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Immagine porto di Gioia Tauro- Lapresse
La Provincia di Reggio Calabria ha vinto. E davanti alla sentenza del Tribunale di Palmi, esulta: la ‘ndrangheta di Gioia Tauro dovrà risarcirla con 9 milioni di euro. Lo ha deciso il giudice Claudio Parise dopo aver riconosciuto in sede processuale i danni subìti dall’Ente per le speculazioni delle ‘ndrine calabresi sul porto commerciale di Gioia Tauro.
Costretti al pagamento in solido a favore dello Stato, i boss delle cosche più potenti della Calabria: Giuseppe e Gioacchino Piromalli, Girolamo Albanese, Domenico Stanganelli, Luigi Emilio Sorridente e Antonio Zito, tutti condannati nell’ambito dell’operazione “Porto” condotta dalla procura calabrese. Continua

Ennesima operazione della Polizia contro l'ndrangheta calabrese (Credits: LaPresse)
di Raffaella Fanelli
C’è anche il direttore dell’hotel Brun di via Novara, Vincenzo Moretti, 70 anni, tra le cinque persone arrestate a Milano nell’ambito dell’inchiesta sul clan dei Valle-Lampada. L’accusa è di favoreggiamento personale. Le stesse indagini hanno coinvolto nei mesi scorsi il gip del Tribunale di Palmi Giancarlo Giusti che dal clan avrebbe avuto in regalo viaggi e soggiorni in hotel a cinque stelle, compresi di escort. Fra le persone arrestate Michele Noto di 39 anni, Luciano Russo di 36 e Michele Di Dio di 34 anni, tre finanzieri del gruppo di via Valtellina a Milano, colleghi di Luigi Mongelli, il maresciallo della Guardia di Finanza arrestato il 30 novembre scorso nella prima tranche dell’operazione. Secondo l’accusa avrebbero ricevuto dai 40 ai 70mila euro al mese per chiudere un occhio nei controlli sull’attività del gioco d’azzardo, business fondamentale per la cosca dei Valle-Lampada. Continua

Don Panizza, prete antimafia
Alle 23.35 la prima esplosione. Pochi istanti dopo, la seconda. Ancora più forte. La notte di Natale in via dei Bizantini davanti al portone del Centro per i minori realizzato dalla comunità Progetto Sud nel centro di Lamezia Terme sembrava fosse scoppiata la guerra. I due ordigni sono esplosi in sequenza: il primo davanti alla vetrina di un negozio, il secondo davanti al portone della villa confiscata alla cosca Torcasio e dal 31 agosto scorso, sede di una delle tante associazioni fondate da don Giacomo Panizza. Continua

EPA/CLAUDIO LATTANZIO
La ‘ndrangheta vuole ricostruire la città dell’Aquila. Adesso ci sono le prove. Subito dopo il terremoto il procuratore nazionale antimafia, Pietro Grasso, aveva lanciato l’allarme sul fatto che la città e le zone abruzzesi danneggiate dal sisma potessero diventare territorio di conquista per la criminalità organizzata e in particolare della mafia, camorra e ‘ndrangheta. Ad attirare la loro sete di business non solo le zone da ricostruire interamente, quindi i grandi appalti, ma anche semplicemente quelle aree lievemente danneggiate. E così è stato. Continua

Carlo Avallone, 56 anni, l’imprenditore che nel 2009 ha contribuito a smantellare il clan Rispoli di Cirò Marina
Di Raffaella Fanelli
In Lombardia gli imprenditori schiavi della ‘ndrangheta non denunciano. Sono tante le auto saltate in aria, i negozi incendiati e le vetrine distrutte, eppure, quando magistrati e investigatori chiedono se c’è usura, se c’è racket, i commercianti non accusano. Negano. E per alcuni imprenditori taglieggiati e omertosi, la procura milanese ha anche chiesto e ottenuto l’arresto. Così come è successo per Carlo Avallone, 56 anni, l’imprenditore che nel 2009 ha poi aiutato a smantellare il clan Rispoli legato alla ‘ndrina di Cirò Marina. Si chiama Bad Boys l’operazione che nell’aprile di due anni fa ha portato in carcere 50 affiliati al clan radicato in Lombardia, tra Legnano e Lonate Pozzolo. A dare il via alle indagini anche Carlo Avallone, come altri imprenditori lombardi preso al cappio dell’usura. Ai magistrati ha raccontato fatti che aveva taciuto indicando nomi e date, spiegando di essere stato minacciato, lui e la sua famiglia. Minacce che, ci racconta, avrebbe ricevuto anche in carcere… Continua
- Tags: banda-della-Magliana, camorra, Carmine Alfieri, Gianni Alemanno, giuseppe pecoraro, Libera, Luigi De Ficchy, Mafia, Michele Senese, ndrangheta, Otello Lupacchini, Raffaele Cutolo
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Il boss Michele Senese con alcuni uomini del clan
Può un boss mafioso girare libero in una clinica dove è stato trasferito dal carcere grazie a una perizia che ne riconosce la seminfermità mentale? Sì se si chiama Michele Senese, detto “o pazzo”, accusato dalla Dda romana di essere il capo, promotore e organizzatore di un’associazione mafiosa attiva nella Capitale dalla fine degli anni ‘80. Un caso esemplare di come, a Roma, il fenomeno mafioso, a detta di alcuni magistrati come il sostituto procuratore in Corte d’Appello Otello Lupacchini, il procuratore di Tivoli Luigi De Ficchy e il responsabile laziale dell’associazione Libera Antonio Turri, sia sottovalutato, nella peggiore delle ipotesi, negato. Al punto che gli oltre 30 ammazzati per strada negli ultimi mesi sono state spesso, e da più parti, derubricati a semplice, per quanto inquietante, effetto collaterale di scontri tra gruppetti di basso profilo criminale e dal grilletto facile. Continua

Il Procuratore di Milano, Ilda Bocassini, sta guidando l'inchiesta sulle infiltrazioni della 'ndrangheta tra politicie magistrati. ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
Raffaella Fanelli
Si cercano le talpe che al Tribunale di Catanzaro e in quello di Milano hanno “lavorato” per Vincenzo Giglio, il giudice di Reggio Calabria arrestato ieri nell’ambito di un’operazione sulla ‘ndrangheta condotta dalla procura di Milano. Talpe che avrebbero fornito informazioni al magistrato, poi riportate da quest’ultimo alla famiglia Valle-Lampada. L’inchiesta milanese ha portato in carcere 10 persone tra cui, oltre al giudice Giglio e al boss Giulio Lampada, il consigliere regionale Pdl della Calabria Francesco Morelli - ex An sostenuto in campagna elettorale dal sindaco di Roma Gianni Alemanno - e un medico, Vincenzo Giglio, omonimo e cugino del giudice arrestato, che il 10 marzo 2010 si presentò a Reggio Calabria, dal responsabile del servizio segreto Aisi per scoprire se c’erano indagini sui Lampada, indagato anche un altro cugino del giudice, l’avvocato Mario Giglio e il maresciallo della guardia di Finanza Luigi Mongelli, arrestato per corruzione. Un’indagine che è partita da Reggio Calabria ed è poi arrivata a Milano questo perché la ‘ndrangheta ha ormai invaso l’intero territorio nazionale come ci spiega Vincenzo Macrì, già sostituto procuratore nazionale antimafia da sempre in prima linea nei confronti della ‘ndrangheta calabrese. Continua

Il magistrato antimafia Nicola Gratteri, in una immagine del 31 maggio 2010. ANSA/ANTONIETTA BELCASTRO
“Se queste accuse verranno provate ma noi di chi c… ci dobbiamo più fidare?”. E’ lo sfogo amareggiato di Mimmo Nasone , referente regionale Calabria dell’Associazione Libera dopo l’arresto del giudice del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio per corruzione e favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada, con l’aggravante di aver commesso questi reati «al fine di agevolare le attività» della ‘ndrangheta. Era il giudice Giglio, l’uomo dello Stato e esponente di Magistratura democratica al quale l’associazione nata nel 2005 per combattere le mafie e diffondere la cultura della legalità, Libera, si rivolgeva ogni qual volta doveva parlare di beni confiscati alla ‘Ndrangheta. Continua