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Nicola-Mancino


Ma dov’erano loro, i comandanti, mentre le correnti (organizzate) spazzavano la tolda della nave in tempesta e lo scambio tra favori (e favoriti) saliva come schiuma oltre la linea di galleggiamento? Carlo Federico Grosso, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura dal 1996 al 2000, oggi dichiara, candido, che «nel Csm il peso delle correnti è assolutamente asfissiante e lo era già quando ne facevo parte». Poi aggiunge, a scanso di equivoci, che «sovente il Csm non è stato insensibile alle sirene dei partiti, alle interferenze, agli scambi». Continua

Un'immagine del tribunale in piazzale Clodio a Roma (Ansa)
Prosegue il dibattito tra gli schieramenti sulla riforma della giustizia. Continua

La porta in uscita è aperta. Ma potrebbe non esserlo per il rientro.
Se non si trattasse del vice presidente dell’autorevole organo di autogoverno della magistratura, si potrebbe semplificare così il parere con cui Nicola Mancino ha dato il via libera alla candidatura per le prossime elezioni europee dell’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris, nelle liste dell’Idv di un altro ex pm, Antonio Di Pietro.
E infatti: i magistrati che scelgono la politica non dovrebbero più tornare in magistratura, dice Nicola Mancino.
Il vice presidente del Csm, prima di esprimere il suo voto favorevole al collocamento in aspettativa dell’attuale giudice del tribunale di Napoli, ha letto al Plenum la seguente dichiarazione: “L’esigenza che esprimo è che venga disciplinata l’ipotesi del parlamentare che vuole tornare a fare il magistrato. A mio avviso è preferibile che venga stabilito il divieto di rientrare nell’Ordine Giudiziario, e venga garantita, a domanda, la mobilità nella Pubblica Amministrazione, nella funzione e nel ruolo press’a poco corrispondenti a quelli di provenienza”.
“La candidatura del dott. Luigi De Magistris, ma non è non sarà la sola, pur legittima, chi può mai comprimere l’elettorato passivo? - ha detto ancora il vice presidente del Csm, Mancino - apre un dibattito (l’ennesimo) e una riflessione (vecchia)”. “Una volta candidato, il giudice ammette d’essere divenuto parte, non foss’altro perchè si è schierato con una forza politica, e non certo per un solo giorno” ha sottolineato “lo status di parlamentare è a termine, permane fino a quando gli elettori lo confermano. Può anche accadere che il parlamentare spontaneamente rinunci alla carica elettiva”. “La questione è tutta intorno al rientro nel ruolo di magistrato. È giusto che rientri? Ho sempre sostenuto di no” ha concluso “anche se non sono mai riuscito, quando ero in Parlamento, ad avere condivisione da molti colleghi parlamentari”.
A rassicurare il vicepresidente del Csm, ci pensa proprio l’interessato: “Per me questa è una scelta di vita. Ho passato da poco i 40 anni e finora ho fatto il magistrato. Ora, con questa scelta di candidarmi con l’Idv, seguirò un nuovo progetto di vita: la mia è una scelta irreversibile, anche qualora non dovessi essere eletto”, fa sapere Luigi de Magistris, nel corso di una conferenza stampa. Sul perché lasci la toga, De Magistris risponde con gli stessi argomenti usati sul sito dell’onorevole Di Pietro: “La mia è una sorta di sconfitta della magistratura. Il mio sogno è sempre stato di fare il magistrato. La svolta c’è stata quando ho capito che non si voleva andare a fondo nelle inchieste. Ma da un’apparente sconfitta” ha sottolineato “ho capito di avere una grande opportunità . Candidandomi con l’Idv posso fare qualcosa per il mio paese, per il bene pubblico. Anche perché c’è un grave pericolo per noi tutti: stanno svuotando la Costituzione con leggi ordinarie e la stanno stravolgendo con la prassi e c’è bisogno di fare comprendere all’Europa come è a rischio la nostra democrazia dove ormai c’è la criminalizzazione del dissenso e si tende al pensiero unico. Siamo in una fase che precede una svolta autoritaristica”. E proprio nelle ore in cui si discute della sua candidatura, De Magistris è stato indagato a Roma per le ipotesi di reato di concorso in abuso d’ufficio e interruzione di pubblico servizio, in relazione all’inchiesta avviata lo scorso dicembre dalla procura generale di Catanzaro, che indagò per i medesimi reati anche sette pm della procura di Salerno, tra cui l’ex procuratore Luigi Apicella. Anche i sette magistrati salernitani sono indagati a Roma.
Poco prima era intervenuto anche Antonio Di Pietro, ad annunciare l’irreversibilità della scelta dellex pm di catanzaro: “De Magistris si dimetterà dalla magistratura subito dopo le elezioni, lo assicuro. Anche lui, come me, pensa che sia una strada senza ritorno una volta che da magistrato di passa alla politica”, ha affermato il leader dell’Italia dei Valori a Radio 24. “De Magistris” ha aggiunto Di Pietro “lascerà con l’amarezza nel cuore perché ha dato tutto se stesso e quando uno fa il proprio dovere ne paga le conseguenze. Alla fine la colpa è di chi scopre i delinquenti”. E a Clemente Mastella che ieri commentando la scelta dell’ex pm di catanzaro aveva commentato: “Ora capisco tante cose”, l’ex ministro Di Pietro replica: “Mastella offende la propria intelligenza se pensa che de Magistris l’anno scorso ha messo in piedi l’inchiesta Why not per poi candidarsi. A tutt’altro pensava, come a tutt’altro pensavo io, quando facevo il magistrato. Poi abbiamo lasciato la magistratura per colpa di un potere assurdo”.
Il VIDEO servizio:
“Il giudice che entra in politica non indossi più la toga”, dice Nicola Mancino vicepresidente del Csm, dando il via libera all’aspettativa dell’ex pm De Magistris che correrà alle Europee con l’Idv. Siete d’accordo?
- Tags: Antonio Di Pietro, candidatura, catanzaro, csm, elezioni, Idv, inchiesta, luigi-de-magistris, Nicola-Mancino, Procura, Salerno, Whi-not
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Dall’aula di tribunale a quella di Strasburgo. E la strada passa dall’Idv.
L’ex pm di Catanzaro Luigi De Magistris sceglie la politica: “correrà ” per le prossime elezioni europee con l’Italia dei Valori, “governata” da un altro ex pm, Antonio Di Pietro. “Lo farò come indipendente, insieme ad altri esponenti della società civile”, dice il magistrato che ha chiesto oggi al Csm l’aspettativa per potersi candidare. Il via libera potrebbe arrivare a stretto giro di posta, probabilmente già domani dal plenum del Csm.
L’ex pm, sul sito di Antonio Di Pietro, presenta la sua scelta così: “Lascio un lavoro al quale ho dedicato quindici anni della vita e che è stato il mio sogno, come ha detto qualcuno, la missione di questi anni. Ritengo che non mi è stato consentito di esercitare le funzioni che amavo, in particolare quella di Pubblico Ministero, che mi consentivano di investigare, di accertare i fatti, di fare quello che ho sempre sognato nella mia vita. [...] Sono contento del progetto che mi è stato proposto da Antonio Di Pietro e dall’Italia dei Valori e dell’impegno richiestomi dalla società civile. Il mio è l’impegno della società civile che entra in politica e che, quindi, vuole fare qualcosa di concreto”.
Titolare delle indagini “Why not”, “Poseidone” e “Toghe lucane” in cui inquisì uomini politici, imprenditori e magistrati, De Magistris svolge ora il ruolo di magistrato giudicante presso il Tribunale di Napoli dopo il trasferimento da Catanzaro per “incompatibilità ” ordinato al termine di un’indaginie interna dal Csm. Un provvedimento che l’ex pm giudicò ingiusto e giustificato solo dalla volontà di allontanarlo da inchieste pericolose per il “potere”.
Sul suo trasferimento, i colleghi di Napoli avviarono un’indagine sulla Procura di Catanzaro a sua volta mobilitata a scoprire la legittimità dei provvedimenti della giustizia partenopea. Una guerra tra procure che si concluse con la sospensione del procuratore di Salerno Luigi Apicella, e il trasferimento d’ufficio di quattro toghe di Catanzaro e Salerno.
Voci su una sua candidatura alle europee circolavano da tempo. E in una recente intervista aveva detto di non poter escludere di scendere in politica, ma di non aver ancora deciso: “sono stato messo ingiustamente all’angolo, per non nuocere evidentemente. Continuano iniziative disciplinari assolutamente prive di fondamento e incredibili per certi aspetti, quindi io non escludo in questo momento nulla. Ma questo non significa che ho preso delle decisioni”.
E oggi la decisione è stata resa pubblica. Con questo VIDEO su YouTube:

“Distruttivo”. “Eccessivo”. Il Csm boccia il ddl sulle intercettazioni: il progetto della maggioranza “distrugge” questo strumento investigativo. Non usa mezzi termini il vicepresidente Nicola Mancino. Nel dibattito sul parare del Consiglio Superiore della Magistratura vota come la maggioranza dei componenti. Contrari solo i membri laici designati dal Pdl. Due gli astenuti. Il parere finale è fortemente negativo.
“L’autorizzazione delle intercettazioni solo in presenza di gravi indizi di colpevolezza” spiega Mancino, “distrugge o limita fortemente la possibilità di intercettazioni”. Il vicepresidente di Palazzo dei Marescialli ha esplicitamente parlato di un contrasto con l’articolo 21 della Costituzione che tutela la libertà di stampa, a proposito della sanzione penale prevista per i giornalisti che pubblichino atti di procedimenti. “Il venir meno del segreto - ha aggiunto - è opera unilaterale del giornalista o c’è qualcuno che ha concorso nella consumazione del reato con lui?”.
E su questa parte del provvedimento si annuncia battaglia. La Giunta della Federazione della Stampa esaminerà domani in via di urgenza, con l’Ordine dei giornalisti e d’intesa con l’Unione Cronisti Italiani, ”le nuove iniziative comuni e unitarie di tutta la categoria dei giornalisti per contrastare le interferenze e le gravi minacce al diritto di cronaca che, con le novità che stanno emergendo nella Commissione Giustizia alla Camera, porterebbero addirittura alla cancellazione della cronaca giudiziaria”: lo si legge in una nota della Fnsi.
”L’assalto ai giornali e ai giornalisti che vogliano rispondere al diritto dei cittadini a conoscere come vanno le cose che riguardano la propria vita, a sapere se e come procedono le inchieste giudiziarie su vicende di rilevanza pubblica - continua la nota - sta assumendo dimensioni intollerabili e incivili. L’emendamento che introduce, nel ddl intercettazioni, il carcere fino a 3 anni per chi pubblica notizie, non solo di conversazioni poste agli atti, ma anche di riassunti della documentazione sulle indagini è profondamente illiberale. Non è in gioco un privilegio di una categoria, quella dei giornalisti, o il preteso potere di un’impresa, quella editoriale. Si vuol trattare da criminali queste due categorie e da poveri di diritti i cittadini, privati di un bene costituzionalmente garantito: l’informazione. I giornalisti, per deontologia professionale e per le convenzioni internazionali sui diritti dell’uomo, hanno sempre l’obbligo di non tacere sui fatti di pubblico interesse e di darne conto ai cittadini, anche qualora le notizie dovessero provenire da fonti riservate che altri avevano l’obbligo di custodire assicurandone la segretezza”.
E in un comunicato congiunto anche la federazione degli editori (Fieg) si appella al presidente della Repubblica e al Parlamento affinché ”vengano evitate nel nostro ordinamento norme che costituiscono un’evidente e palese compressione dei valori della libertà di stampa riconducibili all’articolo 21 della Costituzione”.
A introdurre l’emendamento contestato è stata la parlamentare del Pdl Deborah Bergamini, che nel novembre 2007 finì nella bufera per intercettazioni legate al suo lavoro come responsabile di marketing strategico in Rai. ”Sono assolutamente convinta di quello che ho fatto - spiega - perché secondo me i diritti dei cittadini vengono prima di ogni altra cosa. E il diritto alla privacy è un diritto sacrosanto già tutelato, proprio nel codice della privacy, con il carcere da uno a tre anni”.
Il parere è ”antigovernativo e corporativo” e il Csm ‘’si atteggia a Terza Camera”, hanno sostenuto Gianfranco Anedda (An) e Michele Saponara (Fi). Il Consiglio superiore, hanno accusato, ”vuole coprire l’incapacità dei Pm, consentire abusi nelle intercettazioni e attuare un regime in cui un cittadino qualunque possa essere intercettato alla cieca”.
Il Csm ha esposto il proprio parere con una critica punto per punto sul ddl: in particolare secondo l’organo di governo della magistratura, la necessità dei “gravi indizi di colpevolezza”: ”Le intercettazioni non si dovrebbero più effettuare - avverte il Csm - per scoprire gli autori di omicidi, violenze sessuali, rapine o altri reati gravissimi, per i quali il fatto sia immediatamente noto, mentre assolutamente ignoto ne sia l’autore. Il ritrovamento di un cadavere e l’evidenza che si tratta di una persona uccisa non sarebbero più sufficienti per autorizzare le intercettazioni, essendo necessario anche aver già individuato il possibile autore”. Nel mirino anche i limiti alla durata (la massima è di 30 giorni prorogabili di altri 30):”La fissazione di termini cosi’ limitati non corrisponde alla realtà e pone gli uffici di procura e le forze di polizia nella evidente difficoltà di svolgere seriamente il loro lavoro”.
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Nella guerra tra procure prende la parola anche il capo dello Stato, che è anche presidente del Csm. Con una richiesta al procuratore generale di Salerno, il presidente Napolitano chiede gli atti dell’indagine condotta dalla procura di Salerno sulle presunte illegalità commesse dagli uffici giudiziari di Catanzaro nel sottrarre all’ex pm De Magistris le indagini Why not e Poseidone.
Nella richiesta di Napolitano si evidenzia il “carattere di eccezionalità ” della vicenda con “rilevanti, gravi implicazioni di carattere istituzionale”. E l’intervento appare come una scelta dirompente in un clima già molto teso.
A due giorni dalle perquisizioni negli uffici giudiziari di Catanzaro, dopo le dichiarazioni del procuratore generale che giudicava l’indagine sui suoi uffici un vilipendio e dopo gli accertamenti ordinati dal ministro della Giustizia Angelino Alfano, è ormai guerra tra Procure: mentre Salerno indaga i colleghi di Catanzaro, il Pg calabrese risponde annunciando che sette magistrati di Salerno, tra cui il capo della Procura, sono inquisiti in merito alle perquisizioni e al sequestro ordinate ieri l’altro negli uffici calabresi.
Al momento non si sono apprese le ipotesi di accusa nei confronti dei magistrati campani. Oltre al sequestro degli atti delle due inchieste, i pm della Procura di Salerno hanno eseguito anche numerose perquisizioni nei confronti di magistrati della Procura generale e della Procura di Catanzaro. L’inchiesta della Procura di Salerno è scaturita dalle denunce fatte dall’ex pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, circa l’avocazione dell’inchiesta Why Not da parte della Procura generale.
Secondo il capo dello Stato si tratta di una vicenda senza precedenti che ha gravi implicazioni istituzionali.
Questo il comunicato del Quirinale: “Il Segretario Generale della Presidenza della Repubblica Donato Marra, su incarico del Presidente Giorgio Napolitano, ha oggi inviato al Procuratore Generale presso la Corte di appello di Salerno, dott. Lucio Di Pietro, la seguente lettera: ‘La Procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno ha effettuato ieri perquisizioni e sequestri nei confronti di magistrati e uffici della Procura Generale presso la Corte di appello di Catanzaro e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di quella città . Tali atti di indagine, anche per le forme e modalità di esecuzione, hanno avuto vasta eco sugli organi di informazione, suscitando inquietanti interrogativi. Inoltre, in una lettera diretta al Capo dello Stato, il Procuratore generale di Catanzaro ha sollevato vive preoccupazioni per l’intervenuto sequestro degli atti del procedimento cosiddetto ‘Why Not’ pendente dinanzi a quell’ufficio, che ne ha provocato la interruzione. Tenendo conto di tutto ciò, il Presidente Napolitano mi ha dato incarico di richiederLe la urgente trasmissione di ogni notizia e - ove possibile - di ogni atto utile a meglio conoscere una vicenda senza precedenti, che - prescindendo da qualsiasi profilo di merito - presenta aspetti di eccezionalità , con rilevanti, gravi implicazioni di carattere istituzionale, primo tra tutti quello di determinare la paralisi della funzione processuale cui consegue - come ha più volte ricordato la Corte costituzionale (tra le altre, con le sentenze e le ordinanze n. 10 del 1997, 393 del 1996, 46 del 1995) - la ‘compromissione del bene costituzionale dell’efficienza del processo, che è aspetto del principio di indefettibilità della giurisdizione’”.
Immediate le reazioni del mondo giudiziario e politico. “Non vorrei che su di me ci fosse l’ombra del sospetto”. Se un’eventualità del genere dovesse accadere “non esiterei ad andarmene”, ha detto il vice presidente del Csm Nicola Mancino, riferendosi a un’indiscrezione secondo la quale sarebbe coinvolto nell’inchiesta sul caso De Magistris.
“Sta accadendo quello che non poteva che accadere, e cioè che una volta entrata la politica nella magistratura questa finisce per intaccare e tagliare le radici della stessa magistratura”, ha commentato Gaetano Pecorella intervistato da Radio radicale parlando di “Una guerra per bande interna alla magistratura”.
“Con questo sistema per cui le informazioni di garanzia, le notizie sui giornali, le telefonate più o meno interessanti vengono pubblicate, si finisce per lasciare in mano a questo o quel magistrato delle forme di epurazione. In questo modo si colpisce l’intero Csm perché Mancino lo rappresenta”, ha aggiunto il deputato del Pdl. “Se dovesse dimettersi lui ci sarebbe da rivedere l’intero attuale Csm”, ha aggiunto. “Credo che sia un danno gravissimo per il Paese che comporta una perdita di fiducia” ha concluso Pecorella “il Paese non sa se a Catanzaro c’è una specie di associazione a delinquere fatta di magistrati con ramificazioni che arriverebbero addirittura al Csm oppure se c’è un gruppo di magistrati che ha sentito la necessità di scrivere 1700 pagine per fare una perquisizione con lo scopo evidentemente di diffondere dati e notizie, perché credo che sia la prima volta che per un decreto di perquisizione si occupano 1700 pagine”.
Due giorni fa il ministro della Giustizia Angelino Alfano aveva invocato un’iniziativa del Csm sul pm di Milano Fabio De Pasquale, colpevole di aver definito “criminogeno” il Lodo che porta il nome del Guardasigilli e che garantisce l’immunità alle quattro più alte cariche dello Stato. E su questo aveva avuto un secco scambio di battute con il vice presidente del Csm Nicola Mancino. Oggi il Comitato di presidenza di Palazzo dei marescialli, riunito d’urgenza, ha autorizzato l’apertura di un fascicolo sul magistrato, accogliendo la richiesta avanzata in mattinata dai consiglieri del Pdl Gian Franco Anedda e Michele Saponara. E lo ha affidato alla Prima Commissione. Secondo la richiesta dei due laici, l’indagine del Csm dovrà verificare se per De Pasquale non si sia determinata una situazione di incompatibilità ambientale o funzionale; cioè se non sia il caso di trasferirlo d’ufficio da Milano o dalle sue funzioni di pubblico ministero.
Sotto esame finisce anche il presidente del tribunale per i minorenni ed ex sindaco di Genova Adriano Sansa, che in una pubblica assemblea qualche giorno fa ha definito Berlusconi “primo ministro piduista circondato da persone che servono lui e non lo Stato”, e indicato quale “unico titolo di merito” del ministro Alfano il fatto di essere “un fedelissimo del premier”: anche per lui su richiesta degli stessi consiglieri del Pdl è stato aperto un fascicolo.
De Pasquale aveva definito “criminogeno” il Lodo Alfano quando al processo Mediaset, che vede imputato il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per la compravendita di diritti televisivi, aveva sollevato l’eccezione di costituzionalità sulla legge. E per questo era finito sotto gli strali del ministro: “È inaccettabile che un pubblico ministero in pubblica udienza definisca ‘criminogena’ una legge dello Stato”, aveva tuonato Alfano. La pensano così anche Anedda e Saponara che giudicano le parole di De Pasquale, come pure quelle di Sansa, “lesive del prestigio delle più alte cariche dello Stato e delle istituzioni costituzionali”; si tratta di dichiarazioni - scrivono nella loro richiesta - che “vanno ben al di là dei giudizi critici consentiti dalla libertà di espressione e coinvolgono con concetti e parole denigratori cariche e organi costituzionali”. Di tutti i due casi la Prima Commissione comincerà a occuparsi lunedì assicura il presidente Ugo Bergamo, che ritiene un ”passaggio obbligato” l’audizione dei magistrati interessati.
L’iniziativa non convince due autorevoli ex consiglieri del Csm, nonché esponenti dell’Associazione nazionale magistrati.
La ritiene “preoccupante” il procuratore di Asti Maurizio Laudi, che parla di un uso “anomalo” dello strumento del trasferimento d’ufficio. Si dice “stupito” il procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, che fa notare: nel sostenere le sue tesi in un processo il pm gode della “più ampia libertà di parola”, anche quando utilizza argomentazioni “opinabili”.