Leggi tutte le notizie su:
Nicolas-Sarkozy


Il premier italiano Silvio Berlusconi dopo l'incontro con Sarkozy a Villa Madama, il 26 aprile 2011 (ANSA / ALESSANDRO DI MEO)
Oltre alle proposte elencate, la lettera a doppia firma Sarkozy e Berlusconi (qui il documento originale dal sito del governo), inviata ieri a Bruxelles, ha centrato senza dubbio un obiettivo: quello di portare al centro dell’attenzione della Commissione europea il tema dell’immigrazione, soprattutto dai paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Continua


Le forze dell’ordine mi sono sempre state vicine e pattugliano il territorio - ANSA
di Pino Buongiorno
Due date profetiche. La prima: 1870, quando Napoleone III (soprannominato non a caso «il piccolo» da Victor Hugo), imbarcatosi nella guerra francoprussiana, finì sconfitto e prigioniero a Sedan mentre a Parigi crollava l’Impero di Francia. La seconda: 1956, la crisi di Suez, che oppose l’Egitto all’occupazione militare del canale da parte di Francia, Regno Unito e Israele, costretti a ripiegare dal presidente americano Dwight Eisenhower per non provocare l’intervento nucleare dell’Urss. Continua
- Tags: accordo, Epr, firma, Francia, Italia, Nicolas-Sarkozy, nucleare, Palazzo-Madama, reattore, Silvio Berlusconi, trattato
-

Silvio Berlusconi e Nicolas Sarkozy sono d’accordo su tutto: sul nucleare, sulle infrastrutture, sulla politica europea (che va cambiata), sulla politica internazionale e perfino sulla vittoria di Ugo Cappellacci in Sardegna. Ma resta una grande e indissolubile frattura… culinaria. Tanto che Sarkozy durante la conferenza stampa con “l’amico Silviò” ha esclamato: “Il vero problema in Italia è che vi sedete a tavola dopo le 14.30”.
A parte la tavola, che da sempre divide il nostro Paese dai cugini transalpini, dunque la sintonia è pressochè totale tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente francese Nicolas Sarkozy sugli argomenti affrontati oggi dal vertice bilaterale italo-francese a Villa Madama. Durante i colloqui Sarko ha fatto i complimenti al Cavaliere: “E’ una fortuna che tu sia in politica da 15 anni. Ed è un bene che tu sia amico di Putin, perché non so cosa vi siate detti, ma avete frenato l’escalation della crisi tra Georgia e Russia”. Prima di mangiare insieme, nella splendia Villa Madama, i due hanno svolto una conferenza stampa con l’atomo come aperitivo: “Dobbiamo svegliarci – ha detto Berlusconi – e costruire le centrali nucleari anche noi. E grazie al know how degli amici francesi risparmieremo anni e soldi”.
Insieme – e la cosa non potrà che fare rumore - i due leader europei hanno anche concordato sulla critica alle regole di funzionamento della Ue. “Le regole della Ue sono da cambiare perché, ha sottolineato il premier italiano in privato, sono del secolo scorso e inadatte ad affrontare la crisi economica”.
Parlando della crisi Berlusconi ha ribadito che le banche italiane non necessitano di alcuna nazionalizzazione “visto che sono solide”, ma nel mondo ci sono paesi “dove l’ipotesi della nazionalizzazione delle banche ha delle ragioni, delle frecce al proprio arco, dove le banche non fanno il loro dovere ovvero quello di non finanziare le imprese”.
Sarkozy ha anche proposto al premier “la creazione di battaglioni navali italo-francesi da tenere di stanza nel Mediterraneo”. E dopo l’ennesimo complimento sulla bravura di Berlusconi: “E poi i media dicono che non sei un professionista… Hai pure vinto le elezioni in Sardegna!”, il Cavaliere ricambia: “Caro Sarko, la guida del tuo semestre europeo è stata determinata e intelligente”.
Ma a quel punto si fanno le 14.30. La conferenza stampa finisce e il povero Nicolas, per di più senza Carla Bruni, deve scappare per andare al Quirinale all’incontro con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. A digiuno…
Il VIDEO servizio:

E pensare che fino a qualche settimana fa erano nella stessa maggioranza a sostenere Romano Prodi. E ora? Oggi sono tante le cose cambiate: il governo non c’è più, la maggioranza s’è squagliata al primo sole, il Professore annuncia di voler lasciare la politica, il Pd è partito da solo, la Sinistra non sta a guardare, i socialisti sono rimasti fuori dai grandi giochi.
Oggi (meglio, da giorni) Bertinotti e Veltroni si divertono a darsi pizzicotti, quasi fossero l’uno per l’altro il nemico politico da battere, come fossero i soli a correre per Palazzo Chigi. E Boselli? Anche solo per farsi notare, il “trasformato” segretario socialista, dice la sua e non ci sta. Ultimo - ma solo in ordine di temo - casus belli è il risultato delle elezioni. Ma non quelle che si terranno ad aprile in Italia. Bensì quelle che si sono appena chiuse in Spagna e in Francia: sono questi risultati a fare da specchio del malessere del popolo della sinistra italiana.
Infatti il leader del Pd, Walter Veltroni legge così la vittoria di Zapatero al di là dei Pirenei e la sconfitta di Sarkozy oltralpe: “Sta spirando un vento nuovo in Europa e in occidente”, che “suggerisce di essere realisti e innovatori, di avere quella sana radicalità del riformismo che è necessaria”. Secondo l’ex sindaco di Roma, insomma, l’esito delle urne avrebbe infatti premiato il riformismo democratico a danno delle posizioni più massimaliste della sinistra. Tradotta, la tesi di Veltroni vuol dire: “Le sinistre radicali hanno subito un peggioramento serio”: “Si capisce da parte dei cittadini che oggi la sfida non è di testimonianza ma di realismo e innovazione”.
Affermazioni che hanno mandato, ovviamente, su tutte le furie il leader di Prc, Fausto Bertinotti: “Io sono convinto che il voto in Spagna e in Francia, come quello che sta accadendo negli Stati Uniti, ci dicono che sta cambiando aria, che c’è bisogno di aprire una fase nuova nella vita di un occidente che ha sempre più bisogno di armonizzare la crescita economica, necessaria e del tutto insufficiente, con una attenzione alle diseguaglianze”. Il vento che il candidato premier della Sinistra-Arcobaleno vede spirare da Madrid e Parigi non è di “pesante peggioramento della sinistra radicale” avvertito da Veltroni. Anzi: “Le destre perdono in Spagna e in Francia” continua Bertinotti “ma sull’Europa mi fermerei un momento, perché si è visto che le socialdemocrazie perdono perdono e la sinistra avanza”. Il problema riguarda invece l’Italia, aggiunge il presidente della Camera, dove “di formazioni socialiste non ce ne sono”.
Apriti cielo! L’uscita del Subcomandante Fausto non poteva non irritare Enrico Boselli. Costretto, dopo essere rimasto escluso dalle grandi alleanze e dopo aver incassato anche il no di Mastella, a correre da solo e fare una fatica immane per cercare di liberarsi, nelle tabelle dei sondaggi o nelle partecipazioni televisive, dall’indeterminatezza della scritta “altri partiti”. A stretto giro di posta, l’ex mite Boselli risponde, piccato: “Bertinotti dovrebbe essere rosso di vergogna” dice il leader del garofano “in Italia un partito socialista c’è da 116 anni e correrà alle prossime elezioni politiche con un proprio simbolo e un proprio candidato premier”.
E pensare che fra qualche settimana, dovessero vincere, Pd, Sinistra Arcobaleno e socialisti potrebbero ritrovarsi a governare insieme città, comuni e regioni…
- Tags: CdL, Ds, Filippo-Penati, giunta, intervista-canaglia, Lega, legalità, Milano, Nicolas-Sarkozy, Pd, provincia, rom, sicurezza, Walter Veltroni
-

Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, è nato a Monza nel 1952. Sposato, due figli, insegnante, è stato assessore al Comune di Sesto San Giovanni dal 1985 al 1993 e poi sindaco, eletto nel 1994 e riconfermato nel 1998. Iscritto ai Democratici di sinistra, è stato candidato alle elezioni europee del 1999 per la circoscrizione nord-ovest ottenendo circa 15 mila preferenze. È stato segretario della federazione metropolitana dei Ds dal 1999 al 2004. Fa parte della direzione nazionale ds e del consiglio federale della Fed. È stato eletto presidente della Provincia nel turno elettorale del 2004 (ballottaggio del 26 e 27 giugno), raccogliendo il 54 per cento dei voti in rappresentanza di una coalizione di centrosinistra. Ha battuto la candidata del centrodestra, Ombretta Colli, presidente uscente. Il suo mandato scade nel 2009.
Presidente Penati, non ha capito che a sinistra il tema della legalità non fa proseliti. Poi si lamenta se la definiscono leghista di sinistra o centrista occulto.
Certa sinistra ha la cattiva abitudine di affibbiare etichette invece che confrontarsi sul merito. Il tema della sicurezza è prioritario nell’area metropolitana milanese, bisogna dare risposte a una comunità che si sente minacciata.
Mi sa che la polemica è figlia anche dei movimenti in vista delle primarie del Partito democratico.
Magari, se fosse così sarebbe una polemica passeggera. Purtroppo invece perdura da tempo all’interno della sinistra, e riemerge ogni volta che si affronta il tema della sicurezza.
Nella sua maggioranza la sinistra radicale conta 11 consiglieri su 25. Se fossi in lei non mi sentirei tranquillissimo…
Sarebbe presuntuoso se non mi preoccupassi. Ma sono tranquillo perché in questi due anni e mezzo la mia maggioranza mi ha sempre sostenuto. Sul tema sicurezza c’è stata sì divergenza, il che non ha impedito che passasse la delibera che stanzia 1 milione di euro per il fondo metropolitano sulla sicurezza.
Quando poi passa anche con i voti dell’opposizione si dorme tra due guanciali.
Era un ordine del giorno che approvava la mia relazione in Consiglio. Ma per amor di verità occorre dire che la delibera era già passata con il voto unanime di tutti gli assessori.
Ma lei se la sentirebbe di fare come Sarkozy e prendersi in giunta politici della Casa delle libertà?
Certo che lo farei, perché va premiata la competenza non l’appartenenza. Poi non so se questo Paese lo tollererebbe: il bipolarismo è giovane e si griderebbe all’inciucio. Come successo sul voto bipartisan in Regione su Malpensa.
A proposito, invece di restare impiccati al destino di Alitalia, prendiamo al volo l’offerta di Ryanair.
Io sono per andarla a vedere fino in fondo. Se Alitalia conferma che dismette gran parte dei voli, Malpensa deve pensare al suo destino. Anche se non possiamo pensare che le 180 rotte di Alitali possano essere coperte da una compagnia low cost, se pure di successo.
Sul ticket a Milano sempre strenuamente contrario?
La Moratti ha ragione quando sostiene che bisogna intervenire sulla congestione del traffico. Ma allora io dico: meglio chiudere il centro storico alle auto che mettere un ticket. Oltretutto è un provvedimento che copre il 4 per cento dell’area metropolitana, poca cosa.
Sta passando il ferale sospetto che sull’Expo 2015 Milano si farà fregare da Smirne.
Sul tema al Festival dell’Unità ho detto: siamo qui per sparare sul gufo. Guardi, confrontando i due progetti Milano vince alla grande. Se poi sulla scelta influiscono ragionamenti di altro tipo, chessò, geopolitico…
Un giudizio in tre righe sulla Moratti sindaco.
Lo daranno gli elettori, non mi metto certo io a dare voti. Dal punto di vista istituzionale mi trovo bene. E c’è cordialità nei rapporti personali.
Mi tolga una curiosità: perché mai il nordico Penati sostiene il romano Veltroni?
Mi ha convinto molto il discorso di Veltroni al Lingotto. Poi gli riconosco capacità politica e di innovazione. Abbastanza per capire che il Nord è una piazza imprescindibile per le sorti del futuro Partito democratico.
[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/userpics/10054/normal_lavagna.JPG)
Enfants de la Patrie, applicatevi un po’ di più. Non sono solo gli studenti italiani a far la parte degli asini, soprattutto in matematica - come denunciato dal ministro Fioroni -, ma anche gli odiati-amati cugini francesi hanno i loro guai e non sanno molto far di conto. E per di più le loro lacune si evidenziano anche nel leggere e nello scrivere. È la scuola primaria (che ingloba la scuola materna - considerata fiore all’occhiello della Republique - e l’elementare) ad essere incriminata. Il rapporto annuale dell’Haut conseil de l’Education (HCE) (qui il documento in francese e in pdf), un organismo composto da nove consiglieri nominati dalla presidenza di Stato, segnala che ogni anno il 40% degli allievi, ovvero circa trecentomila giovani, esce dalla scuola primaria (a 11 anni) senza l’apprendimento minimo. Di questi, duecentomila hanno conoscenze “fragili e insufficienti” per le nozioni fondamentali, cioè leggere, scrivere e fare calcoli, e centomila “non padroneggiano le competenze di base”.
A nulla è servita, quindi, la recente introduzione voluta dal ministero dell’educazione, del quarto d’ora di tabelline obbligatorio per rafforzare il calcolo mentale. E le carenze ovviamente rotolano su se stesse, lungo tutto il corso della scolarizzazione, diventando da manciata una valanga, con ripercussioni.
Il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy ha sollecitato un’apertura del dibattito: che si avvicini una nuova riforma scolastica d’oltralpe?
Ma gli italiani non gongolino per i mali altrui, soprattutto lieti che ad allarmarsi questa volta siano i cari vicini un po’ snob - a cui recentemente siamo legati anche da noiose disputucule calcistiche -. Guardando alle statistiche OECD (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economici) e alla bestia nera che condividiamo con i francesi, la matematica, ci conviene ridere poco: per quanto riguarda le performance in matematica dei quindicenni, nel mondo, relative al 2006 (l’indicatore A4 dell’indagine Uno sguardo all’educazione 2006), suddivise su gradi di valore dall’uno al sei massimo, è stato rilevato che non raggiunge il livello minimo richiesto il 13,2% degli italiani (con percentuali maggiori solo la Grecia, il Messico e la Turchia), contro il 5,6% dei francesi. I meno scarsi sono i finlandesi, con solo l’1,5% degli studenti al di sotto della soglia minima. La maggior parte della popolazione di 15 anni d’oltralpe si attesta al terzo livello (25,9%), mentre i “nostri” nel gradino sotto, il secondo, con il 24,7%. Ad eccellere, toccando capacità matematiche da sesto livello, è il 3,5% dei francesi, contro l’1,5% degli italiani. La percentuale più alta di geni matematici è del Belgio (9%).
Non ci resta che studiare.
LEGGI ANCHE: Fioroni: “Ragazzi asini in matematica”. Macché, gli si insegna a sbagliare - Stanchi del caro-libri? I testi si prendono usati, sul web - Scuola kit, la girandola dei prezzi tra Roma e Milano - FORUM: I libri scolastici dei tuoi figli costano troppo? E tu come risparmi?
- Tags: Astrid, bipartisan, burocrazia, centrodestra, centrosinistra, consulenze, ENA, Franco-Bassanini, linda-lanzillotta, Nicolas-Sarkozy, pubblica-amministrazione, riforme, Romano Prodi, Silvio Berlusconi
-

In Francia lo conoscono e lo stimano, da tempo. Visto che dal 2001 al 2005 ha fatto parte del Consiglio d’amministrazione dell’Ecole Nationale d’Administration (E.N.A.). Nicolas Sarkozy, in particolare, lo tiene molto in considerazione: nel 2002, quando Sarko era ministro dell’Interno, lo ha chiamato per illustrare le sue riforme (datate 1997) ai prefetti francesi. E siccome Franco Bassanini, costituzionalista, ex ministro ds della Funzione pubblica nel primo governo di centrosinistra (’96-2001), fondatore di Astrid (Associazione per gli Studi e le ricerche sulla Riforma delle Istituzioni Democratiche) e, appunto, padre della prima corposa (anche se in gran parte “rimasta nei cassetti”) riforma della pubblica amministrazione, all’Uomo Forte francese è parecchio piaciuto, lo ha rivoluto nel 2004 come relatore alla conferenza programmatica dell’Ump, il partito di centrodestra al governo oggi in Francia.
“Ma quella volta Sarkozy volle sparigliare il campo e sorprendere i socialisti francesi, che lui reputa non proprio degli innovatori. E io stetti al gioco e andai a esporre i contenuti della mia riforma”.
Questa volta invece, professor Bassanini, l’incarico è istituzionale…
Sì. Il 30 agosto si insedia la Commissione per la liberazione della crescita francese, voluta dal governo di François Fillon, su mandato del presidente Nicolas Sarkozy. Ma la commissione, presieduta da un socialista del calibro di Jacques Attali (biografo e consulente di Mitterand, ndr), sarà del tutto indipendente e libera.
Al presidente francese piacciono i socialisti come lei, Lang, Attali. Ma nessuno grida all’inciucio
Da noi le divisioni politiche sono talmente forti e personalizzate che appena destra e sinistra si mettono a collaborare c’è chi pensa subito a qualcosa di losco. Ma le grandi riforme sono bipartisan. Germania e Francia insegnano.
Già, com’è che l’efficiente stato francese ha bisogno di essere riformato?
In Francia sono convinti che la nostra riforma sia buona e dunque sono molto interessati. La loro pubblica amministrazione funziona, ma per alcuni aspetti sono molto indietro. Per esempio, a parità di popolazione, la Francia conta due milioni in più di dipendenti pubblici rispetto ai 3,6 milioni dipendenti italiani. Da noi sono meno, ma non sono nelle condizioni di dare il meglio. Quelli francesi sono tanti, preparati, ma anche costosi: il loro stipendio incide per il 3,5% sul Pil nazionale. Anche di questo dovrà occuparsi la commissione, il cui mandato scade a dicembre. E dovremo anche indicare soluzioni per rilanciare la competitività e la crescita. Il livello della disoccupazione d’Oltralpe è per esempio superiore a quello italiano.
Che ruolo avrà?
Mi occuperò di ridefinire e semplificare il rapporto tra lo Stato e le piccole medie imprese.
Ovvero quello che in Italia non le è riuscito quand’era ministro della Funzione Pubblica…
Più o meno. In effetti la riforma del ‘97 (impropriamente detta Bassanini, visto che con me lavoravano fior di esperti) è in parte rimasta inattuata.
E del governo Prodi
Già. A essere sincero, il precedente governo Berlusconi l’ha rispettata all’80%. Questo esecutivo invece è andato nella direzione opposta. Spacchettando per esempio vari ministeri ha voluto dare un messaggio chiaro: la Bassanini non è più priorità. Ma è un altro l’aspetto che non mi convince.
Dica
Se Prodi avesse incaricato McKinsey o l’ingegner Ermolli di svolgere una ricerca seria e questo studio avesse dimostrato che l’Italia ha bisogno di 30 ministeri, a differenza della Francia, della Spagna e della Germania che non ne hanno più di 15, io avrei preso atto che la riforma Bassanini era sbagliata. Invece non bastavano le poltrone…
E l’hanno tagliata fuori.
Però con Astrid, e a titolo gratuito, continuo a collaborare con il ministero dell’Interno (Giuliano Amato del resto è tra i fondatori di Astrid); col ministero dei Rapporti con il parlamento di Vannino Chiti; con Paolo Gentiloni, ministro per le Telecomunicazioni.
Di tutto di più, insomma.
Non ho avuto incarichi dall’attuale ministero della Funzione Pubblica di Nicolais, se non quello, a titolo personale e gratuito, di presiedere una commissione di studio per la formazione dei dirigenti pubblici, sul modello dell’ENA francese.
E com’è andata?
Abbiamo consegnato i nostri lavori entro la data stabilita (il 31 marzo scorso) dal mandato parlamentare. Ma anche questi studi sono rimasti nei cassetti.
Proprio come è successo nel ‘97. Tutti contenti in teoria, poi all’atto pratico le sue proposte restano lettera morta. Si rimprovera qualcosa in proposito?
Le riforme che ho scritto in quegli anni (assieme a personaggi del calibro di Massimo D’Antona) sono state attuate solo in parte. È mancato un lavoro di manutenzione straordinaria.
Cioè?
Nel ‘97 l’Italia aveva bisogno di uno scossone, di uno choc. Le mie cinque leggi, scritte anche grazie agli apporti del forzista Franco Frattini, che poi mi è succeduto al ministero, e votate con spirito assolutamente bipartisan, abbisognavano, come tutte le riforme, di correzioni e messa a punto in fase di attuazione.
E così si sono bloccate
Le hanno bloccate.
Chi?
Un’ampia parte del ceto politico: interessato a mantenere lo status quo e a sistemare sulle poltrone pubbliche persone di fiducia o elettoralmente vicine. E un’ampia parte della burocrazia stessa, che non ama farsi mettere sotto esame ma preferisce andare avanti per scatti d’anzianità e automatismi interni. E anche un’ampia parte del sindacato, impaurito dall’impopolarità che avrebbe comportato seguire le mie norme.
Quale in particolare?
Quella che prevedeva premi ai dirigenti più efficienti e l’allontanamento dei fannulloni. La tesi del Professor Ichino, che ha scatenato polemiche nei mesi scorsi, io l’ho scritta dieci anni fa. Avevo previsto che ogni ufficio pubblico avesse degli obiettivi da raggiungere, una strategia per farlo e dei settori dove applicarsi. A chi fosse riuscito a ottenere buoni risultati avremmo dato un premio. Invece i sindacati preferiscono distribuire gli incentivi a pioggia…
E così lei è rimasto nell’immaginario degli italiani come il ministro dell’autocertificazione.
Sì, ma anche quella è una rivoluzione. Non dover più presentare carte e documenti per l’iscrizione dei propri figli all’anno scolastico successivo, come succedeva prima del ‘97, credo sia una buona semplificazione, no?
Ma molti la criticano per aver dato ufficialità allo spoyl sistem?
Il sistema è sempre esistito. E funziona anche in altre democrazie che noi italiani citiamo a modello. Deve essere limitato agli uffici di staff. Ed è deleterio quando nasconda interessi elettorali. Non c’è niente di male se il capo di gabinetto di un ministero è un uomo di fiducia del ministro. Purché quello sia stato scelto perché è il migliore sulla piazza e non perché appartiene alla famiglia politica del ministro.
A proposito di famiglia, nel governo non c’è più lei, ma sua moglie Linda Lanzillotta, agli Affari regionali. Una ricompensa per non averla fatta eleggere al Senato alle ultime elezioni?
No, che c’entra! Anche perché il ministro Lanzillotta non è dei Ds, ma della Margherita. A me è successo di essere troppo in basso nelle liste, nonostante il mio partito avesse promesso agli ex ministri un ruolo di primo piano.
Tornerà a far politica attiva nel Partito democratico?
Vedremo. Intanto io tifo Veltroni. Soprattutto dopo l’ampio e articolato discorso al Lingotto di Torino. E poi ha una certa somiglianza con Sarkozy.
Ah sì?
Certo: è un abile comunicatore (al pari del francese e di Silvio Berlusconi); è un riformista e gli piace innovare. E poi non è vero, come dice De Gregori, che vuol piacere a tutti. Ma l’avete letto bene il suo programma?

Dopo aver attaccato Sarkozy, il presidente francese, per le lussuose vacanze americane (nel New Hampshire, con la moglie Cécilia e il figlio minore, in una villa di 2000 metri quadri, ospiti di amici che l’hanno affittata al canone di 30.000 dollari a settimana) ed elogiato la modestia del cancelliere tedesco Angela Merkel che, oltre a pernottare in baite dolomitiche al prezzo di 50 euro a notte, fa acquisti di frutta e verdura al supermercato, il quotidiano tedesco Bild ha messo a confronto gli stipendi degli “otto grandi” del pianeta.
Indovinate chi guida la lista? Il presidente americano, George W. Bush, che guadagna 24.167 euro al mese, seguito a ruota dal primo ministro britannico, Gordon Brown, con 23.334 euro, mentre sul terzo gradino del podio c’è il premier giapponese, Shinzo Abe, con 21.910 euro.
E Romano Prodi? Nella graduatoria degli stipendi dei capi di Stato e di governo degli otto Paesi economicamente più importanti, il premier italiano si piazza al quinto posto con 18.900 euro, dopo Angela Merkel (20.427 euro mensili), ma davanti proprio a Nicolas Sarkozy, che deve accontentarsi di soli 6.600 euro al mese.
Forse anche per questo Sarko ha deciso di fare vacanze “a rimorchio”, facendosi ospitare nella residenza sulle rive del lago Winnipesaukke, che altrimenti gli sarebbe costata l’intero stipendio annuale.
Tornando alla classifica, ecco al settimo posto il presidente russo Vladimir Putin con 4.860 euro, mentre chiude il cinese Hu Jintao con appena 274 euro. Ma, si sa, ai cinesi interessano poco le vacanze…