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E adesso nella zona (a Sampieri, tra Scicli e Modica: location prediletta per gli omicidi della serie tv del Commissario Montalbano) è caccia al branco. Con i fucili in grado di sparare proiettili con effetto sonnifero, si cercano i cani killer. E si tenta di abbassare il livello della paura. Perché qui, domenica Giuseppe Brafa, 10 anni, è stato sbranato da un branco di cani, un altro ragazzo e un uomo sono finiti all’ospedale e, nella prima mattina di martedì, una turista di 24 anni è in grave condizioni. In tutto fanno quattro persone aggredite dal branco, in tre giorni. Situazione difficile, di emergenza.
I cacciatori sono carabinieri del Noe, dei Nas e delle due società incaricate della cattura. Di cani ce n’è ovunque. A dare manforte all’azione delle forze dell’ordine, la decisione del procuratore della Repubblica di Modica, Domenico Platania: i cani randagi che sono liberi e che “costituiscono un pericolo sociale per la comunità ” potranno “essere abbattuti dalle forze dell’ordine se necessario” ma per “quelli già catturati la decisione spetta all’autorità amministrativa e non a quella giudiziale”, ovvero devono “decidere la Asl e le organizzazioni amministrative preposte”.
Sceglie invece l’appello all’evacuazione della zona di contrada Pisciotto - tra Marina di Modica e Sampieri - il sindaco di Scicli, Giovanni Venticinque, dopo la nuova aggressione di questa mattina. La giovane tedesca è stata salvata dall’intervento di alcune persone, tra cui proprio il sindaco Venticinque che, insieme ad alcuni funzionari del Comune, stava effettuando un sopralluogo. Ieri, peraltro, i cani killer stavano per aggredire una donna di 74 anni che è riuscita fortunatamente a chiudersi in casa e al branco inferocito non è rimasto che avventarsi su una bambola lasciata in giardino: sbranata, come se fosse un bambino in carne e ossa.
La caccia al branco non si ferma, quindi. E nemmeno le polemiche. A cominciare dallo stato igienico sanitario della “casa-canile” Virgilio Giglio, 64 anni, proprietario e affidatario dei cani (in carcere, con l’accusa di concorso in omicidio colposo). L’abitazione, sequestrata dai carabinieri della compagnia di Modica la notte scorsa, è considerata dagli animali la loro tana e potrebbero farvi rientro. “Servirebbe una task force”, dice a ScicliNews Nunzio Firrincieli, dei servizi veterinari dell’Ausl. “Eravamo stati qui in settembre, i cani erano ben nutriti, il recinto sicuro, il luogo sufficientemente pulito”. Oggi appare come un immondezzaio, un cimitero di cani e di ossa, con una puzza nauseabonda di escrementi, carcasse di cani, polli e bovini serviti da cibo ai cani.
La visita è stata confermata dal procuratore Platania, che ha anche detto che l’Ausl 7, in una relazione del 5 settembre 2008, dopo il ferimento di una turista nella zona di contrada Pisciotto avvenuto il 2 settembre, “aveva certificato che i locali dove Virgilio Giglio teneva i cani, erano idonei allo scopo”.
A Scicli e a Modica tutti si chiedono di chi sia la responsabilità di ciò che è accaduto. Intanto va precisato che i cani della casa di Giglio non sono randagi, ma stanziali. Hanno un padrone. Sergio Bramante, uno dei responsabili della ditta che si sta occupando della cattura dei cani, sempre dal sito Sciclinews conferma: “C’era un rapporto morboso tra gli animali e Giglio. Il padrone non aveva una leadership sugli animali, non aveva delimitato il loro territorio. Dormiva in una brandina, poco distante dal canile, in un rapporto di compenetrazione con gli animali. Procurava carcasse di bovini, di pollame, nutriva i cani, e nutrendoli si sentiva parte del branco. I cani sono, da un punto di vista ancestrale, dei lupi, e se non vengono educati mostrano la loro peggiore componente asociale. Asocialità che aveva colpito il loro padrone”.
Ma poteva un uomo che viveva accampato in una brandina a fianco ai suoi animali provvedere alla cura e alla sicurezza del branco?
Per saperne di più, l’assessore regionale alla Sanità , Massimo Russo, ha chiesto ai dirigenti del servizio veterinario dell’assessorato e dell’Ausl 7 di Ragusa una relazione urgente. Russo si è impegnato anche a varare un piano straordinario di interventi per ridurre il fenomeno del randagismo, che in Sicilia ha raggiunto “livelli di emergenza”. L’assessore chiederà un incontro al sottosegretario del ministero della Salute, Francesca Martini. “Sono rimasto molto scosso” ha commentato “è incredibile e inaccettabile che un bambino possa morire così e sono vicino ai familiari in questo momento di dolore. Voglio conoscere tutti i contorni di questa raccapricciante storia” ha assicurato. “Non intendo sottrarmi alle responsabilità , anche quelle indirette, e farò tutto quello che è nelle competenze del mio assessorato per migliorare una situazione che ha assunto proporzioni allarmanti”.
Il piano straordinario di interventi chiesto dall’assessore Russo prevederà l’adozione di un bando per l’immediata attuazione dei piani di sterilizzazione di cani randagi ricorrendo alle somme accreditate dal ministero della Salute per il 2009, l’adozione di un piano territoriale di interventi per la costruzione di rifugi sanitari, il risanamento delle strutture comunali esistenti, la predisposizione di ambulatori veterinari pubblici e l’adeguamento strutturale di rifugi già esistenti, insieme alla costruzione di nuove strutture gestite dalle associazioni per la protezione degli animali. Secondo le ultime stime regionali che risalgono al 2008 il numero dei cani randagi è di circa 75.000 unità mentre il numero dei cani di proprietà regolarmente iscritti all’anagrafe canina regionale è di 200 mila.
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Morti sul lavoro e guai ambientali riportano l’Ilva al centro delle polemiche, dopo mesi di scontri tra governo e Regione Puglia sulle emissioni di diossina.
La notte scorsa un operaio polacco, Jan Zygmunt Paurowicz, di 54 anni, dipendente di una ditta specializzata in montaggi, la Pirson Montaggio (del Gruppo belga Pirson International), è morto in un incidente avvenuto nello stabilimento siderurgico di Taranto, uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell’acciaio in Europa.
L’uomo stava smontando alcune parti dell’altoforno 4, un impianto fermo dal mese di luglio per lavori di rifacimento, quando è stato colpito dal braccio di una gru ed è precipitato da un’altezza di 14 metri. L’operaio, che era al suo ultimo giorno di lavoro nello stabilimento di Taranto, è morto poco dopo il trasporto in ospedale. La procura di Taranto ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo e ha disposto il sequestro dell’impianto in cui è accaduto l’incidente.
È il il terzo infortunio mortale all’interno dello stabilimento siderurgico dall’inizio dell’anno e anche in questa occasione la vittima è un lavoratore dell’appalto. Mentre la Fiom segnala che dalla metà degli anni ‘90 i morti all’Ilva di Taranto sono arrivati a 44. L’azienda ha espresso in una nota “le più sentite e sincere condoglianze” per la morte dell’operaio. “In questo momento”, continua il comunicato, “l’Ilva, attraverso le proprie strutture di controllo, sta prestando aiuto alle due società coinvolte, collaborando con i rispettivi responsabili nel tentativo di ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto e accertarne le cause”.
A Genova invece il presidente del cda del Gruppo Ilva, Emilio Riva, il direttore dello stabilimento, Giuseppe Frustaci, i responsabili dello smaltimento dei rifiuti, Franco Risso e Enrico Calderari, sono stati denunciati dai carabinieri del Noe (Nucleo Operativo Ecologico) per stoccaggio illecito di rifiuti nell’ambito di un’operazione contro il traffico illecito di rifiuti che ha interessato varie regioni d’Italia.
Nell’impianto di Genova sono state sequestrate 100 mila tonnellate di rifiuti speciali costituiti prevalentemente da polverino d’acciaio e circa 5 mila tonnellate di pasta di zolfo. Ai quattro manager dell’Ilva si contesta di aver realizzato uno stoccaggio di rifiuti speciali non pericolosi in mancanza delle previste autorizzazioni.
Nell’operazione del Noe sono stati arrestati inoltre presunti aderenti a un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti, con base in Abruzzo e diramazioni in diverse altre regioni. Il materiale sequestrato a Genova, residui della attività dell’altoforno chiuso in modo definitivo nel 2005, era stato accumulato tra il 1998 e il 2005. Nonostante fosse stato in parte smaltito, sia attraverso la eliminazione sia con il recupero del ferro dal polverino, l’accumulo aveva superato in grande misura le quantità indicate dalla legge.
L’azienda ha anche in questo caso diffuso una nota che “smentisce qualsiasi coinvolgimento in un presunto traffico illecito di materiali speciali ed esprime piena fiducia nell’operato degli inquirenti. Lo smaltimento dei materiali in questione (polverino di acciaieria e pasta di zolfo) rientrava tra i punti contemplati dall’accordo di programma che la stessa Ilva ha firmato con le varie istituzioni nazionali e locali nel 2005. È tra l’altro in corso con tali istituzioni un confronto relativo alle modalità più idonee per procedere al completo smaltimento degli stessi materiali”.
Questi fatti riportano alla cronaca un’azienda che ha una storia più che centenaria, ma anche contrassegnata da forti polemiche sull’impatto ambientale degli stabilimenti di Taranto e Genova. In passato sono state aperte diverse inchieste sull’inquinamento dell’Ilva. In Puglia in particolare negli ultimi mesi si è inasprito lo scontro col presidente della Regione, Nichi Vendola, che ha dichiarato: “Approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d’Europa l’Ilva farà sempre più utili (negli ultimi quattro anni ha prodotto utili per 2,5 miliardi, ndr)”.
“In qualsiasi parte d’Europa, Slovenia esclusa, l’Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni” ha spiegato il direttore dell’Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato. “Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti”. Il governo pugliese, in più riprese, ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. “Mai abbiamo avuto risposte”, ha continuato Vendola. “E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell’Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità ”. Un mese fa la Giunta pugliese ha approvato un disegno di legge che mette un tetto alle emissioni di diossina.
L’operazione è stata vasta, su scala nazionale: in tutta Italia, da Nord a Sud i carabinieri dei Nuclei operativi ecologici (Noe) hanno compiuto accertamenti presso i circa 50 impianti di cremazione presenti in Italia per verificare il rispetto delle normative ambientali su gestione dei rifiuti ed emissioni in atmosfera.
Diversi i sequestri portati a termine e le denunce.
A Roma, all’interno di uno dei cimiteri comunali, i carabinieri hanno sequestrato un locale adibito al raffreddamento ed alla successiva frantumazione dei resti umani provenienti dai forni crematori, denunciando due persone per emissioni in atmosfera in assenza di autorizzazione, e gestione illecita di rifiuti.
A Napoli, i carabinieri del Noe partenopeo, presso l’obitorio giudiziario del Policlinico Federico II, hanno denunciato cinque persone, di cui due funzionari pubblici, ritenute responsabili di gestione illecita di rifiuti in quanto avrebbero consentito la promiscuità di rifiuti costituiti da capi di vestiario delle spoglie e bare per il trasporto.
A Firenze i militari del Noe hanno sequestrato un’area adibita a deposito incontrollato di rifiuti costituiti da materiale ferroso ed edile e da casse di zinco provenienti da attività di estumulazione.
Inoltre, a Montecorvino Pugliano (Salerno), i militari hanno sequestrato un impianto di cremazione del valore di circa 1.200.000 euro, denunciando il legale rappresentante della società per assenza di autorizzazioni previste.
A Padova i carabinieri di Venezia hanno sequestrato cinque cassette contenenti resti mortali derivanti dalla cremazione. In un’urna è stata riscontrata la commistione dei resti di tre salme delle complessive cinque cremate nella giornata precedente. Due dipendenti della società che gestiva il forno crematorio sono stati denunciati per distruzione, soppressione e sottrazione di cadaveri.
A Mantova, i militari di Trento hanno sequestrato 100 fusti di polveri di abbattimento dei fumi degli impianti crematori, filtri esausti e ceneri di combustione denunciando un imprenditore per gestione illecita di rifiuti.
A Novara i carabinieri di Torino hanno sequestrato un impianto crematorio denunciando un imprenditore per averlo attivato in assenza della prescritta autorizzazione.
A conclusione delle verifiche compiute, i carabinieri dell’ambiente hanno denunciato 45 persone cui vengono attribuite presunte responsabilità sia per la cremazione delle salme sia per la gestione illecita dei rifiuti derivanti, nonché per inottemperanza alle prescrizione degli atti autorizzativi, mancata compilazione della documentazione di supporto tecnico ed emissioni in atmosfera in assenza di autorizzazione.
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Rifiuti speciali e pericolosi, spediti dall’Italia alla Cina e a Hong Kong, dove venivano utilizzati per fabbricare giocattoli, mobili, componenti per l’edilizia, piatti e bicchieri di plastica. Rimandati poi sul mercato europeo. Un giro tortuoso e completamente illegale, ma redditizio per i responsabili del traffico. Il Comando dei carabinieri per la tutela ambientale di Reggio Calabria (Noe) ha arrestato 13 persone su ordine del tribunale di Palmi.
Le indagini sul traffico internazionale di rifiuti sono partite nel 2005, le basi dell’organizzazione erano a Gioia Tauro (Rc), Salerno, Roma e Bari. I materiali trasportati erano per lo più plastiche, cartoni e cartaccia da macero e partivano dal porto di Gioia Tauro, provenienti da Salerno, dove venivano stoccati da varie parti d’Italia. I container erano destinati alle fabbriche di Cina e Hong Kong ma anche di altri Paesi asiatici, europei e africani. Si trattava di rifiuti, anche pericolosi, che però non venivano smaltiti né trattati secondo le leggi vigenti e, grazie alla falsificazione di documenti, risultavano come “materia prima secondaria”.
In questo modo potevano essere rivenduti all’estero e utilizzati per la fabbricazione di oggetti di vario genere, poi riesportati e venduti in Europa. Le misure di custodia cautelare emesse sono 13: 5 in carcere, 5 ai domiciliari, 3 con obbligo di firma. Tra l’ottobre 2005 e il gennaio 2006 sono stati fatti nove sequestri di questi materiali. Il traffico illecito ammonta a 2.648 tonnellate di rifiuti e ha fruttato un giro d’affari di 397 mila euro. Dell’organizzazione facevano parte produttori, trasportatori, intermediari e addetti al recupero degli scarti. Tra gli arrestati, due cittadini cinesi che si occupavano di individuare i rifiuti più adatti e di trasportarli per conto delle aziende della madrepatria operanti nel settore della plastica. Due delle società italiane coinvolte si trovano in Campania, una a Pomezia (Roma).

Bruciavano rifiuti tossici nella campagne intorno a Napoli per ricavarne il rame, che poi rivendevano. I termovalorizzatore che servirebbero in Campania non riescono a farli, ma intanto una banda di eco-criminali aveva trovato il modo di trarre guadagno dalla combustione dei materiali di scarto. La procura di Napoli e i carabinieri del Noe di Caserta hanno scoperto il traffico e hanno arrestato tre persone.
L’operazione “Nerone”, dal nome di uno degli arrestati, ha portato anche all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria per altre tre persone, al sequestro di tre aziende di Casoria, Napoli e Afragola, di un impianto per lo smaltimento sempre ad Afragola e di alcuni mezzi meccanici usati per spostare i materiali. Le accuse sono di associazione per delinquere, traffico organizzato di rifiuti e ricettazione.
I sei indagati avevano organizzato un traffico di rifiuti contenenti rame, che venivano triturati e bruciati in modo abusivo, per recuperare le materia prima (diverse tonnellate al giorno) e rivenderla. La combustione era fatta direttamente su terreni agricoli, liberando scorie altamente tossiche per la salute. L’aspetto più preoccupante è che queste sostanze pericolose contaminavano i cibi attraverso le piogge e le falde acquifere. Le attività inquinanti andavano avanti da mesi e i campi su cui venivano bruciati i rifiuti non sono stati per ora bonificati.
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![[i]2 gennaio 2008[/i] - Il corteo contro la riapertura della discarica prevista dal commissario di Governo per fronteggiare l'emergenza rifiuti avanza in mezzo all'immondizia accatastata del quartiere Pianura a Napoli.<br /> [i](Credits: Ansa)[/i]](http://gallery.panorama.it/albums/upload/foto-gennaio/rifiuti/normal_rifiuti12.jpg)
L’ultimo episodio è di lunedì 14 gennaio. La magistratura ha sequestrato l’inceneritore municipale di Terni e ha inviato nove avvisi di garanzia, tra cui al sindaco e ai consiglieri di amministrazione della società che gestisce l’impianto, per reati ambientali. I casi di chiusura di strutture per lo smaltimento dei rifiuti, autorizzati ma che si rivelano inquinanti, sono numerosi. Precedenti che a volte giustificano le paure dei cittadini e fanno nascere le proteste.
2 febbraio 2007: i carabinieri del Noe (Nucleo operativo ecologico) sequestrano la discarica di Timpazzo, vicino a Gela. Stessa sorte per il termovalorizzatore di Montale (Pistoia), chiuso per fumi non a norma nel luglio 2007. Sigilli nell’agosto 2007 anche alla discarica comunale di Trapani e nell’ottobre 2006 a quella di San Giovanni a Piro (Salerno). Nel novembre 2007 il Noe sequestra la discarica di Lo Uttaro, nel Casertano, riaperta dal commissario straordinario per l’emergenza pochi giorni prima. L’impianto, destinato a rifiuti urbani, è ormai saturo di residui speciali e la concentrazione di sostanze pericolose è così alta che per alcuni dei 12 indagati si ipotizza il reato di disastro ambientale.
Non è sempre colpa della cosiddetta “Sindrome Nimby” (Not in my backyard). I dati sugli interventi del Noe, forniti dal Comando dei carabinieri per la tutela dell’ambiente parlano chiaro. Nel 2007 sono state controllate 358 discariche, autorizzate e non. Di queste, 262 (quasi i tre quarti) sono risultate fuori norma, quelle in regola erano solo 70 e in 26 casi è stato necessario approfondire le analisi. I motivi dell’irregolarità sono diversi. A volte si scelgono siti non adatti, come parchi naturali o zone archeologiche. Spesso i progetti sono buoni e hanno le carte in regola, ma una volta in funzione gli impianti cominciano a produrre emissioni e scarichi nocivi e a contaminare terreni e falde acquifere con sostanze cancerogene. In questo caso è la gestione che lascia a desiderare e nessuno vigila sul rispetto delle leggi.
“Ecco perché non ci fidiamo più delle garanzie date dalle istituzioni”, dice Antonio Cariello, del Nucleo guardie ambientali Wwf di Salerno, che ha denunciato il disastro ambientale della discarica di Basso dell’Olmo e ha promosso le proteste contro quella di Serre. “Qui finisce ogni tipo di rifiuti, senza alcun controllo”, continua. “Tre mesi fa abbiamo sequestrato un tir con 300 quintali di materiali ritenuti pericolosi”. Secondo chi cerca di fermare lo scempio ambientale, in queste discariche vengono buttati scarti nocivi, che andrebbero adeguatamente trattati, oppure umidi che dovrebbero essere smaltiti nei siti di compostaggio. Tutti rifiuti per cui gli impianti non sono stati progettati.

Gli scarichi di Basso dell’Olmo, Salerno
Per Alessandro Beulcke, direttore del progetto Nimby Forum, gli allarmismi possono essere evitati. “Le proteste dei cittadini spesso nascono da una cattiva conoscenza dei progetti degli impianti”, spiega. “È normale che gli abitanti di una certa zona si preoccupino, quando si vedono aprire un cantiere davanti a casa senza sapere il perché oppure hanno solo informazioni che derivano dal passaparola. Ad esempio, pochi sanno che il tanto odiato termovalorizzatore di Acerra di fatto produrrebbe emissioni al di sotto dei limiti fissati dalla normativa europea. Sarebbe opportuno comunque ascoltare i cittadini in fase di progetto e successivamente è fondamentale il monitoraggio, certificato da enti indipendenti, di emissioni e scarichi. In questo modo si guadagna la fiducia della gente. L’azienda che gestisce i termovalorizzatori di alcune città dell’Emilia Romagna, per citare un caso, ha scelto questa strada già da qualche anno: i dati sulle emissioni vengono aggiornati in tempo reale e sono disponibili su Internet“.
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