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Dounia Ettaib: il nemico delle donne non è il Corano, ma la mancanza di diritti

“Non c’è da fare troppa teoria: il vero problema delle donne musulmane è il fondamentalismo”: Dounia Ettaib va dritto al sodo. “La condizione della donna non è determinata dal Corano, ma dalle assurde interpretazioni che ne fanno certi uomini. La religione non è un ostacolo alla civiltà, soltanto l’integralismo fanatico lo è” dice con voce delicata ma ferma a Panorama.it.
Non si arrende la vicepresidentessa dell’Acmid, l’associazione delle donne marocchine in Italia. Non molla nemmeno dopo l’aggressione subita per aver manifestato davanti al tribunale di Brescia in favore di Hina, la giovane pachistana uccisa dal padre. “Smettila di parlare di islamismo” le avevano intimato gli aggressori “Hina è un prostituta come te”. E stringendole il viso con le mani l’hanno avvertita: “Ricorda: la bellezza non dura a lungo”.
Ma Dounia continua la sua battaglia. Sua e di tutte le donne che come lei intendono ribellarsi. In soccorso è arrivata la solidarietà di molti personaggi del mondo politico e anche quella del presidente dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner. Dounia ha ottenuto in questi giorni la cittadinanza italiana, un riconoscimento che si aggiunge al suo coraggio e alla sua battaglia per la civiltà.
Solidarietà e riconoscimenti fanno piacere, ma le minacce spaventano e all’Acmid continuano ad arrivare da anni le richieste di aiuto da parte di donne musulmane che ogni giorno subiscono violenza tra le mura domestiche.
Allora che cosa bisogna fare concretamente per aiutarle? Insieme all’impegno quotidiano dell’Acmid occorre che si imponga l’idea che “Non è l’Islam il problema delle donne” sottolinea Dounia “come nessuna religione può essere un problema per gli esseri umani. È quando ci si sente in diritto di giudicare le fedi altrui che sorgono i problemi” precisa. E sul tanto invocato multiculturalismo afferma: “C’è una gran confusione su cosa si debba intendere con questa parola, eppure basterebbero due punti fermi per darle un senso preciso: la sacralità della vita umana e il rispetto dei diritti civili. Solo con queste due premesse fondamentali, condivise da tutti, si potrebbe parlare non soltanto di rispetto per la donna ma di reale convivenza delle civiltà”.
Quella di Dounia non è soltanto una battaglia per le donne, ma una battaglia per la persona umana. “E il nemico è solo uno” conclude Dounia “cioè quello stesso fondamentalismo che uccide e perseguita i cristiani nelle terre arabe e, una volta importato in occidente, si rivolta contro i suoi figli”. Come è successo a Hina.

Voi cosa pensate del rapporto tra Islam, fondamentalismo e violenza sulle donne? Dite la vostra nel nostro FORUM, dove Dounia Ettaib risponde alle domande dei lettori.

Islam a scuola, quanta cattiva informazione nei libri di testo

[i](Credits: Ansa)[/i]
I musulmani non si inginocchiano in moschea per pregare. Si prostrano. E il muezzin non è di certo un sacerdote. Come arabi e musulmani non sono termini sinonimi, anzi, solo il 20% dei musulmani è arabo.
Tanti i luoghi comuni e gli errori presenti non solo nel semplice conversare ma anche e soprattutto nei libri di testo italiani. Quei libri che dovrebbero educare le nuove generazioni, i figli di anni di tensione tra un certo occidente e un certo oriente del mondo.
È per questo che nasce Islam a scuola, una pubblicazione della Fondazione Ismu (Iniziative e Studi sulla Multietnicità), nata all’interno di un complesso lavoro di formazione che si propone di accrescere la professionalità docente nella scuola multiculturale e plurilingue, avviando un confronto in merito. Si tratta di un quaderno, realizzato con il supporto dell’Ufficio scolastico per la Lombardia, basato sull’indagine effettuata dall’Ismu sui libri di testo delle scuole di cinque province lombarde (Bergamo, Brescia, Cremona, Mantova e Varese). È diviso in due parti, una informativa che testimonia l’approccio ai vari aspetti dell’Islam (culturale, pedagogico, storico, giuridico…), e una di laboratorio, con l’analisi del linguaggio usato dai libri di testo per descrivere il mondo musulmano.
“Tanti sono gli errori grafici come, soprattutto, di concetto: - dice Antonio Cuciniello, esperto arabista del Settore Scuola Formazione della Fondazione dell’Ismu, uno degli autori di Islam a scuola - ad esempio Imam spesso è scritto invece Iman (che in arabo significa fede), ed è indicato, erroneamente, come “un’autorità religiosa”. Sulla questione delle fonti, ugualmente, tante imperfezioni: si intuisce o addirittura si legge che il Corano è scritto da Maometto: sbagliatissimo, il Corano è la diretta parola di Dio rivelata a Maometto tramite l’arcangelo Gabriele!”.

Signor Cuciniello, ci faccia altri esempi.
Anche nella storia, c’è una visione molto bellica del popolo arabo. Si pensa a un popolo aggressivo e di beduini, mentre pochi sanno invece della fiorente attività commerciale che aveva. E quanti sanno che molte opere greche sono giunte a noi perché tradotte dal greco all’arabo (qualche volta al siriaco) e da questo al latino? Quanti che tante colture agricole derivano da loro, come che la stra-grande maggioranza di termini appartenenti al settore del sapere vengono dall’arabo? Tutte le parole italiane scientifiche, e non solo, che iniziano per “al” sono di origine araba: alchimia, algoritmo, algebra… E potremmo continuare con: darsena, ammiraglio, dogana, magazzino…
Si legge, in Islam a scuola, che i musulmani non si “inginocchiano in moschea”.
No, il loro atto è la prosternazione. Purtroppo si ricorre con una certa superficialità al metodo del confronto associativo che contribuisce a confondere le idee. È un limite umano ma, data la grande presenza musulmana oggi nelle scuole (secondo l’analisi Ismu circa il 40% della popolazione scolastica straniera in Lombardia nell’anno scolastico 2005-2006 era di origine musulmana, ndr), poi le maestre si trovano in difficoltà con i ragazzini islamici.
E in questo periodo internazionalmente teso è ancor più “imbarazzante”…?
Ora è tendenzioso. L’informazione dovrebbe essere obiettiva ed avere una visione globale. Ho vissuto per tre anni al Cairo ma… quanti sanno che in Egitto oltre al petrolio c’è cultura, c’è la sede della Lega Araba… e tanto altro? Queste inesattezze culturali le ho riscontrate più in Italia, dove siamo più prevenuti, che in America.
Ma i libri di testo arabi, e nello specifico egiziani, presentano simili errori?
Nei testi egiziani il problema non si pone, - sorride - lì ci sono veri e propri buchi storici. Dal periodo egizio si passa direttamente all’Islam.

Il quaderno Islam a scuola sarà distribuito presso le scuole e presso gli enti di formazione che ne faranno richiesta. In allegato si trovano anche le “Pagine arcobaleno”, un elenco delle associazioni di e per stranieri operative nelle province lombarde in cui si è svolto il percorso formativo. Presso l’Ismu è stato attivato anche lo sportello Arab-informa, pronto a dare informazioni sulla cultura araba.

I musulmani d’Italia vanno in tv. Sul web

Il video di apertura è provocatorio (guarda): una carrellata di chiese edificate in Egitto, in Marocco, in Siria, in Iran, in Iraq, in Algeria, ecc… Un clip “Dedicato a coloro che insistono nell’affermare che nel mondo islamico non si possano costruire le chiese”, si legge su ComIslamica Video, la prima tv realizzata da musulmani italiani. Si tratta di un canale on line nel quale un gruppo di italiani convertiti all’Islam, guidati da Abdul Kabir Roberto Aliotta, 35enne Coordinatore di Islam Network Italia, inserisce filmati di eventi che riguardano i musulmani del nostro Paese. Il sito dal quale è possibile scaricare i video è l’evoluzione di quello creato diversi mesi fa per il varo della prima radioweb musulmana: Radiocom Islam. “Quella che era prima la radio islamica in Italia è finalmente tornata ed è cresciuta” ha spiegato Aliotta “e da qualche giorno attraverso il nostro sito è possibile visionare i primi filmati auto-prodotti da musulmani italiani. Per ora si tratta solo di brevi videoclip prevalentemente musicali supportati da immagini, ma stiamo lavorando intensamente per migliorarci e ci auguriamo che saranno disponibili presto veri e propri servizi giornalistici di discreta qualità”. Da dove verranno prese le notizie? Se la filosofia sarà la stessa della radio, anche per la tv varrà il principio del copyleft: pubblicazione libera e gratuita, citando la fonte.

“La comunità islamica in Italia da anni partecipa e promuove migliaia di iniziative positive e socialmente utili” aggiunge Aliotta “che però puntualmente non trovano spazio sui giornali o in televisione, come invece accade quando qualcosa di negativo ci riguarda”.
La home page di Comislamica.net, la prima tv on line realizzata da musulmani italiani
L’iniziativa della tv online fa parte del menu di attività sostenute in Italia dall’Islam Network, la rete di musulmani europei, guidata dal discusso intellettuale svizzero Tariq Ramadan e dall’italiano Hamza Piccardo, portavoce dell’Ucoii - Unione comunità islamiche d’Italia, già ospite fisso di Radiocom Islam. L’obbiettivo di ComIslamica Video è ambizioso: dare rilievo a quelle iniziative che testimoniano l’impegno dei musulmani e che, “come raccomanda il Corano, promuovono la pace e la tolleranza attraverso il dialogo tra i popoli”. Anche lanciando provocazioni.

Campi rom, la Stecca dei pusher, Chinatown: Milano sull’orlo di una crisi di nervi

Agenti di polizia nella Chinatown milanese

Vengono dall’est Europa, dall’Africa, dalla Cina, dall’Asia… E Milano, città storicamente aperta, accogliente e generosa nei confronti dell’emigrante e del “diverso”, da qualche tempo si sta scoprendo cambiata. Solo un po’, in realtà, niente di eclatante. Ma piccoli sintomi di paura e intolleranza, che fanno pensare a un crescente disagio che si manifesta non più, non solo, nei confronti dei clandestini.

Certo, anche in questo caso, Milano è la vetrina, la città laboratorio d’Italia dove i conflitti e le tendenze nascono, montano e finiscono in prima pagina. Specchio di un Paese che cova il rischio banlieue? Dal muro di Padova, a Porta Palazzo a Torino. Da Piazza Vittorio a Roma, al richiamo alla legalità di Cofferati che a Bologna fece sgomberare i nomadi dalle baracche sul lungo Reno. Non è questione di destra o di sinistra, ma uno stillicidio di episodi che mette a rischio, ovunque, la convivenza.

Tornando al capoluogo lombardo, la “rivolta” nel quartiere cinese della città (via Paolo Sarpi, ribattezzata appunto Chinatown) è solo l’ultima spia di un clima di profondo malcontento e di mal riuscita integrazione tra i meneghini storici che pretendono più sicurezza, legalità senza sconti per nessuno e i nuovi milanesi che reclamano diritti, cittadinanza e rispetto. Sono due realtà che spesso viaggiano sugli stessi binari, ma che a volte, per un piccolo intoppo, scoprono nuove tensioni. Di cui la cronaca cittadina si è riempita, negli ultimi due anni: dalla protesta vibrante dei musulmani che, nel settembre 2005, chiedevano la riapertura delle scuola islamica di via Quaranta (chiusa dal comune, retto allora da Gabriele Albertini), fino alle bombe molotov che oggi, 13 aprile 2007, sono state lanciate da un sedicente Fronte cristiano combattente contro la sede dell’Islamic Relief, un’associazione internazionale di assistenza umanitaria di ispirazione islamica (comparsa in una sentenza del gip di Milano, Guido Salvini, che la indica come possibile “collettore, anche inconsapevole, di gruppi che mettono in pratica l’ideologia jihadista”).

Per non parlare della questione dei “rom di Opera” (qui, il video). Dopo che delle vere e proprie “squadriglie” di abitanti del quartiere a sud est di Milano, nel dicembre del 2006, avevano dato fuoco alle tende che li ospitavano, ora rischiano di dover abbandonare, ancor prima di approdarvi, l’area vicino al Parco Lambro in cui il sindaco Letizia Moratti ha deciso di sistemarli. A opporsi, nei primi giorni di questo mese, sono stati gli stessi politici locali di centrodestra che hanno spalleggiato i presidi (in piazza Udine) dei cittadini e le (immancabili) ronde padane.

Musulmani in preghiera a Milano. Oltre un milanese su dieci è di cittadinanza non italiana (la percentuale sulla popolazione totale è del 12,4%).

 Le bandiere rosse (con la stella verde del Marocco) erano sventolate anche a fine febbraio durante il sit-in di protesta, messo in piedi dai parenti e dagli amici del marocchino Abdel Khaled Nakab, 37 anni, ucciso durante un corpo a corpo con un metronotte davanti al residence dei disperati in via Cavezzali 11, zona via Padova. Allora, erano i maghrebini  a scandire, insieme a frasi del Corano, le parole d’ordine dei milanesi: giustizia e sicurezza.  Sicurezza che non abita da tempo in quella zona della città, mal presidiata dalle forze dell’ordine nonostante sia al centro di quotidiane tensioni tra storici residenti milanesi e nuovi abitanti extracomunitari. Pochi giorni dopo, il 12 marzo, altre scene di vera e propria guerriglia tra forze dell’ordine e immigrati irregolari (soprattutto senegalesi e ghanesi che alzavano le immagini dei loro santoni davanti ai caschi e gli scudi degli agenti) alla “Stecca degli artigiani” (un prefabbricato, nel quartiere Isola, alle spalle della stazione Garibaldi). Il blitz antidroga non ha risolto però il problema: quelli che gli abitanti del quartiere chiamano i “nuovi padroni” sono ancora lì, indisturbati, a smerciare di tutto in quella terra di nessuno che va da via De Castillia e via Confalonieri. Leit motiv dei residenti, il solito: “Non si vive più, abbiamo paura”.

Senza scontri ma con toni piuttosto aspri si era invece conclusa, sabato 24 marzo, la manifestazione degli immigrati scesi in piazza per protestare contro Legge Regionale n. 6 che prevede norme di riorganizzazione dei phone center (ce ne sono 2.400 un Lombardia, 700 solo a Milano), prevedendo la chiusura immediata per chi non rispetti criteri e orari di apertura e chiusura, requisiti igienico-sanitari, autorizzazioni comunali, iscrizione alla Camera di Commercio e i “requisiti morali” previsti dalla normativa per il commercio. La norma, approvata nel febbraio 2006 prevedeva un anno per l’adeguamento degli esercizi. Ma gli immigrati che hanno sfilato per il centro di Milano l’hanno definita così: “Legge 6 legge razzista: ci siamo impegnati ad integrarci e ora volete ghettizzarci”.

A seguito di questi ultimi episodi, su diversi muri della città e, in particolar modo sugli intonaci di alcune case nei dintorni della moschea cittadina di viale Jenner, sono apparse delle gravi scritte anti-islamiche. Non sono le prime e non saranno, purtroppo, le ultime.

Di fronte a messaggi del genere, lasciati da mani e spray ignoti e stigmatizzati da ogni parte politica e istituzionale, l’impressione è che la capitale industriale e morale del Paese sia ormai sull’orlo di una crisi di nervi.

Il video sui Rom di via Triboniano:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Io la penso così, di Giovanni Fasanella
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
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Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
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