabinieri di Giussano e l’Ufficio immigrazione della Questura.
Dalle intercettazioni si evince che gli indagati, che nei loro dialoghi rivendicavano la propria appartenenza ad Al Qaeda, avrebbero avuto inizialmente intenzione di utilizzare un camion di esplosivo. Resisi conto delle difficoltà, avrebbero ripiegato su alcune bombole ad ossigeno il cui uso era stato tratto da internet.
Anche il centro culturale “Pace” di Macherio è stato perquisito. Nell’edificio, dopo i sermoni ufficiali, dal tenore moderato, si svolgevano delle riunioni serali a cui partecipavano cinque/sei persone in cui i toni erano decisamente fondamentalisti.

Genova, il ritorno della moschea. “In darsena, come nel ‘500″

Genova, il Porto Antico

Nel 1500 le navi dei genovesi, sotto il controllo dell’Ammiraglio Andrea Doria, dominavano il Mediterraneo. Il porto della Superba era un crocevia di merci e culture. Schiavi (e mercanti), turchi e arabi si trovavano spesso nelle zone del porto e avevano la loro moschea.

Mezzo millennio dopo, le navi sono poche, i musulmani sono tanti ma la moschea potrebbe tornare. Il sindaco di Genova, Marta Vincenzi (Pd) e l’imam portavoce della comunità islamica, Salah Hussein, hanno firmato un patto d’intesa che dà ufficialmente il via libera alla realizzazione di un luogo di culto islamico. “Non un luogo di preghiera generico. Ma una moschea che per noi è fondamentale. Vorrei che fosse visibile, quindi con un minareto, conosciuta, rispettata, vorrei che nessuno si sentisse cittadino di serie B. La vogliamo in posizione centrale, con dimensioni adeguate” ha detto il rappresentante degli islamici.

E la vecchia Darsena del porto, scrive il Secolo XIX, potrebbe essere il luogo scelto. Adesso l’area è occupata solo dalla facoltà di Economia dell’Università degli studi di Genova, ma lo spazio non manca. Il soprintendente ai beni architettonici e paesaggistici della Liguria Giorgio Rossini ha dato un primo via libera: “La moschea c’è stata fino al ‘700 nell’antico arsenale”. Ma il tutto è ancora in stato embrionale.

C’è da fare i conti, infatti, con la contrarietà dell’opposizione comunale e anche di molti cittadini: il 75 per cento dei votanti al sondaggio del giornale della città ha risposto che “non c’è spazio a Genova” per la moschea. Nelle discussioni online però l’opposizione non è netta, c’è chi dice “sì, ma senza minareto nè preghiera mattutina” o “meglio nell’entroterra”. Intanto, la Lega annuncia battaglia, mentre il segretario locale di An Gianfranco Gadolla chiede che “L’Ucoii sia tenuta fuori dalla gestione e le donne non portino il velo”.

Immigrati a Novara: niente firme, niente moschea

Musulmani in preghiera a Milano
Se volete una moschea, firmate le nostre leggi. L’ultima conquista della comunità islamica di Novara è stata ottenuta grazie a un patto firmato dai musulmani della città: dieci promesse al Comune e allo Stato italiano. Fra queste il rispetto della Costituzione, il sì all’ingresso della polizia per eventuali controlli, il pari trattamento per uomini e donne, il rispetto del Codice della strada…
Il centro islamico di Novara adesso si trova nel cuore del quartiere di Sant’Agabio: 4 mila stranieri su 10 mila abitanti. Ma lì la moschea non può più rimanere e i musulmani hanno chiesto di spostarsi in un capannone alla periferia della città.
Il comune ha autorizzato con il solo vincolo di firmare le dieci promesse. «Il decalogo nasce dall’esigenza di creare un percorso non ambiguo d’integrazione» afferma Massimo Giordano, sindaco (leghista) di Novara. «I musulmani si sono impegnati ufficialmente ed è loro interesse mantenere la parola perché, altrimenti, perderebbero il consenso della città».
Il patto sembra accettato da tutti. Poi sulle conseguenze concrete le cose cambiano. «La polizia? No, non può entrare, la moschea è un luogo sacro, che aspettino fuori per controllarci» dicono i musulmani a Novara.
Sulla regola che impone l’uguaglianza fra i sessi i musulmani di Novara sono categorici. «Le donne le rispettiamo» dice Ibrahim, 55 anni, in compagnia di amici in un negozio di alimentari. Guarda una donna, indossa un chador e stringe a sé un bimbo. «Come stai?» le domanda. «Benissimo» risponde la signora. Poi sorride timida prima di voltarsi e andare via. Mohammed è poco lontano dal negozio, ha una moglie e un figlio di 3 anni a casa. Se sua moglie volesse lavorare? «No» risponde «se no a casa chi ci resta? Mia moglie non può lavorare».
Le donne qui sono apparizioni. Veli che camminano silenziosi: escono dalle auto per infilarsi in un portone o fare compagnia agli uomini, sedute in disparte nei negozi gestiti dai mariti. Non siedono al bar, né si fermano per strada a chiacchierare. Anche nella moschea non ci sono donne: un musulmano spiega che non possono pregare con gli uomini perché potrebbero farli distrarre. Dunque mentre i mariti sono nel salone le mogli pregano in uno stanzino ricavato con due mura in un angolo dello stesso ambiente.
Nel gruppo che esce dalla preghiera c’è un ragazzo molto più giovane degli altri. È nato in Congo e si ferma volentieri a parlare. «Il decalogo? Noi la legge la rispettiamo».
Fra quelle dieci regole c’è anche la richiesta di condanna del terrorismo. E a questo ragazzo, che si chiama Arafat, i combattenti palestinesi piacciono. «Io non sono un terrorista» afferma «ma ogni cosa che fa Hamas è giusta».

Guarda il video girato alla moschea di Novara

Milano, la “moschea d’agosto” sarà al Palasharp

I musulmani di Milano celebreranno venerdì 18 luglio la loro preghiera al velodromo Vigorelli, poi si trasferiranno al Palasharp (il palazzetto che di solito ospita concerti e manifestazioni, che si trova in prima periferia) fino alla fine di agosto, quando il tavolo tecnico interistituzionale avrà trovato una soluzione definitiva (con buone probabilità l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini), al trasloco del luogo di culto finora ospitato in viale Jenner.

È la soluzione su cui il prefetto di Milano e i vertici locali di Forza Italia hanno trovato un accordo, cui anche la comunità islamica sembra essersi adeguata. “La soluzione provvisoria al Palasharp è preferibile al Vigorelli”, ha spiegato Guido Podestà, coordinatore regionale di Forza Italia, “perché il quartiere è meno densamente abitato, raggiungibile dai mezzi pubblici e dotato di numerosi parcheggi”. La proposta, scaturita dall’indagine condotta dall’assessore comunale allo Sport Giovanni Terzi, di spostare fino al 29 agosto la preghiera islamica all’ex Palatrussardi, è stata formalizzata insieme con la richiesta della convocazione, per la settimana prossima, di un tavolo interistituzionale che avrà il compito di individuare il luogo definitivo per la preghiera dei musulmani.

“Obiettivamente l’area dell’ex Paolo Pini”, ha aggiunto Podestà, “sembra una proposta plausibile, ma il tavolo sarà aperto a ogni contributo: a quel punto si potrà ragionare sull’ipotesi di realizzare una grande moschea o piccoli centri. L’importante è evitare i disagi che hanno patito per anni gli abitanti di viale Jenner e che avrebbero potuto subire quelli del Vigorelli, in assenza di una soluzione definitiva”.

Arabi di Milano: chi sono e cosa fanno oltre viale Jenner

Rito del caffe arabo
Moschea a tempo. Anzi, da spostare. No, da chiudere. Dal 5 luglio scorso, la moschea e il centro culturale di viale Jenner occupano le prime pagine dei giornali, scatenando nuove polemiche e riflessioni sui temi diritto di culto e immigrazione.
I quattromila musulmani che ogni venerdì riempiono i marciapiedi attorno alla moschea di Milano sono solo una piccola fetta della comunità araba che vive e lavora nel capoluogo lombardo.
Secondo le stime dell’Osservatorio Regionale per l’integrazione e multietnicità (Ismu) della Regione Lombardia, al 1 luglio 2007 sono più di 44.000 le presenze di cittadini ‘arabi’ (immigrati dagli stati in cui si parla l’arabo come idioma ufficiale, esclusi Iran e Afghanistan) nel Comune di Milano; circa il 10% in più rispetto l’anno precedente. Quasi l’80% possiede un regolare permesso di soggiorno.
Per capire chi sia e cosa faccia a Milano una delle maggiori comunità di immigrati presente in Italia, abbiamo analizzato questi numeri, concentrandoci sulle condizioni lavorative e professionali di questa etnia.
Confrontando i dati dell’Ismu raccolti su un campione d’indagine di 270 unità nel Comune milanese, emerge che dal luglio 2006 al luglio 2007 oltre il 30% abbia un lavoro regolare a tempo indeterminato. Il reddito medio mensile di chi lavora si aggira intorno ai 1.200 euro.
Nel 2006 gli intellettuali arabi occupavano il secondo posto nella categoria ‘tipo di lavoro svolto’. Il 2007 conferma gli operai edili sempre al primo posto e mostra un considerevole incremento degli addetti alla ristorazione (14,7%), ai mestieri artigianali (11,6%), alle pulizie (10,6%) e alle attività commerciali (5.6%). Il tasso di disoccupazione è rimasto relativamente stabile e si aggira intorno all’8%.
A parlare con alcuni intellettuali arabi di Milano risulta che è tanta è la voglia d’integrazione e di dialogo, ma il varco della comunicazione resta ancora difficile da superare. La moschea di viale Jenner ne è un esempio.
Ali Hussein Hassoun è un pittore libanese e cittadino italiano. Dal 1996 vive e lavora a Milano. “Ci si può aprire senza perdere le proprie radici e tradizioni. Qui in Italia faccio il pittore, ho una libertà d’espressione e di credo che in Libano non avrei mai!”
Muhammad Eid Al-Shaleh è un musicista siriano che vive in Italia dal 2004. “L’interesse reciproco è un pilastro fondamentale nella costruzione della società multietnica”. Ma l’integrazione resta per lui ancora un’aspirazione.
Dello stesso parere è Meriem Benkortbi, una giovane designer algerina che vive e lavora a Milano. “L’integrazione dipende dal livello sociale delle persone, che nei paesi arabi è basso” ci spiega. “Molti dei miei connazionali quando arrivano in Italia hanno paura. Il mondo arabo è soprattutto tradizione. Integralismo, timore e guerra confondono le idee e spingono indietro la nuova generazione”.
L’architetto Jean Pierre Antonios Jelwan e l’ingegnere Hazem Abdul Karim sono due giovani libanesi iscritti agli Albi professionali di Milano. Per entrambi la religione è il punto debole di tutto il dialogo. “Chi ha saputo interpretarla, è riuscito ad integrarsi molto di più e molto velocemente” dice l’architetto. L’amico Hazem sembra esserci riuscito: “Ho imparato tanto in Italia: la disciplina, l’ordine e il rispetto di come dialogare; cose importanti, che da noi sono trascurate”.

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