Leggi tutte le notizie su:
Nanni-Moretti
Imprudenti. Anzi, peggio: “Irresponsabili”. Non finiscono le polemiche in area “girotondina”. Dopo le accuse di populismo mosse da Veltroni e Avvenire, gli organizzatori della manifestazione di Piazza Navona convocata da ll’Idv hanno ricevuto anche le bordate di un altro big. A parlare è stato l’ideatore storico dei girotondini Nanni Moretti.
Che non ci ha pensato due volte a condannare Grillo e compagni. A Fiesole per ritirare il Premio “Maestri del Cinema”, il regista de Il Caimano si è detto “molto avvilito per quello che è successo in piazza Navona” e aggiungendo di essersi dispiaciuto “che tutto sia stato sporcato” e “che con gli interventi di Grillo e della Guzzanti siano stati oscurati gli obiettivi della manifestazione”.
Una scomunica netta senza se e senza ma, che vale doppio per la sua provenienza: dal regista che nel 2002 diede uno “schiaffo” ai dirigenti del centrosinistra, presenti sullo stesso palco: “Con questi non vinceremo mai”. A rincarare la dose ci ha pensato anche lo scrittore Andrea Camilleri, che in quella manifestazione ha letto cinque poesie contro Berlusconi, e che però ha definito certe uscite semplicemente come “fuori tema”.
A sei anni di distanza, neppure il più acceso antiberlusconismo è riuscito a tenere unito un fronte girotondino che sembra più spaccato che mai.
La risposta di Grillo? Immediata e tramite blog: “Le reazioni a Piazza Navona sono state unanimi. Se avessi attaccato solo Berlusconi sarebbe stato un trionfo della politica. Ho denunciato quindici anni di inciuci tra Forza Italia e Ds, ed è stato il trionfo dell’antipolitica”. Contrattacca così il comico genovese e replica alle critiche piovutegli addosso dopo il “No Cav. day” dicendo che “non è soltanto Berlusconi, è l’intera classe politica che non vuole farsi processare”. Il comico difende anche Antonio Di Pietro. “Veltroni intima a Di Pietro di ritornare nel ‘recinto intellettuale e riformistà a’ di sconfessare la piazza. Nel recinto ci sono tutti i sodali di Veltroni. Scalfari, Moretti, Maltese, Lerner. I suoi cani da guardia”.
Il VIDEO da YouTube con l’invettiva di Nanni Moretti del 2002:
- Tags: Anna-Finocchiaro, Antonio-Tajani, Bianca-Berlinguer, Claudio-Velardi, Fausto-Bertinotti, Francesco-Rutelli, giovanna-melandri, Luigi-Manconi, Marcello-Sorgi, Marco-Follini, michele-santoro, Nanni-Moretti, Piero-Fassino, scuola-privata, Vittorio-Cecchi-Gori
-
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_flickr_studio2.jpg)
di Romana Liuzzo
Dagli scranni del Parlamento o dalle poltrone dei talk-show esaltano la scuola pubblica, la celebrano come unica fonte del sapere democratico e chiedono di tagliare (e tagliano) i finanziamenti statali alla scuola privata. Poi, però dove mandano i loro figli? Nelle più prestigiose scuole a pagamento, con rette non certo accessibili a tutti. Sono i politici del centrosinistra e vip di area, girotondini e imprenditori radical chic, che non si fermano di fronte alle file per poter accedere in questi istituti a cinque stelle.
Raccontano alcune madri del San Giuseppe De Merode, scuola privata, rigorosa, cattolica, che il ministro per i Beni culturali, Francesco Rutelli, ha fatto di tutto per inserire ad anno iniziato una delle figlie nelle splendide aule con vista su piazza di Spagna. Raccontano pure che una delle signore in questione, la cui erede non era stata accolta per numero chiuso (30 al massimo), non abbia affatto gradito di sentirsi scavalcata. E pare sia successo il putiferio.
Intanto, mentre l’ex sindaco di Roma insediava la giovane rampolla (il primogenito Giorgio ha studiato dai gesuiti), Antonio Tajani, la cui famiglia al San Giuseppe va da generazioni, dopo le scuole medie ha deciso di spostare il figlio per mandarlo in un liceo statale ai Parioli («Si trova benissimo» spiega l’europarlamentare di Forza Italia).
Rutelli non è il solo: Nanni Moretti, l’ultimo leader dei girotondini, dopo aver invitato Massimo D’Alema e gli altri compagni a dire «qualcosa di sinistra», ha iscritto il proprio bimbo in un’esclusiva scuola anglo-americana, l’Ambritt, frequentata solo da ricchi rampolli dell’alta borghesia. Idem per Claudio Velardi, ex golden boy del governo D’Alema: il figlio ha frequentato la scuola americana.
Marco Follini, neoresponsabile della comunicazione del Partito democratico, ha iscritto il proprio discendente, seguendo le procedure, nella scuola dei fratelli salesiani in pieno centro, a Roma. E al richiamo radical chic non ha saputo resistere nemmeno l’ex ds, ministro allo Sport, Giovanna Melandri. Per la sua progenie è stato ritenuto adeguato l’istituto San Giuseppe di via del Casaletto. Anche questo ambitissimo. Gestito da amorevoli suore.
Istruzione a pagamento anche per Anna Finocchiaro, ex ministro per le Pari opportunità , uno dei 45 membri del comitato nazionale per il Partito democratico: le due figlie vanno in un istituto a Catania.
Mettersi in fila, prego. L’attrazione della sinistra per la scuola privata non è roba di oggi: anche Piero Fassino ha studiato dai gesuiti. E chi avrebbe mai detto che un nonno di cognome Bertinotti andasse a prelevare i propri nipoti in uno degli istituti più chic di Roma, a gomito a gomito con la fondatrice del Manifesto, ex deputata e scrittrice di sinistra, Luciana Castellina?
Politici ma anche giornalisti, tutti attirati come calamite dagli istituti a cinque stelle. Qualche esempio? Michele Santoro ha optato per il francese Chateaubriand. Il giornalista di Anno zero è in ottima compagnia. È francese e privata la scuola scelta dalla giornalista del Tg3, Bianca Berlinguer, per la bambina avuta dal sociologo Luigi Manconi. Lo stesso vale per molti altri fanciulli con genitori dalle spiccate tendenze a sinistra: da quelli dell’imprenditore Alfio Marchini a quelli dell’ex direttore della Stampa Marcello Sorgi, fino a quelli dell’ex senatore ulivista Vittorio Cecchi Gori. Noblesse oblige.
- Tags: beppe-grillo, blog, Casta, elezioni, Fausto-Bertinotti, Gian-Antonio-Stella, girotondini, grillini, Ligabue, Marco-Travaglio, Nanni-Moretti, palazzo, parlamentari-condannati, Pd, piazza, privilegi, Report, Sabina-Guzzanti, satira, Sergio-Rizzo, sinistra, V-boy, Vday, Walter Veltroni
-

Sono giovani. E molto incazzati: “Se non sei figlio di qualcuno in questo Paese non ce la fai” dice Andrea Palamara, 25 anni, neolaureato in scienze politiche di Erba e organizzatore lombardo dei “vaffa-boys”. “Mi impegno perché i politici sono di bassissimo livello. Non sono classe dirigente. E soprattutto perché sono tanto vecchi: non sanno cosa sia un blog o il meet up”. Proprio il meet up, cioè l’incontro in rete, è quello che ha trasformato il “Grillo-boy” in “vaffa-boy”. Il grillismo fino a un anno e mezzo fa era solo un blog di successo. Il salto di qualità è arrivato grazie all’utilizzo dello strumento “meet up”, con la possibilità per i fan del comico genovese di aggregarsi su siti propri, organizzati con un criterio territoriale. Così il giovane “grillino”, da lettore e commentatore del beppegrillo.it è diventato soggetto politico. Gli animatori dei meet up territoriali vanno a parlare con i sindaci, si muovono su piccoli obiettivi locali, dalla Tav all’emergenza rifiuti.
Mario Adinolfi, il 36enne blogger candidato alla segreteria del Partito democratico, spiega: “Già nel 2001 mi candidai con il simbolo della chiocciola internettiana a sindaco di Roma, perché si capiva che il web mobilita; ora Grillo e i grilliani scoprono che la rete non è solo uno strumento di comunicazione, ma un modello politico totalmente nuovo: la democrazia diretta. Che riesce a saltare la mediazione del politico di professione”.
Ma chi è il V-boy? Elio Veltri (qui il suo intervento al V-Day di Milano), che sta organizzando la discesa in campo della Lista civica nazionale per il 6 ottobre a Roma e che si sente un po’ la chioccia di questo movimento, sostiene che sono giovani dai 20 ai 35 anni, spesso con un lavoro precario, o cinquantenni che “sperano che l’Italia non sia ancora morta”. “Non ho raccomandazioni” dice ancora Palamara. “Mi cercherò un lavoro in una ditta di pulizie”.
Il V-boy è contro la legge Biagi. E ha due bibbie: il libro-testimonianza di Grillo Schiavi moderni, che in agosto ha ricevuto il plauso del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano (chissà se è pentito?), e quello di Michela Murgia, una giovane 34enne sarda, che in un best-seller agrodolce, Il mondo deve sapere, ha raccontato il dramma quotidiano, non privo di elementi grotteschi, di un lavoratore di un call center.
Il V-boy ama Oliviero Beha e Marco Travaglio, due giornalisti che sparano indifferentemente sia contro la destra sia contro la sinistra. Ed è molto deluso, come Palamara, dal presidente della Camera Fausto Bertinotti: “Uno che ha predicato la rivoluzione per trent’anni e poi è diventato presidente della Casta”. E proprio <em>La Casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo e Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villone, sono i due saggi che il grillino ben informato conosce quasi a memoria, e cita spesso.

Il V-boy odia i giornali “perché sono tutti uguali”, ma gli piace la rivista Internazionale “perché” scrivono nelle webdiscussioni “leggendo quello che avviene negli altri paesi capiamo che da noi è ora di cambiare” e preferisce andare direttamente sui siti internet a cercare informazioni, magari scambiando idee sui blog. È grande appassionato di Dagospia, sito tradizionalmente irriverente con il potere.
Pur facendo parte della generazione di internet non disdegna cinema, musica e teatro: gli piacciono Ligabue (definito “impegnato, ma ruspante”), i comici alla Sabina Guzzanti e l’iconoclasta della parola Alessandro Bergonzoni, ma pure i monologhi amari di Ascanio Celestini. Considera ormai vecchio e superato Nanni Moretti, legato all’archiviata e inconcludente stagione dei girotondi. E in televisione professa un vero culto per le inchieste della trasmissione Report, su Raitre, ideata da Milena Gabanelli.
- Tags: girotondi, Massimo D'Alema, Nanni-Moretti, Pancho-Pardi, Partito-Democartico, roberto-colaninno, Sabina-Guzzanti, Silvio Berlusconi, Telecom, Tronchetti-Provera, Ulivo
-
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10027/normal_berlusconi_prodi.jpg)
Insomma, diciamolo. C’è un problema Telecom? Ma no: c’è un problema Berlusconi. E dunque il popolo della sinistra (soprattutto quella girotondina) non ha pace. E come dargli torto. Sventato lo sbarco imperialista tex-mex, con la ritirata dell’At&t, chi si profila? Il Cavaliere. Alleato con Roberto Colaninno. Che già prese la Telecom sotto gli auspici di Massimo D’Alema: il leader Ds più odiato dalla base della Quercia (ma non dai vertici e dall’apparato).
Dunque è semplice: si torna all’odioso periodo della bicamerale. Fossimo nel calcio, diremmo alle torte. Colaninno-Berlusconi all’assalto di Telecom, via D’Alema? Sabina Guzzanti è sconcertata: “A questo punto ci lascia solo qualche pizzeria e poi s’è comprato tutto”. Non solo: “Se l’operazione andasse in porto il governo Prodi sarebbe gravemente responsabile. E anche qualche organo d’informazione che ha fatto diventare centrale la questione delle coppie di fatto dimenticandosi del conflitto d’interessi”. Capito il complotto? “Esterefatta” è Rosetta Loy, scrittrice. Anche lei punta l’indice sul governo di sinistra. Franco Cordelli, critico teatrale, ha “un cattivo pensiero”. Questo: “Siccome non si fa il partito democratico, Berlusconi vogliono continuare a tenerselo buono. Manovre finanziarie partorite da una politica oligarchica”. Scandalo anche per il regista Marco Bellocchio: “Il palazzo della politica decide con sprezzo della coerenza e senza provare un briciolo di vergogna per non avere approvato una microlegge come quella sui Dico”. Qui chiaramente si apre una crepa tra Bellocchio e Guzzanti. Ma subito il fronte torna a compattarsi: Lidia Ravera è sicura che “la sinistra fa mettere le mani di Berlusconi su Telecom. Cosa devo pensare?”.
Già , cosa pensare? In attesa dello sbarco in forze di Dario Fo-Franca Rame, del risveglio di Pancho Pardi, e naturalmente del grande ritorno di Nanni Moretti, che pensare di un’azienda “strategica” che ha molti debiti e zero strategie? Che non ha mai ripagato i piccoli azionisti ma ha distribuito le stock option ai grandi? Meglio così che il Cavaliere? Ma non era Berlusconi, “ottimo come imprenditore, pessimo come premier? (lo disse Fausto Bertinotti, ndr)”. Intanto aggiungiamo doverosamente che è l’azionista di controllo di Fininvest, Mediaset, Mondadori e dunque anche di Panorama.it. Soprattutto, però, è uno dei pochi (pochissimi) che ha i soldi per tenere la Telecom in Italia.
Un male o un bene se sbarca, assieme ad altri, nella telefonia ex pubblica? Per mesi la politica di sinistra ha vagheggiato un altro scenario: i servizi Telecom in mano alle banche: magari una prodiana, come l’Intesa-San Paolo, ed una un po’ diessina, come l’Unicredito o Monte dei Paschi; e la rete che ritorna direttamente allo Stato. O, in subordine, un alleato europeo a garantire, chissà perché, la famosa italianità : Telefonica (zapaterista?) e France Telecom, che se poi all’Eliseo ci andasse Ségolène Royal sarebbe il massimo.
Due soluzioni che hanno un difettuccio: neppure l’ombra di un industriale italiano. Quanto alle banche, le loro strategie si sono viste all’opera nella Fiat pre-Marchionne e nella stessa Telecom di Marco Tronchetti Provera. Senza contare che forse dovrebbero pensare un po’ di più ai clienti allo sportello.
E dunque? Logico, a proposito di Berlusconi, evocare il conflitto d’interessi. Sarebbe utile però sapere quale modello industriale ha in mente il fronte intellettual-girotondino: l’Alitalia? Le Ferrovie? Allora, è un male o un bene se il Cavaliere si prende la Telecom? Massì, diciamolo: la sinistra sotto sotto è contenta. Un po’ acciaccato il governo Prodi, ecco profilarsi un nuovo fronte.
Il Grande Nemico è ancora alle porte, tornano i girotondi. E poi c’è sempre Vodafone, notoriamente equosolidale.