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Nicola-Latorre

Affaire Bnl-Ds: la solidarietà di Romano, i timori di Walter

Massimo D'Alema, leader Ds, vicepremier e Ministro degli Esteri del governo Prodi
Ma alla fine che cosa capiscono gli elettori, soprattutto quelli di sinistra, e in particolare chi crede nel Partito democratico, della baruffa tra esponenti diessini ed il gip Clementina Forleo? La gente comune, è noto, è portata a diffidare dei politici e della loro onestà. Almeno, della loro buona fede. Certo, non è un buon motivo per assecondare questa tendenza, per cavalcare il cosiddetto giustizialismo di ritorno, né per strumentalizzare le (eventuali) disavventure giudiziarie di questo e quello.

Ma non è neppure un buon motivo, da parte di Massimo D’Alema e dintorni, per trincerarsi in una difesa d’ufficio di se stessi e di quella che da molti viene ormai identificata come una casta. Si parla di ispettori (spediti alla procura di Milano da Clemente Mastella), di invasioni di campo, di prerogative istituzionali, di proibire l’uso delle intercettazioni. Soprattutto, ne parla molto D’Alema, di polverone. Ma non ci si rende conto che il polverone sta soprattutto in queste ambiguità. Chi è coinvolto nelle intercettazioni dovrebbe invece spiegare. Con parole chiare, dire come mai davano e ricevevano da Consorte informazioni finanziarie che dovrebbero restare riservate. In che modo utilizzavano, se le utilizzavano, quelle informazioni. Stessa cosa ovviamente per i tre esponenti del centrodestra che tenevano i rapporti tra l’ex governatore Fazio e Gianpiero Fiorani.

Quanto a Romano Prodi, che si precipita a d offrire solidarietà agli esponenti diessini, e ne fa comunicati ufficiali, sarebbe il caso che come presidente del Consiglio si occupasse di altro. Anche perché la sua solidarietà appare inevitabilmente pelosa.

Infine Walter Veltroni. Si è proposto come leader di un partito nuovo suscitando interesse e speranze: ma se la diffidenza investe da subito il Pd e i suoi fondatori, non avrà migliore sorte. Anche Walter dovrebbe chiedere e dare spiegazioni; e, anche se l’affaire Unipol non lo riguarda, dire per esempio in che modo il Partito democratico intende finanziarsi. Non sarebbe un contributo alla trasparenza e un buon argomento contro l’ondata montante di antipolitica?

I partiti della Seconda repubblica sono nati sulle macerie di Tangentopoli, con tutti gli strascichi e i problemi che ne sono seguiti. E con tutte le imbarazzanti inversioni di ruolo. Volete un paio di prove? “La politica deve occuparsi di creare le condizioni perché tutti i cittadini siano ugualmente rispettati davanti ai tribunali e perché i magistrati siano realmente indipendenti da ogni altro potere. Questo è il punto. Questo spetta alla Costituzione, tutto il resto compete invece alla quotidianità e alle leggi ordinarie”: parole di Luciano Violante, anno 1998. Ancora: “Sconsiglio al premier di scrivere di suo pugno la legge sulle intercettazioni telefoniche, il Parlamento ha tutta la competenza e la professionalità per occuparsene. Ho il timore che il governo voglia usarla per bloccare la magistratura”: parole di Piero Fassino, anno 2005, e il premier era Silvio Berlusconi.

Il giudice Forleo: i politici complici consapevoli di Consorte & co

Il giudice milanese Clementina Forleo
Il giudice per le indagini preliminari Clementina Forleo è riuscita a far di nuovo rimbombare il suo nome nelle aule parlamentari. E non solo.
Ha inviato al Parlamento due ordinanze chiedendo l’autorizzazione ad utilizzare nel procedimento penale le conversazioni intercettate nel corso delle indagini sulle tentate scalate ad Antonveneta, Bnl ed Rcs, in cui compaiono deputati o senatori come interlocutori.

Sono sei i nomi dei politici citati. Nell’ordinanza che riguarda più specificatamente la vicenda Antonveneta le telefonate intercettate riguardano il senatore Luigi Grillo (Fi). Nella seconda ordinanza, quella relativa a Bnl e alla società editrice Rcs, le conversazioni per cui si chiede il via libera al Parlamento riguardano Massimo D’Alema, Piero Fassino e Nicola Latorre (tutti e tre diessini), Salvatore Cicu e Romano Comincioli (entrambi di Forza Italia).

Gli onorevoli registrati sono stati, secondo la Forleo, ” inquietanti interlocutori di numerose di dette conversazioni soprattutto intervenute sull’utenza in uso a Giovanni Consorte”. Ma il problema non è questo: i parlamentari per i quali si chiede di procedere “appaiono non passivi ricettori di informazioni pur penalmente rilevanti né personaggi animati da sana tifoseria per opposte forze in campo, ma consapevoli complici di un disegno criminoso di ampia portata”.

Chi desidera farsi un’idea trova qui l’ordinanza (in .pdf) del gip Forleo sul caso Antonveneta e qui l’ordinanza (in .pdf) su Bnl e Rcs, rese disponibili dal sito Ansa.it.

Il ds Latorre: non mi butterete giù con una telefonata

Nicola Latorre, senatore diessino e dalemiano doc
Dal suo sito: Nicola Latorre è nato a Fasano (Br) il 14 settembre 1955. Avvocato, sposato, due figli. Vicepresidente del gruppo dell’Ulivo al Senato e componente della IV commissione - Difesa. Membro della segreteria nazionale dei Democratici di sinistra (Ds) dal 2005. Eletto nel collegio senatoriale di Bari-Bitonto alle elezioni suppletive del 2005 e nel 2006 nella lista dei Democratici di sinistra al Senato. Nel 2000 ha fondato, insieme con Massimo D’Alema e Giuliano Amato, l’Associazione Futura. Capo della segreteria del presidente del Consiglio durante il governo D’Alema dal 1998 al 2000.
Latorre, piange il telefono. Nulla di penalmente rilevante, ma molto di simbolicamente imbarazzante.
Nessun imbarazzo, io credo che la politica non si debba disinteressare di queste questioni. Semmai sarebbe sbagliato se intervenisse per alterare il mercato, o peggio per trarre dei benefici personali. Cosa di cui non c’è traccia.
Ma allora non era meglio giocare alla luce del sole, invece che fare le verginelle che nulla sanno o vogliono sapere?
Nelle poche volte in cui sono stato chiamato a esprimermi l’ho fatto. Le ripeto, la politica ha tutto il diritto di interessarsi a ciò che succede in economia e in finanza.
E il compagno Ricucci che vuol prendere la tessera del partito?
Ho ricevuto una telefonata da Stefano Ricucci: tono e contenuti la dicono lunga sulla natura insignificante di quella conversazione.
Allora non è andato al suo matrimonio con Anna Falchi…
Ma scherza? Fra l’altro alle nozze non sono neanche stato invitato. Quella di Santo Stefano a cui mi invitava era una festa cittadina che viene sponsorizzata da lui, dove di solito chiama varie autorità.
Al di là del compagno, dal tono delle conversazioni sembrava che tra lei e Ricucci ci fosse una certa familiarità.
Ma no, era il periodo in cui alcuni giornali l’avevano definito compagno, dunque si accreditava avesse rapporti con il nostro partito.
Era quando Massimo D’Alema fece quella intervista in cui disse che Ricucci in fondo non aveva la rogna?
No, credo fosse dopo. Ma non mi faccia domande da pubblico ministero.
Beh, sono mestieri un po’ simili. Anche i giornalisti, nel loro piccolo, indagano. E Piero Fassino che non ci capisce nulla?
L’ho detto per tagliare corto, non era assolutamente irriverente. Anzi, era un modo per proteggere il mio segretario, per dire che non c’entrava niente con queste operazioni finanziarie.
Ammetta almeno che il “Facci sognare” di D’Alema a Giovanni Consorte è un po’ eccessivo.
Lei conosce D’Alema e sa benissimo che lui è uno che fa del sarcasmo la forma retorica del suo discorso. Dunque è così che bisogna leggere quell’esortazione. Del resto tutto il tono della conversazione era ironico. Lo so perché io vi ho assistito per intero, visto che D’Alema l’ha fatta col mio telefono. E le giuro che invece era molto serio nel dire che bisognava rispettare le regole e le domande poste dagli organi di controllo.
E gli amici milanesi di cui il presidente dei Ds fa menzione con Consorte chi sono?
Visto che c’ero le traduco il senso di quella frase. D’Alema voleva dire: adesso l’operazione Unipol su Bnl incontra resistenze, ma se andrà in porto alla fine sarà accettata anche da quegli ambienti finanziari milanesi che ora sono scettici verso chi è considerato un parvenu della grande finanza. Tutto qua.
E l’”Attento alle comunicazioni” con cui avverte Consorte di essere intercettato?
Questa è fantastica, peccato manchi un pezzo che lei potrà trovare leggendo tutta l’intercettazione. D’Alema dice: “Attento alle comunicazioni agli organi di controllo”, non si riferisce alle comunicazioni telefoniche intercettate. È un invito al rigore. E poi le pare uno così ingenuo da dire una cosa simile se avesse saputo che la conversazione era intercettata?

Il mirabolante rapporto dei Ds con le banche

Massimo D'Alema, presidente Ds
Diciamo la verità: facili battute sul collateralismo di Unipol e compagnia a parte, il Pci, poi Pds, poi Ds, sulle banche non ci ha mai campato, anzi. Come dice Nicola Latorre parlando di Piero Fassino, il suo segretario, non ci ha mai capito nulla. E quelle poche volte che ha deciso di capirci qualcosa si è mosso tra goffaggini, titubanze e ingenuità. Una per tutte: ma si può permettere, simpatizzando il partito per la scalata della Olivetti alla Telecom, che nell’azionariato della lussemburghese Bell di Roberto Colaninno, Chicco Gnutti e soci ci fosse un fondo di nome Oak, Quercia, su cui si sarebbero scatenate le facili insinuazioni di molti? E pensare che persino Giuliano Tavaroli e la security-spectre della Pirelli, che sull’Oak hanno cercato fino alla morte tracce di tesoretti diessini, alla fine si sono dovuti arrendere al nulla che emergeva.
Al confronto, i democristiani erano dei marziani, gente che si muoveva con stratosferica perizia, specie quando si doveva decidere di nomine e finanziamenti nelle famose nottate spese dai notabili bivaccando a Palazzo Chigi per sistemare nomi e caselle.
Tant’è che la Dc ha dato al mondo bancario fior di dirigenti, mentre i Ds sono rimasti a bocc’asciutta. L’elenco scudocrociato è lungo, va da Giuseppe Guzzetti a Roberto Mazzotta, da Gianni Zandano a Fabrizio Palenzona, solo per citare gli ultimi.
E i Ds? La lista dei banchieri di riferimento è sempre stata piuttosto scarna: il massiccio Giuseppe Zadra, poi finito alla direzione generale dell’Abi. Il pensoso Alfonso Iozzo, che ora sta alla Cassa depositi e prestiti. Il tenace Silvano Andriani, che fu presidio al Montepaschi, che però, più che la banca comunista per eccellenza, è sempre stata la banca dove le correnti del partito, anche quando vigeva la ferrea regola del centralismo democratico, si facevano la guerra.
Last but not least, Pietro Modiano, il direttore generale dell’Intesa Sanpaolo, il quale deve la nomea diessina forse più al fatto di essere sposato con il ministro delle Pari opportunità Barbara Pollastrini che non per intima vocazione. Leggenda vuole, comunque, che Massimo D’Alema lo sponsorizzi ogniqualvolta si libera qualche poltrona di rango, di recente quella di Matteo Arpe quando ancora la Capitalia non si era promessa in sposa all’Unicredito. Leggenda vuole, ma non è vero, che D’Alema abbia cercato di spingere Modiano anche in un recente colloquio milanese con Giovanni Bazoli.
Andando indietro nel tempo (non poi tanto) il banchiere diessino per eccellenza è stato Angelo De Mattia, ex sindacalista della Cgil, famoso responsabile della sezione credito del partito, arguto corsivista del Manifesto con lo pseudonimo di Galapagos, ora commentatore con nome e cognome sulle pagine dell’Unità. Una breve militanza, la sua, prima di essere folgorato sulla via del pio Antonio Fazio, che seguì come un’ombra nei suoi anni di governatorato alla Banca d’Italia.
Il Botteghino, la sede romana dei Ds
Tutto qui, e francamente è un po’ poco per parlare di presenza nel mondo delle banche. Persino il tanto biasimato rapporto con Giovanni Consorte e la sua Unipol alla fine si riduce a un blando collateralismo dove i diessini guardano dal buco della serratura le mirabolanti mosse del capo delle cooperative, perfettamente a suo agio tra le alchimie della finanza. Il quale ha buon gioco nel dire, con un certo sarcasmo simildalemiano, che erano i diessini a informarsi da lui, non lui a cercare loro per farsi dettare la linea.
Alla base di questa estraneità quasi antropologica al mondo del credito ci sono almeno due buone ragioni.
La prima: i comunisti hanno sempre pensato che fossero altri i settori della società da privilegiare. Per esempio il sindacato e la cultura, cui hanno infatti fornito fior di uomini e idee.
La seconda, di fatto quella pregiudiziale: come Bertolt Brecht, avevano sempre pensato che reato non fosse svaligiare una banca, ma fondarla. Perché ci fu un tempo in cui il denaro era sterco del demonio e l’ideologia non consentiva il ben che minimo immerdamento. E quando lo consentiva, era sempre stato difficile andare d’accordo sulla spartizione della torta e del territorio.
Abbiamo detto del Montepaschi, per antonomasia l’unica banca dove i comunisti potevano fare il bello e il cattivo tempo. Quando il fu sindaco Pierluigi Piccini, inviso a Botteghe Oscure, cercò di diventare presidente della fondazione che controllava la banca, l’allora ministro delle Finanze Vincenzo Visco firmò dal giorno alla notte un decreto (questo sì davvero speciale) che gli sbarrava la strada.
Piccini, che prima di fare il sindaco lavorava al Monte, avrebbe dunque dovuto ritornarsene al suo modesto incarico da 35 mila euro lordi l’anno. Invece, “promoveatur ut amoveatur”, fu mandato a capo dell’ufficio parigino della banca per il modico stipendio di 442 mila euro, più casa, più una quarantina di voli business pagati nel caso gli fosse venuta con una certa frequenza la nostalgia di rivedere Siena.
Giovanni Consorte, ex presidente Unipol
Segno, inequivocabile, che il denaro non era più sterco del demonio. Una consapevolezza arrivata però troppo tardi per influenzare il grande risiko bancario che stava per iniziare. E se Massimo D’Alema ha governato due anni senza che nessun matrimonio epocale venisse celebrato, Romano Prodi ci ha messo sei mesi a benedire quello tra Intesa e Sanpaolo. E altri sei per l’ultimo, tra Unicredito e Capitalia, celebrato alla velocità della luce, su cui i Ds hanno cercato di mettere il cappello nel tentativo di bilanciare l’attivismo prodiano in materia.
Leggenda vuole che D’Alema abbia insistito con Cesare Geronzi perché acconsentisse alle nozze, ma non è vero. Che tra il banchiere di Marino e il presidente diessino ci siano buoni rapporti è cosa nota, altro però è pensare che il bianco Cesare sia uno che si fa suggerire le mosse. Lui le mosse non se le fa suggerire da nessuno e i politici, semmai, sono quello che erano per la buon’anima di Enrico Mattei: dei taxi buoni a farci un pezzo di strada. Nel caso dei Ds, poi, nemmeno tanto lungo.

Scalate bancarie al telefono, D’Alema a Consorte: facci sognare!

[i](Credits: Ansa)[/i]
“Facci sognare! Vai!”: così, con un’espressione destinata ad entrare di corsa tra le frasi cult del gergo politico, Massimo D’Alema risponde a Giovanni Consorte, numero uno di Unipol, che annuncia al leader ds che presto avranno “il 70 per cento della Bnl“.
Siamo in una delle 73 telefonate che il giudice milanese Clementina Forleo ha messo da oggi a disposizione degli avvocati, sia pure con il divieto di registrazione, di scannerizzazione, di fotocopia. Solo appunti, in pratica.
È il luglio 2005, l’estate delle scalate bancarie. Consorte parla con Nicola Latorre, braccio destro di D’Alema, il quale a un certo punto si inserisce nella conversazione. All’entusiasmo dell’attuale ministro degli Esteri, allora presidente della Quercia, Consorte risponde: “È da fare uno sforzo mostruoso ma vale la pena a un anno dalle elezioni”. E D’Alema: “Va bene, vai!”.
Si tratta fino ad ora del passaggio più scabroso delle intercettazioni. Anche se in un’altra telefonata è il segretario ds Piero Fassino a lasciarsi andare, sia pure con minore slancio onirico. Fassino deve incontrare il presidente della Bnl, Luigi Abete, sotto scalata, e chiede istruzioni a Consorte: “Io non gli dico niente, voglio sapere, voglio solo avere elementi utili per il colloquio”. Consorte: “No, ma ti dico anche quello che puoi dire e non dire, solo questo. Fassino: “Sto abbottonatissimo”. Il manager di Unipol mette Fassino a parte di dettagli considerati “sensibili” dalle leggi sulla borsa: per esempio che si stanno mettendo d’accordo con gli spagnoli del Bbva, fino ad allora controllori della Bnl, mentre non riescono a convincere l’imprenditore Franco Caltagirone a cedere la sua quota.
Ancora, Consorte rivela a Fassino: “Abbiamo il 51,8% di Bnl e nell’operazione ho coinvolto quattro banche cooperative che fanno capo a Stefanini”. In un’altra conversazione, di fronte all’incalzare delle notizie, Latorre cede all’entusiasmo: “Ormai, stamattina a Consorte gliel’ho detto, datemi una tessera perché io non ce la faccio più” dice ridendo. Già, ma con chi parla Latorre? Con Stefano Ricucci, che in quel momento stava scalando assieme a Gianpiero Fiorani, la banca Antonveneta ed il Corriere della Sera.
Da queste prime rivelazioni ne esce il quadro di un vertice diessino costantemente informato della scalata alla Bnl, e non solo a quella, ma all’insieme delle mosse dei “furbetti del quartierino”. Tali mosse sembrerebbero avere una sorta di unica regìa (confermando così i sospetti dei magistrati e di larga parte del mondo politico e imprenditoriale ostile alle scalate).

E, a quanto pare, alquanto partecipe. Dice per esempio Latorre a Ricucci: “Eccolo il compagno Ricucci all’appello. Ormai sei diventato un pericoloso sovversivo. Rosso oltretutto”. Ricucci replica: “Ho preso da Unipol io: tutto, tutto a posto, abbiamo fatto tutte le operazioni con Unipol”. Mentre D’Alema, parlando ancora con Consorte, gli consiglia: “Dobbiamo vederci personalmente, stai attento alle comunicazioni”.

Ora Prodi teme lo sfratto. Ma a darglielo non è Berlusconi

Walter Veltroni e Francesco Rutelli, insieme nel Pd
E ora a dare la spallata a Romano Prodi rischiano di essere non il centrodestra, ma i suoi (finora) più stretti alleati di governo e di maggioranza. Il tam tam è partito dai personaggi più vicini a Massimo D’Alema, come Nicola Latorre, e da Francesco Rutelli: “Serve uno scatto per salvare il Partito democratico: scegliamo subito il leader”. Il punto di partenza è oggettivo, innegabile: il crollo di consensi subìto alle amministrative dalla somma delle liste dell’Ulivo, e da Ds e Margherita. Insomma, dal futuro Pd. Si va dal meno 10,1 di Genova al 13,9 di Matera, al 9,9 di Pistoia, al13,1 di Vercelli.

Insomma, l’idea del Pd non sfonda, rischia anzi di abortire prematuramente. Ma che cosa significa scegliere ora il leader? Fino a ieri il calendario ufficiale prevedeva che il 14 ottobre venisse eletta l’Assemblea costituente, con la questione del capo rinviata ai tempi classici della politica. Latorre propone che tutto venga anticipato al 15 luglio. Rutelli che, contestualmente all’Assemblea, si indichi un nome, magari un candidato premier per il futuro, in grado di rianimare il popolo sconfortato della sinistra.

Ma di nomi appetibili - lo indicano tutti i sondaggi - ce n’è solo uno: Walter Veltroni. Ed il problema è: l’eventuale leader del Pd deve anche essere il candidato premier per il dopo Prodi? Un nome diverso dal Professore? In questo caso il presidente del Consiglio che cosa fa, resta a scaldare la poltrona a palazzo Chigi?

Informato del progetto, Prodi si è infuriato: “Non farò il re travicello. Sul Pd si fa come dico io o me ne vado”. Ovvero, come spiega Giulio Santagata, ministro per l’attuazione del programma e prodiano doc: “O Romano assume la leadership del Partito democratico, oppure torna a Bologna e fa il nonno”. E se si tengono le primarie e si candida Veltroni? “Succede che si candida anche Prodi”.

Scenario da crisi di nervi. Ma forse anche da crisi di governo. Dietro l’esigenza di salvare il Pd, infatti, Ds e Margherita starebbero cercando i modi di proseguire la legislatura cambiando in corsa il premier. Insomma, il classico governo-ponte, magari con la sponda del centrodestra. Da affidare ad un Franco Marini o, come vorrebbe la Cdl, ad un Lamberto Dini. Per chi volesse provocare una crisi le occasioni non mancano di sicuro, soprattutto al Senato.

Il presidente del Consiglio Romano Prodi.

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