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A Chiaravalle, periferia Sud di Milano, il rapporto rom-residente era di quasi uno a uno. Per questo il quartiere, che è un ex paesone sorto tra l’abbazia medievale e i campi, è diventato un simbolo dell’emergenza nomadi. Qui, in tempi non sospetti, anche il circolo Arci partecipò a una fiaccolata contro il degrado e l’ “invasione degli zingari”. Ma prima dell’entrata della Romania nell’Ue a Chiaravalle la convivenza funzionava. Merito della Casa della carità di don Colmegna e del gruppo di volontari guidati da suor Ancilla, dell’Associazione Nocetum. Che collaboravano con i nomadi di via San Dionigi, dove la maggior parte degli adulti lavoravano e i bambini andavano a scuola.
Un campo che era lì da qualche anno, tutto sommato tranquillo e ben tollerato. Ma abusivo. E, infatti, l’intervento del Comune non si è fatto attendere: lo scorso 5 settembre sono arrivate le ruspe. Oggi, per quello sgombero che riguardò circa 200 persone (donne e bambini compresi), è arrivata la richiesta di risarcimento dei danni non patrimoniali. Il ricorso contro il Comune è stato presentato alla prima sezione penale del Tribunale di Milano da 29 cittadini romeni di etnia rom, assistiti dagli avvocati Alberto Guariso e Sara Russi, e parla di “piccola deportazione”.
Palazzo Marino è accusato di “comportamento discriminatorio, posto in essere in violazione dei diritti della persona”. I rom, sostengono i legali, sono “un’etnia e quindi sono tutelati dalla disciplina antidiscriminatoria”. Nel ricorso si fa inoltre riferimento a diverse dichiarazioni del vicesindaco Riccardo De Corato e degli assessori Tiziana Maiolo e Mariolina Moioli, ritenute appunto discriminatorie nei confronti dell’etnia rom. Nel giorno dello sgombero il Comune, continuano gli avvocati, “solo dopo le pressanti richieste dei rappresentanti della Casa della carità ha fornito una soluzione di emergenza per le sole donne con bambini (e neppure per tutte), imponendo così la divisione delle famiglie, oltre tutto in un momento particolarmente delicato”.
Nel ricorso si chiede ai giudici di “accertare e dichiarare la condotta discriminatoria”, in quanto lo sgombero è stato fatto “senza congruo preavviso, senza predisposizione di soluzioni provvisorie alternative, in particolare per i minori e le famiglie, e con violenza sulle cose”. E di annullare gli effetti della condotta discriminatoria, anche ordinando al Comune di fornire alle famiglie che hanno promosso l’azione legale “idonee, ancorché provvisorie, soluzioni abitative e ordinando la pubblicazione del futuro decreto su un quotidiano di tiratura nazionale”. Infine di condannare Palazzo Marino a pagare a ognuno dei romeni firmatari del ricorso una somma non inferiore a 800 euro. Alcuni dei nomadi sono già stati sentiti dal giudice che ha fissato la prossima udienza al 10 luglio.
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Che cosa vuole la Spagna e perché ce l’ha tanto con noi sulla questione sicurezza? La prima cosa che il governo italiano non dovrebbe fare è di abbandonarsi al vittimismo e alle ripicche. Piuttosto, cercare di capire quali possibili secondi fini e quali insidie si celano dietro gli insistenti attacchi dei ministri di Madrid.
La Spagna - verissimo - non ha molta voce in capitolo per censurare l’Italia in fatto di tolleranza e di accoglienza degli immigrati, specie se irregolari. I Centros de Internamiento de Extranjeros, i Cpt di Zapatero, sono 10 e traboccano. “Calcoliamo che siano almeno 2 mila i clandestini, soprattutto africani, detenuti ” assicura Javier Ramírez, presidente della Ong Sos Racismo. Il termine è proprio quello, “detenuti”: proviamo a immaginare che cosa accadrebbe da noi se gli “ospiti” dei Cpt venissero considerati detenuti.
La legge varata nel 2005 dal governo socialista, dopo la regolarizzazione di 700 mila clandestini, non ha risolto il problema. Per ottenere la residenza, un extracomunitario deve dimostrare 3 anni di residenza ed un contratto di lavoro, che però non gli danno senza green card. Gli irregolari sono oltre un 1 milione e centomila, eppure siamo in un paese con una forte tradizione multietnica: 4,5 milioni gli immigrati regolari, il 9,9 % della popolazione. Il governo però parla di 300 mila, esclude nuove regolarizzazioni e dichiara che bisogna allungare i tempi di permanenza in Cpt (finora 40 giorni) che, come quelli di Malaga e Fuerteventura, sono definiti da un rapporto Ue “deplorevoli per condizioni igieniche e degrado edilizio”.
Il punto di forza del piano anti-clandestini è la blindatura della Spagna con il sempre più esteso Sive (Sistema Integral de Vigilancia Exterior), il muro hi-tech a base di sensori e radar che copre tutto lo stretto di Gibilterra, l’Andalusia ed arriva a Valencia. Chi cerca di scavalcare il muro, come accadde nella enclave di Ceuta nel Marocco spagnolo, rischia di essere ucciso dalla Guardia Nazionale: sei furono i morti nel 2005.
Né tanti complimenti fa la Spagna con i rom, nonostante i 700 mila gitanos nativi: l’ultimo blitz è del 23 aprile a Valencia quando 100 “rumanos” furono sgombrati da sei pattuglie di vigili urbani.
Per Zapatero questa linea dura rappresenta un successo: poche settimane fa ha annunciato che la percentuale di espulsi sugli immigrati clandestini ha raggiunto il 90%.
Dunque si torna all’inizio: perché ce l’ha tanto con l’Italia, ed in particolare con il governo Berlusconi che per il pacchetto sicurezza ha esplicitamente detto di volersi ispirare proprio alla Spagna? È escluso che i ministri di Zapatero parlino in ordine sparso, senza cioè l’assenso del premier: a Madrid il primo ministro ha molti più poteri che a Roma ed una presa ferrea sull’esecutivo. Dunque si deve pensare ad un’operazione politica più ampia.
Operazione che porta direttamente al dibattito annunciato per oggi dal Parlamento europeo sulla questione dei rom, per iniziativa del gruppo socialista di Strasburgo (106 voti a favore contro 100 contrari dei democristiani), gruppo presieduto da quel Martin Schulz protagonista anni fa di un memorabile scontro con Silvio Berlusconi.
Il Parlamento europeo non ha potere deliberante, ha però un ruolo molto influente specialmente quando fa da sponda alla commissione di Bruxelles. Ma soprattutto in una Europa dove la sinistra perde potere, e dove tra i grandi paesi solo due sono rimasti a guida socialista - Spagna e Gran Bretagna, con quest’ultima tradizionalmente defilata dalle questioni Ue - le istituzioni comunitarie appaiono anche a Zapatero una sorta di baluardo contro l’avanzare del centrodestra a Roma come a Parigi e Berlino, e forse prossimamente a Londra.
Non è uno scenario da sottovalutare: spagnolo (e socialista) è per esempio Joaquin Almunia, commissario europeo agli affari economici e monetari, l’uomo che ha una sorta di diritto di veto sulle prossime manovre economiche di Berlusconi e Giulio Tremonti.
Tuttavia Berlusconi, i suoi ministri e il centrodestra italiano farebbero bene dal non abbandonarsi a tentazioni complottiste o da “perfida Iberia”. La questione va affrontata pragmaticamente, riflettendo sulla scarsa presenza italiana nelle istituzioni europee, ed anche cercando di rinunciare alla politica-spettacolo delle grida e delle chiacchiere a favore della politica del fare. Ora che la campagna elettorale è finita, il pacchetto sicurezza è di quelle cose da approvare e da fare, magari con discrezione, prima che da strombazzare con decine di annunci (qualcuno anche fato apposta per le strumentalizzazioni) in comizi e talk show.
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Dopo averne parlato con l’omologo rumeno e dopo aver ricevuto il cauto assenso del Quirinale, il ministro dell’Interno Roberto Maroni affronta il tema sicurezza ed espone il suo piano. Nel suo intervento, alla celebrazione del 156.mo anniversario della polizia di Stato, alla presenza del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, del premier Silvio Berlusconi e delle più alte cariche civili e militari della Repubblica, il titolare del Viminale ha detto: “Nel chiedere la fiducia al Parlamento, il presidente del Consiglio dei ministri ha ricordato che non si tratta di cavalcare la paura, ma di liberare dalla paura i cittadini e in particolare le donne e gli anziani”.
Paura che, se alimentata e non contrastata, può degenerare in forme di intolleranza e violenza. E allora: “È il momento di intervenire con fermezza per evitare che la rabbia prevalga sulle regole della convivenza civile e che si possano ripetere episodi di ingiustificabile violenza come quelli che si sono purtroppo verificati a Napoli a seguito dell’orribile tentativo di rapimento di una neonata”. Ha poi aggiunto il ministro dell’Interno. “È nostra intenzione gestire, con ordine e rigore, le migrazioni interne ed esterne all’Unione europea per garantire la pacifica convivenza, di oggi e domani, di tutti i popoli”.
E ancora: “Sul tema della sicurezza il Paese pretende risposte immediate ed efficaci, e chiede a tutte le forze politiche, di maggioranza e di opposizione, di collaborare per la soluzione dei problemi che affliggono le nostre comunità”. In proposito, Maroni, rivolto al presidente della Repubblica, ha citato un intervento che lo stesso Napolitano fece quando era ministro dell’Interno, in cui auspicò “un convergere di obiettivi di comune generale interesse”. “Da parte mia” ha proseguito il ministro “ho provveduto da subito ad avviare un utile confronto su questi temi con i rappresentanti del mondo delle autonomie e delle parti sociali per raccogliere suggerimenti e proposte al fine di migliorare il pacchetto sicurezza che il ministero sta predisponendo”. Ora, ha sottolineato “è il momento della sintesi dell’adozione, da parte del governo, di provvedimenti che contribuiranno a contrastare quel senso di sfiducia nelle istituzioni derivato dall’incapacità delle istituzioni stesse di dare risposte convincenti all’ansia di sicurezza che ha preso tanti cittadini”.
L’obiettivo del Governo è quello di “rafforzare l’apparato di contrasto ad ogni forma di criminalità”. Lotta dura, dunque, sia alla criminalità organizzata che a quelle forme “che si manifestano con grande aggressività e destano crescente allarme sociale, quali le rapine in appartamento, le violenze alle donne ed alle persone anziane”. I cittadini, sostiene Maroni, “chiedono al Governo prevenzione del crimine attraverso il controllo del territorio”, un obiettivo che il Governo ritiene di poter raggiungere “attraverso un maggior coinvolgimento del mondo delle autonomie, che possono svolgere un ruolo importante al fianco delle forze dell’ordine, utilizzando, per esempio, i nuovi strumenti previsti nel pacchetto sicurezza”.
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Questione sicurezza: quale, secondo voi, dovrebbe essere la priorità gel pacchetto del governo?
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Commissari per i rom a Milano, Roma e Napoli: lo annuncia il ministro dell’Interno Roberto Maroni. Ma smentisce espulsioni di massa. “Ho inviato al presidente del consiglio la proposta di nomina del prefetto di Milano a commissario straordinario in Lombardia” ha aggiunto Maroni al temine di un incontro al Viminale con Cristian David, ministro dell’Interno in Romania, sottolineando che “non esiste un problema con la comunità romena in Italia, esiste il problema della sicurezza sentito dai cittadini a cui il Governo deve dare risposte efficaci”. Per la nomina dei tre commissari non ci sono problemi di copertura finanziaria. Tra le misure del pacchetto sicurezza spunta l’ipotesi di maxi pattugliamenti misti forze di polizia-esercito nelle città.
La marcia a tappe forzate imposta dal ministro dell’Interno Roberto Maroni è passata anche per il Quirinale: sembra che non ci sia stata una contrarietà del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ad utilizzare la via del decreto legge per alcuni provvedimenti, quelli che potrebbero avere i requisiti di straordinarietà ed urgenza. Inoltre parte delle misure, come l’introduzione di alcuni nuovi reati, è ancora oggetto di riflessione, tanto che potrebbe anche non rientrare subito nel pacchetto. Uno degli interventi più importanti è l’introduzione del reato di immigrazione clandestina, che (come le espulsioni più facili, il giro di vite alla Gozzini ed altro) potrebbero seguire la strada del disegno di legge: nel decreto, invece, potrebbero trovare spazio norme come l’introduzione del visto anche per gli extracomunitari che intendono soggiornare in Italia per meno di tre mesi, la stretta sui ricongiungimenti familiari (ma senza l’esame del dna), la restrizione alla circolazione sul territorio da parte dei richiedenti asilo, l’allungamento da 60 giorni a sei mesi dei tempi di trattenimento nei Cpt (Centri di permanenza temporanea), l’allontanamento per chi non riesce a dimostrare di trovarsi in Italia da meno di tre mesi.
A Napoli ieri giornata senza incidenti in una Ponticelli blindata: vuoti i campi nomadi, presidiati da polizia e carabinieri, con posti di blocco a ogni incrocio. Le forze dell’ordine stanno controllando la zona per evitare altri incendi negli accampamenti: resteranno lì anche stanotte e per l’intera giornata di domani in attesa di decisioni su eventuali bonifiche delle aree. Gli ultimi nuclei di rom si preparano a lasciare il quartiere.
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Questione sicurezza: quale, secondo voi, dovrebbe essere la priorità gel pacchetto del governo?

Lo dice un sondaggio di Ipr Marketing per Repubblica.it: gli italiani non li vogliono. I Rom fanno paura. Su mille intervistati, la maggioranza ammette che i nomadi costituiscono un problema, molto più degli extracomunitari. Ma quanti sono i rom presenti in Italia?
Secondo gli ultimi dati e le ultime stime dell’Opera Nomadi, sono 160.000 tra rom, sinti e camminanti. Di questi, 70.000 hanno cittadinanza italiana e 90.000 provengono dai Balcani (in costante aumento quelli dalla Romania, che si aggirano sui 60.000). E l’Italia è tra i Paesi europei con la più bassa percentuale di rom/sinti (0,3%: al 14/mo posto nella lista Ue). Questa minoranza, rileva l’associazione, è caratterizzata da una bassa speranza di vita (l’età media è di 40-50 anni) e dalla presenza di un’alta percentuale di minori (il 60% di questa popolazione ha meno di 18 anni).
In totale, i rom presenti in Romania sono circa 2 milioni e mezzo, da cui è in atto un esodo verso altri Paesi, tra cui l’Italia, dopo l’ingresso di Bucarest nell’Unione Europea. Le più grandi comunità degli oltre 60.000 che vivono in Italia sono stanziate a Roma, Milano, Napoli, Bologna, Bari, Catania, Cosenza e Genova. Solo il 3% dei minori va regolarmente a scuola. Negli ultimi anni c’è stata una crescita disordinata di questa popolazione, con una geografia in continuo movimento dei campi abusivi nelle periferie urbane, lungo binari, sotto ponti, vicino a letti di fiumi. Insediamenti che in alcuni casi vengono sgomberati dalle autorità, in altri sono abbandonati. A Milano e provincia è stimata una presenza di 20.000 rom: recentemente sono state sgomberate baraccopoli alla Bovisa e ad Opera, altri sgomberi seguiranno. A Roma sono 25 i campi, di cui solo 6-7 autorizzati. Per quelli abusivi è stato previsto lo sgombero, come per il Casilino 900, il più antico della Capitale. Decine e decine i campi abusivi anche nel Napoletano. A Torino sono quattro i campi autorizzati: vi abitano circa 600 persone. Una ventina, invece, gli insediamenti spontanei, con una popolazione valutabile in 6-700 persone.
Ma ci sono anche rom italiani. E la gran parte vive in case popolari o in abitazioni proprie fin dagli anni ‘70, ad eccezione dei sinti giostrai (gli ultimi seminomadi, insieme ai camminanti siciliani ed ai rom Kalderasha) del Centro-Nord. Alcune amministrazioni comunali (Torino, Brescia, Genova, Venezia, Pisa) hanno avviato una politica di case popolari per i rom.
Il gruppo più tradizionalista è quello dei rom abruzzesi e molisani che conserva intatto l’uso della lingua. Il loro mestiere tradizionale è l’allevamento e il commercio di equini, molto diffusa la chiromanzia. Rom napoletani sono invece fortemente mimetizzati nel capoluogo, vivono in comunità nella cintura urbana ed in tutte le altre province campane. Vivono soprattutto di piccolo commercio ambulante. Stanziati da secoli nel basso salernitano in diversi centri i rom cilentani, di cui una grossa comunità (800 persone) si trova ad Eboli. Anche i rom lucani erano dediti in passato all’allevamento di cavalli, vivono in tutta la regione e sono tra le comunità più integrate nell’economia del Sud. Numerosi in tutta la regione, ma soprattutto nel Salento i rom pugliesi. Producono piccoli attrezzi in metallo, gestiscono macellerie equine, fanno i braccianti agricoli. I rom calabresi sono tra i rom più poveri d’Italia. Quasi tutti occupati nella rottamazione, presentano livelli di devianza.
Guarda la GALLERY: Rom in fuga da Napoli
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Super prefetto anche a Roma, oltre che a Milano. Con compiti “anti rom”. “Il commissario straordinario per i rom sarà rapidamente esteso anche a Roma. Al prefetto di Roma sarà affiancato un altro funzionario”, dice il neo sindaco della capitale Gianni Alemanno a Radio 24.
Ecco da che parte vira la strada su cui sta seriamente lavorando il governo Berlusconi: inserire “il reato di immigrazione clandestina nel pacchetto sicurezza”, come spiegato dal ministro delle Politiche Comunitarie, Andrea Ronchi, ieri a Roma al termine del vertice sulla sicurezza che si è tenuto a palazzo Chigi con i ministri dell’Interno, Roberto Maroni, della Giustizia, Angelino Alfano, della Difesa, Ignazio la Russa, degli Esteri, Franco Frattini. Il pacchetto sicurezza arriverà mercoledì 21 maggio sul tavolo del Consiglio dei ministri che si terrà a Napoli.
Ma se non si arrivasse all’ipotesi del reato di immigrazione clandestina, saranno previste tutte le norme “per far sì – ha aggiunto Ronchi - che non ci sia più l’immigrato clandestino. Dobbiamo riprendere il senso della Bossi-Fini, coniugare il lavoro con l’ingresso, la solidarietà con la legalità. Non voglio far polemiche con chi ha preceduto questo governo, ma cerchiamo di mettere le cose a posto”. Il governo sta inoltre lavorando in sede comunitaria affinché il reato di immigrazione clandestina venga accettato dagli altri paesi membri dell’Unione.
Ma il responsabile del Viminale vuole arrivare al Napoli con una linea condivisa: “nei prossimi giorni – ha detto Maroni - incontrerò i sindacati, i magistrati, la Caritas, le associazioni di categoria, il ministro dell’Interno romeno e l’ambasciatore libico in Italia. Quindi porterò il provvedimento all’attenzione di Silvio Berlusconi”. Oggi e domani il ministro dell’Interno continuerà il lavoro di definizione delle nuove misure, di concerto con il Guardasigilli, per poi presentare la bozza conclusiva al premier nella giornata di venerdì.
Uno scenario confermato ieri in serata da Alfano: “Nel fine-settimana crediamo di aver pronto il testo, che con ogni probabilità presenteremo a Berlusconi venerdì, perché il contrasto all’immigrazione clandestina è un nostro punto fermo”.
Intanto ieri Maroni ha incontrato il sindaco di Milano, Letizia Moratti, a cui ha annunciato: “Entro un paio di giorni firmerò il decreto che conferisce poteri straordinari al prefetto di Milano nella gestione dell’emergenza Rom”.
Sempre ieri il ministro dell’Interno ha spiegato le linee guida del pacchetto sicurezza che sarà composto da 5 punti: “I punti principali del pacchetto - ha spiegato Maroni - sono quelle delle misure di contrasto all’immigrazione clandestina extracomunitaria, la gestione dei rapporti con i paesi cominutari, innazitutto con la Romania per l’applicazione della direttiva Ue che prevede il rimpatrio dei cittadini comunitari che delinquono o che dimostrano di non potersi mantenere in Italia. Le misure - ha aggiunto il responsabile del Viminale - contemplano poi lo stabilire il ruolo che dovranno avere i sindaci e le autorità locali nella gestione e nella prevenzione dei fenomeni criminali, le conseguenze penali per reati quali, ad esempio, l’immigrazione clandestina e una parte legata alla sicurezza legata all’emergenza della criminalità organizzata”.
Maroni ha anche sottolineato che nel pacchetto sicurezza che verrà discusso dal Cdm di Napoli la prossima settimana troverà posto anche un capitolo relativo alla criminalità organizzata.
Scettici i rappresentanti dell’Associazione nazionale dei funzionari di polizia: “C’è il rischio che sull’onda delle emozioni il nuovo pacchetto sicurezza risulti solo l’ennesima, costosa aspirina usata per curare una polmonite: l’ostentata muscolarità poliziesco-militare, al pari delle ronde e degli sceriffi improvvisati, infatti, rischia di procurare, come in passato, solo risultati insoddisfacenti e di breve momento”.
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Italia-Romania: secondo tempo. È cambiato il governo, ma il clima tra i due Paesi resta teso. Come lo scorso novembre, sull’onda dei fatti di cronaca, si è riaccesa la polemica politica tra Roma (col Viminale che annuncia nuove misure sulla sicurezza) e Bucarest, da cui arrivano accuse di xenofobia.
Il neo ministro dell’Interno Roberto Maroni varerà mercoledì o giovedì un pacchetto sicurezza, che dovrebbe contenere un giro di vite sugli immigrati clandestini, anche i romeni e i nomadi. Oggi è arrivato il commento del ministro della Difesa di Bucarest, Teodor Melescanu: “Attraverso la cooperazione con le autorità italiane non consentiremo che i romeni onesti in Italia siano lesi e che nascano sentimenti antiromeni e xenofobi nella Penisola”, ha dichiarato, ricordando che circa 25 mila imprese a capitale italiano operano in Romania e che il contributo dei romeni che lavorano al Pil italiano è notevole (circa l’1%).
L’equilibrio diplomatico, già fragile, rischia di saltare sulla questione dei campi rom. Maroni oggi ne ha parlato con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, poi sarà il turno di quello di Milano, Letizia Moratti. Per il premier romeno Calin Popescu Tericeanu, è un errore tollerare i campi nomadi in Italia. C’è bisogno, ha dichiarato, di un impegno comune per risolvere la situazione provocata “dalla debole reazione delle forze dell’ordine e delle autorità italiane che non dovevano accettare i campi nomadi che costituiscono base di alimento della delinquenza a Roma o altre città italiane”. Al termine di una riunione di governo dedicata alla situazione dei romeni in Italia ha concluso: “Proporremo al governo di Roma l’invio urgente in Italia di poliziotti e procuratori romeni per sostenere le autorità italiane negli sforzi di contrasto della criminalità”.
Sui reati commessi dai nomadi che provengono dalla Romania il ministro Melescanu ha inoltre accusato le autorità di Roma di debolezza. “Chi commette un reato, deve rispondere di quel reato”, ha detto, precisando che i criminali vanno puniti in base alla legislazione europea nel rispetto della Convenzione europea sui diritti dell’uomo, del Trattato di Lisbona e della Direttiva 38 dell’Ue sulla libera circolazione dei cittadini comunitari. Il ministro ha inoltre definito “debole” l’impegno delle autorità italiane ad attingere ai fondi Ue destinati all’integrazione sociale dei rom. In settimana il ministro dell’Interno romeno, Cristian David, è atteso a Roma.
Intanto sulle eventuali espulsioni di immigrati c’è stato un botta e risposta a distanza tra il sindaco di Roma e il ministro degli Esteri. Alemanno ieri ha dichiarato al Sunday Times: “Mi rendo conto che la gente possa pensare che sono duro, ma a Roma viviamo nell’emergenza. Dobbiamo riconquistare il controllo del territorio. Nel sud dell’Italia il problema è la mafia. A Roma il problema è l’immigrazione: c’è una vasta massa di persone disperate che sopravvivono in modi dubbi. Secondo il giornale inglese, il sindaco vuole espellere 20 mila criminali stranieri. “Dobbiamo mettere questa gente su aerei che li riportino a casa, ma abbiamo bisogno dell’okay di paesi come la Romania, così lavoreremo su questo”, ha concluso Alemanno.
Mentre Franco Frattini, durante un’intervista a una trasmissione di Sky, ha spiegato che “espulsioni di massa non ci possono essere, è evidente. Noi non vogliamo peggiorare i rapporti con la Romania. I romeni onesti saranno accolti nelle nostre case e nelle nostre aziende, i romeni disonesti, con l’aiuto dei poliziotti romeni, li dobbiamo prendere e restituire al Paese di provenienza”.
Alcuni dati divulgati dal quotidiano romeno Evenimentul zilei (citando uno studio sull’emigrazione del ricercatore romeno Dragos Radu dell’University College di Londra) aiutano a capire l’incidenza dell’immigrazione romena in Italia. Circa due milioni di romeni, cioè quasi il 10 per cento della popolazione, sono emigrati per lavoro nei Paesi dell’Ue negli ultimi sei anni, soprattutto in Italia e Spagna a seguito dell’abolizione dei visti d’ingresso nel 2002. Stando allo studio, dopo l’ingresso della Romania nell’Ue, il primo gennaio 2007, il numero dei romeni all’estero ha raggiunto quasi quello dei connazionali rimasti a casa per lavorare nel settore privato, 2,5 milioni. L’Italia si conferma la destinazione preferita dei romeni: nel 2007 il 23,2 per cento dei romeni all’estero è venuto nella Penisola (un calo di circa il 6% rispetto al 2005). L’Italia è seguita dalla Spagna, con il 22 per cento dei romeni. Lo studio rileva infine che dal 2001 al 2007 solo il 5-7,75 per cento dei romeni emigrati è poi tornato definitivamente in patria.
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di Antonella Palmieri
Lila adora le vetrine dei negozi, le magliette che fasciano i manichini, le scarpe con i tacchi e i braccialetti, quelli che tintinnano mentre muovi il polso, venduti dai cinesi nei negozi vicino alla stazione Termini di Roma. Ma sono desideri proibiti per Lila: i tacchi nei terreni dei campi rom affondano e i braccialetti si impigliano dappertutto e fanno troppo rumore. E mentre rubi un portafoglio dalla tasca di un turista è meglio non farsi notare, perché se ti portano in commissariato la mamma si arrabbia. Lila ha 15 anni e fino a qualche mese fa era la ladra più brava di un gruppo di nove ragazzini rom. Tutti fratelli e sorelle, tutti costretti a rubare a suon di minacce dai genitori.
Il gruppo si era specializzato nei borseggi sulla metropolitana di Roma e nelle piazze più affollate dai turisti nella capitale: il Colosseo, via dei Fori imperiali, piazza di Spagna, tutti posti ottimi per derubare i turisti tedeschi o giapponesi col naso all’insù a guardare i monumenti. I ragazzini infilano le mani nelle tasche ripulendole per bene. E alla fine chiamano la madre. “Quanto avete fatto oggi?” chiede la donna che con il cellulare impartisce ordini al nugolo di figli. La più grande del gruppo, Lala, 20 anni, risponde: “Nulla, perché Lila guarda le vetrine dei negozi”. E la donna allora urla: “Non tornate se non avete i soldi!”. Le mosse della nomade aguzzina sono state osservate dagli uomini della squadra mobile romana, diretta da Vittorio Rizzi. A coordinare le indagini, il pubblico ministero della procura di Roma, Carlo Lasperanza, che ha deciso di esaminare meglio questa famiglia, dopo che si è ritrovato Lala in tribunale, accusata di furto, per due volte in pochi giorni. Così dopo mesi di indagini e di intercettazioni telefoniche è riuscito a far arrestare i due genitori vessatori.
Si tratta di nomadi bosniaci che girano in camper e si fermano per qualche mese fuori dai campi rom. La madre, arrestata a dicembre, è Angela Salinovic, 38 anni, dieci figli nati in vent’anni passati in gravidanza o allattando. Anche perché se sei incinta il carcere è meno duro. E i figli sono sì bocche da sfamare, ma soprattutto manine da infilare nelle tasche dei turisti. Dalle intercettazioni della procura emerge un quadro familiare sconcertante. Quando la figlia più grande, anche lei ladra, decide di sposarsi, Salinovic chiama la futura consuocera e le dice: “Se Lala sposa tuo figlio, ruba per conto suo e non più per me, mi fai un danno, me la devi pagare bene questa figlia, è brava a rubare e vale tanto”.
Il marito di Angela è Bebo Hamidovic, 42 anni, fuggito in Spagna con i bambini e catturato la settimana scorsa. Hamidovic ama le auto e usa i soldi che le figlie gli portano a casa per pagare debiti contratti per comprare camper ogni volta più tecnologici. Se le ragazze non riuscivano a rubare abbastanza il padre urlava: “Che pensate di fare, mandarmi in rovina? Volete che perda la macchina? Tutto quanto? Adesso andate, rubate e datevi da fare!”. Marito e moglie sono accusati di riduzione in schiavitù, furto e rapina. Il più piccolo dei ladruncoli ha 3 anni, la più grande 20. Gli altri figli hanno età fra 8 e 15 anni. A Roma i bambini dormono fuori dal campo rom in via Candoni, periferia sud-ovest della città, vicino a via della Magliana. La mattina si alzano presto per poter essere in centro alle 9. Poi cominciano i borseggi fra telefonate continue della donna: “Quanto avete fatto? Ci sono turisti? C’è la polizia?”.
Nelle telefonate non si preoccupa mai di sapere come stanno, solo se quella sera torneranno a casa con i soldi. I figli poi devono anche fronteggiare la concorrenza. In una telefonata in cui la madre si lamenta del poco guadagno Lala si difende: “In giro ci sono troppi ladri “. I ladruncoli venivano esortati a rubare sempre di più ed erano fonte di guadagno per i genitori che li mettevano in guardia: “Non rubate tutti insieme, perché date nell’occhio e vi fate arrestare”. Le ragazze più grandi sono abituate ai commissariati: Lala e stata fermata 30 volte in 5 anni, sempre dopo essere stata sorpresa a rubare. Poi il giudice decideva di metterla in comunità e dopo i primi giorni lei fuggiva. Riusciva a nascondere il telefonino per parlare con la madre che le raccomandava: “Sta’ buona i primi giorni, poi non appena si fidano di te scappa”. Se, invece, a essere fermati erano i ragazzini con meno di 14 anni, che per legge anche se rubano non sono perseguibili, la madre diceva di essere incinta e mandava uno zio a riprenderli dalla struttura in cui erano stati portati. Un viavai che non e stato facile fermare. “Il problema di queste famiglie e che spesso i figli non vengono maltrattati o picchiati” sostiene Magda Brienza, presidente del Tribunale dei minorenni di Roma. “Vengono mandati a rubare, ma per loro e una sorta di lavoro”. E le soluzioni in questi casi sembrano ardue. “Fino a quando non si riesce a intervenire sui genitori, allontanare i figli li fa star male. Lo facciamo solo quando vengono esposti a gravi rischi. La verità e che servono politiche sociali serie con investimenti adeguati ” ritiene Brienza. L’estate scorsa da Roma le giovani ladre sono state mandate a Parigi. La madre si informava da una: “Quanto hai rubato? “. “Non sono riuscita a rubare nulla” rispondeva sconsolata la figlia, che subito veniva coperta di insulti dalla donna che minacciava: “Lavorate bene altrimenti Bebo vi ammazza di botte”.
E aggiungeva: “Se lo sapevo non ti mandavo in Francia, io vi ammazzo”. Aver costretto le figlie ad andare in un altro paese viene considerato un premio dai genitori e rende il padre pieno di orgoglio. Al telefono con un amico dice: “Ho mandato le ragazze a rubare a Parigi, fra un po’ mando anche i maschi”.
Il figlio maggiore ha solo 13 anni. Bebo Hamidovic è partito con tutti i figli pochi giorni prima dell’arresto della donna. Sono stati individuati prima in Francia, poi in Spagna, ma al momento della cattura dell’uomo si sono perse le tracce dei ragazzini. Gli investigatori della squadra mobile ritengono che siano stati affidati dal padre ad altri parenti, sempre nomadi. Una vita da piccoli schiavi fra le meraviglie delle citta d’arte.