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Mattoni per la religione: l’invasione delle moschee

Islam in preghiera per l'inizio del Ramadan

All’indomani del fallito attentato kamikaze alla caserma Santa Barbara di Milano, a metà ottobre, la Lega nord è tornata a chiedere  uno stop alla costruzione di nuove moschee. Ed è appena tornata all’attacco contro l’ipotesi che ne venga edificata una proprio a Milano.
Oggi, secondo una ricerca appena pubblicata da Stefano Allievi, docente di sociologia all’Università di Padova ed esperto di Islam, le sale, gli scantinati e i capannoni dove si prega Allah in Italia sono 661, su un totale di oltre 9 mila luoghi di culto islamici in tutta Europa: quasi quante sono le chiese cristiane dei paesi europei o le moschee nel mondo islamico.Continua

“E il numero aumenterà, anche se in misura minore rispetto al passato” calcola Allievi. “Insomma, non siamo di fronte a un problema di libertà religiosa, però nei paesi di nuova immigrazione la carenza di spazi per la preghiera resta forte”.

Il punto nevralgico è, piuttosto, la difficoltà di rapporto con gli oltre 16 milioni di musulmani che vivono nelle città europee. Per questo le moschee sono diventate il simbolo del conflitto, perfino nei più tolleranti paesi nordici; oppure al contrario, come dimostrano alcuni esempi in Francia e Germania, una possibile strada verso il dialogo.

In estate il consiglio comunale di Copenaghen ha dato via libera alla costruzione di due grandi moschee, una sciita e una sunnita. La decisione è stata lunga e sofferta e ha incassato il fragoroso no del Partito popolare danese.
La formazione di destra, alleata dei Conservatori al potere in Danimarca, ha lanciato una dura campagna mediatica per sottolineare che i due centri di culto saranno realizzati con i fondi del “regime terrorista iraniano” e con quelli dei “dittatori sauditi”. Una mossa che, cavalcando la difficile convivenza tra danesi e immigrati, il 17 novembre ha regalato ai popolari un aumento di quasi il 2 per cento dei voti alle elezioni municipali di Copenaghen.
Il paese conta 250 mila musulmani su una popolazione di 5,5 milioni di abitanti e l’integrazione non è semplice, come ha mostrato la vicenda delle vignette su Maometto, pubblicate nel 2005. Del resto, nota Allievi, “la Danimarca ha il doppio dei luoghi di preghiera islamici rispetto alla vicina Svezia, ma la metà dei fedeli musulmani”.

Anche in Svizzera c’è chi ha dichiarato guerra ai minareti, “simbolo della conquista e del potere dell’Islam”. Lo Schweizerische Volkspartei ha raccolto 150 mila firme per un referendum che il 29 novembre chiederà ai cittadini se vogliono inserire nella costituzione il divieto di erigere le torri con la mezzaluna.
La maggioranza dei partiti si è schierata contro l’iniziativa. Ma Oskar Freysiger, un dirigente dello Svp, obietta: “I musulmani desiderosi d’integrarsi di sicuro non vogliono i nuovi minareti pagati dai wahabiti”. A dispetto delle tesi di Freysiger, la maggior parte delle moschee in Europa e realizzata con collette tra i musulmani locali: “Quella dei finanziamenti stranieri è una suggestione” afferma Allievi, che pero riconosce: “Ogni anno, in vista del Ramadan, ci sono delegazioni che vanno nei ricchi paesi mediorientali a caccia di contributi”.

In Francia, dove la comunita musulmana è la piu numerosa d’Europa, il 30 per cento dei fondi per la costruzione delle nuove moschee arriva, invece, dalle casse statali. A sorpresa, perché una legge vieta il finanziamento pubblico dei luoghi di culto. Nei prossimi anni piu di 200 centri di preghiera islamici sorgeranno nelle citta francesi con la benedizione dello stato. Uno degli esempi piu recenti e quello di Creteil, un centro alle porte di Parigi. Nel dicembre 2008 è stata inaugurata una moschea che può accogliere 2 mila persone.
È costata 4,5 milioni, e uno l’ha pagato il comune aggirando la legge con uno stratagemma ormai consolidato: i soldi pubblici non coprono le spese della sala di preghiera, ma contribuiscono a quelle dei locali annessi: il centro culturale, il ristorante o il parcheggio. Il primo cittadino socialista di Creteil, Laurent Cathala, è convinto che così si favoriscano la coesione sociale e un maggiore controllo sul finanziamento dei lavori: “Spesso chi esige la trasparenza dei fondi e si oppone al denaro degli stati stranieri contesta anche l’aiuto finanziario delle municipalita. È un po’ contraddittorio” rileva. Cathala non lo vuole ammettere, ma a dettare la sua scelta (e quella di molti altri sindaci francesi) è stato il peso elettorale della comunita musulmana.

Del resto anche in Gran Bretagna, dove la presenza islamica e diffusa e radicata, ci sono sette musulmani alla Camera dei lord, e sei alla Camera dei comuni. Decine sono quelli selezionati per le prossime elezioni politiche, centinaia quelli con un posto nelle amministrazioni locali.
Dopo gli attentati del 2005, Londra ha avviato un esteso reclutamento di imam inglesi o anglofoni per arginare l’influenza di quelli più radicali e non in linea con i valori occidentali.

“Scontato che i luoghi di culto possano essere punto di riferimento per gli estremisti” osserva Allievi. “Tuttavia nei casi più noti di terrorismo in Francia, Gran Bretagna e Italia gli arrestati frequentavano soprattutto associazioni legate a network radicali. Un motivo in più per sostituire i luoghi di preghiera nascosti con moschee visibili e con imam in contatto con le autorità”.
È quanto e accaduto a Duisburg, in Germania, dove il quartiere e le comunita religiose sono stati coinvolti nella realizzazione della grande moschea Merkez. L’edifico, in stile bizantino, ha un’enorme cupola, due minareti alti 34 metri e ampie vetrate panoramiche, inusuali nell’architettura islamica, a suggerire l’impegno per la trasparenza. A Colonia, invece, il progetto della moschea con minareti da 55 metri è finito nella bufera per la sfida estetica e ideologica che lanciava al duomo.

La strada più ardita per sanare i possibili conflitti l’ha imboccata comunque il governo della Catalogna.
A Barcellona attualmente sono registrati 169 luoghi di culto, alcuni dei quali frequentati in passato anche da estremisti. Il problema più impellente, però, e l’opposizione di moltissimi quartieri della citta contro l’edificazione di nuove moschee: per questo nel 2007 la giunta di sinistra ha approvato una legge, unica in Europa, che introduce l’obbligo per i comuni di riservare entro dieci anni una porzione di suolo pubblico per edilizia a uso religioso: Islam compreso.

La mappa europea dell'Islam e degli oltre 9mila luoghi di culto

La mappa europea dell'Islam e degli oltre 9mila luoghi di culto

(hanno collaborato: Fausto Biloslavo, Emanuela Mastropietro, Gian Antonio Orighi, Walter Rauhe e William Ward)

Dalla Chiesa sì a nuove moschee. Ma lo Stato ne controlli le finalità

Musulmani in preghiera

Moschea sì, moschea no. Nel dibattito sulla costruzione di nuovi luoghi di culto, entra anche la Chiesa.
In due riprese. Prima, con le dichiarazioni del nuovo segretario generale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Mariano Crociata, a proposito delle ricorrenti polemiche, ultima quella aperta ieri dalla Lega, sulla costruzione di nuove moschee in Italia. “Dobbiamo garantire che i musulmani presenti nel nostro Paese possano coltivare la loro religione in maniera appropriata”, ha affermato monsignor Mariano Crociata
In questo dibattito, ha osservato, “si va per eccessi: dal rifiuto immotivato a una visibilità, a una invadenza che stonano”. Soluzione? Più “equilibrio”, ha avvertito il presule nella sua prima intervista da neo-segretario Cei, concessa al mensile 30Giorni. Il problema delle moschee in Italia è “un altro”, ha sottolineato monsignor Crociata: “Di solito” ha osservato “siamo in presenza di capi religiosi il cui riferimento è lo Stato di provenienza, non è un islam religioso che abbia uno statuto proprio”.
Perché, ammette monsignor Crociata: “Non esiste” ha aggiunto “un islam unico e nemmeno indipendente dallo Stato”. Ed è auspicabile, ha continuato che presto cresca “Un islam che abbia un riferimento italiano” che cioè abbia come di orizzonte riferimento quello “in cui noi viviamo: la nostra Costituzione e la cultura italiana e europea”.
A rafforzare la tesi del numero due della Cei, ci ha pensato poi monsignor Gianfranco Ravasi, presidente del pontificio consiglio della Cultura della Santa Sede. Il biblista espone così, l’opinione del Vaticano nel dibattito sulle moschee: favorevole alla costruzione di nuove moschee in Italia, purché ci sia un controllo dello Stato sulle effettive finalità religiose, e non si trasformino in luoghi per altri fini. “Il luogo di culto in quanto tale è sempre sorgente di comunione e di dialogo” ma “il problema” nasce, ha detto Ravasi, quando “il luogo di culto assume tipologie che sono eterogenee alla propria identità: in questo caso la convivenza sociale e lo stato in particolare esigono una verifica, un controllo”.
La questione, ha spiegato Ravasi, presenta due facce della medaglia. “Da un lato” ha detto il ‘ministro’ vaticano della Cultura “bisogna riconoscere la legittimità del luogo di culto che deve essere sede di una presenza spirituale autentica. D’altra parte” ha aggiunto “questo non deve diventare un modello diverso”. E qualora diventi “qualcosa di diverso infatti, la società civile ha diritto di intervenire e verificare”.

La Lega chiede una moratoria per la costruzione delle moschee in Italia. Siete d’accordo?

Immigrati a Novara: niente firme, niente moschea

Musulmani in preghiera a Milano
Se volete una moschea, firmate le nostre leggi. L’ultima conquista della comunità islamica di Novara è stata ottenuta grazie a un patto firmato dai musulmani della città: dieci promesse al Comune e allo Stato italiano. Fra queste il rispetto della Costituzione, il sì all’ingresso della polizia per eventuali controlli, il pari trattamento per uomini e donne, il rispetto del Codice della strada…
Il centro islamico di Novara adesso si trova nel cuore del quartiere di Sant’Agabio: 4 mila stranieri su 10 mila abitanti. Ma lì la moschea non può più rimanere e i musulmani hanno chiesto di spostarsi in un capannone alla periferia della città.
Il comune ha autorizzato con il solo vincolo di firmare le dieci promesse. «Il decalogo nasce dall’esigenza di creare un percorso non ambiguo d’integrazione» afferma Massimo Giordano, sindaco (leghista) di Novara. «I musulmani si sono impegnati ufficialmente ed è loro interesse mantenere la parola perché, altrimenti, perderebbero il consenso della città».
Il patto sembra accettato da tutti. Poi sulle conseguenze concrete le cose cambiano. «La polizia? No, non può entrare, la moschea è un luogo sacro, che aspettino fuori per controllarci» dicono i musulmani a Novara.
Sulla regola che impone l’uguaglianza fra i sessi i musulmani di Novara sono categorici. «Le donne le rispettiamo» dice Ibrahim, 55 anni, in compagnia di amici in un negozio di alimentari. Guarda una donna, indossa un chador e stringe a sé un bimbo. «Come stai?» le domanda. «Benissimo» risponde la signora. Poi sorride timida prima di voltarsi e andare via. Mohammed è poco lontano dal negozio, ha una moglie e un figlio di 3 anni a casa. Se sua moglie volesse lavorare? «No» risponde «se no a casa chi ci resta? Mia moglie non può lavorare».
Le donne qui sono apparizioni. Veli che camminano silenziosi: escono dalle auto per infilarsi in un portone o fare compagnia agli uomini, sedute in disparte nei negozi gestiti dai mariti. Non siedono al bar, né si fermano per strada a chiacchierare. Anche nella moschea non ci sono donne: un musulmano spiega che non possono pregare con gli uomini perché potrebbero farli distrarre. Dunque mentre i mariti sono nel salone le mogli pregano in uno stanzino ricavato con due mura in un angolo dello stesso ambiente.
Nel gruppo che esce dalla preghiera c’è un ragazzo molto più giovane degli altri. È nato in Congo e si ferma volentieri a parlare. «Il decalogo? Noi la legge la rispettiamo».
Fra quelle dieci regole c’è anche la richiesta di condanna del terrorismo. E a questo ragazzo, che si chiama Arafat, i combattenti palestinesi piacciono. «Io non sono un terrorista» afferma «ma ogni cosa che fa Hamas è giusta».

Guarda il video girato alla moschea di Novara

Milano, la “moschea d’agosto” sarà al Palasharp

I musulmani di Milano celebreranno venerdì 18 luglio la loro preghiera al velodromo Vigorelli, poi si trasferiranno al Palasharp (il palazzetto che di solito ospita concerti e manifestazioni, che si trova in prima periferia) fino alla fine di agosto, quando il tavolo tecnico interistituzionale avrà trovato una soluzione definitiva (con buone probabilità l’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini), al trasloco del luogo di culto finora ospitato in viale Jenner.

È la soluzione su cui il prefetto di Milano e i vertici locali di Forza Italia hanno trovato un accordo, cui anche la comunità islamica sembra essersi adeguata. “La soluzione provvisoria al Palasharp è preferibile al Vigorelli”, ha spiegato Guido Podestà, coordinatore regionale di Forza Italia, “perché il quartiere è meno densamente abitato, raggiungibile dai mezzi pubblici e dotato di numerosi parcheggi”. La proposta, scaturita dall’indagine condotta dall’assessore comunale allo Sport Giovanni Terzi, di spostare fino al 29 agosto la preghiera islamica all’ex Palatrussardi, è stata formalizzata insieme con la richiesta della convocazione, per la settimana prossima, di un tavolo interistituzionale che avrà il compito di individuare il luogo definitivo per la preghiera dei musulmani.

“Obiettivamente l’area dell’ex Paolo Pini”, ha aggiunto Podestà, “sembra una proposta plausibile, ma il tavolo sarà aperto a ogni contributo: a quel punto si potrà ragionare sull’ipotesi di realizzare una grande moschea o piccoli centri. L’importante è evitare i disagi che hanno patito per anni gli abitanti di viale Jenner e che avrebbero potuto subire quelli del Vigorelli, in assenza di una soluzione definitiva”.

Il prefetto di Milano: “Viale Jenner chiuderà in tempi brevi”

La moschea di via Jenner a Milano

Raggiunto un primo accordo al tavolo della Prefettura di Milano, ora si pensa a una soluzione definitiva per la moschea di viale Jenner. Il punto d’equilibrio tra l’ultimatum del ministro Maroni e della Lega, che hanno prospettato una chiusura entro agosto, e l’affondo della Curia, che ha tacciato di “fascismo” certe prese di posizione, lo riassume il prefetto Gian Valerio Lombardi: “A partire dal 18 luglio”, spiega, “i fedeli che di solito pregano in viale Jenner (sono circa 4 mila, ndr) lo faranno al velodromo Vigorelli, ogni venerdì per quattro ore. Si tratta di una sistemazione provvisoria, in attesa di trovarne una definitiva, dove verranno trasferiti sia la moschea sia il centro culturale islamico”. Viale Jenner, quindi, chiuderà davvero. “Un obiettivo da raggiungere in tempi brevi”, prevede Lombardi.

Il prefetto è soddisfatto della soluzione trovata ieri insieme al presidente dell’Istituto culturale islamico, Abdelhamid Shaari, e ai rappresentanti di Comune e Regione. “Si tratta di una svolta”, dice, “soprattutto per la soluzione ai problemi che il centro crea involontariamente al quartiere”. Vale a dire i disagi al traffico e ai residenti che migliaia di persone costrette a pregare sul marciapiede comportano. In particolare Lombardi sottolinea la disponibilità data da Shaari: “Con lui abbiamo avuto un confronto franco e positivo. Non ha nulla in contrario al trasferimento dell’istituto e del luogo di culto, purché si trovi una sede idonea”.

Riguardo alla quale le parti si confronteranno di nuovo tra 15 giorni. Sul tavolo questa volta ci saranno le proposte delle aree che potrebbero ospitare il nuovo centro islamico. I rappresentanti dei fedeli sono disposti anche a spostarsi in periferia, dice il prefetto, in un luogo ben servito dai mezzi pubblici. “Ci aspettiamo che siano proprio loro a indicare il sito che preferirebbero”.

I musulmani praticanti a Milano sono circa 5 mila, gli edifici in cui si ritrovano per pregare, anche piccoli, una decina. “Il luogo di culto in quanto tale è garantito e libero”, conclude il prefetto milanese, “il problema nasce dalla compatibilità mancata con gli abitanti e dai problemi legati alla preghiera in strada e alla precarietà. In questo senso dobbiamo intervenire”. La parola ora passa ai residenti della zona dell’ex Fiera, dove si trova il Vigorelli, che hanno già cominciato a raccogliere le firme contro la “moschea a tempo”. Se ha funzionato in Campania per scongiurare discariche e inceneritori…

Viale Jenner, la moschea milanese della discordia

La moschea di via Jenner a Milano

La moschea di viale Jenner è al centro di uno scontro (qui il VIDEO servizio di SkyTg24). Dopo che monsignor Bottoni, responsabile delle relazioni ecumeniche e dialogo dell’Arcidiocesi di Milano, aveva detto che “impedire la preghiera è roba da fascisti”, proponendo anche la costruzione di micro-moschee capaci di ospitare 2-300 persone, vicine ai luoghi di lavoro e alle abitazioni dei fedeli islamici. Il ministro Maroni risponde che le critiche sono frutto di disinformazione: “Non abbiamo parlato di chiuderela. Vogliamo trasferirla in un altro luogo dove siano rispettate le norme”. Tutto è partito dalla visita del ministro dell’Interno alla prefettura meneghina. In quell’occasione è stato sollevato il caso del più grande centro islamico milanese che, non riuscendo a contenere tutti i fedeli (sono circa 4mila), il giorno della preghiera del venerdì, vede centinaia di persone stazionare all’esterno, sui marciapiedi del viale. Con un certo disagio per i passanti.
Ma sulla soluzione a questo problema si è scatenata la polemica. Per il ministro dell’Interno il centro va spostato. Il Comune suggerisce la “moschea a tempo”: cioè affidare in gestione al centro islamico, a pagamento, per qualche ora la settimana un luogo chiuso, in particolare il velodromo Vigorelli. Ipotesi che non trova d’accordo il presidente del centro culturale Abdel Hamid Shaari, disposto a pagare un affitto ma non a una sede “volante”: “Non siamo nomadi della religione. Vogliamo sentirci a casa nostra, nella nostra città. Noi siamo milanesi” dichiara.
L’uscita dell’esponente della Curia non è piaciuta al ministro dell’Interno che risponde con una lunga intervista sul Corriere della Sera. “Di fronte ad accuse pretestuose e pregiudizi il governo va avanti. E se l’opposizione non vorrà seguirci arriverà al suicidio politico” attacca Maroni. “Evidentemente il destino degli uomini per bene come me è ricevere insulti e non replicare. Mi hanno dato del razzista, del nazista e adesso ancora ingiurie. Io seguo la mia linea: non rispondo, spiego”. Poi aggiunge: Io credo che chi fa queste critiche e usa questi toni abbia un problema di scarsa informazione. Noi non abbiamo parlato di chiudere la moschea, anche perché quello di viale Jenner è un centro islamico. Vogliamo trasferirlo in un altro luogo dove siano rispettate le norme igienico-sanitarie, urbanistiche, e i regolamenti comunali, cosa che invece ora non avviene assolutamente”. Poi, ricorda i “diritti dei cittadini milanesi che non possono dormire la notte, girare liberamente per il quartiere, fare ciò che è consentito nelle altre zone”.
Dalla parte del titolare del Viminale si schiera Yahya Pallavicini, vicepresidente della Comunità islamica Religiosa (Coreis) e imam di via Meda a Milano, che lancia anche l’idea in Lombardia di una consulta islamica regionale su modello di quella creata dal Ministero dell’Interno. E nemmeno il vice sindaco di Milano Riccardo De Corato è favorevole al moltiplicarsi delle moschee.

Il ministro Maroni si dice comunque ottimista nell’intravedere la soluzione al problema anche se al momento le posizioni sembrano essere ancora distanti. Proprio dall’opposizione citata dal ministro Maroni, arriva un invito a seguire la linea dell’intransigenza: il presidente della Provincia, Filippo Penati (Pd), suggerisce di multare i musulmani che pregando intralciano il passaggio. “Non capisco perché non sia stato fatto prima”. Del resto, sottolinea Penati, il codice stradale lo prevede in questi casi. “Sempre il Codice” continua Penati “impone alle attività commerciali che vogliano occupare, per esempio con tavolini o chioschi, le sedi dei marciapiedi, di lasciare sempre libera una zona per la circolazione dei pedoni larga non meno di 2 metri. Nel caso delle attività commerciali l’occupazione dei marciapiedi è soggetta ad autorizzazione preliminare e a controlli successivi, che avvengono puntualmente. Entrambi questi articoli inoltre sono soggetti a sanzione se non rispettati. Non si capisce perché i controlli avvengano per le attività commerciali, mentre non si fanno rispettare le norme che riguardano i pedoni”.

Dopo 1000 anni di divisione, Papa Ratzinger prova a sedurre gli ortodossi

Papa Ratzinger
Benedetto XVI a tavola con 120 leader delle religioni di tutto il mondo: cristiani, ebrei, musulmani, induisti. Appuntamento domenica 21 ottobre nel seminario di Capodimonte a Napoli. È la prima volta che Joseph Ratzinger incontra contemporaneamente i rappresentanti delle maggiori religioni del mondo. E da Napoli lancerà un messaggio: occorre “un’efficace pedagogia della pace, imperniata sull’amicizia, sull’accoglienza reciproca, sul dialogo tra uomini di diverse culture e religioni”.
La mattinata del 21 ottobre si aprirà con la messa in piazza del Plebiscito, a numero chiuso. Alla celebrazione assisterà anche una nutrita rappresentanza ecumenica: ci saranno, tra gli altri, Bartolomeo I, patriarca ortodosso di Costantinopoli, il metropolita Kirill, inviato del patriarca di Mosca Alessio II, e il primate della Chiesa anglicana Rowan Williams. Al termine della messa il pontefice saluterà oltre 300 leader e rappresentanti delle religioni del mondo, riuniti a Napoli per il Meeting uomini e religioni organizzato dalla comunità di Sant’Egidio.
Ancora un volta Ratzinger si prepara a stupire, senza timore di risultare politicamente scorretto. Da quando era prefetto della Congregazione per la dottrina del fede ribadisce che “l’unica vera religione sussiste nella Chiesa cattolica e apostolica”. Forte del richiamo all’identità e al ruolo della fede cattolica, ha indicato il dialogo con le altre religioni come una priorità del suo pontificato.
Una decisione di gran lunga anteriore ai malintesi seguiti al discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006. Il paziente lavoro diplomatico del segretario di Stato Tarcisio Bertone e del “ministro degli Esteri” vaticano, Dominique Mamberti, ha recuperato una situazione che appariva compromessa dopo Ratisbona. E Benedetto XVI ha messo a punto, senza troppo clamore, la squadra incaricata di seguire il dialogo con le altre fedi.
Scorrendo l’elenco dei nomi le sorprese non mancano. Come responsabile del dialogo ecumenico, cioè con gli altri cristiani, ha voluto tenere accanto a sé un teologo tedesco che in passato aveva espresso posizioni discordanti con le sue: il cardinale Walter Kasper. Per il dialogo con le altre religioni invece ha richiamato in servizio un diplomatico di grande esperienza: il cardinale Jean-Louis Tauran.
Preti ortodossi di Mosca
Alla Congregazione per le Chiese orientali, che sono il ponte tra cattolicesimo e ortodossia e l’avamposto cristiano nel mondo arabo, Ratzinger ha chiamato un altro diplomatico di lungo corso, l’argentino Leonardo Sandri, che sarà promosso cardinale il 24 novembre.
Sul fronte asiatico, area cruciale per i rapporti con i musulmani e con le grandi religioni orientali, il Papa ha voluto l’ex arcivescovo di Bombay, anch’egli di formazione diplomatica, il cardinale Ivan Dias. Molto impegnato nel dialogo con le altre religioni è pure il cardinale Renato Martino, presidente del Consiglio giustizia e pace.
Il principale obiettivo di Benedetto XVI è ricucire lo strappo con il mondo ortodosso dopo 1.000 anni di divisioni. Per questo ha rilanciato la commissione mista per il dialogo tra Chiesa cattolica e ortodossa, composta da teologi al massimo livello che in questi giorni è riunita a Ravenna per discutere sul primato del vescovo di Roma. Nel frattempo il Papa ha incaricato il presidente dei vescovi europei, il cardinale ungherese Péter Erdo, di organizzare insieme con i patriarcati di Mosca e di Costantinopoli un simposio internazionale, in programma nella seconda metà del 2008, sulla crisi dei valori morali in Europa.
L’ultimo tassello della strategia di Ratzinger per riavvicinare l’ortodossia è stata la nomina del nuovo arcivescovo di Mosca: l’italiano Paolo Pezzi al posto del bielorusso di origine polacca, Tadeusz Kondrusiewicz. Era un segnale che Alessio II aspettava da tempo.

Dounia Ettaib: il nemico delle donne non è il Corano, ma la mancanza di diritti

“Non c’è da fare troppa teoria: il vero problema delle donne musulmane è il fondamentalismo”: Dounia Ettaib va dritto al sodo. “La condizione della donna non è determinata dal Corano, ma dalle assurde interpretazioni che ne fanno certi uomini. La religione non è un ostacolo alla civiltà, soltanto l’integralismo fanatico lo è” dice con voce delicata ma ferma a Panorama.it.
Non si arrende la vicepresidentessa dell’Acmid, l’associazione delle donne marocchine in Italia. Non molla nemmeno dopo l’aggressione subita per aver manifestato davanti al tribunale di Brescia in favore di Hina, la giovane pachistana uccisa dal padre. “Smettila di parlare di islamismo” le avevano intimato gli aggressori “Hina è un prostituta come te”. E stringendole il viso con le mani l’hanno avvertita: “Ricorda: la bellezza non dura a lungo”.
Ma Dounia continua la sua battaglia. Sua e di tutte le donne che come lei intendono ribellarsi. In soccorso è arrivata la solidarietà di molti personaggi del mondo politico e anche quella del presidente dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner. Dounia ha ottenuto in questi giorni la cittadinanza italiana, un riconoscimento che si aggiunge al suo coraggio e alla sua battaglia per la civiltà.
Solidarietà e riconoscimenti fanno piacere, ma le minacce spaventano e all’Acmid continuano ad arrivare da anni le richieste di aiuto da parte di donne musulmane che ogni giorno subiscono violenza tra le mura domestiche.
Allora che cosa bisogna fare concretamente per aiutarle? Insieme all’impegno quotidiano dell’Acmid occorre che si imponga l’idea che “Non è l’Islam il problema delle donne” sottolinea Dounia “come nessuna religione può essere un problema per gli esseri umani. È quando ci si sente in diritto di giudicare le fedi altrui che sorgono i problemi” precisa. E sul tanto invocato multiculturalismo afferma: “C’è una gran confusione su cosa si debba intendere con questa parola, eppure basterebbero due punti fermi per darle un senso preciso: la sacralità della vita umana e il rispetto dei diritti civili. Solo con queste due premesse fondamentali, condivise da tutti, si potrebbe parlare non soltanto di rispetto per la donna ma di reale convivenza delle civiltà”.
Quella di Dounia non è soltanto una battaglia per le donne, ma una battaglia per la persona umana. “E il nemico è solo uno” conclude Dounia “cioè quello stesso fondamentalismo che uccide e perseguita i cristiani nelle terre arabe e, una volta importato in occidente, si rivolta contro i suoi figli”. Come è successo a Hina.

Voi cosa pensate del rapporto tra Islam, fondamentalismo e violenza sulle donne? Dite la vostra nel nostro FORUM, dove Dounia Ettaib risponde alle domande dei lettori.

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