
Il magistrato antimafia Nicola Gratteri, in una immagine del 31 maggio 2010. ANSA/ANTONIETTA BELCASTRO
“Se queste accuse verranno provate ma noi di chi c… ci dobbiamo più fidare?”. E’ lo sfogo amareggiato di Mimmo Nasone , referente regionale Calabria dell’Associazione Libera dopo l’arresto del giudice del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio per corruzione e favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada, con l’aggravante di aver commesso questi reati «al fine di agevolare le attività» della ‘ndrangheta. Era il giudice Giglio, l’uomo dello Stato e esponente di Magistratura democratica al quale l’associazione nata nel 2005 per combattere le mafie e diffondere la cultura della legalità, Libera, si rivolgeva ogni qual volta doveva parlare di beni confiscati alla ‘Ndrangheta. Continua

di Paola Ciccioli
Dà del voi e al telefono risponde con un “Chi è?” al posto del consueto “Pronto…?”. Due dettagli che la dicono lunga sulla sua storia personale, intrecciata al modo di intendere un ruolo, quello di magistrato, che per lui è diventato molto più di una professione. Nicola Gratteri dà del voi perché in Calabria si continua ancora a fare così con i nuovi venuti o con le persone alle quali si voglia dimostrare considerazione e rispetto. Un residuo del passato che è anche testimonianza di un attaccamento alla propria terra, “una landa desolata” nella quale vive “in cattività” dal 1989, da quando cioè gli è stata assegnata la scorta.
Perché quest’uomo di 51 anni, che va sempre di corsa e che con i suoi “chi è?” al telefono offre una disponibilità necessariamente concisa, è diventato il nemico numero uno della mafia calabrese. Trasformatasi, grazie al traffico di droga, nell’organizzazione criminale italiana più solvibile. E che, non c’è arresto che tenga, continua a riprodursi e ad allacciare nuove alleanze con il crimine di mezzo mondo. Da ultimo il patto siglato a Brooklyn con i cartelli messicani che da gennaio a oggi hanno sterminato 5 mila poliziotti.
“Voi non capite quanti siano gli ‘ndranghetisti, quale sia il grado di invivibilità dei nostri paesi, delle città. I numeri e le statistiche portano fuori strada: quando diminuiscono i reati, vuol dire che il controllo del territorio è più ferreo”. Ecco, Gratteri può essere un fiume in piena, se solo gli si dà il la sui contorni che ha assunto la ‘ndrangheta. Ma guai a chiedergli delle inchieste che sta conducendo. E men che meno della sua vita privata. “Non fatemi fare cabaret” ripete, alludendo al tentativo di aprire un varco per cercare di scoprire cosa c’è nel suo “recinto”. Chiama proprio così, il recinto, quello spazio d’aria che lo divide dagli uomini armati che lo circondano dovunque vada e qualunque cosa faccia.
Il 12 marzo la polizia ha arrestato ad Amsterdam Giovanni Strangio, ritenuto uno degli autori della strage di Duisburg, in Germania, la carneficina compiuta in trasferta dalla nuova ‘ndrangheta il giorno di Ferragosto del 2007. L’apice della faida che da San Luca, migliaia di chilometri a sud di Duisburg, continua a seminare sangue dal 1991. “L’inchiesta è ormai praticamente chiusa” si limita a dire Gratteri, da poco nominato procuratore aggiunto.
“Ho giurato il 2 marzo” è la puntualizzazione, che non ammette però alcun indugio di curiosità su quanto sia stato tribolato questo riconoscimento professionale. Tanto che, per dirne una, giusto un anno fa, durante una bonifica degli uffici al sesto piano del palazzo di giustizia, i carabinieri trovarono una microspia nella stanzetta attigua all’ufficio dove Gratteri andava a parlare delle questioni riservate con i collaboratori più stretti e fidati. “Se ne stanno occupando i colleghi di Catanzaro” e il discorso è chiuso.
Ma chi è stato a scoprire quella rudimentale cimice che andava a batteria e poteva essere ascoltata da un distanza massima di 20 metri? “È venuto Giardina a dirmelo”. Già, il colonnello Valerio Giardina, il comandante del Raggruppamento operativo dei carabinieri che il procuratore Gratteri inserisce nel novero delle persone di cui si fida. Perché ce ne sono, anche se lo sguardo che scruta, e può virare da un momento all’altro da affabile a sospettoso, sembra mettere continuamente alla prova chi ha a che fare con lui.
Qualcuno lo ha definito “l’ultima spiaggia per una grande fetta della popolazione calabrese”. “È questo uno dei motivi per cui vale la pena andare avanti. Il consenso che sento attorno a me rafforza il mio senso di responsabilità e mi spinge a non mollare mai”. Del resto la scelta di campo è stata fatta tanto tempo fa. “Da ragazzo volevo fare il magistrato per mettermi al servizio della collettività. Ho dato tutto me stesso, nei limiti delle mie capacità e possibilità”.
Un’immagine dà la misura di quanto sia labile il confine tra la scelta del bene e la tentazione del male, allora come oggi, per chi nasce e cresce in una terra tenuta sotto scacco dalla mafia. “Il mio compagno di banco delle medie è stato ammazzato a lupara, quando io ero all’università e a Catania frequentavo giurisprudenza”. Era un affiliato. “I bambini già a quell’età sanno se il padre del loro amico entra ed esce dal carcere oppure se è una persona perbene”.
Qual è stata l’ultima minaccia che ha ricevuto? “E chi se lo ricorda?”. Difficile, in verità, dimenticare il contenuto dell’intercettazione ambientale, effettuata in un carcere della Basilicata, in cui due mafiosi discettavano di come far saltare in aria Gratteri e la sua scorta. “Perché tutto questo sangue?” chiede uno dei due. E l’altro: “Perché Gratteri ci ha rovinato”. La voce del magistrato, che sembra contenere le emozioni in un recinto, questa volta interiore, si fa amara quando confessa che, “sì, non sono potuto andare neanche al funerale di mio padre, otto anni fa. Era un momento particolare, si parlava di attentati”.
Altro che “fare cabaret”. Un’autentica fatica fargli ammettere che non ha mai potuto mettere piede in un teatro, né vedere una partita di calcio allo stadio (”Non so neppure come sia fatto uno stadio all’interno”). Per non dire di quella forse più grande: “Non poter andare a un concerto”. Perché il procuratore antimafia ha la passione della musica e i continui spostamenti in macchina sono l’unica possibilità che ha di ascoltare le canzioni degli Stadio o di Biagio Antonacci che gli piacciono tanto. Ma anche pezzi di blues e dei gospel. Questa piccola passione gli tiene compagnia tra un “chi è?” e l’altro. Mentre quella per la moto, che aveva da ragazzo, l’ha definitivamente archiviata.
Quando entra in un albergo viene preceduto dal silenzio che accompagna i passi della scorta che controlla anche gli sgabuzzini e si piazza davanti alla stanza per garantirgli sicurezza durante la notte. Ma c’è una cosa, anzi due, che Gratteri non ha alcuna intenzione di mettere in archivio. La prima è coltivare la terra. La seconda è occuparsi degli studenti ai quali va a parlare da anni nelle scuole per spiegare “perché non conviene essere ‘ndranghetisti”.
“La passione per l’agricoltura l’ho ereditata da mio padre, perché a Gerace, dove vivo con mia moglie e i nostri due figli, abbiamo sempre avuto della terra e l’abbiamo sempre coltivata. Anche se mio padre prima ha fatto il camionista e poi ha gestito un piccolo negozio di alimentari”. Così, tornato dal Belgio, dai Paesi Bassi, dalla Francia o dagli Stati Uniti, paesi dove le indagini lo hanno portato negli ultimi mesi, il nemico giurato della mafia calabrese se ne va nei campi. “Adesso sto preparando la terra per gli ortaggi: zucchine, pomodori, melanzane”. È il suo momento di libertà, ogni domenica “dall’alba al tramonto”. Altra piccola libertà indossare i jeans, qualche volta, il sabato mattina per andare al lavoro. O almeno così succedeva prima della nomina a procuratore aggiunto e al trasloco nel nuovo ufficio dove non ha trovato ancora il tempo di sistemare le centinaia di riconoscimenti che gli piovono da tutte le parti. “L’ultimo, una bandiera d’Italia, me l’hanno data a Reggio Emilia quando sono andato a presentare il libro”.
Il libro, Fratelli di sangue, scritto con lo storico Antonio Nicaso, è stato appena ripubblicato dalla Mondadori dopo le 11 edizioni stampate dalla Luigi Pellegrini editore. La presentazione del volume gli dà la possibilità di fare una cosa che gli preme moltissimo: parlare con gli studenti. “Sono come spugne. Dovrebbero tenerli a scuola tutto il giorno, lontano dai genitori mafiosi. E io non ho con loro un approccio moralistico. Cerco di far loro capire che anche nella ‘ndrangheta ci sono le corsie preferenziali. Se non sei figlio di boss, resti un picciotto. E dopo una decina di viaggi di cocaina a Milano ti puoi permettere una notte di donne e champagne. Ma prima o poi ti arrestano. E finirai in carcere a strapparti i capelli, mentre tua moglie resta a casa da sola con i figli a prendere antidepressivi”.
Il VIDEO dell’incontro con i ragazzi del liceo scientifico di Soverato su YouTube:

Finora la ‘ndrangheta aveva fatto notizia solo per i sequestri di persona e per qualche raro delitto eccellente, come l’omicidio dell’ex presidente delle Ferrovie dello Stato, Lodovico Ligato o quello del vicepresidente del Consiglio Regionale della Calabria, Francesco Fortugno. Ma il giorno di ferragosto di quest’anno la strage di Duisburg in Germania, bilancio sei morti, è diventata il punto di non ritorno.
Mai prima d’ora la ‘ndrangheta si era resa responsabile di un fatto così eclatante, fuori dalla Calabria, addirittura all’estero. Passata lo choc del fatto di cronaca cominciano solo ora, a distanza di qualche mese, le riflessioni. Come sta cambiando uno dei fenomeni criminali più globali del pianeta e quali ripercussioni avrà questo cambiamento nel futuro?
Panorama.it lo ha chiesto ad Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti mondiali dell’argomento, autore di ‘Ndrangheta, pubblicato da Aliberti Editore.
La ndrangheta è veramente diventata un fenomeno internazionale?
Si, è una delle poche organizzazioni criminali ormai presente in tutti i continenti. Investe nella produzione di cocaina, ha rapporti privilegiati con narcotrafficanti e paramilitari colombiani, tratta con i trafficanti turchi, ricicla materiale tossico e radioattivo, ma soprattutto ha avamposti dappertutto. Dalle Americhe all’Oceania, dall’Asia all’Africa ed in molti Paesi europei, tra cui Olanda, Spagna, Francia e Germania. In Germania la ‘ndrangheta è presente dagli anni Sessanta.
Lei sostiene nel suo libro che la ‘ndrangheta abbia avuto anche contatti con Al Qaeda…
Come Al Qaeda la ‘ndrangheta si è sviluppata in un contesto economico relativamente primitivo, ma col tempo ha saputo cogliere il trend della globalizzazione e delocalizzare la propria attività. Come Al Qaeda la ‘ndrangheta è al tempo stesso estremamente tradizionale e fortemente innovativa. Medioevale e moderna. Secondo il magistrato Nicola Gratteri la ‘ndrangheta ha avuto contatti reali con Al Qaeda attraverso i produttori di oppio afghano, legati ai talebani.
Oltre ad Al Qaeda non sarebbero mancate relazioni perfino con Saddam Hussein.
Un quantitativo di materiale radioattivo sarebbe stato ceduto, con la complicità della ‘ndrangheta, da una società italiana all’Iraq di Saddam Hussein. Su questa circostanza indaga la magistratura, potendo contare su nuovi documenti resi noti della Cia. E sempre in riferimento all’ex dittatore iracheno, si è scoperto che i servizi segreti del Kuwait avevano cercato di contattare esponenti della ‘ndrangheta per recuperare parte del Tesoro trafugato da Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo.

San Luca
La ‘ndrangheta nasce in Calabria nel XIX secolo ed è caratterizzata, a differenza della mafia, dai vincoli familiari e dalle faide. Come quella di San Luca alla base della strage di Duisburg. Cosa vuol dire in concreto?
Le faide sono come i vulcani, quando esplodono hanno effetti devastanti. Uccidono anche la pietà, senza guardare in faccia nessuno: bimbi, giovani, anziani, donne. Spesso si muore per parentele acquisite, si uccide per non essere uccisi, quasi sempre sono scontri all’ultimo sangue. Nelle faide spesso piccoli e banali moventi possono saturare la riserva d’odio.
Però questi odi tribali sono stati capaci di generare un giro d’affari addirittura planetario…
Oggi la ‘ndrangheta, se si calcolano anche i proventi del riciclaggio di denaro sporco, ha un fatturato che si aggira attorno ai 55 miliardi di euro. In Calabria il rapporto tra fatturato criminale e pil è del 120%, contro il 39% della Sicilia e il 32% della Campania. È un mare senza sponde, un sistema criminale che gode di molte complicità politico-finanziarie. Ha il monopolio della cocaina in Europa, ma continua a gestire una serie di attività illecite che vanno dall’estorsione all’usura, dal traffico di rifiuti radioattivi all’immigrazione clandestina. Questo comunque non basta per spiegare la forza della ‘ndrangheta. Bisogna immaginare un tavolo in cui siedono insieme il mondo politico, imprenditoriale e criminale. E il collante è la massoneria.
Nella faida di San Luca, alla base della strage di Duisburg, un ruolo importante è stato giocato dalle donne.
Nell’Ottocento ci sono state donne che sono entrate a far parte della picciotteria, una sorta di ‘ndrangheta prima maniera. Alcune sentenze della Corte d’Appello della Calabria raccontano di riti di iniziazione cui hanno preso parte anche donne, al pari degli uomini. Ma sono stati casi isolati. Negli ultimi tempi, il ruolo della donna è cresciuto. Secondo alcuni collaboratori di giustizia ci sarebbe un grado nella gerarchia della ‘ndrangheta destinato alle donne: quello di sorella d’omertà, con compiti di assistenza, soprattutto per latitanti in fuga. Oggi, poi, notiamo sempre più donne nella ‘ndrangheta con potere decisionale.
Cosa ci si può aspettare nel prossimo futuro da un fenomeno criminale di tale portata?
Se non si pone mano alle riforme, con l’abolizione dei riti alternativi, sarà sempre più difficile combattere organizzazioni criminali come la ‘ndrangheta. Bisogna puntare sulla confisca dei beni illegalmente conseguiti, cercando anche di spezzare le contiguità politico-finanziarie. In Italia l’intera legislazione antimafia è stata permeata dall’emergenza. È finora mancata un’azione di lungo corso. Si è andato avanti con reazioni emotive, sull’onda di stragi e omicidi eccellenti. Spesso si sente dire che la lotta alle mafie è bipartisan. Finora. Però, le maggioranze trasversali e le convergenze tra i due schieramenti politici si sono registrate soltanto in occasione dell’indulto. Molto, insomma, resta ancora da fare.
