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Carbonizzato dalle fiamme: un bambino di poco meno di tre anni è morto carbonizzato nell’incendio che ha interessato una quindicina tra roulotte e case prefabbricate in un campo nomadi alla periferia di Foggia. Il corpicino è stato trovato tra i resti della carcassa della roulotte di famiglia. L’incendio, secondo i primi accertamenti compiuti dalla polizia, sarebbe stato causato dal corto circuito di una stufetta. Le fiamme, su un fronte di circa venti metri, sono state spente dai vigili del fuoco i quali sono riusciti a evitare che il fuoco si propagasse al resto dell’accampamento nel quale vivono alcune centinaia di persone. Un numero imprecisato di rom è rimasto senza tetto. L’amministrazione comunale sta cercando una soluzione per dove ospitarli. Un sopralluogo nel campo è stato compiuto dal sostituto procuratore della Repubblica di turno.
Credit: Ansa
Bruxelles- Le misure adottate dall’Italia per fare fronte all’emergenza dei campi nomadi illegali non sono risultate discriminatorie e quindi sono in linea con il diritto comunitario. Questo in sintesi il giudizio espresso dalla Commissione Europea dopo l’analisi condotta sul rapporto sul censimento dei campi nomadi inviato da Roma a Bruxelles il 1 agosto scorso.
L’attenta analisi del documento inviato da Roma ha consentito di constatare che - ha detto Michele Cercone, portavoce del Commissario alla giustizia, alla libertà e alla sicurezza Jacques Barrot - “né le ordinanze né le linee direttrici né le condizioni di esecuzione” delle misure prese “autorizzano la raccolta di dati relativi all’origine etnica o alla religione delle persone censite”.
Anche la raccolta delle impronte digitali “viene fatta solo al fine di identificare persone che non è possibile identificare in altro modo” ha aggiunto il portavoce di Barrot.
Un sistema “valido in particolare per i minori nei confronti dei quali questi rilievi vengono effettuati solo nei casi strettamente necessari e come ultima possibilità di identificazione”.
La “buona cooperazione” tra le autorita’ italiane e Bruxelles, ha osservato ancora Cercone, ha consentito di verificare le linee dei provvedimenti presi e di “correggere tutte le misure che potevano dare luogo a contestazioni”. Barrot continuerà a seguire il dossier prestando attenzione alle ulteriori informazioni che saranno fornite dall’Italia sull’applicazione delle misure prese e chiede di essere informato sullo svolgimento del censimento e dei suoi risultati.
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Dieci dita per la cittadinanza. La via alla nazionalità italiana, per i bambini dei campi rom, potrebbe passare dalla raccolta delle impronte digitali che ha suscitato un vespaio di critiche. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni ha intenzione di presentare nei prossimi giorni una proposta per dare ai bimbi nomadi nati in Italia, ”come ragione umanitaria”, un nome, un cognome e la cittadinanza italiana.
Maroni ne ha parlato in un intervento alla Camera di Commercio americana a Roma. Attualmente la situazione dei documenti dei bambini che abitano nei campi è quasi completamente sregolata: “In alcuni casi, in particolare per chi viene dall’ex Jugoslavia” spiega Maurizio Pagani dell’Opera Nomadi di Milano “non hanno nazionalità riconosciuta ma non sono nemmeno apolidi”. Una situazione di mancanza di riconoscimento (anche di diritti e doveri) che crea le condizioni ideali per l’illegalità.
A proposito dei bimbi che si trovano nei campi nomadi, Maroni ha detto tra l’altro: ”Dobbiamo tutelarli. Quello che stiamo facendo è una cosa giusta e di equità. Ci sono in questi campi persone che vivono in maniera subumana. Bimbi il cui destino è tragico. Alcuni, lo sapete, vengono utilizzati nel mercato dei trapianti di organi. E invece il primo diritto di un bambino, qualsiasi bambino, è di avere una identità”. Per quanto riguarda il censimento dei campi nomadi, Maroni ha aggiunto: ”Sui giornali la cosa è stata impropriamente definita ‘impronte digitali ai rom’, in realtà quello che stiamo facendo è un censimento nei campi nomadi. Il censimento non è su base etnica, è solo per vedere e sapere chi c’è in questi campi”.
“Eppure” ha aggiunto il ministro “c’è piovuta addosso la condanna dell’Europa e sono state dette contro di me e contro di noi cose terribili. Sono stato persino definito uno stupratore da un direttore di giornale. Queste cose però le lascio ai miei avvocati”. Dall’Opera Nomadi un plauso al riconoscimento della cittadinanza italiana: “Può servire a fare chiarezza e a sanare molte situazioni” dice Maurizio Pagani. “Le norme per la cittadinanza italiana sono troppo restrittive per i figli di immigrati. Ora però bisogna vedere se Maroni passerà dagli annunci ai fatti. Anche il suo predecessore Amato aveva riconosciuto il problema dell’identità, ma poi non si era fatto niente”.
Intanto il dibattito sulle rilevazioni delle impronte digitali ai minori rom registra l’ennesima critica per l’Italia da parte di un’istituzione europea:”i politici italiani hanno dimostrato poca leadership morale quando si è trattato di cercare di arginare l’ondata anti-rom”. Lo scrive il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg, in una nota dedicata al tema dei crimini generati dall’odio verso il diverso pubblicata oggi sul sito internet dell’organismo di Strasburgo.
Manifestazione a Roma di Sinti e Rom
Nella sua riflessione, Hammarberg ricorda che questo tipo di crimini è una ”realtà quotidiana” in tutta Europa. Nel citare alcuni degli episodi di violenza e delle situazioni critiche registrate negli ultimi tempi in Europa, il commissario arriva a parlare anche dell’Italia dove, osserva, ”durante l’ultimo anno, in seguito ai discorsi di alcuni politici basati su pregiudizi e ai resoconti xenofobi di alcuni media, ci sono state gravi azioni violente contro i rom, inclusi attacchi fisici e incendi dei campi”. Il commissario rileva anche che ”l’intera comunità rom è stata trasformata in un capro espiatorio per i crimini commessi da pochissimi”.
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Impronte digitali come garanzia di sicurezza. Schedatura degli stranieri che arrivano in Italia. Censimento degli occupanti dei campi nomadi. Ipotesi, per ora: per riconoscere e controllare le persone che sfuggono all’anagrafe. A priori o in caso di problemi con la giustizia. Ma quando le forze dell’ordine hanno la necessità di trovare un immigrato sospettato di aver commesso un crimine e che per le autorità italiane è un “fantasma” irrintracciabile, la difficoltà diventa concreta.
È successo in un’operazione (chiamata “Barosan”, cioè “grande capo”, il modo in cui i rom si chiamavano a vicenda dopo aver compiuto qualche crimine) durata più di un anno dei carabinieri del nucleo operativo della Compagnia di San Donato Milanese, vicino a Milano. I sei responsabili di due violenze sessuali di gruppo, tutti nomadi di origine romena, sono stati arrestati grazie intercettazioni di telefonate in dialetto rom, infiltrazione di militari della compagnia nei campi e la raccolta e l’analisi da parte del Ris di Parma di oltre cento profili di Dna.
I fatti risalgono all’aprile e al giugno del 2007 e sono avvenuti a Segrate. Prima una prostituta albanese di 20 anni viene sequestrata da sei uomini che la stuprano a turno per cinque ore, la picchiano e la minacciano con le armi. Poi, sempre a Segrate, una coppia di 31enni italiani che si trova in un’auto parcheggiata viene costretta a raggiungere la campagna da quattro uomini armati. Qui il ragazzo viene chiuso nella macchina, mentre la ragazza viene violentata ripetutamente.
Le indagini dei carabinieri si complicano da subito. Nonostante la collaborazione delle vittime, identificare i componenti del branco sembra impossibile: le due donne infatti, sotto choc, non ricordano il viso dei loro aguzzini. Alla seconda è stato rubato il cellulare, che però passa continuamente di mano e quindi serve a poco. Grazie ad alcune segnalazioni comincia un lavoro di ricerca nei campi rom di Milano ma non solo. Quelli di Bovisa, Bareggiate, Triboniano, Rozzano, Pieve Portomorone (vicino a Padova), Genova, Venezia e Parma. Significa cercare i responsabili tra migliaia di persone.
Il campo rom della Bovisasca, a Milano, fotografato da un elicottero dei carabinieri
I fuggitivi si spostavano di continuo, anche all’estero, non avevano una casa né un lavoro. Vivevano di espedienti. I carabinieri hanno anche provato a montare dei gps sulle loro auto, che però venivano smontate o rivendute nel giro di pochi giorni. Usavano spesso nomi falsi oppure soprannomi. Uno dei capi del gruppo si faceva chiamare “Osenè”, che in lingua rom significa “Ufo”: una persona invisibile, imprendibile, convinta di poter sfuggire a ogni controllo. I rom ricercati trovavano spesso protezione e ospitalità nei campi, all’interno dei loro nuclei familiari. Anche se in alcuni casi sono stati gli stessi occupanti degli insediamenti, quelli censiti, ad allontanarli perché li consideravano pericolosi.
Proprio i nuclei familiari, anche grazie agli alberi genealogici forniti dalle autorità romene, sono la base di partenza per le ricerche. L’altra traccia seguita è quella telefonica. Sono state intercettate 30 utenze, ascoltate quasi 19 mila telefonate. Tutte in una lingua chiamata “rom da campo”, una sorta di dialetto usato all’interno di una comunità ristretta. In cui i ricercati discutevano esplicitamente di aggressioni i rapine, convinti di non venire mai scoperti.
È stato necessario infiltrarsi nell’ambiente in cui si muovevano i nomadi sospettati. Tre carabinieri della compagnia di San Donato hanno passato molto tempo nei campi, a capire legami di parentela e a controllare spostamenti. Infine il Dna, decisivo per l’identificazione dei responsabili. Gli stupratori avevano lasciato sui luoghi del delitto alcune tracce. Per fare i confronti, gli inquirenti hanno raccolto oltre cento profili genetici di altrettanti nomadi in giro per l’Italia. Con fermi casuali per un controllo stradale, con un alcol test o in altri modi utili. Dalle analisi del Ris di Parma, tra i cento campioni, sono spuntati tre profili che combaciavano esattamente con quelli dei violentatori.
Il risultato delle indagini sono sei persone arrestate, che hanno partecipato a una delle due violenze o a entrambe. Due di loro si trovavano in Italia, due in Spagna, due in Romania. L’ultimo è stato estradato l’8 luglio scorso. I carabinieri, che hanno eseguito le ordinanze del gip Andrea Pellegrino su richiesta del pm Giancarla Serafini, non escludono che il gruppo fosse più grande, le vittime infatti non ricordano il numero esatto delle persone che le hanno aggredite. In carcere sono finiti Nelu Ontica, Napoleon Ciobotaru, Artinovici Musulica, Costin Patru, Laurentiu Sucea e Nicola Caludiu. Hanno tutti tra i 20 e i 40 anni.
Nuova invettiva di Famiglia Cristiana contro il governo. Dopo l’attacco al premier per le sue esternazioni sui giudici, un nuovo editoriale commenta duramente la politica del ministro Roberto Maroni. “Prima però le impronte dei parlamentari e dei figli”, titola il settimanale, riferendosi alla proposta del ministro di prendere le impronte digitali ai bambini rom.
In un’anticipazione del prossimo numero in edicola mercoledì, Famiglia cristiana denuncia inoltre il “silenzio assordante contro l’indecente proposta di Maroni”. Il settimanale osserva anche che non c’è altrettanta “ostinazione nel combattere la criminalità vera. Avremmo dato credito al ministro se, assieme alla schedatura, avesse detto come portare i bimbi rom a scuola, togliendoli dagli spazi condivisi coi topi. Che aiuti ha previsto? Nulla”. E Berlusconi “permetterebbe che agenti di polizia prendessero le impronte dei suoi figli o dei suoi nipotini?”.
“Oggi”, continua Famiglia cristiana, “con le impronte digitali uno Stato di polizia mostra il volto più feroce ai piccoli rom, che pur sono cittadini italiani. Perché non c’è la stessa ostinazione nel combattere la criminalità vera in vaste aree del Paese? La Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia (firmata anche dall’Italia, che tutela i minori da qualsiasi discriminazione) non conta più niente. La schedatura di un bambino rom, che non ha commesso reato, viola la dignità umana. Così come la proposta di togliere la patria potestà ai genitori rom è una forzatura del diritto: nessun tribunale dei minori la toglierà solo per la povertà e le difficili condizioni di vita”.
Per il settimanale dei Paolini: “Alla prima prova d’esame i ministri ‘cattolici’ del governo del Cavaliere escono bocciati, senza appello. Per loro la dignità dell’uomo vale zero. Nessuno che abbia alzato il dito a contrastare Maroni e l’indecente proposta razzista di prendere le impronte digitali ai bambini rom. Non stupisce, invece”, rincara l’editoriale, “il silenzio della nuova presidente della Commissione per l’infanzia, Alessandra Mussolini (non era più adatta Luisa Santolini, ex presidente del Forum delle famiglie?), perché le schedature etniche e religiose fanno parte del Dna familiare e, finalmente, tornano a essere patrimonio di governo”.
E il titolare del Viminale di fronte a questo attacco? Non indietreggia “di un millimetro”. Interrogato al termine di un incontro con il ministro dell’Interno francese Michele Alliot-Marie sulla questione, il ministro dell’Interno ha risposto di aver discusso delle questioni dei campi nomadi con la collega francese e di voler “sviluppare una politica comune” con Parigi. “La notizia dell’arresto stamattina di otto rom croati che sfruttavano i loro figli per mandarli a rubare e li disconoscevano una volta presi dalla Polizia dimostra” ha aggiunto il titolare del Viminale “inequivocabilmente che la nostra iniziativa di procedere al censimenti di chi vive nei campi nomadi, adulti o bambini, è ineludibile. La nostra iniziativa è in primo luogo a tutela dei minori e quello che è avvenuto stamattina dimostra che questa è l’unica strada possibile per tutelare i minorenni”.
Il VIDEO servizio:
“Non sono contrario al censimento degli occupanti dei campi nomadi nè alla schedatura delle impronte digitali di alcuni di loro per eventuali esigenze di polizia. Ma se la proposta di prendere le impronte dei minorenni solo per il fatto che sono di etnia rom dovesse diventare legge, sarò il primo a farmi prendere le impronte”. Opposizione netta, da parte di don Virginio Colmegna, all’idea del ministro Maroni di schedare le impronte digitali dei bambini nomadi.
La voce è quella di un uomo che a Milano, con la sua Casa della carità, è il simbolo dell’accoglienza. Di un operatore che vive quotidianamente la cosiddetta “emergenza rom” dalla parte dei diretti interessati. Di un sacerdote che non vuole sentir parlare di pietismo e assistenzialismo, ma che sa cosa significa condivisione di esperienze, su uno stesso piano di dignità, tra chi chiede aiuto e chi lo dà. La sua filosofia è un metodo di lavoro, che don Colmegna ha di recente raccontato in un libro dal titolo Ho avuto fame (Sperlig & Kupfer).
Don Colmegna, quando descrive l’incontro con una persona che cerca aiuto, usa spesso la parola “provocare”. Cosa significa?
L’incontro col dolore ci costringe sempre a farci delle domande. Le storie drammatiche di persone che arrivano da lontano e bussano alla nostra porta ci provocano e ci inquientano nella nostra dimensione di benessere. Ci ricordano che siamo in debito, che abbiamo qualcosa da restituire e ci richiamano a una certa responsabilità e sobrietà.
Da qui nasce la sua idea di carità e di ospitalità.
Che per me non sono mai una forma di assistenzialismo. La Casa della carità infatti non è un dormitorio, è, appunto, una “casa”, in cui io stesso abito. E dove tutto passa attraverso una condivisione e una relazione tra operatori e “ospiti”.
Lei lavora con una squadra di operatori e volontari. Quale crede sia l’eredità che lascia a chi la affianca?
Il mio modo di lavorare, che è anche una filosofia. Che mi piace pensare nasca dalla gioia di vivere e si arricchisca di esperienze e relazioni. Noi incontriamo la sofferenza ogni giorno, ma qui tutto diventa risorsa: è questo che vorrei trasmettere.
Il volontario è un egoista che fa del bene per sentirsi meglio con se stesso?
È un egoista nel senso che cura prima di tutto se stesso. Chi fa del bene è alla ricerca della felicità e lo fa attraverso la relazione con gli altri. La spinta che lo muove è un’energia positiva, non certo l’intento di autopunirsi o sacrificarsi.
Cosa viene dopo la Casa della Carità?
La strada che abbiamo davanti è così lunga… All’inizio della nostra avventura non credevo che ci saremmo occupati di aree difficili come i campi rom o di salute mentale, come stiamo facendo. L’idea di ospitalità si estende sempre di più, toccando una dimensione di spiritualità. Una dimensione più alta, contemplativa, che mi torna alla mente ogni volta che qualcuno mi chiede “chi te lo fa fare?”.
Partecipa al FORUM. LEGGI ANCHE: Ho avuto fame, il nuovo libro di don Virginio - Figli costretti a rubare: arrestati otto nomadi - Impronte ai rom, Maroni non retrocede
Il caldo non c’entra. Sono dolose, dice la polizia, le fiamme che hanno, di nuovo, aggredito un campo rom nel quartiere di Ponticelli, a Napoli. Vuoto fortunatamente: i nomadi se ne sono andati da giorni. Fuggiti da questo rione popolare della periferia est del capoluogo partenopeo. Praticamente costretti a disperdersi sul territorio dalla rabbia della popolazione che aveva attaccato le loro baracche, armandosi di molotov spranghe e sassi, dopo il tentato rapimento di una bimba di pochi mesi da parte di una ragazzina rom, poi arrestata.
Quello andato in fiamme è il campo di via Virginia Woolf e nei mesi scorsi aveva dato rifugio a una settantina di Rom: era uno dei pochi dell’area a non aver subito agguati incendiari, nei giorni della rivolta di Ponticelli. Le fiamme avrebbero distrutto soltanto una piccola parte dell’insediamento: nel mirino sono finite, ancora una volta, le baracche abbandonate, dove i nomadi avevano lasciato vestiti ed effetti personali. Il campo, uno dei sette presenti nel quartiere della periferia est di Napoli, si trova su un terreno di proprietà privata che appartiene a una società.
Continuano quindi gli episodi di intolleranza nei confronti dei nomadi, già al centro di polemiche politiche, di dibattiti e richiami in sede europea. Episodi gravi che tuttavia non vengono da tutti rigettati, rifiutati e condannati. Anzi, qualcuno lo ha anche scritto, disegnato e ribadito: “La gente ha fatto bene a bruciare i campi rom di Ponticelli”. In alcuni casi, a quei raid, hanno anche preso parte. Sono gli alunni, di età tra i 9 anni e gli 11 anni, proprio del quartiere a dire: “Non se ne sono andati con le buone, abbiamo dovuto incendiare i loro campi”.
Che siano pochi o molti ad averlo scritto nei temi, dice Mariano Coppola, il vicepreside della scuola coinvolta, l’istituto comprensivo San Giovanni Bosco, “poco importa, è grave anche se è stato uno solo ad averlo detto”. Contro le baracche dei nomadi furono lanciate molotov, pietre, insulti. Fino a quando i rom non se ne andarono. “Dietro le frasi dei nostri alunni, ci sono gli adulti, le famiglie” dice il vicepreside “i ragazzi hanno raccontato di aver preso parte a quei raid e, dopo tutto quello che hanno visto, hanno anche ribadito la loro posizione”. “Non tutti, sia chiaro, hanno detto di approvare quei gesti di violenza”, dice il vicepreside. Del resto in quella scuola, fino a poco tempo fa c’erano anche alunni rom “e mai sono stati oggetto di azioni di intolleranza”.
E infatti, i disegni degli alunni della scuola lo confermano. Ci sono case che fumano, gente che lancia bottiglie incendiarie e scritte come “abbiamo sbagliato, aiutiamoli”, “non bruciamo le speranze di chi ne ha ancora”; “siamo uguali anche vivendo in mondi diversi”; “nessuno ha diritto di uccidere”. Solidarietà, dunque, voglia di fare qualcosa per i coetanei rom come ha scritto nel suo tema un’alunna che per risolvere il problema ha pensato a dei “parchi europei che dovrebbero funzionare come piccole società”. In tanti dicono: “I rom possono restare ma devono lavorare, devono rispettare i bambini”. “Non gli chiediamo di fare lavori duri, possono sopravvivere con qualsiasi attività, basta che non sia illegale”, dice Francesca.
Ma in quei temi c’è anche altro: condivisione di violenze e accuse. “Hanno fatto bene” ha scritto un ragazzo, “visto che non se ne sono andati con le buone, abbiamo dovuto usare le maniere forti”. E un altro: “Non siamo razzisti, ma loro si sono presi troppo la mano e quindi noi abbiamo dovuto incendiare i loro campi”. “I residenti” dice un terzo studente “sono stati eccessivi ma forse hanno ragione perché sono stati lasciati soli. Ora che il problema è stato sollevato, lo Stato intervenga per risolverlo”. Ed ancora, una ragazza: “La gente ha fatto bene a bruciare i campi rom perché abbiamo già troppi problemi e ci bastano. Lo Stato potrebbe far costruire alcuni palazzi solo per i rom”.
Temi, questi, che per don Tonino Palmese, responsabile campano di Libera, associazione contro le mafie, “sono segnali da non sottovalutare”. “Certo”, spiega “non si può ancora parlare di intolleranza ma può diventarla sulla base di discorsi qualunquisti”.
Il verdetto della Commissione europea è perentorio. L’Ue “condanna vivamente qualsiasi tipo di violenza nei confronti dei rom e gli Stati devono garantire la sicurezza delle persone sul loro territorio”. Lo ha detto il commissario Ue all’occupazione, Vladimir Spidla, durante il dibattito sullo stato dei rom in Italia e in Europa all’Europarlamento. L’espulsione è una “misura estrema di limitazione di una libertà fondamentale sancita dal Trattato”, ha aggiunto Spidla, ricordando la direttiva che sancisce la libera circolazione dei cittadini europei. “I cittadini romeni hanno la stessa libertà di circolare dei cittadini degli altri paesi europei. La Commissione Ue respinge lo stigma dei rom come criminali. Gli Stati membri siano esempio di lotta al razzismo e alla xenofobia punendo i responsabili degli attacchi a queste comunità. Gli avvenimenti di Ponticelli chiedono uno sforzo congiunto. Le nostre comunità rom hanno bisogno della nostra solidarietà per spezzare il circolo vizioso di esclusione, violenza e disperazione”.
Per il commissario, “Ponticelli non è un caso isolato”. Spidla si è riferito esplicitamente al quartiere di Napoli dove i nomadi sono stati assediati costringendoli alla fuga, dopo che una rom 17enne aveva tentato di rapire una bambina italiana. Nel suo intervento ha stigmatizzato “la violenza razzista che si nutre di populismo”, parlando di “un fenomeno che riguarda molti Stati membri. All’Italia, ma anche a tutti gli Stati membri”, ha chiesto di “fare di tutto per migliorare l’inclusione sociale dei rom”, offrendosi come coordinatore. I rom, tiene a sottolineare, sono “cittadini come tutti gli altri”.
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