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Partecipa al Forum: Cosa pensi del risultato di questa tornata elettorale?
Con oltre il 99% delle sezioni scrutinate in Italia (63.541 su 64.328) e il 68,75% di quelle estere (1.994 su 2.900) si delinea in maniera ormai definitiva il risultato delle elezioni europee del 6 e 7 giugno.
Il Pdl, con il 35,26 % (10.756.623 voti) si conferma il primo partito italiano.
Il Pd, con il 26,1% (7.975.716 voti) è la seconda forza politica del Paese, seguito dalla Lega Nord con il 10,2% (3.124.917 voti).
Le uniche altre due forze politiche che hanno superato lo sbarramento del 4% sono quindi l’Italia dei valori con il 7,99% (2.436.545 voti) e l’Udc con il 6,51% (1.985.528 voti).
In calo l’affluenza, al 65,04% rispetto al 72,88% delle precedenti consultazioni europee.
Ripartizioni in seggi
Stando a queste percentuali, quindi, il Pdl potrebbe contare su 29-30 eurodeputati, il Pd su 22. Ecco la ripartizione dei 72 seggi assegnati all’Italia nella nuova assemblea di Strasburgo, sulla base delle ultime proiezioni effettuate nella notte. Alla Lega Nord andrebbero 8 seggi. Sette quelli assegnati all’Italia dei valori e cinque all’Udc. Alle altre liste, sotto il 4%, nessun eurodeputato.
In Europa vince la diserzione al voto
Sull’Europa che conosce il suo record di diserzione del voto, con meno di un elettore su due alle urne, soffia vento da destra, ma si rivedono anche i Verdi. Nel complesso, guardando ai risultati nei singoli Paesi europei, il Ppe si conferma come gruppo più consistente, mentre segna un netto arretramento il partito socialista con risultati deludenti in Francia, Spagna e Gran Bretagna. Forte, invece, l’affermazione della destra estrema e, a sorpresa, decisa affermazione dei Verdi e delle liste ambientaliste.
Pdl è il primo partito italiano, il Pd perde 6 punti
Il Pdl, che sperava di raggiungere e superare la quota-simbolo del 40%, resta comunque il primo partito italiano. Il risultato non convince appieno il premier Silvio Berlusconi: “Ho dovuto fare tutto da me, come al solito ho tirato la carretta da solo”, si sfoga nel quartier generale del Pdl, come riporta il quotidiano Libero. E rivendica la scelta di candidarsi in prima persona al parlamento di Strasburgo: “Se non fossi sceso in campo io l’affluenza sarebbe stata ancora più bassa. È anche per mio merito che l’Italia si conferma il primo Paese per percentuale di votanti: con il record di elettori e di consensi il mio governo si conferma il più forte d’Europa”. Mentre è più semplice la ricostruzione del portavoce Paolo Bonaiuti: “Il Pdl non supera i livelli che erano stati pronosticati da tutti i sondaggisti, solo perché c’è un forte livello di astensione”.
Di fronte ai circa sei i punti persi dal Pd rispetto alle politiche, Piero Fassino commenta, ai microfoni del Tg5: “Non c’è stato lo ’sfondamento’ del Pdl, e anzi non c’è nemmeno la conferma del voto dell’anno scorso”. Pare che “i dati definiscano” ha poi continuato l’esponente del Pd “un giudizio severo degli elettori nei confronti del governo e di Berlusconi”.
E ora i democratici devono guardarsi dalla cerscita (quasi) raddoppiata (in un solo anno) dell’Idv di Antonio Di Pietro che sfiora l’8%, partendo dal 4,4% dell’aprile 2008. L’euforia è il sentimento che regna in casa dipietrista. Da dove parte anche il monito agli alleati Democrats: “Il Pd ha davanti a sé responsabilità importanti” sottolinea “scegliere con chi fare un’alleanza contro il modello di governo berlusconiano”. L’ex pm non rinuncia a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: “Noi non siamo il brutto anatroccolo da usare per le elezioni e poi buttar via. Finora ci hanno mal sopportato ora si devono rendere conto che c’è un partito che punta alla alternativa”.
Fuori da Strasburgo: sinistra, Radicali, Mpa e Storace
La tagliola della quota di sbarramento del 4%, come da molti pronosticato, fa strage dei partiti più piccoli: dopo essere rimasti esclusi dal Parlamento italiano, bissano l’insuccesso a livello europeo sia la lista anticapitalista promossa da Prc e Pdci, sia Sinistra e Libertà, poichè entrambe si fermano a qualche decimale nei dintorni del 3%.
Supera appena il 2% l’Autonomia, ossia l’aleanza tra il Movimento per l’Autonomia di Raffaele Lombardo, La Destra di Francesco Storace, i Pensionati di Carlo Fatuzzo (europarlamentare uscente) e l’Alleanza di Centro di Francesco Pionati.
Alla Lista Bonino-Pannella non basta il 2,5%. “In condizioni di regime abbiamo raggiunto un risultato stra-or-di-na-rio, uni-co!”, dicono. Ma di fatto i radicali restano fuori dal Parlamento, per la prima volta dal 1979 a oggi.
Affluenza in picchiata, all’Aquila vota uno su 4
I dati europei fermano la percentuale dei votanti al 43,09: un record per l’astensionismo, fenomeno che in Italia inchioda al 66,5% l’affluenza alle urne (nel 2004 era del 72,9%). All’Aquila, dove ad urne aperte c’è stata una nuova scossa di terremoto, ha votato il 27,9%, contro il 73,1 del 2004. In Italia però la percentuale di votanti è stata più alta rispetto a tutti gli altri paesi europei, ha detto il ministro dell’Interno Roberto Maroni, aggiungendo che “le operazioni di voto si sono svolte regolarmente, senza incidenti rilevanti di nessun tipo”.

Al seggio anche Noemi, tra le polemiche
Tra gli episodi e le curiosità il voto a Portici di Noemi Letizia, la ragazza al centro del caso scoppiato per l’amicizia con il premier. È stata polemica sulle procedure: e per la scorta dei vigili e per le porte chiuse per il tempo del voto. Occhiali scuri, capelli sciolti, abito nero elegante, Noemi è arrivata al seggio 62 di Portici a bordo di una Mercedes. I flash sono stati tutti per lei. Che non ha rilasciato nessuna dichiarazione alla stampa.
In provincia di Latina, invece, un’elettrice ha sbagliato a votare, ha chiesto di poter ripetere il voto e di fronte al no del presidente lo ha aggredito. A Potenza e a Tarsia (Cosenza) due elettori sono stati sorpresi a fotografare la scheda col cellulare: il rumore del telefonino li ha traditi e sono stati denunciati.
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Dice proprio così: “Questa casa va rasa al suolo e poi ricostruita”. Il presidente della regione Sicilia Raffaele Lombardo spiega con questa metafora, nel corso di una conferenza stampa convocata d’urgenza questa mattina a Palazzo d’Orleans, la decisione di azzerare la giunta.
È l’epilogo, a poco più di un anno dalla nascita del goevrno isolano, di incomprensioni e scontri tra il governatore e i due partiti maggiori della sua coalizione: il Pdl e l’Udc, che non hanno mai nascosto la crescente insofferenza nei confronti del troppo autonomo esponente del movimento autonomista Mpa: “Non c’è dubbio che questa casa va rasa al suolo e ricostruita sulla base della lealtà nei confronti dei siciliani” ha detto “si riscrive un programma. Questo vale per gli atteggiamenti da tenere in Sicilia, a Roma e a Bruxelles”. “Invito tutti gli assessori a presentare le loro brave dimissioni. Sei o sette lo hanno già fatto” ha proseguito” gli altri lo faranno a breve, spero. Si riparte da capo con un governo per l’autonomia e lo sviluppo”.
La giunta della regione siciliana è composta, appunto, da esponenti del Pdl, dell’Udc, dell’Mpa il Movimento per le autonomie di cui è leader lo stesso Raffaele Lombardo, oltre che da tre esponenti della cosiddetta società civile. Gli assessori sono Antonello Antinoro (Udc), Giambattista Bufardeci (Pdl), Michele Cimino (Pdl), Roberto Di Mauro (Mpa), Luigi Gentile (Pdl), Giuseppe Gianni (Udc), Carmelo Incardona (Pdl), Francesco Scoma (Pdl), Giuseppe Sorbello (Mpa), Massimo Russo (pm in aspettativa e ideatore della riforma sanitaria, “la cosa migliore che abbiamo fatto” ha detto Lombardo), Giovanni Ilarda (magistrato), Giovanni La Via (professore).
Parlando ancora con i giornalisti a Palazzo d’Orleans, il Governatore siciliano, ha proseguito sulla Giunta regionale: “È come una costruzione venuta su male e non c’è bisogno di un sisma neppure del primo grado, basta un pò di vento che la costruzione si abbatte. E allora, piuttosto che una manutenzione straordinaria, vediamo di ripartire dalle premesse essenziali che sono gli obiettivi che un governo, per un dovere di lealtà nei confronti del proprio popolo deve raggiungere”. E ha fatto degli esempi: “Lo sviluppo, le infrastrutture, un modello Sanità che prevede il miglioramento della qualità e ola riduzione della spesa. Questo governo - ha detto - deve servire il popolo siciliano e riprendere la vertenza dell’autonomia, ormai abbandonata”.
Ma sarà un “governo istituzionale” aperto anche al Pd? “Propongo un governo” ha risposto Lombardo “con quei pezzi di partito che ci si staranno. Quarantotto ore e avremo una giunta in grado di operare”. “Si riscrive un programma e si riparte con chi ci sta. Non penso di ribaltare le alleanze dell’anno scorso. Sarà una giunta composta da forze politiche e da esterni”. “Il Pd” ha puntualizzato Lombardo “è una forza importante all’assemblea regionale, che ha dato un utile apporto all’approvazione di alcune riforme come quella sanitaria, ma ha fatto una scelta di opposizione che spero costruttiva”. Il governatore, dopo avere invitato a “svelenire” clima politico ha auspicato il varo di una giunta “aperta alle forze sociali, sindacali e a tutti quelli che ci stanno per sottoscrivere un programma per lo sviluppo della Sicilia e la salvaguardia dell’autonomia”.
Alla domanda se potranno tornare alcuni degli assessori ha spiegato: “Potranno anche tornare tutti, ma dovrà essere firmata una ‘cambiale’ perché ci sia una coerenza assoluta. L’unico caso in cui potranno contestarmi sarà quello che non ho fatto l’interesse del popolo siciliano. In quel caso hanno il diritto di saltarmi addosso. Per il resto, ho il dovere di pretendere coerenza, sintonia, collaborazione.
Infine Lombardo ha assicurato che sentirà Berlusconi. “Lo farò con molto piacere. Mi spiace che in questo momento viva una fase non facile, ma è stato proprio in una fase non facile che, quando nacque l’autonomia, venne a Catania e la nostra esperienza partì in quell’occasione”. “C’è da dire, e mi spiace, che c’è tanta gente che lo consiglia male e non so se in un momento di grande difficoltà come questo, si troverebbe accanto a lui. Questo sospetto, o questo dubbio, per quanto mi riguarda non ha motivo di esistere”.
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di Stefano Brusadelli
“Conosce quella del casellante? C’è un casellante che si rende conto che due treni sono in rotta di collisione. Per evitare il disastro, manovra segnali, allarmi, scambi. Poi, una volta resosi conto che è tutto inutile, chiama la moglie e le dice: cara, vieni alla finestra, almeno ci godiamo lo spettacolo. Ecco, io non voglio fare come quel casellante. Mi rifiuto di rassegnarmi al fallimento del Pd, o addirittura di augurarmelo”. Inevitabilmente sospettato (come del resto tutti i centristi del suo partito) di avere già la testa su quello che potrà succedere dopo l’impatto della segreteria Franceschini contro il muro delle elezioni di giugno, Enrico Letta non ci sta a fare la parte di chi punta sul tanto peggio tanto meglio.
Sulla scrivania ha il libro che ha appena scritto per la Mondadori: Costruire una cattedrale, un atto di fede nella capacità del centrosinistra di essere anche in futuro la guida dello sviluppo economico e civile del Paese. Al segretario, Dario Franceschini, un ex della Margherita come lui, affida attraverso Panorama la sua ricetta per provare a salvare il partito. Qualche capacità profetica l’ha già dimostrata: nel 2004, mandando su tutte le furie Romano Prodi e i diessini, pronosticò l’insostenibilità dell’alleanza con Rifondazione, poi puntualmente entrata in crisi nel 2008.
È dura essere ottimisti. Per il Pd i sondaggi sono neri, Silvio Berlusconi è al top della popolarità e mancano solo sette settimane alle elezioni.
Quel che mi preoccupa non sono i sondaggi. Quando vedo che nelle fabbriche del Bresciano i voti della Fiom vanno verso la Lega, o verso Antonio Di Pietro, ho di fronte una realtà ben più grave di un sondaggio. In tre regioni vitali del Paese, la Lombardia, il Veneto e la Sicilia, nonostante l’impegno dei nostri ottimi amministratori, il Pd non è più competitivo, è diventato il terzo partito. Il gioco per la supremazia sta tutto nel centrodestra: nel Nord tra il Pdl e la Lega, in Sicilia tra il Pdl e il Mpa di Lombardo.
E quale conclusione ne trae?
Che anche nel Pd qualcuno stenta a capire come lo schema novecentesco della destra contro la sinistra in Italia è saltato definitivamente. La segreteria di Walter Veltroni è stata l’ultimo tentativo di tenere in piedi questo schema.
Nelle condizioni attuali, suona come un de profundis per il Pd…
Calma. Oggi in Italia, come ho scritto nel mio libro, ci sono tre segmenti: i progressisti, i moderati e i populisti. Vince chi riesce a tenerne insieme due. Oggi lo fa Berlusconi e non lo fa il Pd. Noi possiamo vincere se riusciamo a spezzare l’alleanza tra populisti e moderati.
Piano suggestivo, ma come fare?
Anzitutto il Pd non deve esitare a stringere alleanze con il campo moderato e centrista.
Ponti d’oro a Pier Ferdinando Casini?
Premesso che nel Pd chi mette in discussione l’opportunità di un’alleanza con Casini non vuole nemmeno provare a giocare la partita della salvezza, bisogna dialogare anche con il Mpa di Raffaele Lombardo, la nuova forza meridionalista di Adriana Poli Bortone e partiti che si sono allontanati da noi come gli altoatesini del Svp e l’Union Valdôtaine. Naturalmente questo non basta, non si può risolvere il problema solo con operazioni di ceto politico. Bisogna saper parlare in modo più convincente all’elettorato moderato.
Questo sembra ancora più difficile che le nuove alleanze.
Non è vero. Faccio due esempi. Il terremoto: tutti si aspettano che la sinistra proponga come al solito un aumento delle tasse. Spiazziamoli. Io propongo che le 50 mila famiglie di senzatetto siano adottate a distanza da altrettante famiglie italiane, come si sta pensando di fare per la ricostruzione dei monumenti, usando la leva di sgravi fiscali. O le quote latte: dobbiamo aprire la campagna elettorale spiegando che il governo, per compiacere la Lega, ha premiato i furbi e punito gli onesti che hanno pagato.
L’aggancio dei moderati, visti i numeri attuali del Pdl, ha bisogno di una legge elettorale che consenta le coalizioni, e magari non predetermini il premier. E invece con il referendum elettorale di Mario Segni si rischia di passare a un sistema ancora più maggioritario.
La sorprenderò dicendo che sono a favore del sì. Il referendum è di tipo abrogativo, e in ballo c’è una legge elettorale, che il Pd ha sempre considerato pessima. Questo deve condurci senza esitazioni al sì, e a lavorare per la vittoria del sì.
E dopo?
Nel 1993 l’abrogazione fu seguita dall’approvazione in Parlamento di una nuova legge elettorale.
Quale sarebbe secondo lei la legge più utile al Pd?
Oggi, una legge elettorale alla tedesca. Che sarebbe anche quella giusta per il Paese. Dove non ci sono due partiti, ma 5 o 6. Come in Germania.
Si illude che Berlusconi rinunci a fare la crisi e a usare la legge dei referendari, che gli consentirebbe di stravincere ridimensionando anche la Lega…
C’è il precedente del ‘93. E semmai confido che saranno i presidenti dei due rami del Parlamento a far cambiare idea a Berlusconi. Perdipiù una sua richiesta di rivotare subito non avrebbe fondamento politico: cosa fa, chiede più forza avendo già la maggioranza più forte nella storia della Repubblica?
Dario Franceschini sta facendo bene il segretario?
Sì, ha un compito difficilissimo e sta facendo tutto il possibile. Il fatto che lo critichino qualche volta da destra e qualche volta da sinistra ne è una conferma. Certo, deve passare le forche caudine del voto di giugno.
È preoccupato per le europee?
Più che per le europee, dobbiamo essere preoccupati per le amministrative. Si vota in 70 province e 5 mila comuni. Nell’80 per cento dei casi, le giunte uscenti sono di centrosinistra, perché alle elezioni precedenti eravamo al massimo. Il risultato più importante per noi sarà quello di città come Bologna, Firenze, Bergamo, Bari.
Lei pensa di candidarsi al congresso di ottobre?
Io continuo a credere che le idee contino più delle leadership. Non c’è dubbio che il libro che ho scritto sia una piattaforma politica. Quel che è sicuro è che intendo portarla avanti. Se con una candidatura diretta o in altra forma, questo è ancora presto per dirlo.
Difficile che a questo punto possa appoggiare la candidatura del suo ex dioscuro Pier Luigi Bersani.
Bersani fa assolutamente bene a dire che si impegnerà in prima persona per il futuro del Pd.
La scissione del Pd dopo le elezioni di giugno è una prospettiva realistica?
Non ci potrà essere scissione perché non potrà esserci ritorno all’indietro. Dobbiamo fare del Pd una vera novità della politica italiana. Se no, uniti o divisi, sarà per forza un ritorno all’indietro.
Gira nel Pd l’idea che la prossima premiership vada offerta a Casini.
Si rivoterà nel 2013, e questo è un discorso prematuro. Aprire in anticipo il tema della premiership è l’errore che facemmo nel 2007, quando anziché un segretario di partito abbiamo pensato di indicare un candidato premier. E tutto questo lo facemmo appena un anno dopo le elezioni.

“Noi alleati con La Destra di Storace? Si parla di tutto e anche del contrario. Certo, noi un’alleanza la dobbiamo fare, perché, ahimè, da soli non arriviamo al 4%”.
Era il 14 marzo scorso. Così il governatore siciliano Raffaele Lombardo commentava la posssibilità di stringere un patto elettorale con il partito nato a destra del Pdl.
Sembrava una soluzione solo figurata, una di quelle che si formulano per fare tattica, magari in vista di un’intesa (auspicata) con un partito più grande, in questo caso il Pdl di Silvio Berlusconi. Epperò il recente congresso del Popolo della libertà (con tanto di dichiarazione esplicita del premier di puntare al 51%) ha impresso una evidente svolta bipartica al sistema, svolta che del resto era stata già sancita con l’accordo bipartisan (Pdl-Pd) che prevede lo sbarramento al 4% per le elezioni di Strasburgo.
Così, nelle ultime ore, la possibilità di un’allenza tra Movimento per l’Autonomia e Destra, più che una possibilità, è assurta a rango di decisione strategica. A sdoganare l’intesa, ci ha pensato poche ore fa Francesco Storace, che sul suo sito, senza troppi giri di parole ha battezzato il nuovo legame in vista di Strasburgo: “Alle europee” ha detto il leader della Destra “andremo con un’aggregazione ampia, in primis con l’Mpa di Raffaele Lombardo”.
Ma il piano storaciano non finisce qui. Ed infatti, “punteremo sin dalle prossime ore ad aggregare anche altri soggetti politici”. Nessuna prospettiva pessimista, dunque, anche perché “il consenso ricevuto lo scorso anno dai nostri movimenti può consentirci di superare l’ostacolo del 4 per cento, senza più il ricatto del voto utile e senza la tradizionale arma usata in quindici anni da Berlusconi: il presidente del Consiglio non ha più il nemico da battere, la sinistra, gli italiani potranno votare più liberamente. E gli italiani di destra potranno finalmente scegliere il movimento che non li ha traditi. Dalla prossima settimana” ha concluso “rinasce la speranza”.
Dal fronte dell’Mpa, nessuna dichiarazione, anche se nelle ore scorse, era stato lo stesso Lombardo ad accreditare sempre di più la pista Storace: “Dobbiamo ancora decidere” aveva detto il presidente della Regione Sicilia “ma dico con molta franchezza che siamo in fase avanzata per un’alleanza con La Destra e con altri movimenti che si uniscono per cercare di superare questo iniquo e assurdo sbarramento del 4 per cento”. Ma dalla direzione federale, riunita oggi a Roma alla presenza del segretario e del presidente nazionale del partito (Lombardo e Scotti), ecco uscire una nota che, sia pure indirettamente, spiega il perché della scelta: “L’iniquo e assurdo sbarramento del 4 per cento imposto anche alla competizione elettorale per il rinnovo della delegazione italiana al parlamento europeo rappresenta il sintomo di una involuzione del sistema politico italiano che, attraverso un bipartitismo forzato, estraneo alla cultura e alla tradizione del Paese, riduce gli spazi di rappresentanza democratica. Un elemento che contrasta in modo eclatante con l’auspicata riforma federalista che invece dovrebbe assicurare - nell’Europa delle Regioni - una rappresentanza autentica a quei partiti espressione forte del territorio”. Quindi, ecco perché il Movimento per le Autonomie, ha deciso di “offrirsi come ’strumento’ per l’incontro” delle “forze politiche, movimenti, associazioni radicate nel territorio” che “intendano mantenere la loro specificità culturale, valorizzino le autonomie a partire da quelle territoriali, rifiutando di omologarsi in indistinti aggregati dall’impossibile identificazione programmatica”.
In vero, la scelta di Lombardo pare nascere anche dal fatto che con l’altro alleato della maggioranza, la Lega Nord, le possibilità di una nuova unione, seppure finalizzata al traguardo europeo, diventava sempre più improbabile: “Non credo che la Lega oggi possa allearsi con nessuno, mentre il federalismo attende ancora l’ultimo passaggio al Senato” aveva precisato il governatore isolano. “In questo momento, una scelta del genere rischierebbe di nuocere alla causa del federalismo stesso. Al posto loro non mi alleerei con nessuno e per questo abbiamo deciso di non percorrere questa strada “.
Resta da capire quali saranno gli altri compagni di strada della “strana” coppia Lombardo - Storace. E se, con l’innesto di altri giocatori, la formazione per le europee riuscirà a portare a casa un risultato utile: qualche seggio a Strasburgo.

“Il sud ha alzato la testa, si è ribellato alla mafia”. Il presidente del Senato scalda la platea: sta parlando all’hotel Mariott di Roma, dove è in corso il congresso del Movimento per le Autonomie di Lombardo. E lui, che è siciliano, si sente in qualche modo a casa: “La Sicilia non si è piegata alla mafia” dice, “ma anzi, ha saputo reagire con fermezza, dignità e decisione. Infatti ogni giorno ci sono imprenditori coraggiosi e valorosi che con le loro scelte si sono ribellati ai soprusi mafiosi”. Anche quando parla di Federalismo Schifani è in sintonia con la platea: “Non può esserci crescita dell’Italia” dice, “se verranno lasciate indietro alcune aree del Paese. Oggi più che mai non è più concepibile un’Italia a due velocità”. Il che si traduce in un messaggio alla Lega: “Se il federalismo terrà conto delle diverse realtà del paese e interverrà per armonizzarne le esigenze, non creando freni allo sviluppo delle aree forti e sostenendo la crescita di quelle più fragili, potremo offrire all’Italia l’opportunità di continuare ad essere un grande paese, prospero, libero e sicuro”, in termini più pratici, “Nessuno potrà spostare su altre aree più forti del Paese i famosi Fas (fondi per l’aiuto allo sviluppo) con la motivazione del loro mancato utilizzo tempestivo”. ”Il federalismo fiscale” secondo il presidente del Senato, “dovrà offrire giuste risposte al malessere del Nord ma non potrà trascurare le giuste aspettative del Mezzogiorno”. La seconda carica dello Stato ha poi promesso tempi brevi per il ponte sullo Stretto di Messina: “Il Cipe tra qualche giorno confermerà lo stanziamento dei fondi promessi e quindi si passerà a breve all’apertura dei cantieri”.
Prima di Schifani al congresso degli autonomisti del Sud aveva parlato anche Massimo D’Alema, che aveva raccolto applausi criticando la riforma federalista: “Il ddl di delega Calderoli sul federalismo” ha detto l’ex ministro degli Esteri, ”è una legge bellissima: promette più soldi al nord e al sud e taglia le tasse per tutti. Manca solo che preveda che resteremo tutti sempre giovani…”. ”Secondo quanto prevede il ddl Calderoli - spiega D’Alema - il governo garantirà standard unanimi di spesa nel Paese: ma questo significherebbe spendere un fiume di denaro di cui lo Stato non dispone”. E aggiunge: ”Quando un governo chiede una delega per realizzare la felicità universale mi insospettisco, e bisognerà controllare bene come quella delega verrà attuata. Il federalismo determinerà un aumento della spesa pubblica corrente e della burocrazia. O la si accompagna - sostiene - ad una radicale riforma della pubblica amministrazione evitando che le Regioni si trasformino in ministati applicando l’effettivo principio di sussidiarietà o si finirà con il rendere la vita delle persone più difficile”.

Stavolta, il nodo è la sanità. In queste ore, l’ultimo duello del governatore siciliano Raffaele Lombardo e dell’ex presidente isolano, l’udc Salvatore Cuffaro, si sta giocando su uno dei territori politicamente ed elettoralmente più insidiosi nell’isola, quello della riforma sanitaria.
Uno scontro aperto ormai da mesi, e iniziato con la scelta del leader dell’Mpa di nominare l’ex pm Massimo Russo a capo dell’assessorato più delicato della giunta.
La querelle, nelle ultime settimane, è continuata in sordina. Ma le ultime notizie che arrivano dal capoluogo siciliano hanno lasciato presagire il peggio. Specie dopo la decisione di Lombardo di nominare i direttori generali e i superburocrati senza consultare anticipatamente i propri alleati.
Una scelta, questa, che ha favorito l’ala di Forza Italia che gravita attorno a Gianfranco Miccichè e che avrebbe penalizzato proprio l’Udc. Nonostante i bellicosi intenti di buona parte dell’esecutivo, Lombardo per il momento va avanti. Forte, tra l’altro, dell’appoggio del premier, che in un incontro di qualche giorno fa avrebbe confermato piena fiducia al governatore e alle sue scelte.
Ora, resta da capire quali saranno le future mosse del governo regionale. Sulle nomine dei dirigenti, l’Udc si è schierata compatta con il capogruppo all’Assemblea regionale Rudy Maira che ha detto: “Non si possono varare le nomine dei dirigenti generali se sono assenti gli assessori che devono fare le proposte. Quegli atti sono illegittimi e qualsiasi tribunale amministrativo darà ragione ai ricorrenti”.
Ma è piuttosto evidente come il problema, più che giuridico, sia politico. Aldilà di ricorsi e cavilli, è probabile che l’unica soluzione passi per un chiarimento definitivo tra Udc e MpA e i rispettivi leader.

Lombardo - Cuffaro ultimo atto? Forse. Da molti mesi ormai i “gemelli diversi” della politica isolana viaggiano su binari distanti, per non dire contrapposti. Un diverbio vecchio, una storia di malintesi, nata con la composizione della giunta regionale che, secondo gli uomini di “Totò vasa-vasa”, ha sacrificato troppo gli esponenti della Balena bianca per tecnici e figure estranee alla politica isolana.
Dunque, la freddezza tra i due alleati va avanti da tempo. Ora, però, è quasi gelo. L’ultimo terreno di scontro è la riforma della burocrazia e il taglio degli enti regionali voluta fortissimamente da Lombardo e alcuni suoi assessori, e invece aspramente osteggiata dall’Udc.
Troppi tagli, troppi poteri al presidente: queste le due obiezioni principali che muovono i centristi dello scudo crociato. E se Lombardo nelle ore scorse ha gettato benzina sul fuoco, accusando “disonesti che siedono in parlamento”, l’Udc con gli altri alleati ha risposto a muso duro, firmando l’emendamento che evita l’abolizione dell’Agenzia regionale per i rifiuti e le acque, terreno - si dice - di area cuffariana.
Ma non è solo il governo regionale a subire certe fibrillazioni. Un altro braccio di ferro, sempre con l’MpA, sta consumandosi al comune di Palermo, dove il partito di Lombardo è guardato con sempre maggiore sofferenza. Giorni fa, il sindaco del capoluogo isolano Diego Cammarata ha ritirato le deleghe ai due assessori di Lombardo. Motivo? L’astensione durante il voto per il bilancio consuntivo del 2007.
Ora, la prossima data da tenere d’occhio è quella del 12 dicembre, quando inizierà il congresso del partito autonomista. Lì, il presidente della Regione e i suoi uomini dovranno chiarire i rapporti con gli alleati, “che” assicurano “a livello nazionale restano comunque buoni”.
A meno che, tra una proposta di taglio e una soppressione di un ente, non si trovi prima una composizione che lasci tutti soddisfatti. Udc in testa.
Sono state le assenze tra i banchi della maggioranza ad aver fatto andare sotto il governo su un emendamento del Pd al decreto decreto legge per il controllo della spesa pubblica, anche detto “milleproroghe”. Al momento della votazione, infatti, per il Pdl erano presenti circa due terzi dei deputati (il 75,37%) e molte assenze c’erano anche tra i banchi della Lega (che aveva in Aula il 71,67% dei deputati). Pd e Udc, invece, contavano, rispettivamente sull’85,32% e sull’88% dei presenti. Nella votazione, tre deputati della lega si sono astenuti, ma non sono risultati determinanti: lo scarto è stato di quattro voti, 250 favorevoli e 246 contrari. Un esponente del Pdl, l’azzurro Paolo Russo a votato a favore. Come hanno fatto cinque deputati su otto del gruppo del Movimento per le Autonomie.
Così l’Aula ha approvato un emendamento di Giuseppina Servodio (Pd) sull’uso delle biomasse con il parere contrario di relatore e governo. Ora il decreto legge, che era stato già approvato dal Senato, dove dovrà necessariamente tornare per essere convertito. Scade il prossimo 3 agosto.
Il colpo di scena è stato salutato da un fragoroso applauso, quello che solitamente segnala l’approvazione finale di un provvedimento o, come in questo caso, il “gol in trasferta” dell’opposizione.
La norma su cui è andato sotto il governo riguarda le quote annuali di biocarburanti e altri carburanti rinnovabili che devono essere messi in commercio nei prossimi anni rispetto alla benzina tradizionale e al gasolio. La norma del milleproroghe inseriva nell’elenco dei carburanti ammessi anche i combustibili sintetici.
Un emendamento tutt’altro che “di scarsa rilevanza”, sottolinea il gruppo del Pd della commissione Agricoltura di Montecitorio Nicodemo Oliverio: “Il comma 8-ter modifica le disposizioni in materia di quota minima di carburanti da fonti rinnovabili da immettere annualmente al consumo, aggiungendo alle tipologie di carburanti attualmente previste ‘i combustibili sintetici’. Si trattava di un cedimento nelle politiche ambientali che abbiamo voluto correggere, almeno adeguando il nostro Paese alle direttive europee che, pur menzionando fra i biocarburanti da trasporto anche i combustibili sintetici, ammettono tuttavia il solo prodotto derivato dall’utilizzo delle biomasse. “Il nostro emendamento” prosegue Oliverio ” non nasce da alcun atteggiamento pregiudiziale o di ostruzionismo, ma serve al conseguimento dell’obiettivo importantissimo di ridurre i gas a effetto serra nel territorio nazionale”.