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Regionali: (quasi) pronta la squadra del Pdl. Ma è polemica sull’alleanza con Casini

Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini (Ansa)

Il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini (Ansa)

Sul nastro di partenza, il centrodestra deve risolvere ancora qualche qualche contrasto per spianare la strada ai candidati per le regionali di fine marzo. Per mercoledì 20 Silvio Berlusconi vuole chiudere la partita del toto nomi, ma intanto l’alleanza con l’Udc di Pier Ferdinando Casini, necessaria soprattutto al Sud, fa discutere nella coalizione. A partire dal leader della Lega Umberto Bossi che non tollera più la politica dei due forni del leader centrista. “Al di sopra del Po per Casini non c’è spazio“, il monito del Senatur. “Casini è uno che fa molte chiacchiere e pochi fatti, ma soprattutto fa pochi numeri”. Continua

Vaticano: nuovo anno, nuovi cardinali. Ecco l’elenco

Alcuni Cardinali

Nuovo anno all’insegna di grandi manovre nei sacri palazzi: il Papa si prepara a consegnare la berretta ad almeno 15 nuovi cardinali. Il 28 giugno 2010 potrebbe essere indetto il concistoro, la riunione del collegio cardinalizio per la nomina delle porpore. Continua

Rai, tutto pronto per le nomine. Polemiche comprese

Cavallo Rai

Mercoledì pomeriggio nel Consiglio di Amministrazione Rai convocato per le 14 approderanno le nomine. Ma non sarà ricambio completo come sembrava fino ad alcune settimane or sono : si parte da Rai Uno, dal Tg1 e dai quattro vice direttori generali di viale Mazzini. La Rai quindi per ora si occupa dell’urgenza, ovvero del tg ammiraglio che era rimasto senza direttore dopo il trasloco di Gianni Riotta al Sole 24 Ore. Una prudenza che ai vertici di viale Mazzini serve anche a prevenire qualche affondo e la richiesta - lo ha ripetuto anche ieri il segretario del Pd Dario Franceschini - di rinviare le nomine al dopo-elezioni.
Stando alle ultime indiscrezioni alla guida della prima rete dovrebbe approdare Mauro Mazza, attuale direttore del Tg2, mentre Augusto Minzolini (notista de La Stampa e di Panorama) è il candidato in pole position per il Tg1. I consiglieri Rai hanno già ricevuto il materiale informativo che deve precedere di almeno 24 ore ogni nomina. Anche se, nel caso di Minzolini, la nomina diventerà effettiva dopo le elezioni europee: ci sono infatti alcuni adempimenti burocratici che porteranno via circa due settimane. Ma il Cda di oggi pomeriggio avrà anche l’onere di promuovere la squadra di vice dg, che affiancheranno Mauro Masi. Saranno quattro: una conferma, quella di Giancarlo Leone, e tre new entry, Lorenza Lei, Gianfranco Comanducci e Antonio Marano. Quest’ultimo, direttore di Raidue e una mai nascosta fede leghista, dovrebbe ottenere una delega “pesante” al prodotto e al palinsesto (che faceva parte del “portafoglio” di Leone). Altra delega importante sarà quella che verrà affidata a Lei, che continuerà ad occuparsi di Risorse televisive e di produzione tv (ma non è escluso un incarico anche sul personale). Leone passerà ad occuparsi di digitale, mentre a Comanducci resterebbe l’incarico sui servizi e gli acquisti.
Le ore che hanno preceduto il nulla osta sulle nomine, come sempre in Rai, sono piene di voci e retroscena. Anche perché il puzzle va composto in maniera tale che ogni tessera del mosaico si possa incastrare al posto giusto. E così anche le caselle che verranno scelte nelle prossime settimane sembrano avere un loro posto. Nelle ultime ore di trattative e limature al settimo piano, si era materializzata l’ipotesi di un intervento più pesante nell’organigramma aziendale. Si dava per fatto l’accordo sulla seconda rete (con Mario Orfeo alla testata e Susanna Petruni a Raidue), vicino quello sulla terza (doppia conferma o Di Bella alla rete al posto di Ruffini e Berlinguer al Tg) così come si è cercata un’intesa su altre caselle: a cominciare dalla testate regionali (Masi ha sondato un possibile accordo su Piero Vigorelli), la radio e la Fiction.

Tuttavia, la situazione ha suggerito maggiore cautela, e anche dal presidente Rai, Paolo Garimberti, è arrivato l’invito ad occuparsi solo delle emergenze. Innegabile, come hanno fatto notare il responsabile comunicazione Pd, Paolo Gentiloni e il consigliere Nino Rizzo Nervo, che promette battaglia e minaccia una “frattura insanabile” in seno al Cda, che la copertura dell’emergenza Raiuno e la promozione di Marano lascino scoperte altre due caselle, aprendo la strada a due nuovi interim e, di conseguenza, a due nuove urgenze che però, sottolineano al settimo piano, “potranno essere affrontate subito dopo le elezioni”. Insomma il Cda si annuncia perlomeno movimentato. Così come non promette di sedarsi la polemica politica: denuncia “l’assalto alla diligenza” l’opposizione, avvertendo del rischio di minare la “credibilità aziendale”; viceversa fa quadrato intorno alle scelte del dg Masi la maggioranza. Duro il commento del presidente della Vigilanza, Sergio Zavoli, che si dice “preoccupato per la possibilità di una spaccatura” interna al Cda e osserva come le prime proposte di nomina non tengano conto “della ricchezza culturale dell’azienda”.
E se i consiglieri di opposizione annunciano battaglia (“estremamente negativo” il giudizio dei due in quota Pd, Giorgio Van Straten e di Rizzo Nervo, come quello dell’Udc), si allinea Giovanna Bianchi Clerici, consigliere di amministrazione in quota Lega. In questi ultimi giorni, il Carroccio non ha nascosto una certa insofferenza per l’allargamento della squadra di vice dg: secondo i patti interni alla maggioranza, quella poltrona toccava in esclusiva a Marano.
Tuttavia, lo scontro pare rientrato e l’intesa è stata siglata. Anche perchè “le deleghe di Marano e Lei sono vere, le altre sono solo medagliette”, dicono dai piani alti di viale Mazzini.

Si vota il 13 e 14 aprile, senza Prodi. Che però non lascia la politica

Il Presidente del Consiglio Romano Prodi si intrattiene con alcune sostenitrici sotto la sua casa a Bologna | Ansa
La sua stagione è finita. Chiusa con l’addio di Mastella e la fiducia negata al Senato, giovedì 24 gennaio. Eppure il Professore ha ancora quasi quattro mesi di vita (politica) davanti. Meno dura, rispetto ai 23 mesi di governo, ma di responsabilità: dovrà guidare la gestione corrente del governo, portare il Paese alle urne del 13 14 aprile e provvedere a una serie di nomine importanti.
Solo allora Romano Prodi lascerà i Palazzi della politica. Infatti: “Non mi ricandido per le politiche”, rivela il premier in conferenza stampa prima che inizi il Consiglio dei ministri. Addio totale, definitivo? A parte la smentita all’amico Angelo Rovati che lo dichiarava pronto e disponibile a stanziarsi al Colle, a parte l’annuncio di mettersi a fare il nonno a Bologna, in realtà il Professore non smetterà comunque di essere il presidente del Partito democratico, al quale è pronto a dare il proprio sostegno. Meglio: lui del Pd sarà soprattutto il “garante”, il padre nobile, perché la responsabilità della gestione, non manca di sottolineare, è invece nelle mani di Walter Veltroni.
I politici, si sa, tendono a restare attaccati alle poltrone, e questa è una delle vecchie abitudini - secondo Prodi - che bisognerebbe cambiare: “Qualcuno doveva dare l’esempio”, dice quindi il premier e così “ho deciso di non ripresentarmi per consentire quel necessario ricambio generazionale”. Questo è il futuro. Ma davanti c’è ancora la responsabilità di governo.
Ci sono decisioni da prendere, dossier aperti, una campagna elettorale, che Prodi vuole contribuire a rendere “serena”. Un’impresa che non sembra facile. Il centrodestra non vuol sentir parlare ad esempio di Election day: accorpare le elezioni amministrative e politiche in un unico turno è invece proprio quanto auspicato dal premier. è un modo per far risparmiare alla macchina statale: “Farò ogni sforzo - assicura Prodi - per minimizzare i costi e l’incomodo per gli elettori. Più votazioni saranno raggruppate e meglio sarà per gli stessi cittadini”. Questo non vuol dire che non saranno tenute in considerazione le esigenze delle realtà locali. Un esempio? La Sicilia, che “ha regole diverse dalle altre regioni”.
La decisione, se arriverà, arriverà comunque solo fra qualche giorno. Ma questa non è l’unico fronte sul quale dovrà esercitarsi ancora il governo. Alitalia e l’ampia partita della sostituzione dei vertici delle più grandi aziende italiane sono due delle principali questioni rimaste aperte. Due dossier sui quali Prodi mostra di avere le idee chiare. La trattativa con Air France sarà portata avanti “fino in fondo”, dice il Professore: “Faremo certamente il possibile”, aggiunge “perché questa è un’operazione che nessuno, fino ad ora, ha avuto il coraggio di affrontare, pur essendo necessaria ed indispensabile”.
Piglio deciso (più di quanto non abbia mostrato coi riottosi alleati dell’ex Unione) per dare un futuro certo alla compagnia di bandiera, mentre sul giro delle nomine è Prodi col freno tirato. Lo spirito con il quale il governo procederà è e sarà bipartisan: “Cercherò di trovare un accordo con l’opposizione, Quantomeno uno scambio approfondito”, promette, “per fare in modo che i due mesi di sfida elettorale siano i più sereni possibile”.

LEGGI ANCHE: Partito democratico, tornato all’antica: niente primarie nel Pd - Il dossier sulla crisi di Governo

La carica dei cardinali verso il Concistoro novembrino

Monsignor Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali
Il primo nome della lista sarà quello di monsignor Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese orientali. Seguiranno altri 15 o 16 nomi di cardinali elettori e forse almeno un paio di altri cardinali ultraottantenni senza diritto di voto in conclave. L’elenco è pronto e il Papa si prepara ad annunciare nei prossimi giorni il concistoro per la creazione di nuovi cardinali, il secondo del suo pontificato (il precedente si è svolto il 24 marzo 2006, per la nomina di 15 porporati).
L’appuntamento è per il 24 e 25 novembre. Il concistoro sarà preceduto da due giorni di riunione del collegio cardinalizio con il Papa per discutere sulla situazione della Chiesa nel mondo. L’incontro con i 181 membri del collegio cardinalizio, prima del concistoro, è stato fortemente voluto da Benedetto XVI per ascoltare il punto di vista dei porporati sui principali temi che oggi sollecitano la Chiesa, tra i quali, molto probabilmente, non mancherà la discussione sui primi mesi di applicazione del “motu proprio” per la liberalizzazione della messa secondo l’antico rito in latino.
L’elenco dei nuovi cardinali proseguirà con Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, Giovanni Lajolo, presidente del governatorato della Città del Vaticano,
Raffaele Farina, bibliotecario di Santa Romana Chiesa
. Molto probabilmente Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza episcopale italiana, forse Paolo Romeo, arcivescovo di Palermo.
La squadra degli italiani, già piuttosto folta, potrebbe essere completata da Luigi De Magistris, quale cardinale non elettore ultraottantenne.
Per il resto dell’Europa è prevista la porpora per André Armand Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi, Kazimierz Nycz, arcivescovo di Varsavia, Tadeusz Kondrusiewicz, neoeletto arcivescovo di Minsk in Bielorussia. E se l’aspetta anche l’arcivescovo di Barcellona, Luís Martínez Sistach.
Probabile la berretta cardinalizia anche per due statunitensi: Donald William Wuerl, arcivescovo di Washington, e John Patrick Foley, pro gran maestro dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro. Un brasiliano, Odilo Pedro Scherer, arcivescovo di San Paolo. Uno o due africani che potrebbero essere l’ugandese Cyprian Kizito Lwanga, arcivescovo di Kampala, o il kenyota Raphael S. Ndingi Mwana’a Nzeki, arcivescovo di Nairobi. In Asia, infine, l’India attende nuove porpore, a cominciare dall’arcivescovo di Mumbay, Oswald Gracias.
Con queste nomine il Papa riporterà a 120 il numero dei cardinali elettori in seno al collegio cardinalizio. La cerimonia del concistoro sarà preparata dal nuovo maestro delle celebrazioni pontificie, Guido Marini, prefetto della cattedrale di Genova. Il nuovo cerimoniere del Papa sostituirà il suo omonimo, Piero Marini, chiamato a presiedere il Pontificio comitato per i congressi eucaristici internazionali.

Caso Visco-Speciale: il generale sbatte i tacchi. E la porta in faccia a Prodi

Il Gen. Roberto Speciale, ex comandante della Guardia di Finanza
Sbatte i tacchi, da buon militare. Ma sbatte anche la porta, il generale.
Due volte: prima dice no all’incarico alla Corte dei Conti, poi fa sapere di non avere intenzione di “ricorrere al Tar. Mi sento violentato”.
I passi ufficiali, l’ormai ex comandante della GdF Roberto Speciale, li compie tutti: in una lettera indirizzata “a chi me lo aveva proposto”, cioè il ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, ha fatto sapere che non accetterà l’incarico presso la Corte dei Conti.
Mentre al presidente della Commissione Difesa Sergio De Gregorio, il generale ha detto: “Non voglio dare l’impressione di volermi svendere per un piatto di lenticchie. Nemmeno l’ultimo degli italiani deve pensare che io voglia restare abbarbicato ad una poltrona…”.
Speciale avrebbe potuto far ricorso al Tar contro la decisione presa dal Consiglio dei ministri, che lo ha destituito dal’incarico venerdì scorso, ma al senatore il generale spiega: “Mi sento come se mi avessero violentato, non mi hanno dato neanche l’onore delle armi…”.
Dal punto di vista politico, intanto, l’attesa del dibattito parlamentare, mercoledì 6 al Senato, si fa sempre più rovente. Vuoi perché la Procura di Roma ha chiesto al Comando della GdF copia della corrispondenza (estate 2006) tra il viceministro dell’Economia e l’ex comandante generale delle Fiamme Gialle. Vuoi perché dalla maggioranza provengono critiche e dubbi, in grado anche di mettere in crisi il governo. Apre le danze, il presidente Fausto Bertinotti che teme “ricadute politiche molto pesanti“. Mentre il Guardasigilli Clemente Mastella pensa che “al Senato la maggioranza debba presentare una mozione di solidarietà con la GdF”.
In tutto ciò, il quotidiano Il Giornale pubblica un’altra lettera del viceministro diessino a Roberto Speciale, datata 16 marzo 2007, nella quale l’esponente della Quercia chiedeva al generale delle Fiamme Gialle di “confrontarsi con l’autorità politica” per la nomina del capo e sottocapo di Stato maggiore. La tesi del quotidiano diretto da Belpietro è netta: in barba alla regole che assicurano solo un potere di indirizzo, il viceministro dell’Economia cercò di influenzare le decisioni sull’organigramma della Guardia di Finanza.

Quali prove a sostegno userà Prodi per difendere Visco a Palazzo Madama?

Visco: Bertinotti allarma Prodi perché Padoa-Schioppa intenda

Fausto Bertinotti, 67 anni, dal 29 aprile 2006 è Presidente della Camera
Ma perché sul caso Visco proprio Fausto Bertinotti, non solo leader di Rifondazione e presidente della Camera, ma punto di riferimento della sinistra massimalista, denuncia che “su certe cose occorre informare con la massima chiarezza l’opinione pubblica”, una critica neppure tanto implicita a Romano Prodi e Tommaso Padoa-Schioppa?
Pochi credono che al Senato, sull’affaire Vincenzo Visco-Roberto Speciale, blocchi della maggioranza si alleino con l’opposizione per mandare a casa il governo. Tanto meno che lo faccia la sinistra radicale - da Rifondazione ai Verdi - che finora ha manifestato sostegno a Visco. Ma il malessere di questa fetta dell’Unione è consistente, e Bertinotti ha in qualche modo anticipato i tempi.
Alle ultime amministrative Rifondazione ha avuto un 3%, ben al di sotto ai buoni risultati ai quali era abituata. E se singoli candidati vicini al partito, così come dell’area di Fabio Mussi, sono andati bene all’Aquila e Taranto, i consensi nei confronti dei vertici sono in netta diminuzione. Ed i vertici, a loro volta, manifestano vistosi segni d’inquietudine.
I motivi sono soprattutto tre. Primo: la linea economica di Tommaso Padoa-Schioppa, che è anche esposto sul caso Speciale, ed è per questo che Bertinotti lo chiama in causa (assieme a Prodi) accusandolo di scarsa trasparenza. Contro TPS gli esponenti di Rifondazione, dei Verdi e dei Comunisti italiani si erano già scagliati dopo le elezioni siciliane; lo fanno di nuovo con le amministrative. “Con lui le perderemo tutte” commenta il verde Paolo Cento (che di TPS è anche sottosegretario).
Il secondo motivo è il timore che la nascita del Partito democratico tagli fuori l’estrema sinistra dai giochi politici futuri. Il terzo è rappresentato dal referendum, e in subordine da una nuova legge elettorale che penalizzi i partiti minori. In pratica che sottragga loro quel diritto di veto sul quale hanno abbondantemente campato di rendita. Ecco perché il caso Visco è solo un test: i rischi veri si avranno, probabilmente, sulle pensioni, sul tesoretto e sul Dpef, il Documento di politica economica (qui l’ultima versione dell’anno scorso) che deve stabilire a chi e come andranno le future risorse. Un documento che porterà appunto la firma di TPS.

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Uno contro tutti, di Carlo Puca
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