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Napolitano

Lega Nord di nome e di fatto. Il Carroccio non è andato in ferie quest’anno e le camice verdi, invece di “fare una pennica lunga almeno venti giorni”, come prescriveva ai parlamentari il filosofo Lucio Colletti (che aggiungeva, però, “così non rompono le p…”), si sono date da fare anche a Ferragosto.
Eccome. Le “sparate” della Lega hanno fatto infuriare - e continuano a farlo - alleati e oppositori, ormai frastornati dal muro di fuoco padano. Bandiere e inno regionali, dialetto a scuola e nella Costituzione e, soprattutto, il ritorno delle gabbie salariali. Questi alcuni dei tormentoni dell’estate, ma gli uomini del Carroccio passano subito anche ai fatti.
Soprattutto nei piccoli comuni governati dai “sindaci sceriffi”. Come il sindaco leghista di Varallo, piccolo paese del Vercellese, Gianluca Buonanno che ha vietato con un’ordinanza il “burkini”, il costume da bagno per le donne musulmane che lascia scoperti solo i piedi, le mani e il viso. O come a Capriate, paesino del Bergamasco, dove la giunta leghista ha vietato l’apertura di kebabbari e simili nel centro storico, come ha fatto alcuni mesi fa Lucca.
Non è finita. Fra due anni si festeggeranno i 150 anni dell’unità d’Italia. E già iniziano le polemiche.
L’appello di Napolitano. Il governo risponde
Il presidente Napolitano non ha dubbi: i tempi per la preparazione delle celebrazioni dei 150 dell’Unità d’Italia sono stretti. Mancano due anni e il governo deve rimboccarsi le maniche. E il Pdl risponde, soprattutto gli ex di An, come il ministro della Difesa, Ignazio La Russa: “Fa bene il presidente della Repubblica a stimolare il governo, perché non c’è più tempo da perdere. Dico a Bondi: sono a disposizione, dò la mia piena disponibilità, sia personale sia come Forze Armate”. Si aggiunge un altro ex An, il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli: “Il presidente Napolitano è giustamente sensibile e attento, come lo siamo noi nel governo, alle questioni legate a questa celebrazione”. Ma per la celebrazione ci vogliono i soldi. Come reperirli, ci ha pensato il ministro Scajola: dai fondi regionali Fas. Intanto, da palazzo Chigi ricordano che già prima della pausa estiva si era affrontata la questione e a proposito era stato dato mandato allo stesso premier ed al ministro Bondi di elaborare un piano alternativo.
Le spallate della Lega
Ma se Pdl e Napolitano pensano all’Unità d’Italia, le spallate contro la manifestazione vengono proprio dagli alleati leghisti. Ha iniziato il fuoco il Senatùr, durante le vacanze ferragostane, dalla sua “residenza estiva” a Ponte di Legno, in Val Camonica. “L’inno di Mameli non lo conosce nessuno, meglio Va’ Pensiero“. Poi tutti gli altri, contro gli sprechi per una manifestazione che, dicono i leghisti, non serve. “Sì a un’opera simbolica, no a mille marchette”, avverte il ministro Roberto Calderoli. “Sarebbe come festeggiare la disunità d’Italia, con il vecchio modo di far politica che ha distrutto il paese”.
Sulla stessa linea il capogruppo alla Camera, Roberto Cota. “In un momento come questo vanno evitate le celebrazioni enfatiche e le spese inutili. Altre sono le priorità e le esigenze della gente”. Più conciso l’eurodeputato Mario Borghezio: “La mia ricetta è proprio quella di non spendere una lira“.
Dialetto per tutti
Intanto, il Carroccio insiste sui dialetti che dovrebbero essere riconosciuti nella Costituzione. Ancora Calderoli. “Vogliamo che l’italiano venga inserito come lingua ufficiale nella Costituzione, cosa che non è mai stata fatta, e tutelato dai troppi termini inglesi e dal dialetto romanesco che lo stanno snaturando. Allo stesso tempo bisogna farsi carico di quelli che vengono inopportunamente chiamati dialetti. Non ci vedo nulla di eversivo nel ricordare che la lingua italiana è stata creata artificialmente”.
Per rendere tutto più “normale”, si dovrebbero fare, ha proposto Luca Zaia, anche delle fiction in dialetto: “Capri in napoletano, Il Commissario Montalbano in siciliano, Gente di Mare in calabrese, Nebbie e Delitti in emiliano, Cuori rubati in piemontese, Un caso di coscienza in friulano. La Lega esorta la Rai a mandare in onda le fiction di grande ascolto in dialetto con i sottotitoli, oppure per chi ha la televisione in digitale, di aggiungere al canale audio anche la versione dialettale”, ha detto il ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, a Klauscondicio. “Potrebbe essere davvero un bel servizio” aggiunge il ministro “la fiction deve essere un canale anche attraverso il quale viene promossa la cultura regionale“.
All’insegna della lingua locale (da sempre il cavallo di battaglia leghista) anche la polemica, divampata a luglio in commissione cultura, sulla necessità d’introdurre nelle selezioni per i docenti una valutazione sulla conoscenza della cultura regionale. E al rientro dalle vacanze (altrui: come detto i leghisti d’agosto sono sul campo) gli onorevoli si troveranno sui banchi il titolo della proposta di legge (datata 18/12/2008) di Pierguido Vanalli, deputato e sindaco di Pontida: “Introduzione dell’articolo 107-bis del codice civile per la celebrazione di matrimoni in lingua locale“.
E a Napoli sbeffeggiano Bossi
Ma chi di dialetto ferisce, di dialettto perisce… E mentre in Padania il Carroccio spara contro l’Unità d’Italia e difende i dialetti, al Sud si trova il modo di scherzare sul pensiero di Umberto Bossi. Come ha fatto Il Mattino, prestigioso quotidiano partenopeo, che ha tradotto dispacci Ansa con le dichiarazioni del Senatùr sull’Inno di Mameli e il Va’ Pensiero. “Quanno cantammo l’inno nuosto, O Ca Penziero, tutte quante ‘o cantano pecché ‘e pparole ‘e ssanno tutte quante, no comme a chillo italiano ca nun ‘o sape nisciuno. Si tutto nu popolo, meliune e meliune ‘e perzune, sanno ‘o Va Penziero e ‘o cantano cu piacere, vò ricere ca int’o core d’a gente sta cagnanno tutte cose, anze tutt’è cagnato già“. E sotto le pendici del Vesuvio Roma ladrona diventa Roma mariuola. “Chille ra parte ‘e coppa, ‘e ll’alta Italia, so vinte, trenta meliune ‘e perzune, simmo brava gente (…) Nun vaco a fa o penziunato e nun levo mano si nun aggio luvato ‘a gente nosta ‘ a sott’ a Roma mariuola”.

Uno scherzo del destino. Rosario Gambino, 67 anni, boss italo-americano (ma senza cittadinanza Usa) indagato a suo tempo dal giudice Giovanni Falcone nell’inchiesta “Pizza Connection“, latitante dal 1980 e in carcere per 22 anni negli Stati Uniti, è arrivato in Italia oggi. E’ atterrato a Fiumicino poco prima delle 9, accompagnato da quattro funzionari del Servizio Centrale Operativo (Sco). Espulso. Nel giorno in cui si commemorala strage di Capaci che 17 anni fa si portò via la vita del magistrato simbolo della lotta antimafia, della moglie e della scorta. Il mandato di cattura firmato da Falcone è stato notificato a Gambino, che è già stato trasferito a Rebibbia.
Questa mattina la figura del giudice è stata commemorata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha deposto una corona di fiori davanti la lapide delle vittime di Cosa nostra che si trova dentro la caserma “Lungaro” di Palermo. Erano presenti il presidente del Senato, Renato Schifani, e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ha detto: “500 chili di tritolo non sono riusciti a cancellarlo dalla nostra memoria”.
Alla cerimonia hanno partecipato anche, tra gli altri, il capo della polizia, Antonio Manganelli, il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo e il sindaco di Palermo, Diego Cammarata. Il presidente si è poi recato in un altro luogo simbolo della lotta a Cosa nostra, l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo, dove si svolse il maxi-processo alle cosche siciliane, con Falcone e Paolo Borsellino in prima linea, dove erano presenti anche la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il ministro della giustizia Angelino Alfano.
“Mai come in momenti come questo, uniti nel ricordo incancellabile di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le altre vittime della mafia sentiamo di essere una nazione”, ha detto il presidente della Repubblica nell’aula bunker di Palermo. ”Li onoriamo e li ammiriamo” riferito a Falcone e Bosellino, “come autentici eroi di quella causa della legalità, della convivenza civile, della difesa dello Stato democratico con la quale si erano identificati e come costruttori di un più valido presidio giuridico e istituzionale di fronte alle sfide della criminalità organizzata”. Napolitano ha voluto poi lanciare un segnale non troppo sibillino sul dibattito innescato giovedì dal presidente del Consiglio con le sue parole all’assemblea di Confindustria: nella lotta contro la mafia, ha detto, “contano la crescita della coscienza critica e della fiducia nello Stato di diritto”, e ha sottolineato che essa ”può rafforzarsi solo in un clima di rispetto in ogni circostanza degli equilibri costituzionali da parte di tutti coloro che sono chiamati ad osservarli”. Alla commemorazione è intervenuta anche la sorella di Falcone, Maria, che nel suo intervento ha parlato di ”caduta del mito dell’impunibilità della mafia” e ha evidenziato come quest’anno sia stato scelto come tema centrale dell’appuntamento quello del lavoro e dello sviluppo. ”Fare sviluppo economico legale in Sicilia significa fare antimafia”, ha detto. Il ministro Angelino Alfano ha ricordato l’importanza del maxiprocesso alla mafia istruito da Falcone proprio in quell’aula. ”All’epoca ero in collegio. Per tutti fu un shok mediatico vedere i bos rinchiusi nelle gabbie. Dopo l’attività istruttoria del pool antimafia nessuno poté più dire che la mafia non esisteva. Tutti i killer che, allora, erano al bunker ora sono al 41bis”.

I lavoratori del Tribunale di Milano, stanchi di sentirsi etichettare come “fannulloni” hanno deciso di autoconvocarsi e rivolgersi direttamente al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano attraverso una lettera aperta firmata da 200 di loro, nella quale espongono la loro posizione e soprattutto chiedono al Capo dello Stato di difendere la loro dignità di lavoratori. “Noi non abbiamo nulla contro il ministro Brunetta per la sua crociata contro i fannulloni, e siamo i primi ad ammettere che ci sono” ci dice uno dei lavoratori, Mimmo Silipigni. “Quello che non accettiamo è la generalizzazione che porta a un certo malcontento da parte della società civile nei confronti di chi ogni giorno si reca sul luogo di lavoro per svolgere il proprio dovere.” Nella lettera a Napolitano i lavoratori ricordano che da anni sono costretti a lavorare in condizioni a dir poco disagiate senza che gli venga riconosciuto alcun merito e senza gli strumenti adatti a compiere adeguatamente le proprie mansioni. “Per dimostrare la nostra volontà al dialogo” continua il lavoratore “siamo pronti a invitare al Palazzo di Giustizia di Milano lo stesso ministro Brunetta così che si possa rendere conto di persona della situazione, e” aggiunge “non cerchiamo l’appoggio e la solidarietà di nessuno, né quella dei sindacati né quella dei giudici con i quali condividiamo quotidianamente il lavoro, perché poi si finirebbe col discutere della separazione delle carriere dei magistrati e della riforma dei Codici.” Loro, i lavoratori del Tribunale, questa volta non sono più disposti a ritornare nell’anonimato anzi a essere chiamati fannulloni.
Leggi il testo della lettera a Napolitano
Signor Presidente della Repubblica,
Siamo i lavoratori degli Uffici giudiziari di Milano e, come tutti, stiamo attraversando enormi difficoltà alle quali si aggiunge un profondo malessere per il modo nel quale veniamo presentati all’opinione pubblica (dipendente statale = fannullone ).
Ci siamo autoconvocati e attivati perché, di questi tempi, chi non conquista uno spazio mediatico rimane senza voce.
Le chiediamo di essere la nostra voce, come cittadini e come lavoratori che rendono concreto l’operare del Potere Giudiziario, uno dei tre pilastri su cui poggia la Costituzione di cui Lei, Signor Presidente, è custode e garante.
In primo luogo è necessario che venga chiarito un enorme equivoco: non è nelle aule dei Tribunali che si decide cosa è giusto o cosa è sbagliato, né si stabilisce come punire i reati. Ciò è previsto dai Codici che sono emanati dal Parlamento, il luogo dove si esercita la sovranità dei cittadini.
Non è l’inefficienza o la negligenza dei lavoratori della Giustizia che determinano le lungaggini del processo, ma i Codici che regolano le procedure - spesso molto complesse - di tutta la macchina della giustizia.
Nessuno ha informato l’opinione pubblica che negli ultimi anni sono state più volte cambiate dette procedure con un esponenziale aumento degli adempimenti a nostro carico, il tutto a fronte di:
· nessuna formazione che, specie in un settore così delicato, ciascuno di noi è costretto ad acquisire anche per non incorrere in sanzioni disciplinari o più gravi;
· una continua riduzione delle risorse umane e finanziarie che, al contrario, vanno proporzionalmente aumentate;
· nessuna crescita professionale - sebbene una sempre maggiore competenza acquisita nel corso degli anni - per noi lavoratori della Giustizia, gli unici nel settore pubblico a non avere avuto un processo di riqualificazione nonostante questo fosse previsto dal contratto firmato il lontano 5 aprile 2000.
Signor Presidente, in questo momento di generali incertezze e sacrifici, sentiamo il dovere di richiamare la sua autorevole attenzione a un impellente bisogno di verità, nel timore che una valutazione superficiale e poco obiettiva del nostro operare possa radicare nei cittadini una convinzione errata sulle nostre responsabilità e offrire lo spazio a frettolosi luoghi comuni che inducono qualcuno a ledere pubblicamente e ingiustificatamente anche il nostro onore e la nostra dignità.
In democrazia ogni cambiamento è legittimo, ma vuole verità, chiarezza e trasparenza.
La nostra tristezza e la nostra indignazione ora cedono il passo a un grande senso di responsabilità verso la Casa comune in cui ci riconosciamo e che Lei, anche come uomo, ha fortemente voluto, certi che lo saprà cogliere e fare Suo.
Con rispetto ed affetto.
Milano, 27 marzo 2009
I lavoratori degli Uffici Giudiziari di Milano

Dopo gli avvenimenti degli ultimi due giorni, la polemica intorno al caso di Eluana Englaro continua ad accendere gli animi e si estende in politica a uno scontro istituzionale totale, con il premier Silvio Berlusconi che torna sulle sue frasi di ieri (”la Costituzione scritta sotto l’influenza sovietica”) e puntualizza: ‘Ho giurato sulla Costituzione, la rispetto. E’ la prima legge alla base dello Stato. Non ho mai pensato di attaccarla. Ma non è un moloch e può evolvere con i tempi”. Poi, durante l’inaugurazione del passante di Mestre, attacca la sinistra: “mistificate le mie parole: io quando ho detto che la Costituzione poteva essere cambiata mi riferivo ad un passaggio dell’articolo 77″. Sullo stop all’alimentazione della donna, il premier ha affermato: “In assenza di una legge, si tratta di una condanna a morte”.
Parallelamente a Udine prosegue l’applicazione del protocollo sanitario, con l’alimentazione alla donna sospesa già da tre giorni, come ha dichiarato il medico Carlo Defanti. I carabinieri dei Nas, che ieri pomeriggio hanno ispezionato sino a tardi la clinica “La Quiete”, hanno rilevato alcune irregolarità amministrative nel ricovero della Englaro e domani il loro rapporto sarà consegnato al procuratore di Udine Antonio Branciardi e alla Asl. Nella relazione si legge che “la stanza andava certificata per essere idonea a ospitare una persona per la quale c’era da applicare un protocollo che prevedeva il distacco dell’alimentazione”. La direzione della clinica però smentisce le presunte irregolarità con un comunicato. ”Certo che noi andremo a visitarla, almeno io lo ritengo giusto nel momento in cui fosse ripristinata l’alimentazione e l’idratazione. Il tutto in una condizione di regolarità che comunque deve essere sanata” così ha risposto il ministro del Welfare Sacconi ai giornalisti che gli chiedevano un commento all’invito di ieri di Beppino Englaro, rivolto però esclusivamente a Berlusconi e Napolitano.
Del caso si occupano anche i giornali stranieri: in un’intervista pubblicata oggi sullo spagnolo “El Paìs“, Beppino Englaro dice che “Non è stato accelerato il protocollo per la morte di Eluana, il nostro unico interesse è fare tutto nella legalità”, e che “questa storia è sempre stata netta, chiara, limpida. E’ questo che gli dà fastidio”. E sull’intervento diretto di Berlusconi commenta: “E’ curioso che si muova proprio adesso, nel 2004 gli scrissi una lettera e non ottenni risposta, per questo mi sono rivolto ai giudici”.
L’ufficio stampa di Palazzo Chigi ha rilasciato una nota in cui dice di “non avere notizia” di una richiesta di intervento da parte del signor Englaro.
La polemica politica Le parole di Berlusconi sulla Costituzione hanno suscitato la reazione dei democratici, con Walter Veltroni che ha invitato il premier a “inchinarsi” davanti alla Carta su cui ha giurato. Contro il governo si schiera anche Giulio Andreotti, che in due interviste a Corriere e La Stampa sostiene “sbagliata” la decisione di procedere per decreto legge, sostiene Napolitano e dichiara che la Costituzione “è buona ancora per cinquant’anni”. Alla domanda su come si comporterà da cattolico praticante, Andreotti risponde che “davanti a certi drammi la politica deve rimanere sulla porta, il governo non doveva impicciarsi”. Anche Pierferdinando Casini, pur favorevole al decreto nel caso di Eluana, attacca il capo dell’esecutivo: “La Costituzione certamente è frutto di un’intesa fra diverse ideologie, ma personalità come De Gasperi e Moro hanno fatto un buon lavoro e non direi che hanno fatto una Costituzione filo-sovietica”. Il Pd ha intanto annunciato una manifestazione per il 10 febbraio alle 18 in piazza Santissimi Apostoli a Roma, in cui prenderà la parola solo Oscar Luigi Scalfaro, a difesa della Costituzione. Nel centrodestra le uniche voci critiche restano quelle di Benedetto Della Vedova e Gianfranco Fini. Il presidente della Camera non ha più parlato dello scontro istituzionale da venerdì, ma sul web-magazine della sua fondazione “Fare Futuro” è apparso oggi un articolo eloquente che si conclude così: “Gianfranco Fini è l’unico, a destra, che in questo momento sta rappresentando quei milioni di italiani, cittadini, che votano a destra, che si sentono di destra, ma che non ce la fanno a fare di questa tragica vicenda una battaglia ideologica”.
In parlamento invece potrebbe arrivare un sostegno imprevisto al Ddl presentato venerdì dal governo e la cui discussione è stata programmata con urgenza dai presidenti delle camere: Antonio Di Pietro, che solo tre giorni fa mandava una lettera al Quirinale accusando l’esecutivo di “nazifascismo”, avrebbe dato indicazione ai propri parlamentari di votare “sì” al Ddl, “per salvare la vita della ragazza”.
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Scritte contro Beppino Englaro sono apparse a Udine fuori dalla clinica “La quiete”
“Eutanasia”. Silvio Berlusconi non torna indietro, la battaglia con il Colle ormai è avviata, anche se il premier nega di “aver voluto uno scontro istituzionale”. La lettera del Quirinale arrivata ieri in Cdm, dice Berlusconi, a Cagliari in campagna elettorale, ”era piena di contenuti con riferimenti a tratti e leggi che a nostro avviso trascuravano la verità su questo caso, che è quello di una vita umana a rischio. La lettera conteneva anche una implicazione grave di una eutanasia introdotta nel nostro ordinamento senza una disposizione di legge”. Una posizione assolutamente in linea con quella vaticana, con le voci della chiesa anche oggi molto forti sul caso della donna in coma irreversibile da 17 anni. Intanto a Udine sono arrivati gli ispettori del ministro Sacconi, che hanno acquisito documenti della clinica “La quiete”. Nel pomeriggio anche i carabinieri dei Nas di Roma e un consulente della Procura di Udine hanno ispezionato i locali. Ma i medici vanno avanti con il protocollo medico di interruzione dell’alimentazione. “Non credo che gli ispettori inviati dal ministro del Welfare abbiamo facoltà di bloccare il protocollo stabilito dal decreto della Corte d’Appello di Milano”. Così ha commentato l’avvocato della famiglia Englaro, Giuseppe Campeis.
Berlusconi contesta apertamente il Capo dello Stato. “La sua lettera” dice, “non era segreta ma indirizzata al Consiglio dei Ministri”. ”Purtroppo, come vedete, c’erano dei requisiti di necessità e urgenza assolutamente incontrovertibili”. Così il premier ha risposto ai cronisti che a proposito del caso Englaro gli chiedevano un commento sul fatto che sia ormai iniziato il protocollo medico.
”Per questo motivo - ha aggiunto - il governo ha ritenuto necessario di intervenire con lo strumento del decreto legge che comunque va al vaglio del Parlamento che puó cambiarlo o anche bocciarlo”. ”Il governo - ha proseguito - ha ragionato sulla base della sua propria responsabilità riconosciuta dalla Costituzione per vedere se era il caso di prendere questo provvedimento”. Berlusconi ha poi anche attaccato i medici della clinica di Udine “La quiete”: “francamente mi lascia stupito che dei professionisti, dei medici che sono votati a salvare la vita umana, possano invece impegnarsi in una azione che porta sicuramente alla morte, anche attraverso delle crudeltà come quella di privare ad un organismo umano l’alimentazione e la nutrizione”.
Il capo del governo sembra quindi sempre piú deciso a occuparsi della vicenda, dopo il suo silenzio dei giorni scorsi. Non solo, nel pomeriggio ha dichiarato che se si trovasse al posto del signor Englaro “se uno dei miei figli fosse lì, vivo, e, mi dicono, con un bell’aspetto e delle funzioni, come il ciclo mestruale, attive, non me la sentirei proprio di staccare la spina”. Parole alle quali Beppino Englaro ha risposto invitando il premier e il Capo dello Stato “a venire a vedere di persona e privatamente, delle condizioni effettive di mia figlia Eluana, su cui si sono diffuse notizie lontane dalla realtà che rischiano di confondere e deviare ogni commento e convincimento”.
Il Ddl che riprende i contenuti del decreto rifiutato ieri da Napolitano sarà discusso in Senato già lunedì per volontà del presidente Schifani. Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha deciso di convocare la conferenza dei capigruppo di Montecitorio lunedì pomeriggio o martedì mattina, con all’ordine del giorno l’esame del disegno di legge del governo sul caso Englaro. Un impegno gradito in Vaticano: oggi il Papa ha voluto ribadire “l’assoluta e suprema dignità di ogni vita umana”, anche “quando è debole e avvolta nel mistero della sofferenza”. Mentre il capo della Cei Angelo Bagnasco si esprimeva con queste parole su “Avvenire”: “L’Italia è più buia che mai, questo è un omicidio”. Su opinioni opposte l’Unione degli Atei che parla di “Situazione da Franchismo spagnolo”. Da parte sua, il presidente della Repubblica si è espresso pubblicamente in serata, dicendo che “la solidarietà” e la autorità morale in certi casi “non sono monopolio di nessuno”, così come “la fine della vita”. E si è appellato alla “fiducia e comprensione dei cittadini”. Questa mattina al teatro San Carlo di Napoli Napolitano è stato accolto da grida di “Viva la Costituzione!”. Mentre nel pomeriggio sono stati indetti numerosi cortei nelle città italiane a sostegno del Capo dello Stato: a Roma davanti a Palazzo Chigi e a Milano da piazza San Babila a corso Monforte. Dalla parte del Capo dello Stato si schiera l’opposizione, pur con i distinguo dei “Teodem” del Pd e dell’Udc, che criticano il governo per lo scontro istituzionale ma appoggiano il Ddl per “salvare” Eluana Englaro. ”Il presidente del Consiglio non si trattiene neanche davanti a casi umani drammatici, il suo sforzo di dire ‘qui comando io’ va avanti anche a costo di lesionare i pilastri della democrazia repubblicana”. Lo sostiene Pierluigi Bersani, intervenuto a Bologna all’assemblea dei sindaci del Pd, commentando lo scontro Governo-Quirinale.
Walter Veltroni rincara la dose: “Il tentativo di Berlusconi sulla vicenda di Eluana Englaro che prescinde dal merito drammatico della vicenda” serve, secondo il segretario del Pd, per usare la questione “come messa in crisi o in tensione del nostro sistema istituzionale. E’ un atto di totale irresponsabilità”.
Ma Berlusconi non nasconde di avere nel mirino la Costituzione, lo dice chiaramente in serata: “Serve un chiarimento” afferma, “anzi una revisione” della Carta: “vedremo se dovremo arrivare a quelle riforme della Costituzione che sono necessarie perché la Carta è una legge fatta molti anni fa sotto l’influenza della fine di una dittatura e con la presenza al tavolo di forze ideologizzate che hanno guardato alla Costituzione russa come a un modello da cui prendere molte indicazioni”. Parole alle quali Veltroni risponde poco dopo, dichiarando: “Berlusconi ha giurato fedeltà alla Costituzione e deve inchinarsi di fronte ad essa e al sacrificio di chi l’ha resa possibile”. Anche nel Pdl comunque lo schieramento non è così compatto come nel governo: l’aperta contrarietá di Fini alla strada intrapresa potrebbe pesare al momento del voto. Contrario alla scelta del governo si è dichiarato anche il deputato Benedetto della Vedova: “Per me, e credo per molti altri, cattolici e no, Beppino Englaro non è l’omicida, l’assassino di sua figlia. Per me e per molti altri è un padre che da 17 anni accudisce con amore e pietà il corpo irrimediabilmente inanimato della figlia. Beppino Englaro ha chiesto se la legge degli uomini consentisse di rispettare la volontà, da lei espressa in vita, di sospendere le terapie che ne prolungano inutilmente l’agonia e gli è stato risposto di si’ ”.
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“Siamo dinanzi a episodi raccapriccianti che vanno ormai considerati non come fatti isolati ma come sintomi allarmanti di tendenze diffuse che sono purtroppo venute crescendo. Rivolgo perciò un forte appello a quanti hanno responsabilità istituzionali, culturali, educative perché si impegnino fino in fondo per fermare qualsiasi manifestazione e rischio di xenofobia, di razzismo, di violenza”. Lo afferma, in una dichiarazione diffusa dal Quirinale, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con un riferimento indiretto alla vicenda dell’immigrato indiano gravemente ferito a Nettuno.
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Il papa saluta al suo passaggio per le vie di Roma (Ansa)
”Il Quirinale e il Vaticano non sono colli che si ignorano o si fronteggiano astiosamente”, invece ‘’simboleggiano il vicendevole rispetto della sovranità dello Stato e della Chiesa, pronti a cooperare insieme”. Con queste parole Benedetto XVI ha spiegato il senso della propria visita di oggi al Colle del presidente della Repubblica. Due anni fa fu Giorgio Napolitano, eletto da pochi mesi, ad attraversare il Tevere per incontrare il Papa in Vaticano. Oggi Joseph Ratzinger ha restituito la cortesia ed è salito al Quirinale. Per Benedetto XVI si tratta della seconda visita al Colle, ma nel giugno del 2005, quando vi si recò per la prima volta dopo la sua elezione a pontefice, il Capo dello Stato era Carlo Azeglio Ciampi. Dal 1939 (anno della prima visita di Pio XII a Re Vittorio Emanuele III) a oggi, le visite di un papa al Quirinale sono state solo otto. Nel tragitto Benedetto XVI, scortato dai corazzieri e accompagnato dalla delegazione vaticana su una berlina scura col tettuccio aperto, è stato salutato dal sindaco di Roma Gianni Alemanno. L’incontro con Napolitano è avvenuto poco dopo le 11, sul piazzale del Quirinale. La Guardia ha reso gli Onori Militari e la banda ha eseguito gli inni nazionali pontificio e italiano. La bandiera pontificia è stata issata sul Torrino. Il presidente ha ricevuto l’ospite nello studio della Vetrata. Il colloquio, cordiale e in forma privata, è durato circa mezz’ora. Contemporaneamente nella sala Napoleonica del palazzo si sono incontrati il presidente del Consiglio Silvio Brelusconi e il segretario di Stato Vaticano mons. Tarcisio Bertone. Nelle due delegazioni anche il ministro degli esteri Frattini, il sottosegretario Gianni Letta e il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei.Il giorno scelto dal Papa per la sua visita non è casuale: oggi è San Francesco, patrono d’Italia.
E proprio al frate di Assisi ha fatto riferimento il Papa nel suo discorso: ”La missione della Chiesa pure nel suo rapporto con la società civile è la stessa di san Francesco”: anche in tempi di ”profonde e sofferte mutazioni” ‘’si impegna per una società fondata sulla verità e la libertà, rispetto della vita e dignità umana, giustizia e solidarietà sociale”. Ratzinger ha chiesto che venga prestata ”particolare attenzione verso i poveri e gli emarginati, i giovani in cerca di occupazione e chi è senza lavoro, le famiglie e gli anziani che con fatica e impegno hanno costruito - ha detto - il nostro presente e meritano per questo la gratitudine di tutti”. ”Non vi è ragione di temere una prevaricazione ai danni della libertà da parte della Chiesa e dei suoi membri i quali peraltro - ha ricordato il Papa nel discorso al Quirinale - si attendono che venga loro riconosciuta la libertà di non tradire la propria coscienza illuminata dal Vangelo” ovvero di partecipare al dibattito pubblico. Dal canto suo, il presidente della Repubblica ha ringraziato Ratzinger per la sua presenza e ha fatto riferimento al “costante e vigile richiamo” della Chiesa “ai principi di giustizia nella distribuzione della ricchezza e nelle opportunità di sviluppo”. Il presidente ha poi rimarcato, in relazione anche ai fatti di cronaca negli ultimi giorni, le parole di Benedetto XVI sulla solidarietà e sul “superamento del razzismo”.